Uomini “in gravidanza”: tra desiderio e timore di paternità

di Marco Inghilleri e Alessandra Andrisani

 

 

 

4.1. Introduzione

 

Sicuramente qualcosa è cambiato nei modi di vivere la paternità, almeno così ci è sembrato nella nostra esperienza clinica. Quotidianamente, abbiamo a che fare con padri che, alle prese con la gravidanza della propria partner, entrano in “crisi”, hanno delle difficoltà, chiedono un aiuto psicologico e qualche volta anche un ausilio medico. Le interpretazioni di questo nuovo ed inedito aspetto dell’assunzione genitoriale maschile, possono davvero essere molte: ad esempio; può essere in atto un cambiamento antropologico, che prevede una riconfigurazione del maschile e della paternità in modo più partecipato e sensibile (Deriu 2004); in alternativa, è plausibile che la mascolinità tradizionale, non trovando più conferme e corrispondenze nei ruoli storicamente consolidati, stenti nel riposizionarsi rispetto alle richieste e alle aspettative sociali che ne vincolano maggiormente la presenza e ne modificano i repertori espressivo-comportamentali (Zoja 2000); o ancora, è possibile che l’uomo percepisca inadeguatezza nel doversi confrontare con il maternity blues della propria compagna (Salvini 1993); non da ultimo, è ipotizzabile che il neopadre manifesti i sintomi della cosiddettaCouvade Syndrome, cioè dalla comparsa di tutta una serie di malesseri fisici che scompaiono dopo la nascita del figlio (Thretowan e Conlon 1965).

 

Ad ogni modo, questo nostro contributo, nasce essenzialmente da un “esperimento” ancora in corso, cioè dal tentativo di mettere in dialogo le rispettive competenze professionali – mediche e psicologiche – nella prospettiva di favorire la percezione di un maggior benessere psico-fisico da parte delle persone che sono state e sono nostri pazienti, mettendo l’accento sulla loro unicità e irripetibilità. Aspetti, questi, che rendono conto di una mutata sensibilità clinica, maggiormente attenta all’esperienza in “prima persona” (approccio ideografico) e alle annesse dimensioni di senso, che non all’individuazione di dimensioni generali e ricorrenze statistiche (approccio nomotetico). Il che rinvia all’orizzonte di ricerca delineato da Mair già negli anni ‘70: «Gli psicologi, naturalmente, coinvolgono ripetutamente delle persone nei loro esperimenti, ma relativamente pochi sperimentatori sembrano interessarsene come individui, preferendo generalmente considerarne ognuna come parte di un mucchio completamente anonimo di soggetti. Questa visione è così ampiamente accettata che alcuni possono non considerare molto importante che ci siano sorprendenti aspetti delle singole persone come le conosciamo dall’esperienza quotidiana alle quali la psicologia “sperimentale” o “scientifica” presta poca attenzione. La mia convinzione, però, è che, di qualsiasi altra cosa possa interessarsi, la psicologia dovrebbe essere interessata principalmente alla definizione e all’elaborazione dell’esperienza e dell’azione individuali. Nel suggerire che la psicologia dovrebbe riguardare fondamentalmente gli individui, non sto proponendo una visione isolazionista e anti-sociale, in quanto sono convinto della natura irrimediabilmente interpersonale del sistema che permette ad ogni persona di organizzare e dare un senso a se stessa e al mondo che la circonda. Né sto suggerendo che i gruppi dovrebbero essere esclusi dallo studio, ma desidero solo porre l’attenzione sul fatto che più spesso che no lo studio dei gruppi consiste soltanto nello studio superficiale di un numero di individui nello stesso tempo; la presenza di così tante persone venendo surrettiziamente usata come giustificazione dell’accostamento impersonale e indiscriminatamente standardizzato ad ogni singolo individuo implicato» (Mair 1970 p. 245).

 

4.2. Considerazioni teoriche e metodologiche

 

In coerenza con questa visione professionale e scientifica, abbiamo cercato di mantenere rigore e serietà, attraverso l’uso di un equipaggiamento teorico e metodologico che fa riferimento sia all’interazionismo simbolico, sia al costruttivismo kelliano, in modo da poter effettuare una differente rilevazione di “territori” già disegnati e la progettazione di carte nautiche che consentano di tracciare nuove rotte. L’interazionismo simbolico, a livello socio-culturale, e il costruttivismo, a livello della singola persona, vengono utilizzate come ermeneutiche, ossia strumenti interpretativi che ci consentono non di vedere le cose in modo diverso, bensì di vedere qualcosa che non abbiamo mai visto (Goodman 1988).

 

L’epistemologia che organizza e orienta le nostre prassi cliniche, psicoterapeutiche e mediche, infatti, assume una rappresentazione dell’umano che ci permette di non ridurre l’individuo ad una sorta di “macchina biologica” da riparare. Questo, proprio perché riteniamo che la sessualità e la riproduzione umana, oltre ad avere implicazioni di carattere bio-medico, siano soprattutto “qualcosa per qualcuno”, ossianon possono essere mai disgiunte dai significati che le persone attribuiscono alle loro esperienze (Armezzani 2002). In altre parole, la sessualità e la riproduzione umana non sono un fatto meramente “meccanico”, quanto piuttosto si caratterizzano essenzialmente per un loro coinvolgimento di natura emotiva, psichica e affettiva (Inghilleri e Ruspini 2011).

 

Un simile aspetto è riscontrabile persino in malattie che, come l’ulcera duodenale, comportano chiaramente un guasto biologico, ma hanno implicazioni, manifestazioni ed effetti che vanno ben oltre i limiti della biologia. La medicina e la psicologia clinica, in sostanza, sono più di una biologia applicata. I clinici devono tener conto anche dell’esperienza di dolore dei pazienti, della sofferenza, del loro rispetto di sé e dei loro obiettivi e devono imparare a trattare questi aspetti non biologici dei pazienti in modo (psico)-terapeutico. Nel migliore dei casi la semplificazione alla biologia dei fenomeni non biologici è futile, nel peggiore dei casi porta ad una visione dell’essere umano distorta e inaccettabile (Wulff, Pedersen e Rosenberg 1986; Armezzani 2002).

 

Pertanto, la metodologia impiegata per organizzare i dati ricavati dalla nostra esperienza professionale segue una procedura basata essenzialmente sulle narrazioni in prima persona riportate dai pazienti con cui abbiamo lavorato nel corso di questi anni ultimi 10 anni. Si tratta, in definitiva, delle storie e delle esperienze personali che i neo-padri hanno vissuto rispetto al coinvolgimento affettivo, emotivo e di ruolo sia di fronte alla scoperta della gravidanza naturale della partner, sia durante il percorso di procreazione medicalmente assista intrapreso dalla coppia[1].

 

4.3. Ribalta e retroscena: dalla cornice sociale, al sistema di costrutti personali

 

Le narrazioni di senso comune, con cui solitamente si ritrae l’evento della nascita di un bebè, ci raccontano sempre di qualcosa di fausto, felice, lieto, gradevole e soprattutto spensierato. Questo, proprio perché lo sbocciare di una nuova vita è aprioristicamente connotato di significati positivi, che rimandano al dono, all’inizio di un ciclo, al rinnovamento, ad un atto d’amore divino ed umano, ecc. Significati che codificano rituali, ruoli e copioni a cui tutti gli attori sociali chiamati in causa dalla venuta al mondo di una creatura e dalla sua attesa si devono attenere, per mantenere assolutamente coerente la ribalta e non permettere nessun tipo di messa in discussione della matrice sociale da cui si genera il senso del nascere. Insomma, il retroscena deve in tutti i modi essere occultato, non solo a livello della rappresentazione collettiva e pubblica, ma anche a livello della consapevolezza personale. Ogni cultura, questo è ovvio, ha le proprie liturgie – attraverso le quali cerca di esorcizzare le difficoltà della nascita – e definisce i riti di passaggio che ammettono ad un nuovo status i membri di quella cultura e di quel gruppo sociale, compresi i modi con cui ingabbiarli in specifici ruoli: quello di padre e quello di madre (Goffman 1955, 1977, 1988) . Ma perché «tante precauzioni per imprigionare l’uomo in ciò che è. Come se vivessimo nel timore perpetuo che ne sfugga, ne trabocchi, eluda improvvisamente la sua condizione?» (Goffman 1969, p. 90). Semplicemente, perché nell’interazione è possibile identificare una serie di regole esterne che disciplinano il comportamento degli attori sociali nelle loro performances quotidiane e che presuppongono un ordine morale vincolante per gli individui, attraverso il quale è possibile condividere e costruire la medesima realtà, avere un’identità, attribuire un senso alle cose, esistere (Goffman 1955).

