Il Mito dell'Individualità

Marco Inghilleri

La psicologia della percezione ci ha dimostrato come due persone possano effettivamente vedere due oggetti diversi pur avendo le stesse impressioni retiniche. Infatti, è noto quel fenomeno percettivo che ci porta ad osservare, nelle figure ambigue o reversibili, due immagini diverse in tempi sucessivi, impedendoci di poterle vedere simultaneamente.

Questa è la stessa difficoltà che si incorre quando affrontiamo le categorie concettuali dell'individuale e del sociale. Difatti, nell'attimo in cui mettiamo in evidenza uno dei due aspetti ci sfugge l'altro e sembra impossibile coglierne la simultaneità fenomenica.

L'attuale teoria della scienza mette in guardia lo studioso riguardo al modo con cui è determinato e colorito dai dai modelli percettivi interiorizzati: modelli che risentono del tipo di formazione avuta oltre che dei dati biografici e cronologici dello scienziato. A tale proposito si può constatare come molti studiosi vivano entro una percezione distorta della realtà, unicamente garantiti dal fatto che altri condividono lo stesso modo di vederla.

Tale fatto può rivelarsi nocivo per lo psicologo quando si muova per esempio secondo l'imperativo di un unico credo teorico, che lo può spingere a sottrarre valore a quanto non rientra nelle sue conoscenze e quindi a sopravvalutare, nel caso della personalità, il problema e l'aspetto dell'individualità. In tal caso il suo occhio rischia di non riuscire a vedere l'altra faccia nascosta nell'immagine ambivalente della personalità, cioè il dato sociale. C'è quindi il pericolo che egli si congeli in una visione riduttiva, stereotipata, tipologica dellepersone, scotomizzando quella realtà sociale che si testimonia attraverso la persona stessa.

Per esempio, uno psichiatra che si ponga in una posizione rigidamente naturalistica, avallato dal suo ruolo di medico, è portato a conoscere e spiegare secondo prospettive meccanicistiche e casuali riconducendo i tratti comportamentali della personalità entro rigidi determinismi genetico-costituzionali e psicopatologici secondo predisposte formule nosografiche. Tale metodo porta ad oggettivizzare, nella presunta neutralità dell'osservazione, la persona esaminata e a credere che le caratteristiche conoscitive e linguistiche, impiegate per effettuare la diagnosi della personalità, costituiscano la condizione reale dell'altro.

Basta pensare - per avere un esempio - all'impiego del concetto di personalità psicopatica, in cui la terminologia predisposta evoca ed anticipa il risultato dell'osservazione in termini strettamente individualizzati. Questo perchè l'interpretazione del mondo umano avviene secondo categorie non neutre, feticci linguistici, che non sono mai pura osservazione, ma contengono a monte una intenzionalità e quindi spingono ad un vedere che è sempre ideologizzato. Così l'intenzione nascosta nelle parole, neineologismi psichiatrizzanti, finisce per impadronirsi di colui che le usa, trascinandolo nei predisposti sentieri dell'ideologia mascherata da una parvenza di logica che è solo attributo della sintassi.

L'imperativo naturalistico individualizzante diventa una norma conoscitiva che porta a descrivere gli altri in termini di cose avulse dalla molteplicità delle situazioni sociali di cui sono parte vivente. Cose che vengono autenticate solo come isolate presenze, e per le quali il concetto di personalità viene scientificamente invocato solo per negare la complessa interazione sociale che il loro dramma umano evidenzia.

Le teorie psicologiche e psichiatriche, una volta impiegate, diventano sempre una definizione sociale della realtà. E il più delle volte possono servire a negare tale realtà come nel caso di giudizio di personalità psicopatica, che diventa un atto inteso a penalizzare il soggetto del suo particolare modo di essere. Legittimando quindi la tendenza a separare le persone dalla loro condizione sociale e dal fascio di interazioni presenti o passate che le hanno generate.

