Papà del terzo millennio

 Testo dell'articolo con  intervista sui nuovi padri, che uscirà sul numero di marzo del mensile Io e il mio Bambino a:

Marco Inghilleri, psicologo, psicoterapeuta e sessuologo di Padova

Elisabetta Ruspini, sociologa dell'Università di Milano – Bicocca

Maria Cristina Ortu, psicoterapeuta, docente della Scuola di Psicoterapia Cognitiva a Indirizzo Costruttivista di Padova

Lia Lombardi, sociologa dell'Università di Milano

Federico Ghiglione, pedagogista e formatore, presidente dell'associazione “Professione papà” (www.professionepapa.it)

 

di Maria Cristina Valsecchi

 

 

Gli uomini stanno mutando. Lentamente, chi più e chi meno a seconda dell'ambiente sociale e culturale di provenienza, della storia personale e familiare, ma il cambiamento è inequivocabile e, secondo gli esperti, irreversibile. Il 76% dei maschi italiani adulti conta di investire nei prossimi tre anni abbastanza tempo ed energia nella famiglia, nella sfera intima e privata degli affetti. Il 36% conta di dedicare a questo ambito molto tempo ed energia, più che alla carriera. Il 60% attribuisce molta importanza a emozioni e sentimenti e il 41% dichiara di non avere remore a manifestarli. Sono i risultati di un'inchiesta dal titolo “Uomini, i segni del cambiamento”, condotta dalla Eikon Strategic Consulting per conto del Corriere della Sera, intervistando 2.000 maschi dai 18 ai 72 anni.

Maggiore impegno nei confronti della famiglia, maggiore capacità di riconoscere ed esprimere la propria emotività sono caratteristiche che emergono con particolare evidenza nella paternità e sono proprio i giovani papà che guidano giorno dopo giorno il movimento di rottura con gli stereotipi del passato: rinnegano il modello ormai stantio del padre distaccato, che delega alla madre la cura dei figli, assente da casa per gran parte della giornata, severo e poco empatico.

Il cambiamento sociale della figura maschile: come e perché

Un tempo l'uomo aveva l'onere di mantenere la propria famiglia e difenderla dalle minacce esterne. “L'uomo cacciatore e guerriero doveva apparire forte, rinnegare qualunque elemento di fragilità. Ecco perché tradizionalmente i maschi tendono a nascondere le proprie emozioni, a se stessi e agli altri”, spiega Marco Inghilleri, psicologo, psicoterapeuta e sessuologo di Padova, coautore del saggio a più voci “Diventare padri nel terzo millennio “ (Franco Angeli, 2017). “Oggi la societàè cambiata e queste caratteristiche non sono più utili. Essere forti non vuol più dire essere impermeabili a sentimenti e affetti, ma prenderne coscienza e accettarli senza paura, sviluppare il proprio potenziale come persone, senza lasciarsi ingabbiare da rigidi stereotipi di genere”.

Non è facile: i periodi di grande cambiamento comportano sempre una certa dose di smarrimento, perché vengono a mancare modelli sicuri a cui fare riferimento, ma sono anche periodi di fermento e creatività, in cui si sperimentano nuove strade, modi di essere e di impostare le relazioni con gli altri. Le nuove generazioni di mariti, compagni e padri ci stanno provando: si aprono, esprimono le emozioni, si mostrano capaci di dolcezza e tenerezza, condividono il percorso della gravidanza e si prendono cura dei loro piccoli fin dalla nascita.

“Nel corso degli ultimi cinquant'anni, le donne hanno innescato una rivoluzione sociale”, dice Elisabetta Ruspini, sociologa dell'Università di Milano – Bicocca, coautrice del saggio sui nuovi padri. “Hanno conquistato pieno accesso all'istruzione e al mondo del lavoro, libertà sessuale, hanno rifiutato gli schemi tradizionali di ripartizione dei ruoli all'interno delle relazioni. Inevitabilmente questa rivoluzione ha avuto delle ripercussioni sull'identità maschile”.