 

Con la nascita di un bambino, i membri di una coppia non solo cambiano status, diventando madre e padre, nonché assumendo su se stessi le prescrizioni implicite o esplicite socialmente assegnate a quel ruolo, ma si trasformano diventando una famiglia. Come il problema della sopravvivenza viene risolto con la costituzione del sistema produttivo e degli strumenti per il lavoro, il conforto e la protezione fisica, così il problema della riproduzione trova la sua soluzione nell’istituto della famiglia, nucleo elementare della parentela e quindi dell’intera società. Da qui discende la matrice primigenia della sacralità e dell’idealizzazione rivolta alla famiglia e ai suoi membri costitutivi: padre, madre e figlio. In questo preciso ordine... Guai a chi diverge! A chi si ritrova ad avere una narrazione differente, generata dal proprio sistema di significati e, in modo diverso, costruisce il proprio ruolo o attribuisce senso alla propria funzione genitoriale (Altan 1979).

 

La dimensione storica e culturale che sovrasta e costruisce l’identità maschile – le sue rappresentazioni, i suoi ruoli e i suoi correlati psicologici – è soggetta a mutamenti molto più lenti di quelli sociali, che invece obbediscono alle accelerazioni e ai più rapidi cambiamenti politico-economici, tecnico-scientifici e di costume (Salvini 1993). Questa diversa velocità di cambiamento mette a disposizione degli uomini un materiale semantico spesso incoerente e contraddittorio a cui attingere nella produzione dei propri costrutti biografici, dando così luogo a processi di costruzione identitaria fragili e conflittuali. Se per un verso le società occidentali favoriscono il permanere di modelli maschili tradizionali, dall’altro ne prescrivono la decostruzione, innestando un vero e proprio gioco perverso di comunicazioni paradossali, di doppi legami e incongruenze, che rende vittime entrambi i generi, messi nella condizione di imprigionarsi l’uno con l’altro, in un muto vincolo di controllo reciproco ed eteroregolazione.

 

Se favorisce la spinta emancipativa delle donne, la società lo fa in funzione di una sorta di contenimento agli aspetti della mascolinità che desidera espellere dalle proprie entità istituzionali. Limita così ciò che essa stessa concorre a creare e che a sua volta utilizza per disinnescare le istanze libertarie presenti nella critica radicale all’ordine e all’autorità patriarcale che la liberazione femminile porta in dote. Tutto questo avviene attraverso un’astrazione dei modelli di mascolinità e femminilità che diventano in tal modo copioni di ruolo funzionali al mantenimento dell’ordine costituito, anziché mansionari legati semplicemente al genere di appartenenza. Il risultato è il paradossale invito che chiede agli uomini di rendersi più simili al genere femminile e alle donne di rendersi più simili al maschile, ricercando un’androginia psicologica funzionale al consumo delle merci e ai ritmi produttivi delle medesime (Inghilleri e Gasparini 2009).

 

La cultura e la società non solo influiscono sulla formazione dell’identità, ma vincolano e caratterizzano il modo in cui la persona parla di se stessa con gli altri membri dello stesso contesto culturale. Ciò sta ad indicare che il pensiero narrativo, nel contempo, è prodotto e produttore di cultura e che qualsiasi problema psicologico è sempre prigioniero del dato sociologico (Bruner 1986; Salvini 2004 ; Inghilleri e Gasparini 2009; Inghilleri 2011).

 

L’essere umano essendo quasi totalmente privo di “istinti”, per quanto riguarda l’organizzazione e la costruzione delle proprie azioni, deve venire culturalmente condizionato, in modo che il suo agire sia razionalmente orientato verso gli scopi socialmente previsti e socialmente accettati come validi e venga così a coordinarsi con quello degli altri, nell’insieme del sistema sociale (Mead 1934). Lo strumento che l’umanità ha predisposto a questo scopo è la cultura.

 

Innanzitutto la cultura si manifesta nella lingua e cioè nel sistema simbolico di comunicazione, sul quale si basa sia la possibilità di comunicare messaggi di carattere concettuale, emotivo ed affettivo, sia quella di elaborare nella mente segnali in arrivo, secondo procedure socialmente valide. La lingua, e il sistema di segni che la registra, è la forma tipica che la dimensione simbolica e culturale degli esseri umani assume socialmente. É proprio nell’apparire della lingua che si può individuare il momento di trapasso tra l’animale e l’umano. La lingua costituisce poi il sistema di deposito del sapere sociale, sia con il suo lessico, che con la serie di enunciati nei quali questo sapere viene registrato, nelle forme dalle più semplici alle più complesse (Altan 1979).

 

La questione natura/cultura, appare essere, quindi un problema assai complesso, che ha trovato soluzioni diverse nei differenti sistemi di pensiero che si sono succeduti nel corso del tempo. Se un animale vuole soddisfare un bisogno biologico, agisce per istinto e cioè sulla base di un corredo di informazioni circa il comportamento da tenere in certe situazioni, trasmesso attraverso il programma genetico contenuto nell’acido desossiribonucleico del suo genotipo. L’essere umano no.

 

L’essere umano soddisfa i suoi bisogni istintivi, e cioè biologici, mediante modelli di comportamento socialmente elaborati e codificati, grazie ai quali può pervenire allo scopo con un notevole risparmio di energie psichiche e rispettando le norme della convivenza sociale. Questi modelli non vengono trasmessi per via genetica, ma appresi nel processo di inculturazione, attraverso il quale l’originario genotipo, fornito di un minimo di informazione, inferiore a quello di ogni altro animale, si trasforma in un fenotipo, e cioè in un organismo culturalmente modellato. É per questo fenomeno, tipicamente umano, che la dimensione culturale e storica si introduce in quella biologica, trasformando i bisogni in problemi, i quali possono ricevere tipi diversi di soluzione, nel tempo e nello spazio. Mentre il bisogno istintivo, come fatto di natura, è al di fuori della storia e della sua dialettica (la cultura), il problema fa sì che l’essere umano sia essenzialmente un animale storico (culturale) e possa mutare i suoi tipi di risposta in relazione al mutare delle situazioni di vita. Di fronte all’immobilità del comportamento istintivo – che si ripete eguale e non muta se non intervengono fattori esterni e non dipendenti dall’iniziativa dell'organismo – il comportamento umano si trasforma e nel trasformarsi dà vita alla storia e alle sue possibili realtà alternative e di adattamento (Kelly 1956; Altan 1979).

 

4.4. Quando il cambiamento verso la paternità diventa un problema

 

La nascita di un figlio è una situazione particolarmente carica di significati affettivi, emotivi e cognitivi, che investono diversi livelli della realtà – individuale, di coppia, familiare e sociale – così come una persona se la rappresenta e gli attribuisce un senso.

