L'alternativa del vuoto

Nicole Francesca Lisi

(psicologa -psicoterapeuta)

abstract

 

Nonostante l’ampia varietà di tradizioni a cui ci si riferisce quando si parla di filosofie orientali, esse sembrano tutte rimandare ad un’idea di realtà ultima non conoscibile, impermanente e determinata dall’insieme di aggregati che la costituiscono. Soltanto attraverso la pratica del vuoto la persona può liberarsi dall’”illusione” di essere al di fuori di questa realtà, sperimentando di essere parte di un tutto in continua trasformazione.

Mi propongo attraverso il seguente lavoro, di evidenziare come in alcuni modelli conoscitivi occidentali (in particolare la PCP di Kelly e le riflessioni epistemologiche condotte da Varela) si pervenga allo stesso salto paradigmatico che conduce al superamento del dualismo soggetto-oggetto così come avviene nelle suddette culture.

In particolare vorrei considerare come da un lato la conoscenza imprescindibilmente si attui al di fuori dell’esperienza corporea e dall’altro, come l’esperienza del vuoto, qui inteso come “luogo” che dà origine a tutte le forme, possa considerarsi vicino all’assunto fondamentale del costruttivismo: l’alternativismo costruttivo.

 

PREMESSA

 

Il confrontro a livello epistemologico di ciò che è considerata “la realtà” nella cultura occidentale e in quella orientale, mette in luce una visione quasi contrastante:

da un lato la scienza classica e la filosofia occidentale descrivono un mondo come “altro

da sè” conoscibile attraverso l’osservazione e l’astrazione; dall’altro le filosofie e il misticismo orientale creano le condizioni per esperire “la realtà ultima” ossia un tutt’uno indeterminato di cui ciascuno è parte e a cui ciascuno appartiene.

Il salto paradigmatico che si rintraccia nel confronto (in particolare) con il taoismo ed il buddhismo, coincide con quello che nella prospettiva occidentale è descrivibile nei termini del  superamento del dualismo soggetto–oggetto o più in generale con il superamento dei dualismi, e ciò avviene, in queste culture attraverso l’esperienza del vuoto.

La difficoltà di comprensione di questa esperienza è data ancora una volta dal diverso piano di analisi attraverso cui ci affacciamo al problema, ovvero dalla concezione  di “conoscenza” nata dal confronto tra teoria e pratica, differenza che non è mai stata posta e sviluppata nelle civiltà orientali.

“Ogni idea è azione, ed ogni azione possiede in sé energia valore spirituale” (Pasqualotto, 2004, pg x).

Il rapporto con la realtà è, dunque, preferito al rapporto con i concetti o almeno con quei concetti che pretendono di sostituirsi alla realtà.

Conoscere è in altri termini esperire.

Ne deriva una difficoltà (o un non interesse) nel trasportare in un linguaggio verbale e comunicabile ciò che è intuitivo e appartiene all’esperienza mistica diretta, tentativo che è invece attuato da alcuni movimenti teorici emersi o emergenti in occidente, i quali sembrano tradurre in un lessico più sistematico le stesse “percezioni” della realtà.

 

Sia le teorie fisiche che miti sono creazioni della mente,”modelli di cui si servono gli autori per descrivere la loro intuizione della realtà.” (Capra, 1982, pg 52) 

Avendo come focus il dualismo soggetto-oggetto, mi propongo un confronto tra le teorie che sembrano condurre verso uno stesso salto paradigmatico per evidenziare eventuali comunanze (o differenze) a cui queste prospettive conducono.

 

In particolare la teoria dei costrutti di Kelly, l’idea di enazione di Varela, ma anche le “scoperte” della fisica moderna (teoria della relatività e fisica quantistica), sembrano concordare nella limitatezza di considerare il soggetto in qualità di osservatore e di ragione come strumento di conoscenza e offrono come alternativa (utilizzando un termine della fisica moderna) l’idea di partecipatore; la persona diviene in altre parole costruttrice della realtà (Kelly, 1966) e la modalità con cui ciò avviene è l’esperienza ovvero conoscendo, nei termini di Varela “enazione”.