Rispetto ad altri Paesi, soprattutto quelli del Nord Europa, in Italia prevalgono una cultura e un'impostazione sociale di tipo tradizionale. “Gli stereotipi di genere sono ancora molto forti”, osserva Ruspini. “Basta leggere i dati pubblicati dall'Istat sulla divisione del carico di lavoro domestico tra i partner. Tuttora gli impegni di cura e assistenza alla famiglia gravano per lo più sulle spalle delle donne. Tuttavia il tempo dedicato dai maschi adulti al lavoro domestico sta progressivamente aumentando. Dunque, nonostante le resistenze, il cambiamento avanza”.

Compagni più presenti a casa e padri più impegnati nella cura dei figli anche piccolissimi. Chi sono i nuovi papà del terzo millennio? “Giovani, istruiti, di livello socio-economico medio e alto, vivono per lo più in città, comunicano e si confrontano con i loro pari per elaborare nuovi modelli di paternità”, risponde la sociologa. “Le giovani madri accolgono con favore la loro dedizione ai figli, nella maggior parte dei casi non la considerano un'invasione di campo, di un ambito che è tradizionale appannaggio delle donne. Si sta facendo strada il concetto di coppia che genera i figli e li accudisce insieme”.

 Il congedo di paternità. Come funziona oggi in Italia

“I cambiamenti sociali positivi dovrebbero essere incoraggiati dalle scelte politiche. L'istituzione di un congedo di paternità obbligatorio, analogo a quello di maternità, retribuito al 100% e di durata adeguata, di alcuni mesi, sarebbe un forte incentivo all'impegno dei giovani padri nell'accudimento dei loro bambini”, osserva Elisabetta Ruspini. “In Italia al momento il congedo di paternità obbligatorio è di soli due giorni. Chiaramente si tratta di un'iniziativa puramente simbolica”.

La Legge di Stabilità 2017 prevede per i padri lavoratori dipendenti l'obbligo di astensione dal lavoro per due giorni, anche non continuativi, entro i primi cinque mesi di vita del bambino, in aggiunta al periodo di astensione obbligatoria della madre. Prevede inoltre due giorni di congedo facoltativo da utilizzare in alternativa a quello materno, cioè solo a patto che la neomamma rinunci a due giorni del proprio congedo obbligatorio. I due giorni di congedo obbligatorio e i due facoltativi sono retribuiti al 100%.

Nuove emozioni e nuove fragilità: un percorso nascita in coppia

Non basta generare un figlio per sentirsi genitore. La donna è avvantaggiata dalla natura nel compito di costruire la propria identità di madre. Per nove mesi sente il piccolo crescere dentro di sé, si trasforma insieme al nascituro, impara a comunicare con lui. “All'uomo manca questa risorsa”, osserva Marco Inghilleri. “Gli manca l'esperienza fisica, la percezione corporea che è alla base della consapevolezza. L'uomo deve imparare ad essere padre, mentre diventare madre è un processo in parte spontaneo, istintivo. Non possiamo negare questa differenza”.

Oggi le coppie tendono a programmare insieme la nascita di un figlio. I futuri padri sono coinvolti nel progetto, durante la gravidanza accompagnano la futura mamma alle visite di controllo, alle ecografie. Non possono percepire direttamente, ma possono vedere attraverso il monitor dell'ecografo il piccolo che cresce mese dopo mese. “Certamente questa esperienza aiuta l'uomo a elaborare prima e con maggiore consapevolezza la propria identità di padre”, dice Maria Cristina Ortu, psicoterapeuta, docente della Scuola di Psicoterapia Cognitiva a Indirizzo Costruttivista di Padova e coautrice del saggio, “ma si tratta comunque di un processo laborioso. Un tempo il neopapà poteva fare riferimento al modello del proprio genitore. Oggi non sempre è possibile, proprio perché il ruolo paterno è profondamente cambiato nell'arco di una o due generazioni. Allora, a quale guida può rivolgersi il giovane papà per orientarsi in questa delicata fase della sua vita? Tanti fanno riferimento alla loro madre, scelgono cioè un ruolo genitoriale femminile come modello per la propria identità di padre”.

Un padre alla ricerca di nuovi modi di essere, che diventa un po' madre. “Attenzione, c'è il rischio che l'uomo, in mancanza di punti di riferimento, scimmiotti il comportamento della donna rinunciando a cercare la propria strada autonoma”, avverte Inghilleri. “Non esiste una ricetta valida per tutti. Il mio consiglio ai neopapà in questa situazione è di lasciarsi guidare dall'istinto e dalla spontaneità della loro compagna, aprirsi ai sentimenti e alle emozioni, ma sviluppare un approccio originale, autentico, non temere la propria mascolinità, non censurarla. Perché il bambino trae beneficio dal rapporto con due persone diverse, complementari. Non ha bisogno di due copie dello stesso genitore”.