 

Questo evento implica necessariamente una riorganizzazione della propria configurazione identitaria, obbligando ad una “messa alla prova” del proprio sistema di costrutti personali, che può essere fortemente esposto a delle invalidazioni o a delle disconferme, sia interne che esterne, tali da generare un senso di costante e perpetua minaccia dell’espressione del proprio modo di essere, sentire e vivere questo tipo di esperienza. Ogni singolo padre, proprio come farebbe uno scienziato, si pone cioè delle domande sulla natura dell’evento a cui sta andando incontro, osserva attivamente la realtà, elabora teorie, sperimenta e mette a verifica le sue ipotesi interpretative allo scopo di ordinare l’esperienza, di anticipare gli eventi, di guidare le sue azioni. Non sempre questo processo è fluido. La paternità solleva, infatti, tutta una serie di quesiti che riconducono alla propria infanzia, alla qualità dell’esperienza che si è avuta con il proprio genitore, al modo di costruire il proprio ruolo genitoriale, alla propria capacità di anticiparne le funzioni, le relazioni e i compiti. In un’ottica costruttivista, il “problema” risulta essere, quindi, un blocco del sistema rispetto al processo di continua costruzione e ricostruzione dell’esperienza che la persona fa: la persona, cioè, continua a riutilizzare le stesse ipotesi, nonostante esse siano state ampiamente messe in discussione e invalidate (Kelly 1956; Epting 1984; Bannister e Fransella 1986; Butt 2008).

 

A livello sociale, si rileva sempre più spesso la tendenza ad una nuova concezione del ruolo del padre. In prevalenza si assiste ad una maggiore condivisione dei compiti familiari, ma sono sempre più frequenti le notizie di uomini che rinunciano ad impegni professionali per essere più presenti accanto ai loro figli. La consapevolezza di questa mutata concezione sociale della famiglia è stata segnata anche da diversi provvedimenti legislativi, che hanno in qualche modo “ufficializzato” la maggiore responsabilità del padre nella gestione della crescita dei figli. Questi cambiamenti “concettuali” della figura paterna trovano sicuramente la loro origine nel processo di ridefinizione dei ruoli intra-familiari che le donne hanno promosso negli ultimi trenta anni. In pratica, la donna ha favorito la consapevolezza che il ruolo materno è un’esperienza distinta ma non esclusiva del genere femminile, per cui il padre può partecipare all’accudimento del bambino senza vedere messa in discussione la sua immagine maschile e il suo potere familiare. Difficile dire se questo cambiamento sia nato più come necessità o come un reale bisogno dell’uomo. Certo è che la distanza dell’uomo dalla nascita e dall’accudimento del figlio rintraccia le sue motivazioni innanzitutto in situazioni sociologiche e culturali, per le quali, essendo egli un tempo l’unica fonte di sostentamento della famiglia, era costretto dal lavoro a restare lontano da casa per la maggior parte della giornata. Inoltre, per “definizione”, la gravidanza e l’accudimento dei figli erano ritenuti un “misterioso” affare di donne, in cui l’uomo non si sentiva e non veniva coinvolto. Il padre si riconosceva esclusivamente il ruolo di educare il figlio una volta cresciuto e preferibilmente quando poteva contare sulla comunicazione verbale (Heinowitz 2000; Giustardi e Grenci 2001).

 

Inoltre, lo stesso termine “genitorialità” indica un concetto il cui significato, in questi ultimi anni, ha subito un processo di costante e continua evoluzione. Sempre maggiore diventa la sua complessità e sempre più ramificato il suo intrecciarsi con altri aspetti della ricerca clinica e psicologica. Semplificando possiamo storicamente partire da una visione psicopedagogica della genitorialità per arrivare alle ipotesi odierne che la considerano una parte essenziale della personalità e dell’identità di ogni adulto.

 

In una sua accezione più specificatamente psicopedagogica, la genitorialità assume una fisionomia che la definisce come il lungo e continuo apprendistato per imparare l’arte di essere genitori. Genitorialità è, in questa accezione, il processo interattivo attraverso il quale si impara a diventare genitori capaci di prendersi cura e di rispondere in modo sufficientemente adeguato ai bisogni dei figli; bisogni che sono estremamente diversi a seconda della fase evolutiva.

 

Secondo una prospettiva più psicologica la genitorialità si configura come una parte fondante dell’identità di ogni persona. Secondo tale prospettiva essa si costituisce come un processo di significazione che inizia a formarsi nell’infanzia, quando a poco a poco interiorizziamo i comportamenti, i messaggi verbali e non-verbali, le aspettative, i desideri, le fantasie dei nostri genitori. Ognuno di noi possiede un Genitore Interno che è formato da tutte le interazioni con le figure adulte significative che si sono occupate di noi (Altro generalizzato). Da questo “Genitore Interno” dipendono in gran parte i giudizi su noi stessi e i modelli relazionali che usiamo per rapportarci agli altri.

 

Un modo per capire la complessità e la vastità di ciò che definiamo genitorialità è analizzare le sue funzioni o meglio i suoi modi di esprimersi. Possiamo così in modo semplicistico e sintetico rilevare una funzione protettiva, affettiva, regolativa, normativa, predittiva, rappresentativa e significante. Tali funzioni possono, per determinati eventi interni o esterni al nucleo familiare o personale, non esprimersi in modo del tutto pieno o venire addirittura a mancare, mettendo in discussione il delicato equilibrio della relazione tra genitori e figli (Ruspini e Luciani 2010).

 

Al di là dei retaggi culturali cui abbiamo fatto riferimento, questa difficoltà dell’uomo a garantire una partecipazione totale alla gravidanza, al parto e alla nascita non si spiega solo in termini socioculturali, ma ha anche una sua spiegazione in termini psicologici. La prima sensazione di esclusione parte dalla gravidanza stessa, per l’impossibilità alla procreazione, che sicuramente rappresenta l’unica esperienza di vita negata all’uomo e che comunque genera una qualche forma di disagio riconosciuta più o meno esplicitamente. A ciò si aggiunge l’assenza di cambiamenti fisici; mentre nelle donne c’è una perfetta sincronia fra i cambiamenti del corpo e quelli della propria configurazione identitaria, con la progressiva definizione di uno spazio per il bambino nel corpo e nella mente. Al contrario, l’uomo percepisce fisicamente il bambino e prende consapevolezza della sua nuova condizione esistenziale di padre solo quando il bambino stesso è nato.

 

Tale trasformazione culturale, precisata dall’esigenza di una maggiore partecipazione dell’uomo alle cure qualificate generalmente come “materne”, implica che essa non si realizzi solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi. É necessaria a questo punto una distinzione fra essere padre, che è un riconoscimento da parte dell’uomo di funzioni e responsabilità, e il sentirsi padre, che si riferisce alla percezione emotiva della paternità, alla capacità di costruirsi un’immagine di padre accanto al proprio bambino. Sembra proprio che una simile capacità sia strettamente legata alla possibilità di avere un’interazione precoce con il figlio, soprattutto a livello di contatto fisico (Giustardi e Grenci 2001).

 

Infine va detto che attualmente un’altra difficoltà dell’uomo nel suo essere padre è data dall’assenza di un modello paterno valido. Ciò perché i nostri padri si sono comportati, ovviamente, secondo gli schemi e le abitudini del loro tempo. Oggi gli uomini sanno che non vogliono seguire quel modello, ma ancora non sanno dove andare a cercarne altri. Quindi, in quest’assenza di punti di riferimento, il rischio maggiore è che l’uomo possa ritenere di dover costituire una diade padre-figlio che si aggiunga o addirittura si sostituisca alla relazione madre-bambino. Invece, deve restare chiaro che l’obiettivo della sua partecipazione alla gravidanza è quello di favorire la costruzione della triade madre-padre-bambino, poiché solo il triangolo padre-madre-figlio costituisce il modello familiare in grado di accogliere i reali bisogni del bambino e consentirgli uno sviluppo armonioso ed equilibrato (Heinowitz 2000).