Può dunque l’esperienza del vuoto essere considerata come enazione delle infinite possibilità di conoscenza della realtà? Ovvero come l’esperienza (incarnata) dell’alternativismo costruttivo?

 

 

 CONOSCENZA COME REALTA’

 

La visione del mondo orientale 

Nonostante le numerose differenze presenti nelle tradizioni orientali considerate, la concezione del mondo alla base è sostanzialmente la stessa:

“la consapevolezza dell’unità e della mutua interrelazione di tutte le cose e di tutti gli eventi, la constatazione che tutti i fenomeni del mondo sono manifestazioni di una fondamentale unicità. Tutte le cose sono viste come parti indipendenti e inseparabili di questo tutto cosmico, come differenti manifestazioni della stessa realtà ultima. (Capra, 1982, pg.147)

 

Questa realtà ultima, (chiamata Brahman nell’Induismo, Dharmakaya nel Buddhismo, Tao nel Taoismo ecc.) indivisibile, si  manifesta in tutte le cose e tutte le cose ne fanno parte, è un infinito che trascende tutti i concetti, non comprendibile (razionalmente), non descrivibile.

Per orientarci nella mutevolezza del mondo, operiamo delle astrazioni, delle classificazioni utili a muoverci nell’ambiente che ci circonda, ma spesso crediamo queste astrazioni parte della natura; confondendo la mappa per il territorio.

Nel Induismo questa confusione è chiamata Maya.

Maya è l’illusione che si trova nel nostro punto di vista, quando crediamo che le cose e gli eventi intorno a noi siano realtà della natura, invece di comprendere che sono concetti della nostra mente la quale misura e classifica.

Il fine ultimo è dunque liberarsi della concezione del mondo come frammentato e della nostra separatezza dall’ambiente divenendo consapevoli della dipendenza da esso e dell’unità e l’armonia di tutte le cose.

Nel Buddhismo questa consapevolezza, basata sull’esperienza piuttosto che sull’intellettualizzazione della realtà, è chiamata risveglio e consiste nell’andare al di là del mondo degli opposti e delle distinzioni intellettuali per raggiungere il mondo dell’a-cintya, l’impensabile, dove la realtà si manifesta come essenza assoluta, indivisa ed indifferenziata.

 

La conoscenza nelle filosofie Orientali passa dunque attraverso l’intuizione, l’esperienza mistica diretta, ed è considerata il risultato di una pratica: la meditazione. L’intelletto è poi usato per analizzare e interpretare l’esperienza.

“Non esiste meditazione ove non sia conoscenza, né vi è conoscenza ove non sia meditazione” (Dhammapada, xxv, pg. 143).

Tale conoscenza implica un’esperienza corporea dell’oggetto conosciuto comporta cioè, l’esperire in termini fisicamente percepibili, l’impermanenza ossia il vuoto di cui sono costituite tutte le cose, siano esse oggetti materiali o mentali. L’uso e l’efficacia delle parole non sono dunque eliminati, ma sospesi, in modo da permettere una pratica di attenzione concentrata su ciò che accade nella mente, nel corpo e nel mondo.

Si prediligono dunque i modi e le circostanze in grado di produrre un rapporto diretto con l’esperienza, privo di mediazioni intellettuali e culturali.

“il rapporto con la realtà è quindi preferito al rapporto con i concetti o almeno con quei concetti che pretendono di sostituirsi alla realtà” (Pasqualotto, 2004, pg xii ).

 

 VUOTO COME POSSIBILITA’ DEL TUTTO

 

Il concetto di sunyata nel buddhismo

 

La realtà è soggiacente a tutti i fenomeni, trascende tutte le forme e sfugge a tutte le descrizioni e specificazioni. E’ senza forma, vacua, vuota.

Il concetto di vuoto nel buddhismo è strettamente legato al concetto di coproduzione non condizionata: nessun elemento ha natura propria, non si definisce e non si determina in modo autonomo. Ribadisce la non separatezza delle cose e dei fenomeni. Vuoto è assenza delle possibilità di esistenza separata.

