Bullismo

Il termine bullismo è entrato nella letteratura psicologica internazionale a indicare il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei, soprattutto in ambito scolastico. In particolare, con il termine bullismo si intende riunire aggressori e vittime in un’unica categoria.

Significato del termine

Il termine bullismo è la traduzione letterale dell’inglese bullying. In Scandinavia è usata invece la parola mobbing a indicare un gruppo di persone implicato in atti di molestie. Ma il termine si riferisce anche a una singola persona che critica, molesta o picchia un’altra. In definitiva, nel concetto di bullismo vanno intese le situazioni in cui un singolo o un gruppo commettono molestie verso una persona. L’uso del termine è invalso soprattutto per definire la situazione in cui uno studente, la vittima, è prevaricato ripetutamente nel corso del tempo da parte di uno o più compagni.

Come nel caso della condotta aggressiva, un’azione viene definita offensiva quando una persona arreca intenzionalmente un danno o un disagio a un’altra. Le azioni offensive possono essere di tipo verbale (minacce, rimproveri, prese in giro) o di tipo fisico (percosse, spinte, calci e dominio sull’altro). In molti casi le azioni offensive contemplano smorfie, gesti sconci e, soprattutto, l’esclusione della vittima dal gruppo.

Alla base dei comportamenti sopraffattori c’è un abuso di potere e un desiderio di dominare e intimidire. In genere le azioni offensive vengono commesse ripetutamente risultando una forma di oppressione estrema per la vittima, che sperimenta una condizione di profonda sofferenza, di grave svalutazione della propria identità e di emarginazione dal gruppo.

Tipologie e cause

Come detto, il bullismo può essere perpetrato da un singolo individuo — il bullo — o da un gruppo verso una vittima, che appare nell’aspetto fisico nettamente più debole. Va sottolineato che il termine non dovrebbe essere usato quando due ragazzi della stessa forza fisica o psicologica litigano o discutono. Per parlare di bullismo, infatti, è necessario che vi sia intenzionalità, persistenza e asimmetria. I primi due elementi sono a carico di colui che compie l’azione, il terzo è distintivo della situazione nella sua globalità, in cui gli attori del dramma occupano posizioni diverse nella scala del potere e del prestigio, in un processo dinamico che coinvolge persecutori e vittime. Lo studente o comunque l’adolescente esposto ad azioni offensive ha difficoltà a difendersi, trovandosi in una situazione di impotenza rispetto a colui o coloro che lo molestano.

A fianco di una tipologia di bullismo che possiamo definire diretta, che si esprime in prepotenze fisiche e/o verbali, ne è stata individuata una indiretta, che intrappola la vittima in una serie di dicerie sul suo conto e di atteggiamenti di esclusione che possono portare all’isolamento più totale dal gruppo. Questa seconda forma di bullismo sembra essere messa in atto soprattutto dalle ragazze.

Come hanno messo in evidenza numerose ricerche, il fenomeno del bullismo non sembra essere causato da particolari condizioni socio-economiche o da caratteristiche fisiche dei soggetti, così come poca influenza ha l’alto numero di studenti in una classe o nell’insieme della scuola. Una convinzione molto diffusa è che gli episodi di violenza e sopraffazione si verifichino nel tragitto tra casa e scuola, ma dalla ricerca di Dan Olweus, uno dei massimi studiosi del fenomeno, emerge l’infondatezza di tale opinione, in quanto è proprio la scuola il luogo in cui si manifesta principalmente il bullismo. Non avrebbero incidenza, inoltre, né lo scarso rendimento scolastico né le condizioni socio-economiche disagiate.

Una variabile che sembra correlarsi maggiormente con il manifestarsi delle prepotenze è l’atmosfera familiare, in particolare gli stili educativi messi in atto dai genitori. L’assistere a continue liti e a episodi di violenza in famiglia fa sì che il bambino interiorizzi schemi comportamentali aggressivi che possono facilmente venire riprodotti in altri contesti. Ma violenza e sopraffazione subite in famiglia non sono gli unici motivi che possono dare luogo a condotte aggressive: anche stili educativi improntati a scarso coinvolgimento emotivo, alla coercizione o al permissivismo, ne sono fattori predisponenti.