La neomamma, dal canto suo, deve indirizzare il partner con il suo istinto, aiutandolo a stabilire una relazione col bambino, ma senza imporre modi di fare e di sentire, lasciando il compagno libero di realizzare le sue potenzialità. “Ci sono donne che favoriscono lo sviluppo del rapporto tra padre e figlio e altre che lo ostacolano, spesso involontariamente”, dice Ortu. “Una critica, la ritrosia ad affidare il bambino al papà, un'espressione allarmata o preoccupata possono far sentire il partner inadeguato e allontanarlo. Ci vuole fiducia e accettazione dei limiti di tutti: non esistono super mamme perfette e non esistono super papà perfetti. Ognuno fa del proprio meglio perché lo fa con amore. Il giudizio e la pressione che amici, parenti e conoscenti esercitano sulla coppia dei neogenitori di certo non facilitano il compito. Ci vuole tanta buona volontà, confidenza e affiatamento tra lei e lui”.

La fragilità dell'uomo che diventa padre e la difficoltà del passaggio, possono generare disagio psicologico. C'è chi ha parlato di depressione post partum declinata al maschile. “Non condivido questa definizione”, commenta Inghilleri. “La depressione che colpisce alcune donne dopo la nascita di un figlio è una patologia che ha radici psicologiche e radici fisiologiche. L'uomo non sperimenta la tempesta ormonale che la neomamma deve affrontare dopo il parto, benché possa vivere con disagio questa fase della vita per diverse ragioni: perché teme il cambiamento, l'assunzione di responsabilità, perché fa fatica ad adattarsi ai nuovi equilibri familiari che non sono più quelli precedenti della coppia senza figli”.

 Papà in sala parto

La presenza del futuro papà in sala parto, accanto alla compagna durante il travaglio e la nascita del suo bimbo, è ormai una realtà accettata nella gran parte delle strutture ospedaliere italiane. “E se qualche operatore sanitario della vecchia scuola può ancora storcere il naso, considerarla un'intrusione, le ostetriche di nuova formazione sono ben consapevoli di quanto la triade, cioè mamma, papà e bambino, tragga beneficio dalla condivisione di questa esperienza”, osserva Lia Lombardi, sociologa dell'Università di Milano, anche lei nel team degli autori del saggio sui nuovi padri. “Dalla ricerca che ho condotto negli ospedali dell'area di Milano, emerge che i futuri padri desiderano entrare in sala parto, non sono indotti controvoglia, e che le loro compagne ne sono felici, si sentono accudite e protette dalla loro presenza”.

Che dire del timore, avanzato da più voci, che l'uomo sia traumatizzato dalla visione della sua compagna che partorisce, al punto di avere in seguito dei problemi di natura sessuale? “Dalla mia ricerca non risulta nulla in tal senso”, dice la sociologa. “E non capisco per quale ragione vedere la propria compagna che esprime la sua potenza creatrice dovrebbe renderla meno attraente come amante. Le donne non sono solo oggetti di desiderio sessuale, sono madri, lavoratrici, persone a tutto tondo che ricoprono tanti ruoli”.

I nuovi papà fanno rete e amano condividere

Se i vecchi modelli crollano e non si trova il manuale di istruzioni, a chi possono rivolgersi i neopapà desiderosi di prendersi cura dei propri figli, in cerca di consigli, incoraggiamento e confronto? Ovviamente ad altri papà nelle stesse condizioni, perché l'unione fa la forza. “Il confronto con i pari è la spinta propulsiva che sta accelerando il cambiamento della nuova generazione di padri”, dice Elisabetta Ruspini. “Gli uomini portano i figli al parco e parlano con altri uomini, come da sempre fanno le mamme”.