Mondo come vacuità significa dunque, mondo strutturato da elementi interdipendenti dove l’interdipendenza è garantita poiché gli elementi sono privi di consistenza autonoma e in tal senso vuoti. Si presentano in questi termini due accezioni del concetto di vuoto:

Anatta (accezione spaziale, assenza di limiti chiusi, interdipendenza)

Anicca (accezione temporale, assenza di continuità; vuoto di permanenza, impermanenza)

Impossibilità di esistenza separata e d’impermanenza sono estesi anche alla soggettività, alla coscienza, si parla infatti di vacuità dell’io:

“l’impossibilità di identificasi in qualcosa, -anche se questo qualcosa è il vuoto- è salutare perché evita ogni forma di attaccamento… chi è consapevole che ogni cosa ed ogni evento materiale, così come ogni contenuto o conoscenza spirituale è impermanente non ha più alcuna ragione di trattenerla come oggetto di desiderio e di attaccamento”. (Pasqualotto, 2004, pg. 41)

In questo modo diviene chiara la connessione tra conoscenza ed esperienza, tanto più si conoscono i caratteri anatta e anicca dell’esperienza tanto meno si soffre.

Si spiega così anche l’importanza data nel buddhismo alla respirazione (più immediato dei processi fisiologici che rappresenta il divenire, e la funzione del vuoto) e come il sapere non sia separato dalla consapevolezza di un processo fisiologico elementare, non esiste infatti la possibilità di un esercizio spirituale esterno ed estraneo alla corporeità.

“La meditazione è in questi termini pratica della teoria “vedere” realizzato, theorein in atto: al di fuori di questa pratica, di questa realizzazione, di questa “attualità” la teoria non esiste; la conoscenza al di fuori o al di là di questa esperienza della conoscenza non si dà.” (Pasqualotto, 2004, pg 46)

Cogliere e praticare il vuoto del sé significa dunque superare l’apparente contraddizione essenza-vuoto, trasformando corpo e mente in costellazioni di elementi interagenti, strutture di parti interdipendenti, reti di nodi interconnessi, (partendo ad esempio dall’osservazione che nulla sussiste indipendentemente dagli organi di senso che percepiscono).

E’ in questo modo che si elimina ogni dualismo presunto assoluto: cogliendo l’assenza di sé, poiché nessun elemento, o “aggregato” può essere considerato semplice cosa esistente in sé e per sé, ma dipende da una costellazione infinita di “altri”.

Così come cita il Sutra del cuore:

“Ogni essere ha un’essenza vuota nel senso che ciascun aggregato non può né porsi, né sussistere, né essere conosciuto se non in rapporto ad altri”, ossia venir pensato senza riferirsi a ciò che non è.

Al contrario, “il soggetto che si pensa autonomo, autofondante e autosufficiente, proietta questa pretesa autonomia sulla realtà che ritiene esterna a sé, né fa così un mondo separato, un oggetto dotato anch’esso di sé autonomo. L’io attaccato all’idea di sé vede inoltre ogni aspetto della realtà “esterna” dotato di un proprio sé e, quindi, riproduce all’infinito, frammentata, la grande separazione originaria “tra sé” e mondo come “sé”. (Pasqualotto, 2004, pg. 50)

 

Il concetto di vuoto nel Taoismo

 

Il Tao, la via, è la realtà ultima soggiacente e unificante la molteplicità delle cose e degli eventi che osserviamo; è il processo cosmico nel quale tutte le cose sono immerse; è un flusso e un mutamento ininterrotto.

L’osservazione della ciclicità della natura permette di riconoscere le caratteristiche di trasformazione e mutamento del tao che avviene attraverso l’interazione dinamica tra polarità opposte, definite yin e yang. Il mutamento così come viene concepito nel taoismo non è dunque qualcosa di esterno, conseguenza di una qualche forza, bensì intrinseco, natura innata di tutte le cose.