Alcuni dati evidenziano peraltro che il comportamento aggressivo dei bulli non sempre è collegabile a esperienze di emarginazione sociale o a vissuti familiari problematici. In conclusione, dunque, non è detto che il bullo appartenga alla categoria dei «bambini difficili»; al contrario, spesso, è un ragazzo normale che vive in una famiglia apparentemente regolare e senza problemi.

Studi e ricerche sul bullismo

Gli studi sulle prepotenze nel contesto scolastico hanno una tradizione consolidata in ambito internazionale. La loro origine risale allo psicologo norvegese Dan Olweus, che nei primi anni ’70 rilevò la consistenza di tale fenomeno in un gran numero di scuole scandinave, elementari e medie, stimandone l’incidenza al 15% (stabilendo cioè che uno studente su sette rischiava di divenire bullo o vittima). Molte altre ricerche sono state condotte in Inghilterra, Irlanda, Spagna, Finlandia, Giappone e Australia.

In Italia un gruppo di ricerca coordinato da Ada Fonzi, docente di Psicologia dello sviluppo nell’Università di Firenze, ha indagato il fenomeno dapprima nelle città di Firenze e Cosenza e, in seguito, nelle altre regioni italiane. È emerso che il bullismo in Italia ha un’incidenza più alta che nella maggior parte degli altri Paesi europei, per quanto riguarda sia la percentuale dei prepotenti sia quella delle vittime. Dalla ricerca italiana, inoltre, risulta che la forma di bullismo più frequente, circa il 50%, è di tipo verbale. Ciò che ridimensiona la drammaticità del fenomeno italiano, pur rimanendo la situazione preoccupante, sembra essere il fatto che le prepotenze verbali siano considerate dai ragazzi stessi non particolarmente gravi.

La ricerca di Olweus e vari studi americani e inglesi portano a considerare la condizione di vittima e di bullo persistente nel tempo. Gli studi condotti in Svezia mostrano che gli studenti prevaricati tendono a rimanere tali nel tempo, così come i più aggressivi. La stabilità nel tempo del fenomeno a volte si traduce in una sorta di escalation della violenza, inflitta o subita: gli episodi di prepotenza che si verificano a scuola sono la spia di un più generalizzato disadattamento sociale che in seguito può portare a episodi di violenza conclamata o addirittura di criminalità. Bulli e vittime, infatti, restano spesso imprigionati nei loro ruoli, gli uni diventando adulti asociali e gli altri destinati all’abbandono scolastico, alla depressione e, in casi estremi, al suicidio.

Da ricerche effettuate dal gruppo di Fonzi emerge che la condizione di bullo e quella di vittima sembrano essere legate a difficoltà nel riconoscimento delle emozioni. Per le vittime si evidenzia un deficit nel riconoscimento della rabbia, che impedirebbe di riconoscere l’altro come potenziale aggressore e, conseguentemente, di difendersene. Questo deficit, inoltre, favorirebbe comportamenti di provocazione della rabbia del compagno. Anche nei bulli si riscontra un’immaturità nel riconoscimento delle emozioni, in particolare della felicità.

Si ritiene, inoltre, che i «bambini prepotenti» difettino di capacità empatiche, poiché sembrano non rendersi conto delle sofferenze indotte nelle vittime. Un altro meccanismo presumibilmente coinvolto nel bullismo è quello del «disimpegno morale»: spesso i ragazzi che vittimizzano i compagni sembrano non assumersi pienamente le proprie responsabilità e tendono, quindi, a sminuire le conseguenze delle loro azioni, a deresponsabilizzarsi o a giustificare il loro comportamento svalutando la persona-bersaglio.

In definitiva Fonzi considera bulli e vittime «sgrammaticati» in una competenza sociale fondamentale, quella che permette di cogliere i segnali emotivi degli altri. È necessario, secondo la studiosa, creare una mentalità antibullismo attraverso specifici programmi di intervento che favoriscano l’assunzione di responsabilità e lo sviluppo di empatia.

Sembra essenziale, dunque, pensare a come prevenire e ridurre il fenomeno delle prepotenze. Nell’ottica della psicologia di comunità è possibile pensare a interventi a livello del gruppo classe e del sistema scolastico, al fine di incidere sulle dinamiche interne e sulle componenti interpersonali che sono alla base delle condotte aggressive tra compagni.