 

4.5. Caro siamo incinti!

 

Gli uomini che hanno intrapreso un percorso di psicoterapia nel corso della gravidanza della propria partner, l’hanno fatto in fasi molto diverse della gestazione e motivati da ragioni estremamente eterogenee. L’essere dei “veterani”, ossia l’essersi già confrontati con l’esperienza della nascita di altri figli, non sembra avere una significativa rilevanza, almeno per le persone che abbiamo incontrato e con cui abbiamo lavorato.

 

Le difficoltà che il neopadre cerca di fronteggiare sembrano, piuttosto, collegate al cambiamento in sé che la nascita di un figlio inevitabilmente comporta. In altre parole, sono strettamente connesse ai significati che egli attribuisce a questa esperienza, alle anticipazioni nei riguardi di questo evento e al tentativo di cogliere le implicazioni che la venuta al mondo di un bambino potrebbe portare nei modi in cui costruisce la sua realtà interna ed esterna.

 

La richiesta della procreazione di un figlio ingiunta a molti uomini e il desiderio di maternità sono capaci di generare nei futuri padri una crisi così profonda da spingerli a prendere contatto con uno psicoterapeuta, non riuscendo loro stessi a gestire le sensazioni e gli stati d’animo che li rendono fragili e disorientati. Le emozioni sono considerate, nella Terapia dei Costrutti Personali, come tipi particolari di transizioni, cioè dei movimenti o dei passaggi affettivi che la persona percepisce, andando incontro ad una messa in discussione del proprio sistema di costrutti personali e alla riorganizzazione del proprio orizzonte di senso (Epting 1984).

 

Senza, però, voler entrare in tecnicismi e trattazioni troppo particolareggiate per “addetti ai lavori”, daremo direttamente parola alle storie che le persone ci hanno raccontato rivolgendosi a noi per un aiuto. Riporteremo quindi le loro ragioni, mostrando come il problema, il più delle volte sia soltanto la migliore soluzione che la persona attualmente è riuscita a trovare[2].

 

4.5.1 Lettera di Salvatore alla moglie che voleva un figlio

 

Cara Maria, comincio a scrivere questa lettera consapevole, forse non del tutto, del dolore e del dispiacere che ti ho causato nel dirti che ancora non mi sento pronto a diventare padre e conscio che questa potrebbe essere l’ultima possibilità per sentirsi.

 

Questi giorni li sto vivendo in maniera strana, mi sembra che il tempo sia ovattato, quasi sordo. Al lavoro, partecipo alle riunioni frenetiche senza aver nulla da dire o da proporre. Tutto mi sembra poco ed insignificante. I momenti peggiori sono quelli in cui sono da solo, in auto o altrove. La mente ed i pensieri corrono veloci verso quello che è stato fra noi, che poteva essere e forse non sarà. Penso sempre a come tu possa stare, a come stai reagendo alla mia risposta e a come, nonostante questa mia ritirata di fronte al tuo desiderio di avere un figlio, stai portando avanti la tua vita e le tue cose, sebbene ti abbia deluso come compagno.

 

Ho ripensato all’ultima volta che ci siamo visti e alle cose che ci siamo detti (come al solito più tu che io) e, in questi giorni, come spesso si dice, “mi sono guardato dentro” e non poco e non superficialmente. Credo che fra di noi ci sia qualcosa di profondo che ci ha legati uno all’altro. Abbiamo avuto sicuramente momenti bui, ma non solo. Penso a tutti i momenti vissuti insieme, che sono stati di una serenità allo stesso tempo semplice e magnifica, e che hanno riempito la vita di entrambi. Voglio ancora credere che le cose che ci uniscono e ci hanno uniti prevalgano sul resto.

 

Ho parlato di quello che è successo e delle mie paure con qualcuno, anche per avere un conforto, un confronto e un giudizio, ma anche per non tenermi tutto dentro. Ho ricevuto sempre la stessa risposta e, cioè, che se uno pensa a se sarà in grado di essere padre o madre, non lo sarà mai. Non si sentirà mai all’altezza. È vero, come dici tu, non è una gara ad ostacoli dove una buona preparazione fisica ti garantisce una buona prestazione, o un esame dove lo studio è prerequisito per superarlo. Un figlio è qualcosa di più grande, è qualcosa che ti farà sentire sempre inadeguato. Anche quando pensi di aver fatto tutto e ti fermi a pensare, ti verrà comunque il dubbio che forse avresti potuto fare di più, ma questo è anche il modo con cui le persone vanno avanti nella vita, è ciò che ti spinge a migliorarti sempre.

 

Io sono sempre stato egoista, ho sempre pensato alle mie paure, al fatto di non riuscire e mai al fatto che non sarei stato solo ad affrontare tutto. Saremmo stati in due nel bene e nel male, a farci coraggio ed affrontare le cose. Guardo il parco sotto casa e vedo gente con figli, chi gioca, chi insegna a camminare, gente che ha chissà quanti problemi, stranieri che hanno chissà quale lavoro precario e quali difficoltà quotidiane, ma hanno dei figli … Forse è proprio come mi ripeti tu: “quando noi non ci saremo più, saranno loro a dare un senso alla vita vissuta”.

 

Ieri guardavo una coppia di nostri amici con la piccola, proprio giù al parco, che comincia da sola a fare i primi passi e voler conoscere tutto toccando con la mano. Hanno anche loro delle difficoltà, ma mi sono sembrati felici e sereni e, sinceramente, li ho invidiati. Ho immaginato come sarebbe potuto essere passeggiare con te con il pancione mano nella mano, fare progetti sul futuro di nostro figlio, pensare al domani … Non so perché ho avuto sempre quella sensazione di paura o inadeguatezza rispetto alla paternità. Forse perché non ho mai messo in evidenza il fatto che non sarei stato da solo, ma avrei affrontato questa esperienza con te accanto. Ero sincero quando al mare si parlava dell’educazione da impartire ai figli e delle affinità di pensiero che avevamo. Tu pensavi fossi la persona giusta come hai ripetuto a casa giorni fa: stesso lavoro, stessa terra e modo di pensare … Io vorrei ancora esserlo, io vorrei ancora che tu pensassi che sono la persona giusta ed è per questo che ho chiesto aiuto anche ad uno psicoterapeuta, con cui inizierò la settimana prossima.

 

Fra noi non è stato sempre tutto semplice, ma voglio sperare che dell’amore, dell’affetto, un legame ancora ci sia. Quello che vorrei che non succedesse (e se siamo a questo punto la colpa è praticamente solo mia) è che ci condannassimo a vivere con il rimpianto di quello che forse avrebbe potuto essere. Diamoci la possibilità di riparlare, ti assicuro che risponderei in modo diverso alle domande che mi hai fatto. So che per te è difficile, so che ti ho dato dolore e probabilmente non potrò mai capire quanto; so anche che i tuoi hanno sofferto, ma sono pronto ad affrontare la situazione, le mie paure, a guardarmi, a capire e a prendermi le mie responsabilità.

 

Quello che conta per me è ora dirti che ti amo, che vorrei stare con te, invecchiare al tuo fianco ed avere una famiglia insieme. Ti giuro che l’anello era il punto di inizio di un nuovo percorso che volevo intraprendere insieme a te. La convivenza e il matrimonio erano già nella mia testa, un figlio ancora un po’ lontano. Non serviva nascondertelo, me lo hai sempre letto negli occhi ed allo stesso tempo non ho mai cercato di nascondere le paure e le sensazioni di inadeguatezza che avevo. Le mie paure sono state da sempre legate non al matrimonio, ma al tuo desiderio di avere una gravidanza. È vero, ho sperato di guadagnare tempo anche con il concorso. Come dici tu, volere te vuol dire anche volere una famiglia. Tu vedi intorno a te solo donne incinte, hai voglia di svegliarti di notte e cambiare i pannolini. Queste sensazioni e desideri così forti per te, io, da uomo, penso che non riuscirò mai a comprenderli fino in fondo. Forse gli uomini hanno bisogno di vedere la donna che ci sta accanto con la pancia, forse abbiamo bisogno che in noi scatti la sensazione di dover proteggere qualcosa di fragile ed importante.