Tutti i contrasti apparenti, sono relativi all’interno dell’unità di un tutto che li comprende; sono in un equilibrio dinamico (interazione dinamica tra due estremi) yin yang.

Gli opposti sono concetti astratti che appartengono al pensiero. Il conflitto tra due poli non finisce dunque con la vittoria di uno ma è la manifestazione reciproca tra l’uno e l’altro. (Capra, 1982)

 

Il concetto di vuoto, che come nel buddhismo diviene “luogo” e “mezzo” in cui si realizza la conoscenza suprema, è inteso come funzione dialettica, come presenza necessaria del non essere Wu you (non esserci; esserci)  nella costituzione dell’essere. Diversa è quindi la negazione dell’essere.

 

L’essere è generato dal non essere. L’essere e il non essere si generano l’un l’altro.

Il non essere costituisce l’utilità. Il non essere non è una parte integrante dell’essere, né qualcosa di separato dall’essere ma è la sua funzione costitutiva.

Il vuoto è dunque considerato come particolare e universale: vuoto come “non”, “assenza di…” e vuoto come campo dei fenomeni. (Pasqualotto, 2004).

La dialettica Taoista, ricorda in questi termini l’idea di struttura atomica della fisica moderna, in cui il vuoto è concepito come costituente di ciascun atomo e condizione necessaria di tutte le interazioni tra atomi.

 

Questa dinamica funzionale per il Taoismo interessa tutti gli oggetti e gli eventi pur non appartenendo a nessuno di essi; trascende.

La concezione di spazio e di tempo ne sono altro esempio:

“come lo spazio vuoto si dà solo in rapporto allo spazio pieno e viceversa, così il tempo vuoto, ossia quello che si potrebbe chiamare tempo assente, il quale si determina come già stato (passato) e come non ancora (futuro) si dà solo in rapporto al presente e viceversa. Inoltre, come il vuoto spaziale è “trascendentale” perché interno a ciascuna cosa in particolare ma anche perché funge da condizione di possibilità per la dislocazione di ogni cosa particolare, così pure il vuoto temporale, il tempo dell’assenza, è trascendentale sia nel senso che appartiene a ciascuna cosa in particolare, ma anche come  condizione di possibilità e durata di ogni cosa in particolare.” (Pasqualotto, 2004,  pg. 12)

Il vuoto spaziale in sé e per sé non esiste, non soltanto perché esso si dà in rapporto con il pieno spaziale, ma soprattutto perché questo rapporto è regolato dal vuoto temporale che lo rende dinamico ossia instabile e impermanente.

Il vuoto si pone allora, non solo come attributo ad ogni singolo passaggio ma anche come condizione necessaria di ogni singolo passaggio.

Il tempo è ciò che rende provvisorio il vuoto e il pieno dello spazio; ma questo tempo che scioglie l’assolutezza di ogni pieno e di ogni vuoto non è il tempo in sé è invece tempo vuoto o vuoto del tempo, ovvero tempo assente.

 

Il Tao è quindi sia statico (nel suo equilibrio di complementarietà) poichè accoglie nella sua essenza la presenza del pieno e del vuoto come entrambi necessari alla costituzione dell’essere; che dinamico (equilibrio di alternanza) poiché indica la predisposizione del vuoto a diventare pieno, e del pieno a diventare vuoto.

 

Anche il corpo diviene luogo in cui cogliere il vuoto, luogo di processi da tenere in equilibrio, di energie da bilanciare, spazio di trasformazioni che avviene attraverso la respirazione e la meditazione, un’ askesis (esercizio) che coinvolge interamente la persona connettendola allo stesso tempo ad un corpo più ampio: quello sociale e cosmico.

Il vuoto è condizione indispensabile all’azione.