Il bullismo scolastico

Uno dei problemi che si sono evidenziati in questi ultimi anni nei rapporti tra gli studenti di ogni grado di scuola è il fenomeno del bullismo. Per una definizione chiara e concisa del termine è utile riprendere le espressioni utilizzate in un questionario di rilevazione del fenomeno, ampiamente utilizzato nelle ricerche sull'argomento condotte in molti paesi d'Europa tra cui l'Italia.

Diciamo che un ragazzo subisce delle prepotenze quando un altro ragazzo, o un gruppo di ragazzi, gli dicono cose cattive e spiacevoli, sempre prepotenza quando un ragazzo riceve colpi, pugni, calci e minacce, quando viene rinchiuso in una stanza, riceve bigliettini con offese e parolacce, quando nessuno gli rivolge mai la parola e altre cose di questo genere. Questi fatti capitano spesso e chi subisce non riesce a difendersi. Si tratta sempre di prepotenze quando un ragazzo viene preso in giro ripetutamente e con cattiveria. Non si tratta di prepotenze quando due ragazzi, allíncirca della stessa forza, litigano tra loro o fanno la lotta.

Coetanei ma non pari

Il bullismo costituisce una manifestazione dell'aggressività tra le più deleterie e distruttive. Due sono le caratteristiche fondamentali che lo contraddistinguono: da un lato la simmetria di forze tra le due figure direttamente coinvolte nel fenomeno, il bullo e la vittima, dall’altro la sua ripetitività nel tempo. E’ evidente che queste due caratteristiche si pongono in una relazione circolare, dato che la simmetria di forze rende più probabile il ripetersi dell'aggressione del più forte verso il più debole e che tale pratica rende i coetanei sempre meno pari: più potente il bullo e più debole la vittima. L’aggressione si pone, quindi, non come mera espressione di tratti personologici individuali o come pulsione primaria, ma come drammatica routine che rende stabili e palesemente riconoscibili gli aspetti salienti delle parti direttamente coinvolte. Il bullo si configura sempre più chiaramente come un soggetto caratterizzato da aggressività e scarsa empatia, da una buona opinione di sè e da un atteggiamento positivo verso la violenza. La vittima, di contro, tende a chiudersi in atteggiamenti ansiosi e insicuri e a produrre un'immagine negativa di sé, in quanto persona di poco valore e inetta. Importante sottolineare che il semplice ricorso all'aggressività non differenzia di per sè i ruoli antitetici e complementari del bullo e della vittima. Anche le vittime possono far ricorso a condotte aggressive. Olweus distingue tra vittime passive e vittime provocatrici. Queste ultime, caratterizzate da una combinazione di due modelli reattivi, quello ansioso proprio della vittima passiva e quello aggressivo proprio del bullo, possono avere comportamenti iper-reattivi, instabilità emotiva e irritabilità. Il risultato è una condotta ostile ma inefficace. Proprio la capacità di agire un comportamento aggressivo bene organizzato e funzionale ad acquisire l'obiettivo designato (mortificare l’altro, conquistare una posizione di supremazia, ottenere beni materiali) costituisce appunto lo spartiacque che differenzia le vittime provocatrici dai bulli.

Le condotte da bullo possono assumere forme diverse, di tipo diretto e indiretto: le prime sono costituite da attacchi fisici, come pugni, calci e atterramenti, o verbali, come insulti, minacce e prese in giro; le seconde sono costituite da una serie di dicerie e atteggiamenti di esclusione che intrappolano la vittima ponendola in una luce negativa e condannandola all'isolamento.

Le manifestazioni del bullismo dipendono dall’età e dal genere. Come rilevato da una ricerca di Smorti e altri, con l’età emerge la tendenza a una limitazione nell’uso dell’aggressività fisica ai danni di ambo i sessi, mentre si assiste a un aumento di quelle molestie sottili e indirette, come calunniare ed escludere dalla relazione. Le risposte delle vittime indicano che la maggior parte dei prepotenti è di sesso maschile e della stessa età del soggetto. Questo si verifica nella quasi totalità dei casi per i bambini, che non sono quasi mai vittimizzati dalle bambine. Inoltre, nelle bambine il fenomeno delle prepotenze è più ristretto alle relazioni con i compagni di classe mentre nei bambini si allarga a tutta la scuola.

