La psicologia postmoderna

1.
Il postmodernismo psicologico si presenta come un campo plurale. Esso esprime tuttavia una propria cifra distintiva: la critica alla nozione di individuo come unità di analisi, in favore di una visione contestuale della mente e più in generale del soggetto.
Dobbiamo questa visione al sociocostruttivismo, al suo sviluppo come critica del modello cognitivista dominante, della sua epistemologia al contempo individualista e computazionista.
Come il suo stesso nome segnala, l’approccio sociocostruttivista si sostanzia della coniugazione dei due fondamentali punti di vista elaborati dal pensiero psicologico contemporaneo: costruttivismo e interazionismo (Ugazio, 1988). Una sintesi che ha portato a concepire la mente (dunque il soggetto) come un sistema al contempo capace di costruire (piuttosto che solamente elaborare) significati e di costruirsi entro e per mezzo del rapporto sociale. Del costruttivismo la psicologia postmoderna riprende il postulato antiempirista della centralità delle categorie, mediatori costitutivi dell’esperienza; l’idea dunque di un ruolo attivo e strutturante della mente, capace di costruire – appunto - il significato dell’esperienza. Sulla scorta dell’interazionismo, d’altro canto, si radicalizza e porta a compimento l’operazione di contestualizzazione e socializzazione del costruttivismo già iniziata dalla social cognition e dalla teoria delle rappresentazioni sociali (Farr, Moscovici, 1984; Jodelet 1989; Polmonari, 1989; Doise et al, 1995).
Sulla scorta del sociocostruttivismo, l’organizzazione mentale viene ad essere riconosciuta nella sua intrinseca valenza di processo sociale. E ciò da almeno due complementari punti di vista.
In primo luogo, la mente è costitutivamente sociale in quanto, se si può sottolineare che i concetti sono teorie (Neisser, 1987), è altrettanto possibile evidenziare che tali teorie sono elaborate collettivamente. Diversamente da quanto vorrebbe quell’ampio e variegato ventaglio di posizioni che va dallo strutturalismo piagetiano al neocartesianesimo di Fodor, passando per le diverse declinazioni in chiave sintattica o semantico-ecologica del cognitivismo (Reed, 1986; Sanford, 1987; Pessa, Penna, 2000), il sociocostruttivismo sottolinea come i modelli mentali (Johnson-
Laird, 1983) che sostanziano l’organizzazione del pensiero siano repertori di significati negoziati, scambiati e recuperabili nell’interazione sociale, entro e per il tramite di specifici sistemi culturali (Bruner, 1986; 1996). Merito di questa posizione il recupero della visione vygotskiana della mente come interiorizzazione dei dispositivi simbolici posti a mediazione del rapporto tra società e ambiente (Vygotskij, 1934; Cole, 1996).
In secondo luogo, la mente è intrinsecamente sociale in quanto il pensare è un atto sociale, finalizzato, strumentale e subordinato alle esigenze di regolazione della relazione sociale. Le opinioni, i giudizi, i significati che le persone producono nella quotidianità non sono, dunque, proiezioni epifenomeniche di un funzionamento cognitivo, basato su procedure incapsulate, rispondente a regole date. Al contrario, il pensiero è intrinsecamente argomentativo e retorico (Harrè, Gilet, 1994; Pontecorvo, 1997; Billig, 1999), orientato dall’esigenza degli attori di sollecitare l’adesione alle visioni del mondo proposte. Ritorna qui la lezione del secondo wittgenstein (Wittgenstein, 1953; Bonaiuto, Sterponi 1997), dei giochi linguistici come strumento
ed espressione delle “forme di vita”, dei modi con cui gli attori costruiscono gli spazi della loro storia e della loro reciprocità.

2.
I punti di vista ora richiamati operano come altrettanti fattori di pluralizzazione del campo sociocostruttivista. Se tutti gli approcci che ad esso fanno più o meno direttamente riferimento riconoscono come costitutiva la connessione soggetto-contesto, differenti sono i modi con cui tale connessione viene concettualizzata. Un possibile criterio per organizzare tali differenze può essere rappresentato dallo statuto che le singole teorie attribuiscono all’organizzazione cognitiva intraindividuale. Da questo punto di vista, possiamo definire un continuum organizzato da due polarità. Su una polarità si collocano quelle teorie che nell’assumere e declinare il presupposto sociocostruttivista, al contempo attribuiscono una qualche forma di autonomia all’organizzazione mentale individuale. Si pensi alla teoria postpiagetiana del conflitto cognitivo, che considera
l’ambiente di scambio sociale come fonte esterna di perturbazione, favorente l’accomodamento dell’organizzazione cognitiva del soggetto individuale. Allontanandoci da questo primo polo, incontriamo la teoria delle rappresentazioni sociali, con la sua idea di una corrispondenza tra forme della comunicazione/scambio sociale e modelli cognitivi (Moscovici 1961; Farr, Moscovici, 1984; Moscovici 1988). In questo teoria l’organizzazione cognitiva mantiene ancora una sua autonomia (che alcuni autori che si inscrivono a questa corrente di pensiero accentuano ulteriormente; cfr. ad es. Abric, 1989): il suo funzionamento viene considerato isomorfico alle forme della regolazione e delle comunicazione sociale. La teoria vygotskiana trova posto sull’altro versante del nostro ideale continuum. Le ipotesi proposte dallo psicologo russo circa la genesi sociale della mente e sulla
funzione di mediazione simbolica degli artefatti culturali, disegnano il quadro di una organizzazione cognitiva immersa nel contesto storico-sociale, regolata, anzi: conformata dai dispositivi propri di tale contesto. La psicologia culturale bruneriana si avvicina ulteriormente al secondo estremo del nostro continuum. Essa, infatti, offre un ulteriore contribuito all’abbattimento della netta separazione tra mentale e sociale, nel momento in cui evidenzia come i dispositivi simboli che organizzano il funzionamento mentale oltre che artefatti sociali che i soggetti acquisiscono nel corso della loro inculturazione, sono anche significati che le persone costruiscono nei loro scambi quotidiani. All’estremo del continuum, infine, troviamo l’approccio costruzionista (Gergen, 1991) e la psicologia del discorso (Billig, 1997), che declinano in termini radicali il postulato contestuale della mente, “dissolvendo” l’individuo e la sua organizzazione mentale nelle pratiche discorsive, per recuperarlo come precipitato dell’interiorizzazione dei dispositivi retorici del linguaggio mobilitato nei contesti conversazionali.

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