 

In questi giorni ho parlato di quello che ci è accaduto anche con gente che sicuramente ha più esperienza di me ed in modo particolare con altri uomini. Nulla da dire: sono io che devo ritrovarmi! Quello che mi ha fatto più riflettere è stato sentirmi dire che una donna a 35 anni vuole vivere la maternità e che se se ti ha scelto dicendotelo anche dopo vari litigi, è perché pensa che tu sia la persona giusta e affidabile per lei. Quello che penso è che avere qualche paura ci può stare, ma che ciò che conta davvero di più è che ci si sia scelti e che si voglia restare insieme. Vorrei prendermi cura di te e del pancione e mentre tu in nove mesi ti preparerai a diventare mamma, io cercherò di migliorarmi, con il tuo aiuto, giorno per giorno per diventare almeno un “mezzo papà” e sono sicuro che questo figlio lo sentirei sempre più nostro. Se solo tu mi tendessi la mano, so che con te vicina e un percorso su me stesso, in psicoterapia, riuscirei a costruire qualcosa insieme a te: una famiglia.

 

4.5.2. Le paure e le preoccupazioni di un giovane padre

 

Ho deciso di iniziare un percorso di psicoterapia perché ho qualche difficoltà ad affrontare questa situazione, che mi sta creando davvero molto disagio. Mi sento come se a nessuno importasse davvero di me, tutti – i familiari, intendo – s’interessano dei problemi che riguardano la mia compagna, la futura mamma. Ma ai problemi del futuro padre, cioè dei miei problemi, chi ci pensa? Per la gente, la donna può manifestare i propri timori e le proprie debolezze tranquillamente, l'uomo no! Io no … Sebbene cerchino di coinvolgermi in questo evento, che accadrà tra cinque mesi, io mi sento abbastanza estraneo, quasi un intruso, quando non mi sento addirittura considerato come un impedimento, un intralcio.

 

In tutta onestà, io vorrei rendermi maggiormente partecipe ma non so mai cosa dire o come comportarmi con la mia compagna e poi vado in ansia appena lei sta male, ad ogni visita medica. In più, non me la sento proprio di entrare in sala parto. So che alla vista del sangue, o al dolore di Elisa, io sverrei, mi sentirei male, mi sentirei turbato. Ma con chi poterne parlare di questi miei problemi? Tutta l’attenzione è indirizzata ad Elisa e al bambino che porta in grembo.

 

Inoltre, senza alcun motivo, ho cominciato ad avere l’idea che il bimbo possa non essere figlio mio. So che è un pensiero irrazionale, senza alcun fondamento. Io ed Elisa abbiamo un rapporto felice, sereno e di fiducia, tuttavia non riesco a non avere il timore che forse le cose non siano così, che forse Elisa aspetta un figlio non da me. Sono pensieri intrusivi, che ricorrono durante tutta la giornata e per quanti sforzi io faccia per non pensare a queste idee fisse, non c’è nulla da fare: sono pensieri più forti di me.

 

Ho cominciato a soffrire di insonnia e faccio fatica a prendere sonno, perché il flusso dei miei pensieri è inarrestabile e comincio ad immaginare le cose peggiori: “E se poi non sarò un buon padre?” mi chiedo; oppure “E se poi Elisa, scoprendo chi sono veramente, decidesse di lasciarmi?”; e altre cose ancora tutte terribili, che vanno dalla sessualità al timore che possa perdere Elisa e il bimbo durante il parto, o ancora al fatto che io stesso possa morire e nessuno si prenderebbe cura di loro. Eppure, sia io che Elisa abbiamo famiglie numerose.

 

Proprio per tutto questo incessante e faticoso pensare, ho deciso di parlarne con qualcuno, che mi potesse aiutare ad essere un compagno migliore e forse anche un uomo migliore. Sono stanco, sono depresso, non sono sicuro che le cose cambieranno in meglio con un figlio. Ho paura di perdere l’intimità con Elisa, di sentirmi escluso e messo da parte. Capisco che nei primi anni di vita è la madre il genitore più importante, ma per me questa situazione è davvero difficile.

 

Inizialmente, quando Elisa mi disse di essere incinta, mi sono sentito felicissimo, ero gioioso. Era così tanto che volevamo un figlio! Nei giorni a venire e nei mesi a venire, man mano che la gravidanza proseguiva, mi sono sentito invece sempre più a disagio, triste e insicuro. Ho pensato che stavo diventando matto e che dovevo farmi vedere da “uno bravo”. Ecco, ora ho anche questa: la paura di essere pazzo!

 

4.5.3. Papà incinto: un percorso di “solitudine ospedaliera”

 

Tutto è iniziato male già dalla ginecologa! A stare di fronte al medico in camice bianco non si è in due. Il medico vede solo la futura mamma, il padre è solo l’accompagnatore. Non si tratta di un “marito-futuro padre” in apprensione e con mille domande da fare, ma solo di un’appendice, talvolta persino fastidiosa, dell’unica protagonista: la mamma! Abbiamo due figli, un maschietto e una femminuccia, ma la mia esperienza con ginecologi di entrambi i sessi è sempre stata frustrante. Alle mie domande ho ricevuto perlopiù risposte frettolose e infastidite, anche quando facevo richieste specifiche che riguardavano la salute di mia moglie e di mio figlio.

 

In ospedale, poi, prosegue anche peggio. Il papà, di solito, viene preso in considerazione solo per essere invitato ad andare via dalla stanza di degenza, dalla stanza della visita medica, dalla sala travaglio e dalla sala parto. Eppure, ho fatto regolarmente fatica, perso tempo e speso soldi per il corso pre-parto, dove ti insegnano le tecniche per aiutare la tua compagna nel respiro, per assisterla sul piano psicologico, per starle vicino sul piano umano. Ma se poi non ti permettono di vivere accanto a lei tutti i passaggi che precedono il parto a cosa ti serve aver acquisito tutte queste competenze? Purtroppo, dentro la maggior parte delle nostre strutture ospedaliere si ritiene che il parto sia un evento esclusivamente al femminile e che il padre possa entrarci ben poco.

 

Arrivati al dunque, giunti al momento del parto, in questo percorso di solitudine ospedaliera, il padre del futuro nascituro deve mettere in atto tutte le strategie possibili per poter assistere – come dovrebbe essere – la sua partner in un momento così particolare ed estremamente intimo. Anche in questa circostanza nessuno si è ricordato di me, se non dopo le mie innumerevoli insistenze. Anche successivamente la mia presenza accanto a mio figlio e a sua madre, mia moglie, è stata regolata esattamente come quella di un normale visitatore. Questo va proprio al di là di ogni logica naturale, civile e morale!

 

A casa l’orda barbarica di parenti e amici si precipita subito dopo a turbare il ripristino della “normalità” che la coppia si appresta a costruire con enormi difficoltà.

 

Fatto questo breve resoconto della mia “avventura”, vorrei condividere una cosa che descrive perfettamente il mio pensiero, trovata cercando informazioni nella rete: “ […] proviamo a considerare quelli che potrebbero, invece, essere i bisogni di un papà incinto. Basterebbe veramente poco! Basterebbe semplicemente che tutti gli interlocutori a cui ci si rivolge quando si è consapevolmente dentro l’evento nascita, si ricordassero che di fronte non hanno solo una mamma da accudire, ma una coppia. Una coppia i cui componenti hanno esigenze differenti, ma che, il più delle volte condivide uguali paure, uguali dubbi, identiche emozioni. E se per un verso è alla mamma che bisogna rivolgere il massimo delle attenzioni, per l’altro occorre ricordare che anche il papà ha necessità di tirare fuori le sue emozioni. La mia esperienza mi dice che avrei voluto interagire di più con i conduttori e con gli altri padri del corso pre-parto, mi sarebbe piaciuto fare più domande ed avere più risposte dal ginecologo, per fugare dubbi e paure circa la salute della mia compagna e del bimbo nella pancia, e ancor di più avrei gradito un trattamento umano, ancor prima che da marito e da padre, in ospedale, dove esistono solo “casi clinici” e difficilmente i medici incontrano persone”.

