L’ Orientamento Interazionista in psicologia clinica: ruoli e identità deviante

Marco Inghilleri
 
 
 
In questi anni si è affermato un orientamento critico riguardo ai tradizionali modi di spiegare e trattare il problema della devianza, che ha prodotto una notevole diffidenza verso quell’imitazione formale del discorso scientifico presente, talora, in discipline come la psichiatria, la criminologia e la psicoanalisi.
   Questo approccio alle problematiche della devianza è nato sia dal contributo teorico di psico-sociologi come Lemert, Becker, Goffman e molti altri, sia dall’autocritica fatta da una ristretta minoranza di psichiatri e psicoanalisti verso il ruolo ideologico delle loro conoscenze e pratiche istituzionali, tanto da mettere in discussione concetti oramai assimilati stabilmente dalla pratica e dalla ricerca clinica, come quello di “normalità e “patologia”. Nell’orientamento interazionista, non si cerca più di spiegare o interpretare l’agire del “deviante” partendo dal tradizionale quadro di riferimento concettuale basato sull’idea dell’esistenza di comportamenti normali e patologici, ma piuttosto si è cercato di capire come un simile riferimento, tradotto nella pratica, abbia contribuito a costruire quanto diceva di voler spiegare, curare o correggere.
   L’assunzione della prospettiva interazionista, ha innescato un vero e proprio cambiamento di paradigma e ha permesso di sviluppare una nuova area di ricerca e di spiegazione del comportamento sociale, partendo dallo studio degli aspetti normativi che caratterizzano l’azione umana.
   L’orientamento interazionista, soprattutto attraverso il lavoro di alcuni dei suoi esponenti, conosciuti come labeling theorists, ha messo in evidenza come certe condizioni, quali il genere, l’età, la salute fisica, la razza, lo stato psichico o il comportamento, costituiscono altrettanti momenti in grado di innescare dei processi di significazione e di tipizzazione sociale dell’individuo diverso. In tal modo, l’immagine di quest’ultimo, rispetto alle particolarità di cui è portatore e protagonista, viene ad essere sottolineata e dilatata, assorbendo le definizioni ideologiche, legali, mediche e del senso comune. In altri termini, tale immagine viene fatta coincidere, “oggettivamente”, con uno dei possibili stereotipi di devianza. Un simile processo di definizione si riflette, poi, sulla “carriera” del diverso favorendogli l’assunzione di certi ruoli piuttosto che di altri e costringendolo ad una conseguente espressione del sé.
   In poche parole, gli interazionisti sostengono che la diversità diventa un dato socialmente significativo e viene tradotta (attribuita e prescritta) come carriera deviante. Questo, ovviamente, in relazione alle norme che regolano i contesti sociali e alle categorie cognitive da queste prodotte. Categorie che mentre definiscono la posizione sociale dell’individuo diverso, finiscono per prescrivergli identità e schemi d’azione coerenti con tale definizione. In tal modo il ruolo di deviante tende a costruirsi in funzione delle azioni che ci si aspetta da esso, e questo entro certe regole che la definizione degli episodi  genera. Pertanto, se ne deduce che le categorie di significazione, attraverso cui si dà senso agli episodi, come ai comportamenti ed alle persone, non sono mai atti puramente descrittivi, in quanto contengono degli a priori, cioè atti interpretativi socialmente organizzati e finalizzati[1].
   La condizione di individuo deviante, resa “oggettiva”, secondo atti linguistici o atti sociali, tipizzata attraverso categorie giuridiche, mediche o del senso comune, finisce con l’assumere un valore prescrittivo, che induce l’individuo stigmatizzato a fare della sua diversità un ruolo stabile e a rappresentare la propria condizione di deviante come l’immagine più rilevante della propria identità. Una attenta ricostruzione del significato che il deviante attribuisce alle proprie azioni, porta a comprendere i mutamenti nell’organizzazione dei propri resoconti narrativi e identitari dopo che il contesto sociale gli ha applicato l’etichetta stigmatizzante. L’individuo deviante emerge, quindi, tramite un processo di significazione e definizione che non è una qualità intrinseca all’azione che compie. Ogni volta che un gruppo, un’istituzione, addita un atto come deviante, esso rafforza l’autorità della norma violata, e ribadisce i significati in base ai quali l’individuo deve autopercepirsi e aderire a quelle regole che stabiliscono i mezzi e i valori della propria identità.
   Il punto di vista interazionista, fa oggetto della sua ricerca scientifica quello spazio normativo e regolativo che scaturisce dall’incontro e dalle definizioni delle situazioni sociali. L’area di studio di tale orientamento gravita intorno non ad un universo di individui precostituiti, bensì ai processi di costruzione sociale della realtà e delle persone prodotti dall’interazione tra gli individui all’interno dei contesti umani. Detto con altre parole, quanto è attribuibile agli individui è proprio delle regole che strutturano gli incontri.