All’ingresso nella scuola media la situazione dei due generi cambia e si diversifica ulteriormente. Per i maschi il fenomeno delle prepotenze sembra legato a una doppia dinamica, di potere e di matrice sessuale: la prima interessa essenzialmente il rapporto maschio-maschio e sancisce una gerarchia sociale tra chi è più forte e chi è più debole; la seconda riguarda invece il rapporto maschio-femmina ed è piuttosto volta a esprimere differenziazione e attrazione sessuale. Nelle bambine il problema delle prepotenze si presenta in maniera diversa. Per quanto sia preminente la dinamica di tipo sessuale con i bambini, esiste tuttavia anche il fenomeno delle prepotenze con soggetti dello stesso sesso, secondo modalità più sottili e nascoste che non tendono comunque a stabilire una gerarchia di potere esplicita e chiaramente riconoscibile ma che, al contrario, in casi estremi possono addirittura confondersi con relazioni di amicizia.

Una nicchia ecologica condivisa ma nascosta

Il bullismo, secondo la prospettiva teorica inaugurata da Bronfenbrenner, può essere concepito come una nicchia ecologica, delineata in primo luogo dalla drammatica complementarità del bullo e della vittima. Non si tratta tuttavia di una cellula isolata, dato che risulta bene inserita e trova un terreno di sviluppo e sostegno nel contesto più ampio del gruppo dei coetanei, in modo particolare della classe.

Relazione sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia, 2000 156 Il bullo non agisce isolato. Spesso può contare sulla cooperazione di altri compagni o su astanti che non intervengono e approvano tacitamente. Ciò è comprovato dal giudizio espresso dalle vittime nei confronti dei compagni e verificato da ricerche osservative condotte sul campo, che individuano a sostegno dell'azione esercitata dal bullo sia quella di compagni che partecipano direttamente al compimento dell'azione di sopraffazione, sia quella di soggetti che, a guisa di pubblico, incitano e sostengono emotivamente il bullo, sia infine, quella di chi, con la propria indifferenza, contribuisce a far calare il velo del silenzio e dell’omertà.

L’analisi degli atteggiamenti dei membri del gruppo nei confronti del prepotente e della vittima aggiunge un altro elemento a sostegno dell'idea che il bullismo non è un fenomeno estraneo alla cultura dell'infanzia e dell'adolescenza. I compagni, nella quasi totalità dei casi, esprimono nei confronti della vittima antipatia e rifiuto, mentre l'atteggiamento verso il bullo varia in rapporto a circostanze diverse, inerenti a fattori individuali e contestuali. In ogni caso, anche se nel corso dell’età il bullo appare progressivamente sempre più rifiutato da buona parte dei coetanei, ciò non significa affatto che non susciti in altri simpatia e ammirazione. Da una ricerca sociometrica di Tomada e Tassi emerge che l’esercizio delle prepotenze non compromette la desiderabilità amicale né del bullo né dell’amico di questi, ma fa sÏ che entrambi rappresentino nel gruppo un polo di attrazione. Il punto fondamentale è che l’elemento caratterizzante la rete dei rapporti dei bulli è l’avere come amici compagni prepotenti e non vittimizzati. Un fatto questo che verifica la possibilità del bullo di contare sull'aiuto, il sostegno e quindi anche sulla comprensione di altri membri della classe.

L’azione del gruppo dei coetanei nel sostenere il fenomeno del bullismo assume anche forme più indirette, come quelle che si esprimono nel gioco sottile delle aspettative e della condivisione di modelli di comportamenti attesi, interagendo dinamicamente con il progressivo configurarsi dei ruoli del bullo e della vittima. Tale gioco, una volta attivato, contribuisce all'etichettamento di certi bambini come bulli e di altri come vittime e, per questa via, da un lato crea i contesti sociali atti alla loro perpetuazione, dall'altro fa interiorizzare a bulli e vittime modalità di azione conformi al proprio ruolo.