Lo psicologo può essere portato in questo caso a produrre e a costruire una realtà in cui l'altro è rigorosamente individualizzato. Su tale realtà così prodotta (ad uso e conferma delle proprie categorie conoscitive) può essere costruita una spiegazione psicologica disinserita arbitrariamente dalla dimensione sociale. In tal caso, lo psicologo come lo psichiatra si fanno portatori di un'ideologia individualistica e di controllo sociale, che impedisce loro una reale percezione della situazione e dei bisogni di chi hanno di fronte. Condizione in cui il clinico ed il paziente vengono ad essere definiti e reciprocamente allontanati dai rispettivi ruoli e da ogni consapevolezza circa le forze sociali che danno vita a questa rappresentazione. Rapporto che annulla irrimediabilmente ogni intelligenza non prevista entro il copione delle reciproche e condivise aspetttative.

Il culto dell'individualismo è uno dei miti storici moderni più profondamente radicati. E' possibile far risalire al Rinascimento il periodo in cui alla consapevolezza di sé unicamente come membro di una razza, di un popolo, di una famiglia, di una corporazione, si sostituiì l'idea dell' individuale.

Una tale concezione fu sucessivamente anche alla base della grande filosofia utilitaristica ottocentesca e del capitalismo. Difatti, proprio l'Ottocento sottolineò vigorosamente la funzione sociale dell'iniziativa individuale, che oggi continua a vivere nel pragmatismo e nell'ideologia delle società contemporanee.

Gli stessi storici ci hanno abituato ad una storia che ha per protagonisti gli individui, mentre questi non rappresentano altro che il prodotto di forze già esistenti e delle forze sociali che trasformano il mondo.

La storia così come è stata descritta, è un processo di carattere sociale a cui gli individui partecipano in quanto esseri sociali: l'iimaginaria antitesi tra società ed individuo non è altro che un cartello sviante messo apposta per confonderci.

Ogni essere umano, in qualsiasi epoca storica sia nato, è stato plasmato da una società di cui ha ereditato la cultura. Infatti, il modo di esprimersi, di pensare, di percepire il mondo non è un atto creativo ed autonomo, ma il frutto di un certo ambiente sociale, le cui radici affondano in un insieme di esperienze cognitive e realzionali.

L'esame del condizionamento semantico ci dimostra come il modo di vedere e comprendere il mondo circostante dipenda dall'uso di diversi significati presenti nei vari sistemi linguistici. Noi selezioniamo la natura secondo linee tracciate dalle nostre lingue madri. Le categorie ed i tipi che isoliamo dal mondo dei fenomeni non li troviamo davanti agli occhi di ogni osservatore ma sono stabiliti dagli strumenti linguistici preesistenti. L'essere umano, in quanto individuo, non ha nessun contatto diretto con l'esperienza che non sia socialmente mediata dagli schemi interpretativi che orientano i suoi sensi.

Lo stesso sviluppo dell'intelligenza e della personalità è intimamente legato ad una esperienza verbale che è realizzabile soltanto entro un particolare contesto sociale. Il complesso edipico, tanto per riprendere una costrutto di significato che la psicoanalisi ha trasformato da metafora in realtà ontologica ad esempio, cambia a seconda delle culture, non perchè scompaiano le spinte incestuose, come vorrebbe Malinowsky, ma perchè le diverse culture elaborano sistemi istituzionali diversi per fronteggiare le ansie ed i conflitti del rapporto madre-bambino di fornte all'ineluttabilità della progressiva separazione.

Risultano anche diverse, secondo le latitudini, le manifestazioni del disagio psicologico o dei distrubi psichici, le cui forme (sintomi) si esprimono attraverso stereotipi propri della cultura a cui appartiene l'individuo.

I fattori ereditari, infine, hanno un significato soltanto come ampie coordinate entro cui si muovono le persone. L'eredità non è un destino, ma la minaccia di un destino. Perciò è l'esperienza sociale nelle sue multiformi sollecitazioni che genera probabilisticamente la comparsa o l'inibizione delle potenzialità innate.

Il singolo scisso dalla società sarebbe muto e stupido, anzi non potrebbe sopravvivere e non esisterebbe come essere umano. Dal punto di vista psicologico, non si nasce uomini o donne, ma lo si diventa attraverso un rapporto interindividuale. Infatti, se è possibile dire che gli uomini e le donne hanno una natura, ha più significato dire che essi costruiscono la propria natura, o, più semplicemente che donne e uomini producono se stessi. L'autoproduzione di un essere umano è sempre necessariamente una impresa sociale. Come dire che la personalità è il prodotto dell'interazione con altri esseri umani in precisi contesti socializzanti e della qualità di questa esperienza.

 

 

 

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