   Indagando in tale direzione si comprende come le procedure di oggettivazione, proprie di ogni classica significazione psichiatrica, abbiano per certi aspetti costruito un sapere che rinvia agli stereotipi sociali preesistenti, e questi alle tipizzazioni sottese a quei ruoli designati come devianti. Ad esempio, ogni schema di riferimento psichiatrico non fa altro che rifarsi ad un parametro più vasto, che da un lato corrisponde a quello del “senso comune”, dall’altro a quello dell’ideologia. Proprio per questo, il senso comune trova accettabili le spiegazioni psichiatriche. Appunto perché senso comune e psichiatria condividono coerentemente gli stessi valori normativi da cui derivano. Difatti, i pregiudizi del senso comune e giudizio psichiatrico sono parte integrante e componente vigilante di una data organizzazione della realtà. Così, per esempio, l’attribuzione di una natura patologica al deviante è riconducibile, anche, all’esistente stereotipo sociale e storico. D’altro lato gli psichiatri possono considerare la normalità o la patologia come un dato reale facendo anche riferimento alle aspettative di senso comune che operano in loro e nel sistema di conoscere che li caratterizza professionalmente.
   Quanto il diritto, la psichiatria, la pedagogia producono in termini di conoscenza, non è qualcosa privo di senso, anzi! E’ lecito affermare che tal senso vi è pienamente rappresentato, in quanto destinato a legalizzare, riprodurre, controllare e ristabilire l’assetto normativo su cui la realtà sociale si poggia. Ogni società e cultura ha sempre escogitato delle tecniche o delle pratiche a tal fine. Ma questo non vuol dire che tale conoscenza s’inscriva in un discorso scientifico. La psichiatria, per esempio, non cerca di spiegare la realtà sociale ma unicamente di sanzionarla, in quanto essa si identifica istituzionalmente con un mandato amministrativo di difesa sociale. La conoscenza scientifica è impedita proprio dal fatto che tali discipline non scoprono il loro oggetto, cioè il deviante con le sue forme di malattia e di disordine, ma tale oggetto viene loro imposto in quanto predefinito socialmente.
   La certezza del deviante come di un oggetto naturalmente dato, ha esasperato la ricostruzione ipotetica delle cause a partire dagli effetti. Questi ultimi vengono arbitrariamente decretati come fatti empirici, perdendo di vista che essi sono ritagliati e resi significativi mediante giudizi di valore. In tal modo sono state favorite le teorie sulla devianza indirizzate a ricercare i nessi esplicativi in altrettanti “fatti causali” da isolare, ora nella costituzione dell’individuo, ora nella sua psiche, ora nella sua biografia familiare. Così, si enfatizzano, attribuendo loro un potere che implicitamente sottende una causa certa, termini come: patologia degli istinti, immaturità, complesso di castrazione, personalità sub morbosa, aggressività psicopatica, ecc.. Da ciò il passaggio ad un realismo nominale per cui certi fatti acquistano una loro concreta obiettività causale in quanto identificati con la parola stessa, cioè un atto linguistico di definizione.
   L’azione umana è dotata di significato in un senso in cui gli eventi del mondo della natura non lo sono. Le regolarità (o le irregolarità) che si possono riscontrare nella condotta umana non possono essere considerate come derivate da leggi e quindi spiegate negli stessi termini di quelle che ricorrono nel mondo della natura. Tali regolarità (o irregolarità) sono un prodotto di mediazione di quadri di significato il cui accordo è stabilito da regole. Proprio perché gli attori possono produrre le regole e quindi ridefinire il contesto normativo, spiega la difficoltà delle scienze sociali nel riuscire a prevedere il comportamento degli individui. Le regole del comportamento non hanno lo status di leggi naturali, perché possono essere sfidate, ignorate o cambiate.
Altra cosa da sottolineare è che l’infrazione normativa, nel mondo umano, può esprimere non tanto un’anomalia comportamentale, quanto un’adesione ad un altro ordine di regole. Questo perché il mondo sociale si differenzia da quello della natura essenzialmente a causa del suo carattere etico (normativo). Si tratta di una differenziazione radicale perché gli imperativi etici non presentano alcuna analogia con quelli della natura e sono una tipica produzione umana che regola le interazioni tra le persone.
   La confusione tra norme prescrittive (sociali) e norme costitutive (biologiche) ha portato ad attribuire una competenza diagnostica e peritale nel campo dei comportamenti devianti, alla psichiatria, medicina legale ed antropologia criminale, nelle loro vesti di discipline biomediche. Errore grossolano da un punto di vista epistemologico, ove si consideri che l’atto deviante è sempre e aprioristicamente un’infrazione a norme prescrittive (quindi storiche, dettate da certi interessi e culturalmente relative): difatti esso, l’atto deviante, non deriva dalla natura anomala dell’individuo, ma è, soprattutto, una valutazione di una condotta che a partire da questa, viene attribuita alla persona come caratteristica stabile (fisica, sociale e psicologica). L’impropria estensione del sapere dei tecnici delle discipline biomediche alle condotte devianti, il supporli depositari di conoscenze ad hoc, ha finito per riflettersi sulla natura dell’oggetto. Giudicare se un atto sia o meno deviante dipende in parte dall’atto (cioè se infrange o meno qualche regola), e in parte dal trattamento che gli viene riservato dal pubblico. Ossia da chi, quando, dove esso venga valutato.

 

[1] Il significato non è inerente ai fatti umani, bensì esso è fornito dal pensiero umano.

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