 

4.5.4. Sindrome da covata

 

Ho letto molto e molto mi sono informato rispetto a quello che penso di avere, prima di prendere la decisione di sentire il parere di un esperto. Comunque, c’è qualcosa che non va … Ho cominciato a sentire malessere, più fisico che psicologico, già durante i primi mesi di gestazione di mia moglie. Ho iniziato ad avere frequentemente nausea, poi perdita di appetito, talvolta vomito, frequenti mal di testa (io non ho mai sofferto di cefalea), irritabilità, nervosismo e insonnia. Eppure, almeno coscientemente, non c’è nulla che mi stia particolarmente turbando. Ho fatto anche diversi accertamenti medici, ma nulla ne è risultato. Così, ho cominciato a leggere su internet un po’ di articoli rispetto al diventare padre e all’uomo che affronta per la prima volta una gravidanza, nella speranza di capirci qualcosa. Leggendo qui e là, mi sono fatto la convinzione di avere la cosiddetta “sindrome della covata”, anche se in molte cose onestamente non mi riconosco. Ad esempio, si dice che questi sintomi siano associabili ad uno stato di ansia dovuto alle eccessive preoccupazioni per la salute della madre e del bambino e che le persone coinvolte molto probabilmente sono interessate da un sentimento di rivalità e al contempo di paura di perdere parte o del tutto i loro modi abituali di vivere, e quindi cercano una valvola di sfogo per questi stati d’animo somatizzando. Anche un’inconsapevole e forte identificazione con la partner, si dice, può comportare questo malessere. Ma, in verità, io non credo di provare tutto questo, anzi ne sono abbastanza sicuro. Anche la questione dell’invidia della maternità mi lascia abbastanza perplesso, così come l’ipotesi che sostiene che vi sia una ricerca inconscia di nuove sicurezze, ricerca dovuta ai grandi sconvolgimenti che si verificano all’interno della coppia, con l’arrivo di un bambino e il sentimento di destituzione dal proprio ruolo, che l’uomo percepisce per l’arrivo del bambino stesso. Si argomenta, inoltre, che i limiti della mancanza del legame fisico tra il padre e il bambino e quelli di distacco affettivo impliciti nel ruolo sociale di padre, come retaggio culturale, impediscono la piena espressione delle paure e delle angosce per l’imminente paternità. Vede, mi appaiono francamente tutte delle spiegazioni poco plausibili. O, almeno io, non mi ci riconosco. Simili pseudo-spiegazioni mi hanno davvero reso difficile prendere in considerazione l’eventualità di sentire l’opinione di un esperto, eppure io sto male. Sono talmente stanco talvolta, ancor prima di incominciare la giornata, che a malapena riesco ad andare a lavorare e così tanto che, prendere un appuntamento per un colloquio, mi è sembrata ora l’unica cosa sensata da fare.

 

4.5.5. Lettera al terapeuta, di un papà “nato” in terapia

 

Finalmente riesco a scrivere … Ho pensato molto in questi mesi al mio percorso di psicoterapia e a tutto quello che hai fatto per me e … grazie! Grazie davvero! Anzi avrei voluto venire a trovarti, ma sai meglio di me che sono un po’ “evitante” e probabilmente mi sarei commosso nel rivederti. Ancora adesso, non mi piace commuovermi davanti agli altri, anche se da quando è nato Francesco mi capita tutte le volte che lo tengo in braccio. Francesco è nato dopo 22 ore di travaglio e per fortuna è sano e sta bene! È molto faticoso lavorare e avere un figlio, la sera sono esausto e vado a letto alle nove, però ne vale la pena e rifarei tutto di nuovo se potessi tornare indietro … È successa una cosa strana … Ho raccolto i frutti del nostro lavoro di terapia dopo l’ultima volta che ci siamo visti. Non so cosa sia successo, ma tra me e Sandra è iniziato un periodo nuovo. Ho imparato ad “autocontenermi” e quando capita di litigare questo avviene in maniera costruttiva, non come prima quando l’aggredivo verbalmente e le addossavo tutta la colpa. Adesso, quando litighiamo, mi viene in mente la tua faccia, il tuo sorriso e mi ricordo che io sono responsabile almeno al 50%. Ci sono tante cose su cui dovrei ancora lavorare, ma grazie a te le ho messe a fuoco e sono consapevole dei miei “nervi scoperti” e questo mi ha aiutato a mettermi in discussione, ma soprattutto ad ascoltare le ragioni dell’altro. In altre parole credo di aver costruito, insieme a te, la capacità di “automonitoraggio” emotivo che mi mancava. Sto trovando un mio equilibrio e ho smesso di spostare le mie difficoltà sugli altri (o almeno ci provo!!).

 

Per il resto dormiamo 4 ore a notte. Francesco è molto sveglio e curioso e da poco ha scoperto di avere delle mani e un viso, che continua a toccarsi, quasi incredulo che gli appartenga. Ha iniziato le prime pappe, che sputa regolarmente e ha ben due denti e mezzo!!

 

A volte, quando sono distratto, mi chiama sforzandosi di fare dei colpi di tosse e quando mi giro a guardarlo, mi sorride con tutte le sue gengive e mi batte le manine.

 

Lo sai che se Francesco è nato è anche merito tuo ... Mi hai messo nella condizione di non fuggire dalle mie responsabilità ed è stata la scelta migliore che potessi fare …

 

Ti invio una foto, per te, anche da parte di Sandra. Risale ad Aprile. Penso che al momento della foto, Francesco si stesse interrogando sulle problematiche epistemologiche della psicologia post-moderna.

 

Ciao e grazie di cuore! Con affetto.

 

4.6. Diventare padre con la procreazione medicalmente assistita

 

L’evento gravidanza per una coppia e per un neopadre, come illustrato dai resoconti riportati, significa un cambiamento totale del sistema di relazioni, del senso della propria identità e delle competenze di ruolo. La gravidanza e il parto tendono a creare uno shock biografico nella donna e nell’uomo, al punto che in genere è possibile identificare modalità reattive e di adattamento diverse e specifiche a seconda del periodo e dell’evento considerato. Alcuni Autori (Cox 1979; Fava Viziello, Poggi L. e Volpe 1986; Faccio e Lanfranchi 2002) sostengono che circa il 30% delle gestanti evidenzi, nella prima fase di gravidanza, sintomi di disagio emotivo (ansia, ipocondria), mentre la disforia post-partum pare essere talmente frequente da costituire un evento di natura fisiologica. Pertanto, se per un neopadre la gravidanza della propria partner è una situazione tanto più problematica quanto maggiori saranno le difficoltà dell’uomo a confrontarsi con i propri stati emotivi ed affettivi e quelli della compagna, molto di più lo sarà nel caso della procreazione medicalmente assistita. Le ragioni di una più grande complessità sono dovute soprattutto a: a) i vissuti di colpa che entrambi i partner vivono in relazione alla sterilità di entrambi, alla propria o a quella del partner; b) i sentimenti di colpa sono spesso associati sentimenti di ostilità non sempre esplicita, autodiretta o eterodiretta; c) il legame di coppia molto più stretto e risonante rispetto alle coppie che non devono ricorrere alla fecondazione medicalmente assistita; d) la maggiore condivisione della scelta di avere un figlio che comporta conseguentemente anche aspettative molto più elevate; e) il coinvolgimento più diretto del compagno nell’iter bio-medico, dovuto alla sequenza di esami e accertamenti medici a cui entrambi i membri della coppia si sono sottoposti antecedentemente; f) le modalità relative della fecondazione artificiale che può essere omologa o eterologa[3]; g) la maggiore e necessaria assistenza medica, capace di evocare superiori preoccupazioni ipocondriache e stati d’ansia; h) le tecniche mediche specifiche utilizzate e impiegate[4] .