Il contributo teorico di Emler e Reicher, relativo al più ampio problema della devianza giovanile, ci spinge ancora più avanti, facendo intravedere l'idea che i ragazzi possano assumere il progetto di acquisire e consolidare una reputazione, qual è appunto quella del bullo, non conforme ai principi etici e alle norme sociali. Per varie ragioni, essi possono sviluppare un atteggiamento di sfiducia e talvolta di sfida verso l'ordine istituzionale globale, e giungere così a cercare un proprio spazio nella società al di fuori di tale ordine, in una sorta di sistema informale che costruiscono con i coetanei che vivono le stesse esperienze. Il gruppo dei coetanei, come nel caso delle varie bande, offre ai suoi membri l'opportunità di vivere in un ambiente in cui le regole formali della società sono sostituite da altre regole, elaborate dallo stesso gruppo secondo una logica trasgressiva. In questo contesto, il bullismo costituirebbe sia una modalità di sopravvivenza in un mondo in cui l'autorità sembra non costituire alcun sostegno, sia un modo di comunicare quello che si è o si pretende di essere acquisendo una reputazione oppositiva e deviante.

Se da un lato si intravedono molti elementi di continuità tra il bullismo e aspetti del macrosistema, ovvero della società nel suo complesso in cui è ricorrente la celebrazione dell'affermazione personale anche a costo dell'aggressione dall'altro emerge una sorta di separazione, anche se, come vedremo più avanti, del tutto apparente e formale, tra il mondo dei bambini e quello degli adulti. Dai dati della ricerca sopracitata emerge infatti che genitori e insegnanti sono prevalentemente ignari della portata del fenomeno e che è scarsa la comunicazione adulto-bambino sul problema.

Anche coloro che hanno la necessità di chiedere urgentemente aiuto agli adulti le vittime rimangono mute, nel migliore dei casi perché si aspettano scarsa attenzione, nel peggiore perché si sentono in colpa per non essere abbastanza forti da rispondere alle prepotenze. I bulli, del resto, se da un lato non hanno alcuna ragione per sollevare il problema, dall'altro si ritengono comunque destinatari di approvazione e rinforzo.

Un rischio progressivamente crescente

Da un'ampia ricerca condotta in varie parti di Italia, emerge che il bullismo a scuola costituisce un fenomeno diffuso, con indici complessivi che vanno dal 41% nella scuola primaria al 26% nella scuola media per quanto riguarda il numero degli alunni oggetto di prepotenza. Quando poi viene chiesto ai soggetti di valutare il numero di compagni implicati come vittime, circa il 61% nella scuola elementare e il 53% nella scuola media ritengono che ve ne siano almeno tre per classe. Se i dati della ricerca italiana vengono posti a confronto con quelli di altri Paesi ne emerge a prima vista un quadro sconfortante, dato che risultano assai più elevati, ad esempio quasi doppi di quelli ottenuti nel Regno Unito. Ciò non significa però necessariamente che nelle scuole italiane la sopraffazione sia più praticata che altrove. Il divario tra i dati italiani e quelli internazionali potrebbe essere da attribuire a un modo diverso di interpretare e vivere il fenomeno.

Come suggerisce Fonzi probabilmente nel nostro Paese, a differenza di altri, il conflitto è più tollerato e porta meno frequentemente alla rottura dei rapporti, assumendo quindi una minore rilevanza che induce a una più diffusa ammissione sia da parte di chi agisce che di chi subisce.

In linea con i dati raccolti in altri Paesi, si registra una sensibile diminuzione del fenomeno nel passaggio dalla scuola elementare a quella media. Sebbene la questione rimanga da approfondire, Ë plausibile ritenere che a questa diminuzione quantitativa del fenomeno corrisponda il suo progressivo acuirsi. In altre parole, come si verifica per l'aggressività in generale, Ë possibile che il bullismo, da fenomeno per molti versi tollerabile e fisiologico tra i bambini, diventi indice di serio rischio nella pubertà, in quanto momento significativo di definizione dell'identità personale, di sé nel gruppo dei coetanei, dei rapporti con il proprio e l'altro sesso, di adesione o meno a gruppi devianti. In ogni caso, la possibilità che determinati soggetti permangano nel ruolo del bullo e della vittima determina un rafforzamento e una radicalizzazione dei rispettivi ruoli, con l'accentuarsi del rischio di una progressiva canalizzazione delle traiettorie dello sviluppo verso direzioni patologiche e devianti. Per le vittime si prospetta, nell'immediato, una progressiva perdita di sicurezza e autostima che può concretizzarsi in attacchi di ansia, somatizzazioni e rifiuto di recarsi a scuola; più a lungo termine, il rischio di cadere in stati depressivi anche di grave entità. Di contro, per i bulli vi è il rischio di un uso sistematico e pervasivo della violenza che può concretizzarsi nella criminalità. Si tratta tuttavia di rischi e come tali devono essere intesi, per cui appare inappropriata, e a sua volta rischiosa, ogni politica di intervento che in maniera diretta o indiretta etichetti nettamente ogni bambino che si rende attore o vittima di prepotenze. E questo anche riferendosi all'adolescenza, in cui la plasticità dello sviluppo rimane elevata e il superamento dei compiti dello sviluppo si realizza dopo fasi alterne di scelte provvisorie che non risultano irreversibili e non sono quasi mai tali da canalizzare in un percorso obbligato. Riferendosi poi all'età infantile, predire esiti evolutivi marcatamente negativi sulla base di episodi di prepotenza appare ancora più discutibile.