Questa esigenza di confronto è ben conosciuta da chi organizza incontri per la preparazione al parto, che sempre più spesso sono aperti alla partecipazione dei futuri padri e talvolta prevedono sessioni dedicate esclusivamente a loro. “Io tengo incontri all'Ospedale Gaslini di Genova da otto anni ormai”, dice Federico Ghiglione, pedagogista e formatore, presidente dell'associazione “Professione papà” (www.professionepapa.it), “e vedo che i futuri padri hanno bisogno del contatto tra pari, di scambiare confidenze e condividere sentimenti tra loro. Senza le compagne, da cui a volte si sentono giudicati, si lasciano andare e si esprimono più liberamente. Si innesca uno spirito cameratesco. Io consiglio loro di parlare molto, di dare voce alle proprie emozioni parlando tra loro, con le compagne, ma anche ad alta voce con se stessi e con il bambino, magari mentre gli cambiano il pannolino, anche se è troppo piccolo per capire una sola parola”.

Accanto ai luoghi di incontro reali ci sono quelli virtuali: i forum online, i blog dei papà più intraprendenti che decidono di mettersi in gioco e raccontare la propria esperienza, stimolando la partecipazione e lo scambio con gli altri. “Sono ancora pochi, va detto, a confronto con la rete sterminata dei siti e delle bacheche utilizzate quotidianamente dalle mamme”, osserva Ghiglione. “Agli uomini non piace chiedere informazioni quando si perdono per strada, per una questione di orgoglio, e allo stesso modo non amano chiedere informazioni sulla paternità al primo sconosciuto che incontrano. Però anche in questo ambito il cambiamento c'è e comincia a vedersi. I pochi coraggiosi che negli ultimi anni si sono lanciati e hanno aperto un blog o un portale sono davvero bravi. Vanno incoraggiati. Raccontarsi agli altri aiuta ad acquisire maggiore consapevolezza delle proprie emozioni e leggere le esperienze altrui fa sentire meno soli, meno fragili”.

Un'arma speciale di cui si servono per combattere stereotipi e timori è l'autoironia. “I diari scherzosi dei papà che giocano con i luoghi comuni per sfatarli sono divertenti e anche molto utili”, dice Ghiglione, “perché l'autoironia è indice di intelligenza e aiuta a raggiungere l'equilibrio, a superare le difficoltà sdrammatizzandole”.

La convergenza di questi padri connessi verso modalità comuni di rapportarsi ai propri bambini è forse il fenomeno più originale degli ultimi anni: le nuove tecnologie rendono tutti più vicini e un po' più forti nell'esplorazione di percorsi originali. Così l'identità dei nuovi padri emerge dal basso, dalla comunicazione e dal confronto tra pari.

 Padri sul web

Bando al luogo comune del padre imbranato, incapace di cambiare un pannolino senza fare disastri! I nuovi papà che si affacciano alla rete conoscono le difficoltà, ma si mettono in gioco con autoironia e non hanno timore di esprimere l'amore per i loro bimbi. “Alzati, muoviti, sbrigati, bevi quel latte, mastica veloce, corri in bagno, fai la pipì, lavati i denti, sciacqua la faccia, le mani, vestiamoci, infila, alza il braccio, piega la gamba, metti le scarpe”, racconta sul suo blog Giovanni Abbaticchio, in arte Walking Dad, alle prese con l'inevitabile corsa mattutina per portare il pupo all'asilo in tempo. E poi, giunti a destinazione, “ultimo sguardo a ciò che fa dall’angolo più estremo della porta a vetro, notare che non ti fila di pezza perché inizia a giocare, fare un grande respiro, riemergere dall’apnea e sentirsi vuoto, solo”.

Abbaticchio non era una celebrità quando ha cominciato a raccontare le sue avventure in rete. Giornalista, videomaker e papà, oggi ha un seguito di lettori affezionati e la stampa scrive di lui. Il suo motto è: “per quale motivo noi padri non dovremmo parlare dei nostri sentimenti?”

Un pensiero condiviso anche da genitori famosi come Fedez, che posta orgoglioso su Instagram le foto dell'ultima ecografia del piccolo Leone, mano nella mano con Chiara Ferragni, o come Alexis Ohanian, co-fondatore di Reddit e marito di Serena Williams, che fa campagna a favore del congedo di paternità dopo avere sperimentato quanto sia impegnativo accudire un neonato.

E se volete un esempio delle trovate più folli condivise dai papà in rete, cercate “cheerios challenge” e ammirate torri di cereali impilati dai genitori annoiati sulle teste dei loro ignari pargoli addormentati.

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