Psicosomatica, sintomo psicosomatico e malattie psicosomatiche

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Si può definire come psicosomatica quella branca della medicina (e della psicologia) che pone in relazione la mente con il corpo, ossia il mondo emozionale ed affettivo con il soma.

Inizialmente, il termine veniva attribuito solo a quelle malattie organiche la cui eziologia era rimasta oscura e per le quali (quasi per esclusione) si pensava potesse esistere una “genesi psicologica”. Con l’evolversi della medicina (e della psicologia) si è visto sempre più sostituire il vecchio concetto deterministico di malattia come “effetto di una causa”, con una visione di tipo multifattoriale secondo la quale ogni evento (e quindi anche una affezione organica) è conseguente all’intrecciarsi di molti fattori. Tra questi fattori è stata data sempre maggiore importanza all’elemento psicologico.

Questo ha portato ad allargare il concetto di psicosomatica, prima ristretto solo alle malattie psicosomatiche, in modo tale da poter guardare con “ottica psicosomatica” un qualsiasi evento di patologia fisica.

Punto di partenza di questo dialogo tra medicina e psicologia è la considerazione che corpo e mondo emozionale-affettivo non sono due mondi separati, bensì due parti di un tutt’uno in continua influenza reciproca (l’unità somato-psichica, cioè l’individuo).

Atteggiamento psicosomatico (o prospettiva psicosomatica o ottica psicosomatica)

E’ frutto del concetto più estensivo di psicosomatica e porta a considerare sempre l’evento psicologico in ogni evento organico. Potremmo cercare di chiarire questo concetto con alcuni esempi, il primo dei quali può essere quello dello sciatore.

Che cosa di più organico di una frattura del femore in uno sciatore incorso in un incidente, vi può essere?

Eppure anche di fronte a questo “evento” ci si può porre in un’ottica di lettura di tipo psicosomatico, si possono cioè considerare i fattori psicologici che possono aver contribuito alla caduta e alla frattura: distrazione, preoccupazioni per problemi personali, inconsapevole autopunizione, tendenze masochistiche, desiderio di dipendenza, ecc …

Forse altri esempi potranno sembrare se non più chiari, almeno più logici e tali da far pensare a questo “modo di valutare le cose” non come frutto di fantasie ma come un corretto e più globale approccio al fatto biologico.

Citiamo dunque quei pazienti che vanno incontro ad “incidenti ripetuti” e per i quali non possa essere invocata come giustificazione solo la sfortuna. E ancora ricordiamo quelle malattie o quei processi che seguono, a breve distanza di tempo, alcune situazioni ambientali a grande risonanza affettiva quali il pensionamento, i lutti, le delusioni sentimentali o nel campo lavorativo. Si può a ben ragione ipotizzare la presenza in ogni individuo di una certa “predisposizione alla malattia”, o meglio di una certa “fragilità somatica”, in stretta relazione con una debolezza affettiva, come esiste una certa capacità a reagire alla malattia o un completo lasciarsi andare in essa. Ecco che partendo da queste considerazioni l’aiuto che “l’operatore alla salute” rivolge al paziente non può essere solo ristretto al suo organo malato ma anche al disagio psicologico che a questo si accompagna.

 

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Sintomo psicosomatico

E’ un sintomo somatico che non si organizza in vera e propria malattia ma coinvolge il corpo ed è in stretta relazione con l’emozione. E’ dovuto ad una risposta vegetativa (coinvolge il sistema autonomo) a situazioni di disagio psichico o di stress. In genere ha una durata di tempo limitata, cessa col cessare dell’elemento scatenante e non presuppone una lesione d’organo.

I sintomi psicosomatici si possono talora confondere con manifestazioni somatiche dell’ansia, ma a differenza di quest’ultime non si organizzano in una malattia più stabile e non colpiscono personalità di base nevrotica.

A questo punto vale la pena aprire una nota su quelli che vengono definiti disturbi funzionali (cioè privi di una relazione con danni organici). Più chiaramente possiamo dire che esistono disturbi funzionali che possono cadere nell’ambito psicosomatico o in abito di pertinenza di quadri psicopatologici (espressioni somatiche di un problema d’ansia, ad esempio). Per alcuni autori questi ultimi sono legati a quadri psicopatologici mentalizzati (cioè vissuti e percepiti a livello psichico), mentre i primi avvengono in assenza di una sofferenza psichica soggettiva che anzi sostituiscono utilizzando un linguaggio esclusivamente corporeo.

Si può sottolineare, a questo scopo, la differenza tra il paziente depresso che oltre a sintomi psichici presenta sintomi somatici di accompagnamento (per esempio astenia ed insonnia) ed il paziente che lamenta gli stessi sintomi (astenia ed insonnia) adducendo come causa supposta la “primavera”.

