Migranti, integrazione, problematiche identitarie e psicopatologia

La globalizzazione, la mondializzazione e la crisi della sovranità degli Stati Nazionali ha aperto nuove complessità di fronte alle quali non solo siamo totalmente sprovvisti di quadri teorici da cui organizzare una comprensione e un’azione, ma ha portato l’esotico fantasticato, che abitava nell’immaginario collettivo di noi occidentali, proprio sotto casa, proprio nello stesso condominio, magari a fianco al nostro appartamento.
Tanto il paese che dà quanto il paese che riceve scoprono il fenomeno della migrazione in corrispondenza delle crisi economiche. Allora politici, mass-media e Università condiscono la pietanza migrazione con tutte le salse e la offrono in pasto al “cannibalismo pseudoscientifico” del pubblico. Tra il silenzio e il clamore, il migrante ha avuto intanto il tempo di abbandonare la terra di origine, di spostarsi nella nuova terra e, tra “un’anima che lasciava” e “un’anima che acquisiva”, ha fatto in tempo ad ammalare la sua “anima” con una qualche forma di malattia che viene solitamente descritta dalla psicopatologia.
C’è tutta una letteratura sulla migrazione e la salute mentale, da cui si può dedurre che gli emigranti sono incredibilmente più soggetti alla malattia mentale delle popolazioni, diciamo, stabili. Alcune di queste ricerche suggeriscono che, nelle interazioni razziali, gli stress associati alla discriminazione colpiscono più i coloured migranti, che quelli che per nazionalità e cittadinanza potevano essere considerati stanziali.
Un’altra interessante suggestione, che si ricava dalla letteratura, è che l’incidenza delle malattie mentali aumenta in corrispondenza non tanto (e non solo) dall’emigrazione in sé, quanto piuttosto della crisi dell’identità che colpisce un gruppo etnico, normalmente in fase di emigrazione, ma anche in fase di acculturazione, quando cioè il gruppo ospite riceve un altro gruppo di emigranti ed è costretto a riadattarsi rispetto a questo.
L’ipotesi della “crisi dell’identità”, sta ad indicare, con un ricorso all’etimo, che in situazioni di confronto culturale, i membri dei due gruppi siano costretti ad una “scelta”, e cioè prendano coscienza del loro essere gruppo e si costruiscono un’identità. Tutto, ovviamente, non avviene come in una partita a scacchi. Il gioco è soprattutto gioco di potere, dove le soluzioni sono varie: dal rifiuto all’accettazione, dall’invenzione creativa al tradizionalismo e revivalismo . Entrambe le parti (anche se la situazione appare normalmente più marcata in una delle due) non sembrano far ricorso a ricordi ancestrali per differenziarsi, quanto, invece, sembrano utilizzare “materiali” dell’altro, per generare o rigenerare un’immagine di sé. Proprio nel travaglio di questa scelta si determinerebbero le condizioni per l’insorgere di una qualche forma psicopatologica, ovvero le condizioni per la coloritura etnica della psicopatologia.
Per interpretare il fenomeno dell’alta incidenza della malattia, su cui tutte le ricerche concordano, sono stati avanzati due criteri esplicativi:
1) Da un certo punto di vista sarebbe possibile ipotizzare che tra coloro che espatriano (o che abbandonano la cultura originaria tradizionale, in una situazione di alto conflitto sociale o di guerra) ci sia già una percentuale più alta di soggetti malati o in via di esserlo. E, in queste persone, quindi, la crisi identitaria agirebbe come fattore scatenante di recrudescenza.
2) Seguendo una seconda via di ragionamento, l’altissima frequenza delle malattie mentali, sarebbe determinata dalle ostilità prodotte durante gli scontri avvenuti durante il contatto e soprattutto con il confronto.
Questo secondo criterio esplicativo è di solito il più favorito per la sua aderenza ai dati riguardanti le condizioni di disagio sociale in cui vengono a trovarsi gli immigrati in una nuova realtà culturale, in cui tutto sembra fatto per accrescere lo shock della trasformazione. Tuttavia, è meno chiaro come questo criterio agisca nel caso delle recrudescenze delle malattie mentali, nel gruppo etnico che subisce l’invasione degli emigranti. Ad ogni modo, questo secondo criterio è più fondato sul senso comune e assai meno su uno schema teorico. Ad esempio contrasta con la teoria della socializzazione anticipatoria, che cerca di spiegare il fenomeno migratorio nei suoi momenti essenziali, quello della scelta di emigrare e quello del risultato pratico di questa scelta (l’integrazione). Il primo criterio è tutto centrato sulla ricerca di una “selezione” che determina la spinta ad emigrare (o a confrontarsi con un contatto traumatico, con una nuova cultura), e fa dipendere le difficoltà non solo da condizioni reali, ma anche da condizioni personali.

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