Sulla contiguità o discontinuità degli atteggiamenti da bulli e di fenomeni ben più gravi che vedono l'uso di forme estreme di violenza, di maltrattamento psicologico e di rifiuto per fini diversi che vanno dall'estorsione, all'abuso sessuale e all'affermazione personale fine a se stessa, non si può dire molto. Probabilmente, come si verifica in analoghi domini della psicologia e della psicopatologia dello sviluppo, gli episodi gravi sono anticipati da quelli lievi, ma questi ultimi risultano dei cattivi predittori dei primi.

Chi è il colpevole?

Ai fini della previsione, ma anche a quelli dell'intervento, è importante comprendere le cause del bullismo o le concomitanze che a esso si associano, secondo una relazione circolare. Dalle ricerche a disposizione vengono smentiti alcuni luoghi comuni che tendono a porre il bullismo in relazione a particolari fattori socioambientali e a caratteristiche fisiche dei soggetti. Sembrerebbero, infatti, sostanzialmente disattese le ipotesi, spesso avanzate dagli insegnanti, secondo le quali un alto numero di studenti per classe e l'ampia dimensione della scuola sarebbero correlati positivamente con la presenza di prepotenze. Neppure avrebbero incidenza lo scarso rendimento scolastico dei soggetti coinvolti e lo svantaggio socioeconomico. Anche altri facili parallelismi non hanno retto alle verifiche empiriche: i bambini che subiscono prepotenze non sono portatori di caratteristiche fisiche particolari, come avere i capelli rossi, essere obesi o portare gli occhiali.

Un'ipotesi che con particolare attenzione Ë stata sottoposta al vaglio dei ricercatori è quella secondo la quale il bullismo sarebbe connesso a deficit di natura sociocognitiva, come nel caso di molte condotte aggressive. Le ricerche in proposito inducono tuttavia a non generalizzare alla categoria dei bulli i risultati ottenuti con la più ampia popolazione dei soggetti aggressivi e, in particolare, a non attribuire ai bulli quelle manifestazioni dell'aggressività di natura impulsiva, che si caratterizzano per la compromissione della funzione cognitiva, spesso in concomitanza ad un'alterazione delle funzioni eccitatorie. Le ricerche ascrivono piuttosto ai bulli un'elevata capacità di pianificazione dell'azione aggressiva, di manipolazione delle situazioni per proprio vantaggio personale, come pure l'abilità di tenere conto degli stati mentali dell'altro.

Sebbene costituisca oggetto di approfondimento, l'ipotesi del deficit sociocognitivo si applica con maggior successo alle vittime, che di fatto risultano meno capaci di affrontare la realtà sociale anche ai fini dell'immediato e del vitale interesse della difesa personale. Sembrerebbe invece esserci una correlazione con i contesti educativi e di socializzazione, in prima istanza quelli relativi all'influenza familiare.