“la via è costantemente inattiva, eppure non c’è nulla che non si faccia”(Daodejing, xxxvii, pg. 97)

 

Si spiega così il principio della Wu Wei (non azione), come un’esperienza e allo stesso tempo un percorso di apprendistato “esso indica l’acquisizione di una disposizione nella quale la radicale distinzione tra soggetto e oggetto dell’azione è lasciata alle spalle per far posto ad una competenza nella quale l’immediatezza predomina sulla deliberazione... La persona diventa azione e quest’ ultima è perciò azione non duale” (Varela, 1992, pg. 38-39)

 

REALTA’ COME RISULTATO DI UN PROCESSO DI COSTRUZIONE

 

Superamento dualismo soggetto-oggetto

 

Ogni evento, ogni situazione, ogni comprensione “è in ogni caso costruzione e interpretazione del soggetto che vive l’esperienza” (von Glasersfeld, 1981, trad.it, p.18).

Ciò significa che non possiamo conoscere il mondo se non a partire dalla nostra “posizione”, ossia a partire da quel insieme di interpretazioni-costruzioni, frutto dell’esperienza passata, che ci offrono una (o più) possibilità per dare un senso a ciò stiamo vivendo.

Ammettendo l’impossibilità di verifica del fatto che ciò che in questo modo conosciamo, corrisponde ad una realtà ultima esistente al di fuori del processo in cui siamo coinvolti, si apre la possibilità di domandarsi in che modo conosciamo.

“il mondo non è in nessun caso il vissuto di un pensante. Vissuto è l’intendere-il-mondo, mentre il mondo stesso è l’oggetto inteso. In rapporto a questa distinzione è indifferente in che modo si ponga il problema di sapere che cosa costituisca l’essere oggettivo, il vero ed effettivo essere-in-sé del mondo o di un altro oggetto qualsiasi” (Husserl, 1913, trad.it, p. 175)

  

Conoscenza come enazione

 

Il mondo non è qualcosa che ci è dato ma qualcosa a cui prendiamo parte per mezzo di come ci muoviamo, tocchiamo, respiriamo o mangiamo” (Varela, 1992, pg.11)

 

Modificando la domanda da “che cos’è la realtà/la conoscenza” a “come conosciamo”,  ne deriva che il conoscere è inseparabile dal nostro essere nel mondo, per cui dal nostro corpo, linguaggio storia e cultura. In una parola (presa in prestito dalla fenomenologia), dal nostro “embodiment”.

 

Se la realtà dipende dal percepiente, perché ciò che conta come mondo rilevante è inseparabile da ciò che è la struttura del percepiente,  “la cognizione non può essere la rappresentazione di un mondo pre-esistente da parte di una mente pre-esistente, ma piuttosto il costruirsi (enact) di un mondo e di una mente sulla base della storia del genere di azioni messe in atto da un essere nel suo mondo” (Varela, 1998, p. 9)

La cognizione dipende, quindi, dai tipi di esperienza che derivano dall’avere un corpo con varie capacità sensomotorie incastonate in un contesto socio culturale più ampio.

Attraverso i lavori presentati da G. Lakoff , M. Johnson, ma ancor prima da Piaget , Varela (1992) arriva a definire che le strutture incorpate (senso-motorie) siano la sostanza dell’esperienza e che le strutture esperenziali “causino” la comprensione concettuale e il pensiero razionale, nel senso che la rendono possibile.

Di conseguenza la nostra cognizione del mondo, quella che il senso comune interpreta come rappresentazione di un mondo esterno, altro non è che una negoziazione di un’azione, selezionata  da un background di possibilità in un mondo non fisso e non predeterminato.

La “realtà” è dunque costituita da i tipi di azione che assumiamo per orientarci in un determinato contesto, sulla base di ciò che in quel contesto è rilevante.

