Le leggi dell’ospitalità e le radici del razzismo

Venticinque secoli fa, Già Omero (o chiunque sia stato per lui) aveva scritto con l’Odissea il primo saggio sulle leggi dell’ospitalità, mettendo in luce come l’integrazione dello straniero potesse apparire problematica ed ambigua. Ulisse, vagando per il Mediterraneo, conta sulla sacralità del suo ruolo di ospite, salvo poi – utilizzando l’immagine vichiana – “appiccare i Proci, come tordi, alla rete”, appena tornato in patria.
Tale scena finale dell’Odissea è diventata croce e delizia dei filologi perché per alcuni la filosofia dell’ultimo canto è estranea alla filosofia del resto del poema che nel finale, appunto, perde di unità. Per altri, invece, lo spirito dell’Odissea non è spezzato dall’apparente anomalia in quanto costituito dal fondersi, per miracolo poetico, della tradizione orale e popolare del mondo contadino e della tradizione curtense dei principi guerrieri (H. Levy, 1963).
Nella tradizione mitologica le opposte versioni rappresentano la norma. Così, Penelope, casta sposa per Omero, si prostituisce, secondo Erodoto, e genera Pan l’eterno, mezzo uomo e mezza bestia. Giambattista Vico, che tentò di mettere ordine nelle contraddizioni della mitologia, suggerisce uno strumento interpretativo utile anche extra moenia. La versione di Erodoto, quella di Penelope adultera e prostituta, attribuirebbe natura plebea ai Proci, dove il frutto di un connubio innaturale, “per discordante origine”, produrrebbe appunto il mostro. Ma poi, con una usuale inversione formale, Pan, l’uomo bestia, che rappresenta una degradazione dell’umano nella sua natura animale, si allontana, nell’altro senso, per la natura divina dell’immortalità. E proprio questa inversione formale, oltre che spia, è anche strumento per pervenire al senso.
L’appello ad Arnold Van Gennep, considerato da molti ancora il maggiore studioso dei riti iniziatici, può essere chiarificatore.
Nella sua classificazione dei riti egli fa riferimento al rite d’integration: rito che segna il passaggio da un vecchio status che viene abbandonato a un nuovo status che viene acquisito, dimostrando come l’integrazione è possibile perché la socializzazione anticipata sarebbe già essa stessa “rito di passaggio”. Ma – almeno nell’antichità – c’erano più cose in cielo e in terra che non nella mente dei filosofi; e, per dare ordine al caos del mondo, il mito costituiva uno splendido strumento.
Proviamo a prendere la versione omerica della casta sposa.
Ulisse – sacro quando era il suo turno di ospite, e sterminatore quando, a ruoli invertiti, diventa ospitante – potrebbe rappresentare, seguendo la suggestione vichiana, prima il momento dell’ospitalità aristocratica delle corti e successivamente quello dell’ospitalità plebea del mondo rurale dove da sempre l’ospite, come il pesce, puzza al terzo giorno.
Era proprio della tradizione curtense – dall’antichità greca fino all’evo antico e via via sino a tempi recenti – che, quando gli aristocratici si incontravano, trovavano necessario provare la “virtù” e il valore della nuova conoscenza con un duello, o con altre prove di valentia, che dimostravano la comune matrice aristocratica e, quindi, la parità. All’inferiore, invece al plebeo, al povero, non era richiesta alcuna prova, proprio perché era “altro”, era già inferiore. L’ospitalità aristocratica diveniva poi obbligatoria, ma ancora senza prove, nei confronti del mendicante che veniva immediatamente assunto al rango di rappresentante della divinità, perché protetto dal cielo e perché fuori dalla stratificazione in quanto estraneo alla produzione.
Tra gli aristocratici, insomma, l’ospitalità costituiva un “onore”, mentre tra i plebei costituiva un “pericolo”. Pericolo da parte del “superiore” perché il povero, “indegno di ospitare il signore – appunto: Domine non sumus dignus – doveva accettarne in ogni caso la presenza essendo un diritto dell’aristocratico: diritto di “riprendersi” ciò che gli apparteneva (“il re non fa corna”). Ma pericolosa per il plebeo era anche l’ospitalità che un suo pari poteva chiedergli: pericolo reale di impoverimento (ulteriore) per un soggiorno che poteva eccessivamente prolungarsi, ma anche pericolo simbolico per l’invidia dello straniero che poteva colpire con il suo “malocchio”.
Dalle leggi dell’ospitalità emerge così, nell’ambiguità apparente, un doppio modello che, sebbene sia comunque una generalizzazione, possiamo riportare alla dicotomia tra modelli della cultura egemone e quelli della cultura subalterna. Nell’apparenza, la cultura egemone è assai più “liberale” verso lo straniero, di quanto non lo sia la cultura subalterna, che teme l’ospitalità e cerca di difendersene (in termini reali e in termini simbolici).

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