Gli studi relativi al clima familiare hanno evidenziato l'incidenza negativa sia di uno stile educativo permissivo e tollerante, sia di quello coercitivo. In entrambi i casi è probabile l'assunzione da parte del bambino di condotte aggressive, nel primo caso per l'incapacità a porre adeguati limiti al proprio comportamento, nel secondo per la tendenza a legittimare l'uso delle stesse modalità comportamentali esperite nella relazione parentale. Numerosi studiosi sostengono l'utilità di considerare la combinazione delle dimensioni della coesione e del potere all'interno del sistema familiare. Nelle famiglie in cui un alto potere gerarchico si associa a una bassa coesione tra i membri, i figli tenderebbero ad assumere il ruolo del bullo. Al contrario, se è presente un alto grado di coesione, unitamente al venire meno di una struttura gerarchica che marca la differenziazione dei ruoli, si produrrebbe un sistema familiare invischiato, tipico delle vittime.

Anche altri studi riferiti alla coesione interna delle famiglie e al rapporto con l'esterno evidenziano una correlazione con la messa in atto o meno di atteggiamenti da bulli.

Un'altra dimensione significativa inerente al clima familiare è quella che riguarda il sistema di valori del nucleo. I risultati di altre ricerche indicano che i valori trasmessi dai genitori influenzano sia il modo in cui il figlio si relaziona con gli altri, sia il modo in cui risolve le difficoltà della vita. In particolare, i risultati ottenuti verificano che nelle famiglie dei bulli, diversamente da quanto si verifica in quelle delle vittime, le strategie utilizzate per affrontare le difficoltà sono fondate sull'individualismo e l'egoismo.

Linee di intervento

Vi sono diverse possibilità di intervento sul bullismo che vedono in primo piano un impegno non indifferente della scuola in una articolazione di azioni che vanno però dal piano istituzionale a quello individuale. » necessario che l'intervento venga effettuato secondo una prospettiva sistemica. Non è questo il luogo per soffermarci sulle linee di azione ma è bene sottolineare come in questi ultimi anni siano stati messi a punto una serie di programmi volti a contrastare il fenomeno.

Tali programmi prevedono l'utilizzo di diverse tecniche che vanno dagli incontri di classe per discutere le difficoltà o i problemi personali vissuti, all'attivazione di occasioni di apprendimento cooperativo e di attività positive comuni, a incontri tra insegnanti, genitori e alunni, a colloqui approfonditi con i bulli e con le vittime, a colloqui con i genitori degli studenti direttamente coinvolti nel problema, a incentivazione di forme di aiuto da parte di ragazzi neutrali. E' previsto anche l'utilizzo di alcuni ausili quali filmati o opere letterarie che trattano il problema per potenziare la consapevolezza e la comprensione della gravità del fenomeno. Un'attività complementare e che per molti può risultare maggiormente coinvolgente sul piano emotivo è quella costituita dal role playing e da rappresentazioni teatrali. In generale, la drammatizzazione costituisce un efficace tramite per permettere a bambini e ragazzi di sviluppare una maggiore empatia e consapevolezza degli altri, di familiarizzare con situazioni critiche e di appropriarsi di nuovi repertori comportamentali.

E' bene sottolineare come l'intervento diretto dell'adulto nelle dinamiche relazionali tra bambini e ragazzi, per quanto sia efficace nel contrastare il fenomeno del bullismo, pone alcuni interrogativi che meritano attenzione. Il problema emerge non tanto nei casi di prepotenza di grave entità in cui tale intervento, secondo modalità informali e istituzionali, costituisce l'espressione tangibile di una scuola e, più in generale, di una società retta da principi democratici contrari alla logica della sopraffazione ma in quelli di lieve entità, in cui si corre il rischio di sottovalutare e compromettere le capacità infantili e adolescenziali di risoluzione dei problemi a livello individuale e relazionale. Del resto l'esposizione al rischio può costituire nel breve o nel lungo periodo un fattore di protezione, attivando, in maniera analoga al vaccino, le risorse necessarie per fronteggiare il rischio stesso. Oltre a questo, c'è da considerare il fatto che l'intervento diretto dell'adulto a protezione della vittima ne può ulteriormente indebolire la posizione nel gruppo dei coetanei, confermando la sua incapacità di difesa.

In questa prospettiva, da un lato si ripropone lo spinoso problema di distinguere tra episodi di prepotenza di diversa entità, al fine di modulare l'intervento diretto, dall'altro, si delinea l'utilità di una strategia di prevenzione generalizzata, volta ad affermare un ordine democratico e a potenziare le risorse dei più deboli, a prescindere dall'immediato verificarsi di episodi di bullismo.

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