 

“il concreto non è un gradino verso qualcos’altro è come arriviamo e dove siamo” (Varela, 1992, pg 10)

 

VUOTO COME ENAZIONE  DELL’ALTERNATIVISMO COSTRUTTIVO

 

L’alternativismo costruttivo:

 

“l’assunto è che di qualsiasi natura possa essere, o in qualsiasi modo risulti alla fine la ricerca della verità, gli oggetti che affrontiamo oggi sono soggetti a tante numerose costruzioni quanto la nostra intelligenza ci permette di concepire. Ciò non vuol dire che una revisione sia buona quanto qualsiasi altra, ma ci fa ricordare che tutte le nostre percezioni attuali sono aperte alla discussione e alla riconsiderazione, e suggerisce ampiamente che persino i più ovvi accadimenti della vita di ogni giorno potrebbero mostrarsi totalmente trasformati se fossimo sufficientemente inventivi da costruirli in maniera diversa” (Kelly, 1966, pp.1-2)

 

Kelly intende il principio fondamentale di ogni forma di conoscenza per cui ogni evento (tutte le nostre attuali interpretazioni dell’universo) può essere costruito in modi diversi e ogni costruzione è soggetta a revisione. (Kelly, 1955, p.15)

 

Visto da un’altra prospettiva,  ciò significa che la nostra “lettura” della realtà è soltanto una tra le forme possibili; quella più significativa per noi, quella che sentiamo come “nostra” e che più facilmente ci permette di orientarci in un caos fatto di infinite possibilità. 

 

Spesso ci ancoriamo alla nostra interpretazione del mondo senza considerare la possibilità di un’alternativa, senza tener presente la natura processuale degli eventi, delle persone, la continua possibilità trasformativa offerta dall’incontro; dalla conoscenza. Ci dimentichiamo di essere “frutto e causa” di un tutto interdipendente.

Da qui l’esperienza (o “illusione”) di essere dei micro-mondi congelati nella finitezza di un puzzle statico, immobile costituito da altri micro-mondi statici immobili e confinanti.

 

La comprensione, il vissuto, l’enazione che questi micromondi possano assumere forme differenti, permette di allentare i confini e considerare la possibilità che siano i punti d’incontro a determinare la forma. Si inizia in questo modo ad intravedere e al contempo perde senso, la domanda: cosa è considerabile dentro e cosa fuori?

 

L’esperienza del vuoto nelle culture orientali è intesa dunque come superamento degli opposti e sperimentazione di un’essenza assoluta impermanente e interdipendente di cui siamo parte e di cui siamo costituiti. La “realtà” è osservata da un livello sovraordinato che sussume e supera i dualismi di cui la nostra cultura è ancora pregna e che permette di considerare la persona

come campo “luogo di trasformazione” che può accogliere al suo interno qualsiasi possibilità; in altre parole la consapevolezza che avviene e si realizza attraverso il corpo che il mondo che stiamo guardando è soltanto un’alternativa tra le infinite possibilità e che tutte potenzialmente sono da noi accoglibili.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Capra, F. (1982). Il tao della fisica. Adelphi, Milano.

 

Husserl, E. (1913). Logiche untersuchungen. Hurselliana, Bd. Xviii i xix, Martinus Nijoff, Den Haag, 1984 (Trad.it. Ricerche logiche. Il saggiatore, Milano, 1968, 2 vol.)

 

Kelly, G.A. (1955). The psychology of personal constructs. 2 voll., Norton, New york.

 

Pasqualotto, G.G. (2004). L’estetica del vuoto, arte e meditazione nelle culture orientali. Marsilio, Venezia.

 

Varela, F.J. (1992). Un Know-how per l’etica. Laterza, Bari.

 

von Glasersfeld, E. (1981). Introduzione al  costruttivismo radicale. In Watzlawick P. (a cura di), la realtà inventata. Feltrinelli, Milano.

 

 

 

 

Chi Siamo

intera
Presso il Centro di Psicologia Giuridica – Sessuologia Clinica – Psicoterapia di Padova ricevono i seguenti professionisti... 
Scopri Chi Siamo

Contatti

Per prendere appuntamento o per ricevere informazioni è possibile chiamare direttamente il Responsabile dell'area Consulenza Psicologica.

  • Telefono: 349.8632076

Google +

Dove Siamo

mappas
Il Centro Interattivamente si trova in Via Carlo Rezzonico, 22 – 35131 Padova.
Scopri dove siamo

Sei qui: Home Articoli psicologia Psicologia clinica L'alternativa del vuoto