In realtà, le distinzioni non sono sempre così semplici e nette e spesso ci troviamo di fronte a pazienti psicosomatici con un certo grado di percezione del disagio che li accompagna (“quando sono emozionato accuso crisi di diarrea oppure mi si arrossano le guance”) e altrettanto ci troviamo di fronte a pazienti nevrotici che non sanno mettere in relazione il proprio “sintomo somatico” a fattori personali di tipo emotivo. In generale, si potrebbe dire che tutti gli stati ansiosi o depressivi possono essere accompagnati a sintomi funzionali, più o meno numerosi e più o meno intensi, mentre la presenza di alcuni sintomi funzionali può rappresentare un equivalente dell’ansia e della depressione (cioè possono apparire come unici sintomi presenti al posto di queste ultime).

La diretta scarica dell’emozione attraverso il corpo è una soluzione di difesa arcaico, meglio noto col nome di somatizzazione. Essa è tipica dei soggetti psicosomatici, utilizza il sistema neurovegetativo e non rappresenta simbolicamente alcun tipo di conflitto interiore come avviene invece nella conversione che pure utilizza il soma.

Detto questo sui disturbi funzionali, vediamo ora quei sintomi somatici che sono in stretta relazione con l’emozione. Per essi il termine psicosomatico può non essere sempre esatto, essendo essi talora reazioni neurovegetative presenti in persone con problematiche psicologiche o comunque non psicosomatiche.

Veniamo dunque all’enumerazione di alcuni di questi sintomi:

  • Crisi tachicardiche
  • Eritema pudico (rossore da emozione)
  • Cefalea nucale
  • Secchezza di cute e mucose
  • Sudorazione profusa
  • Diarrea (ad esempio da emozione, da esami)
  • Poliuria (ad esempio da emozione, da esami)
  • Stipsi da viaggio (che esprime spesso il disagio psicologico di un cambiamento)
  • Acidità gastrica
  • Algie precordiali ( dolori al petto o al torace)

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Malattie psicosomatiche

Sono le malattie in cui classicamente si riconosce una genesi psicologica (o quanto meno in buona parte psicologica) ed in cui si viene a realizzare un vero e proprio stato di malattia d’organo con segni indiscutibili di lesione.

Sono malattie somatiche che più strettamente realizzano la soluzione difensiva della somatizzazione con cui si attua una espressione diretta del disagio psichico attraverso il corpo. L’ansia non ancora mentalizzata trova una via di scarico immediata nel soma. Non si hanno espressioni simboliche, il danno è prevalentemente a carico del sistema autonomo e la scelta difensiva si rivela una delle più arcaiche. Si ha inoltre una vera e propria lesione d’organo che porta il paziente a fare una prima richiesta di tipo interni stico.

Il malato psicosomatico presenta aspetti peculiari che lo distinguono dal paziente nevrotico o dal paziente psicotico. E’ stato introdotto, dalla letteratura scientifica, il termine di alessitimia e pensiero operatorio per indicare una certa incapacità da parte di questi pazienti di vivere emozioni, di poterne parlare e di avere una vita immaginativa nella norma. Il paziente psicosomatico, cioè, si presenta con un buon adattamento alla realtà, con un pensiero sempre ricco di fatti e cose e povero di emozioni. Per meglio chiarire, si tratta di un paziente che difficilmente riferisce sentimenti quali la rabbia, paura, delusione, scontentezza, insoddisfazione. Si tratta pertanto di un paziente che non riesce a far venire alla luce emozioni, che separa dalle cose ogni elemento di fantasia. Tutte le sue capacità difensive tendono a tenere lontani contenuti psichici inaccettabili, a costo di distruggere il proprio corpo. Tale capacità di insight (che è la capacità di sentire e capire quanto avviene nel proprio mondo emozionale) porta ad una estrema difficoltà e spesso ad una incapacità ad affrontare trattamenti psicoterapeutici.

In realtà, queste caratteristiche non sono sempre presenti e l’accompagnamento psicoterapeutico deve essere suggerito dopo un attento esame clinico.

In conclusione, diamo un’altra definizione su di un termine che presuppone un rapporto patologico tra paziente e il proprio corpo. Intendiamo alludere all’ipocondria, voce spesso usata in senso peggiorativo per pazienti che riferiscono continue lamentele sulla disfunzione del proprio corpo.

Per ipocondria si intende uno stato di esasperato ascolto del proprio corpo, una continua preoccupazione rivolta al funzionamento dei propri organi ed un costante timore di malattia (nosofobia). Questo atteggiamento, frutto di una deviazione di timori legati ad altre cose, è caratteristico di alcune nevrosi. Va distinto dal delirio ipocondriaco in cui si realizza invece una convinzione erronea di un “brutto male”.

Non sempre è facile restituire al paziente (psicosomatico o ipocondriaco) un’immagine di un corpo meno angosciante o una capacità di tollerare emozioni in modo maggiormente funzionale. In ogni caso per questi pazienti che portano, seppur in maniera diversa, il proprio corpo al medico, è necessario porsi in un atteggiamento che vada oltre un semplice ascolto e che tenda invece a “comprendere” anche se quanto viene compreso per lo più non va verbalizzato.

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