Il corpo

Il corpo

L’essere umano si apre alla soggettività mediante l’allusione e la significanza del corpo vissuto. Se isolato dal mondo il corpo diventa oggetto tra gli oggetti, quando invece il corpo in “carne ed ossa”, nella sua attualità ed espressività, si dirige ad operare sul mondo, si genera il costituirsi della coscienza in quanto tale (Merleau-Ponty, 1953; Nanetti, 1996).

Il corpo è l’origine zero, il qui ed ora da cui io vedo tutto ciò che vedo e solo abitando il mondo per mezzo del corpo posso conoscere la giusta forma delle cose (Galimberti1983; Bertolini, 1988).

Abitare, secondo Galimberti, è sentirsi a casa, ospitati in uno spazio che non ci ignora, tra le cose che raccontano il nostro vissuto, tra volti che non c’è bisogno di riconoscere perché nel loro sguardo ci sono tracce dell’ultimo congedo. Abitare è sapere dove deporre l’abito, dove sedere a tavola, dove incontrare l’Altro, dove dire e udire, rispondere e corrispondere. Abitare è trasfigurare le cose, caricarle di significati che oltrepassano la pura oggettività, sottraendole all’anonimia, per restituirle ai nostri gesti abituali che consentono al nostro corpo di sentirsi tra le sue cose, presso di sé (Nanetti, 1996).

Il corpo non rimanda al semplice organismo. Ogni discorso sul corpo esige un interrogarsi intorno all’esperienza di una corporeità vissuta mai estranea alle vicende quotidiane di una individualità agente.

Non è il corpo anatomico che svela l’essenza della mia “corporeità”. Il significato delle mie mani non è nella struttura scheletrica, muscolare e nervosa, bensì negli oggetti che riesco ad afferrare e in quelli che mi sfuggono; la potenza deambulatoria delle mie gambe non è nella loro posizione anatomica, ma nelle cose che voglio raggiungere e da quelle che voglio fuggire; le possibilità del mio sguardo non sono indicate dalle leggi dell’ottica, quanto piuttosto dalla possibilità o dalla lontananza delle cose, dalla loro bellezza o dalla loro ripugnanza (Galimberti, 1988).

E’ nel protendersi della mia soggettività che il mio corpo in quanto “presenza” esiste, ed ogni vicenda relativa al mio corpo assume uno specifico significato a seconda delle mie anticipazioni sul mondo. E’ per questa ragione che l’essere malati non può riferirsi esclusivamente alla malattia organica.

La persona è malata quando il male del corpo biologico diventa mal-essere, metafora della decadenza della vita, ossia quando alla sofferenza fisica viene a corrispondere un ridimensionamento delle possibilità di realizzare le forme del proprio progetto esistenziale (Nanetti, 1995).

La sofferenza fisica viene “sopportata” o “accettata”, a seconda del senso che riesco ad attribuire ad essa. Se mi separo dal "corpo che sono", la sofferenza diventa insopportabile, ma se essa viene significata come una parte di me che ineluttabilmente accompagna la mia esistenza, anche il dolore "può essere compreso ed accettato".

Ancora una volta non è tanto solo la biologia a spiegare il corpo che le appartiene, quanto la sociologia che si impossessa di esso. Gli usi sociali, culturali e personali del corpo finiscono per essere le cornici esplicative dei suoi modi di essere e di esistere e, pertanto, di quegli interrogativi o problemi che chiamiamo psicologici (Salvini, 2007).

Gli usi sociali a cui il corpo è destinato, fanno di esso uno sterminato campo di segni, quindi un terreno privilegiato per gli psicologi che nel proprio sapere siano in grado di immettere la conoscenza del semiologo e del sociologo, non disgiunti dallo studioso di letteratura e d’arte (Salvini, 2007).

Lo studio del corpo semiotico non ha attratto particolarmente gli studiosi della psiche, presi più dal “corpo macchina”, dalle sue funzioni come la percezione, l’attenzione, l’apprendimento, o anche dall’acquisizione dello schema corporeo e dalle abilità motorie, o ancora dal generarsi di una disfunzionalità o di un disturbo sessuale.

Altri, convinti che il segreto dell’agire umano sia collocabile nella psicobiografia interiore e nelle vicissitudini affettive, sempre entro una logica causale lineare, si sono disinteressati di un corpo sociale e culturale. Il “corpo macchina” e il “corpo dell’interiorità psicobiografica”, sono ancheil lascito di una scienza che ha ereditato la negazione del “corpo-identità” (Salvini, 2007).

Il corpo non è dato naturale, ma nemmeno dato solo culturale. Esso si definisce in una specie di sfera ambigua, a metà strada tra natura e cultura, tra cervello e mente: esito dell’incontro profondo tra una soggettività non ancora costituita (quella individuale) ed una inter-soggettività già data (quella sociale) (Faccio, 2007).

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