 

I dati di letteratura sembrano documentare appunto, la complessità delle variabili implicate e delle interazioni in gioco (Patriarca, Gemelli e Giacardi 1990; Salvini 1993; Testart 1996; Dudley, Roy, Kelk e Bernard 2001; Faccio e Lanfranchi 2001), mostrando come sia il desiderio di maternità, e specularmente il desiderio di paternità, o la sua assenza, possano incidere sulla reattività psicologica della donna e dell’uomo durante la gravidanza e nel post-partum. Le donne che hanno affrontato uno o più cicli di procreazione medicalmente assistita, infatti, presentano i momenti più acuti di disforia (con disturbi sia emotivi che di ordine fisico) proprio negli ultimi mesi di gravidanza, mentre le donne fecondate per via naturale manifestano una maggiore tendenza a reazioni disforiche nelle ore immediatamente dopo il parto e in particolare nel giorno della dimissione ospedaliera, con ovvie conseguenze e disagio psicologico nella controparte maschile. Sembra legittimo supporre che la maggiore intensità delle risposte affettive sia della donna che dell’uomo sia da attribuire al fortissimo investimento emotivo che un ciclo di FMA[5] implica per la coppia. Il bambino sognato, immaginato, cercato e desiderato, non è ancora realtà certa per il padre e per la madre fino a quando non lo potranno finalmente avere tra le braccia. Il carico emotivo, i dubbi, l’attesa, la preoccupazione per un parto prematuro possono perciò favorire in queste donne e in questi uomini, già particolarmente vulnerabili, reazioni disforiche o ansiose clinicamente significative (Fava Vizziello, Poggi e Volpe 1986) e sicuramente entrambi i genitori si trovano a doversi confrontare con una serie di situazioni molto più stressanti e difficili rispetto a quelle presenti nel un contesto più ordinario di una qualunque coppia prossima ad una gravidanza ottenuta per vie naturali e molto meno medicalizzata.

 

Anche in questo caso, saranno di particolare interesse per il lettore, i resoconti biografici di due futuri padri, ricorsi alla procreazione medicalmente assistita, resoconti abbastanza pertinenti ed emblematici di ciò che può significare per un neopadre affrontare l’iter medico previsto sia nel caso dell’inseminazione artificiale omologa, sia nel caso dell’inseminazione artificiale eterologa.

 

4.6.1. Autocaratterizzazione[6] di Sandro: da me non viene vita, ho “un difetto di fabbrica”.

 

Conosco Sandro da molto tempo e vorrei parlare di un problema di cui mi ha confidato il segreto e di cui lui si sente molto imbarazzato.

 

Sandro è sempre stato una persona solare e molto cordiale, ma da quando ha scoperto di un suo “difetto di fabbrica”, ha cominciato a sentirsi sempre più a disagio, sempre più triste e soprattutto sempre meno “uomo”. E’ da diverso tempo che con Marta, sua moglie, cercavano di avere un figlio, tuttavia un figlio non arrivava, così, entrambi hanno cominciato a pensare che probabilmente erano una coppia sterile o qualcosa non permetteva alla moglie di restare incinta. Dopo qualche esitazione, Sandro e Marta hanno deciso di sottoporsi a una serie di accertamenti medici, volti a individuare la causa della presunta sterilità della coppia. I risultati degli esami medici, furono inequivocabili: la colpa era di Sandro. Misero in evidenza, infatti, una sua problematica. Seguirono così due FIVET, che non furono proprio una passeggiata per Marta e nemmeno per lui. La prima ebbe un esito tragico, conseguendo un aborto spontaneo. La seconda andò invece a buon fine ed è attualmente il problema che Sandro sta cercando di gestire e per cui ha chiesto aiuto a uno psicologo.

 

Il fatto che Marta aspetti finalmente un bambino, sorprendentemente per Sandro, non è stato per nulla quella bella notizia, quel bell’evento che Sandro si aspettava. Se già la sua autostima prima era sotto terra, questa notizia ha contribuito a azzerarlo completamente. Non solo ha cominciato ad avere mille “paranoie” e paure, ma hanno cominciato anche ad affollarsi nella sua mente un numero enorme di sentimenti di inadeguatezza, sul fatto che sarà capace di essere un buon padre, sul fatto di non essere un buon compagno trovando una enorme difficoltà a gestire le preoccupazioni di sua moglie e quel clima triste e depressivo che ha comportato prendere consapevolezza che da lui non può venire vita in modo naturale e a seguito di tutto il percorso medico, estremamente pesante per entrambi, che hanno dovuto affrontare. Fatto è che ora Sandro mi preoccupa non poco. Mi parla della moglie e delle sue continue lamentele e sofferenze fisiche, che non riesce più a sopportare. Non riesce a dormire e ha cominciato ad avere il terrore di perdere il controllo, tanto è vero che mi ha confidato di un paio di attacchi di panico che sono sopraggiunti mentre guidava verso casa, al ritorno dal lavoro. Non è più quello di prima. Questo è certo. Ansioso, ipocondriaco, depresso, insicuro e dubbioso su ogni cosa, stento davvero a riconoscerlo. Eppure, tra poco diventerà papà ed era la cosa che desiderava di più al mondo e che pensava lo avrebbe reso felice: avere un figlio dalla donna che ama con tutto se stesso. Insomma, io non so più cosa fare. Gli ho consigliato di andare a sentire uno psicologo, che forse lo avrebbe aiutato. Speriamo almeno sia la scelta giusta …

 

4.6.2. Autocaratterizzazione di Luigi: sarò padre del figlio di un donatore

 

Allora, vorrei parlare delle confidenze che Luigi mi ha fatto rispetto all’avventura che lui insieme alla sua compagna hanno iniziato circa una anno fa. Hanno dovuto ricorrere all’inseminazione artificiale eterologa per avere il bimbo che ora entrambi stanno aspettando. Insomma, è stata una bella botta questa faccenda.La fecondazione eterologa è una forma di procreazione medicalmente assistitain cui il seme maschile o l’ovulo femminile non appartiene a uno dei genitori ma a un donatore esterno alla coppia. Nel nostro caso siamo dovuti ricorrere a un donatore maschile ed è da qui che i problemi di Luigi sono iniziati.

 

Quando hanno saputo che avrebbero dovuto ricorrere a un donatore, Luigi ha cominciato a ripensarci, ma poi i sensi di colpa e il timore di perdere Anna che desiderava assolutamente avere un figlio, gli hanno fatto accettare questa possibilità e così è stato. Il fatto è che adesso un tarlo gli si è insinuato nel cervello. Mi riferisce che ogni mattina è come se una voce gli continui a ripetere: “non è figlio tuo, non è figlio tuo … È figlio di uno sconosciuto, è figlio di un altro …” Capito quale è il problema? Luigi ora teme che quando nascerà il bambino o la bambina, non lo sentirà come figlio suo e non riuscirà ad amarlo o ad amarla nel modo giusto. Teme che resterà un estraneo, che avrà un distanziamento emotivo per questo figlio che comunque non è suo, non porta i suoi geni ma quelli di un altro. Proprio una brutta storia … Vedo Luigi che soffre molto per questa situazione e che davvero non riesce a farci nulla. Già adesso la compagna lo rimprovera di essere distante, di non esserci, figuriamoci dopo. Assolutamente Luigi ha bisogno di fare i conti con questo suo assillo. Mi sa che il problema è probabilmente un altro. Non può essere che da uomo razionale quale è sempre stato si faccia possedere da idee e sensazioni che di razionale non hanno nulla. Chissà se riuscirà a superare la situazione. Io credo di sì, solitamente non si tira indietro davanti a nulla e penso che con un buon aiuto riuscirà a capire un poco di più se stesso e ad essere il padre che avrebbe potuto essere se solo il figlio fosse stato suo. È comunque una brava persona e ama molto Anna. So che ce la farà, dottore.

 

Conclusioni

 

Diventare padre è un'avventura importante che cambia radicalmente la vita e non sempre si tratta di una esperienza semplice. La paternità solleva tutta una serie di quesiti che riconducono alla propria infanzia ed alla qualità dell'esperienza che si è avuta con il proprio genitore. La gravidanza può costituire uno stimolo per la soluzione di vecchi conflitti e l'occasione perscegliere che tipo di padre ci piacerebbe essere per nostro figlio. Fortunatamente il viaggio dal concepimento alla nascita è piuttosto lungo, quanto basta per risvegliare sentimenti sopiti e imparare a condividere i bisogni, ansie e speranze. Il bambino che cresce nel ventre materno fa sentire la sua presenza con determinazione, trasformando la donna in madre, l'uomo in padre, la coppia in famiglia.

 

La paternità è in continuo sviluppo. Abbiamo un enorme bisogno della figura paterna. Troppo spesso, però, gli uomini non comprendono quanto siano necessari. La presenza del padre rappresenta una discriminate per le mamme e per i bambini, non solo durante la gravidanza ma anche alla nascita. Un uomo che partecipa al parto sarà estremamente toccato e cambiato da questo evento tanto da legarsi ancora più profondamente alla sua compagna e al bambino concepito dal loro atto d'amore. La presenza di un padre volenteroso e a suo agio durante il parto è di grande aiuto anche per la donna, in quanto fa abbassare la sua soglia di percezione del dolore diminuendo così la necessità di uso di farmaci, aumenta la sua capacità di resistenza e la aiuta a mettere in luce, forse per la prima volta, le sue vere abilità materne.

 

L’identità maschile paterna possiede una minore stabilità e consolidamento sociale, rispetto al ruolo materno, tanto che è molto variabile dal punto di vista storico e culturale, così come a livello individuale e soggettivo. In linea di massima, la paternità, se non viene insegnata il maschio non la conosce, mentre la maternità, a meno a che una cultura non insegni il contrario, è già presente alle origini. Quindi il “paterno”, se non è insegnato, scompare (Zoja 2000).

 

La paternità inizia con la gestazione della compagna, o comunque con l'attesa del figlio. L'uomo prossimo a diventare padre non “vive” le modificazioni corporee legate alla gravidanza. Tuttavia, dal momento in cui riceve la comunicazione dell'attesa del nascituro, comincia a percepire che il figlio "cresce" dentro di sé. È nel solco di questa attesa che va via via costruendosi la paternità. Il momento della nascita del figlio coincide, e decide, la nascita del padre. In altri casi ancora, il padre è solamente biologico, ovvero colui che contribuisce alla procreazione, senza poi assumersi altre responsabilità sul piano relazionale. Sono questi i casi in cui un padre non vive la propria paternità.

 

Ben poco però finora è stato detto e fatto a proposito del vissuto del padre a seguito della nascita del figlio. Tutto cambia, dagli orari interni alla famiglia all'organizzazione relazionale sia di coppia che con la famiglia estesa. Dunque anche l'uomo va in contro a una forte ridefinizione del sé, che va contenuta e sostenuta. Sarebbe quindi importante che anche nell'uomo venisse accolto questo passaggio che segna il cambiamento da una fase del proprio ciclo vitale a un'altra. I padri, a partire dalla sempre più frequente presenza anche in sala parto, sono molto più coinvolti e attivi al fianco delle loro donne. Molto più presenti e partecipi allo schiudersi e al crescere di una nuova vita. Andrebbero quindi prese in seria considerazione da parte degli esperti addetti ai lavori le difficoltà che, accanto all'indubbia gioia, pervadono la paternità. Si tratta principalmente di difficoltà connesse alla responsabilità di una nuova vita, che può far scaturire sensi di inadeguatezza. Sono anche paure del cambiamento, ansie di invischiamento, gelosie nei confronti della compagna o difficoltà legate all'assunzione di un nuovo e complesso ruolo che va lasciandosi alle spalle la leggerezza della giovane età. L'uomo di oggi sta facendo passi da gigante nel proprio modo di vivere la paternità e diventare padre, vincendo l'atavica ritrosia a prendere contatto con i propri sentimenti ed emozioni.

 

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Le due condizioni, invero, presentano particolarità radicalmente differenti, non solo da un punto di vista medico ma soprattutto rispetto alle dimensioni più squisitamente psicologiche. Infatti, scoprire che la propria moglie o compagna è in attesa di un figlio, anche se l’evento è stato frutto di una progettazione condivisa, è, anche per il futuro padre, un avvenimento che coinvolge molto profondamente la sfera emotiva del neo genitore, ma, a differenza della maternità, la paternità è un processo molto più lento, che richiede la presenza di eventi visibili e di precisi riconoscimenti sociali. Nel caso, invece, della procreazione medicalmente assistita, occorre tenere in considerazione che l'infertilità non è soltanto un problema fisico ma ha numerosi risvolti psicosociali e sessuali, con diverse implicazioni e problematiche psicologiche a seconda che essa sia affrontata con l’inseminazione artificiale omologa (AIH) o attraverso linseminazione artificiale eterologa (AID) (Faccio 2002).

Tutti i racconti qui riportati sono stati scritti e rimaneggiati in modo tale da rendere completamente anonima l’identità delle persone coinvolte e rendere impossibile risalire anche indirettamente agli autori, in moda da garantire e tutelare il rispetto della loro privacy.

Si definisce inseminazione artificiale l’introduzione del liquido seminale nelle vie genitali femminili allo scopo di agevolare il concepimento. A seconda che venga utilizzato il seme del partner o quello di un donatore, l’inseminazione artificiale viene denominata omologa (AIH; Artificial Insemination with Housband’s semen) o eterologa (AID; Artificial Insemination with Donor’s semen). Naturalmente i due tipi di inseminazione hanno indicazioni e risvolti psicologici ed etici assai diversi, mentre la tecnica è la medesima. Nell’inseminazione artificiale omologa (AIH), il liquido seminale del paziente può essere iniettato a vari livelli: intravaginale, paracervicale, intracervicale, intrauterina, intraperitonale o intratubarica. L’inseminazione artificiale eterologa (AID) è una tecnica utilizzata prevalentemente in caso di azoospermia, di sterilità immunologica maschile non guaribile e in caso di malattie ereditarie nell’uomo con alto rischio di trasmissione alla prole (Faccio e Lanfranchi 2001).

La FIVET (Fecondazione in Vitro con Trasferimento Intrauterino) è una tecnica che inizialmente è stata utilizzata per le pazienti che soffrivano di problemi tubarici non correggibili chirurgicamente. Attualmente, le indicazioni alla FIVET sono molto più ampie: sterilità idiopatica, sterilità da fattore maschile, sterilità immunologica ed associata ad endometriosi. La FIVET viene attuata seguendo uno schema specifico (altrimenti detto ciclo di procreazione medicalmente assistita, o P.M.A.) che comprende, in sequenza, diversi passaggi. La GIFT (Gamete Intra Falloppian Transfert), descritta per la prima volta da Richard Asch, è una tecnica di fecondazione artificiale intracorporea, e ha pertanto il vantaggio di evitare le manipolazioni in vitro di embrioni umani, con tutte le implicazioni etiche che ne conseguono. Infatti, la differenza rispetto alla FIVET consiste nel fatto che gli ovociti maturi ed il campione seminale preparato in vitro vengono caricati sullo stesso catetere il cui contenitore viene poi immediatamente riversato nelle salpinge (sovente a livello del tratto ampollare). Le indicazioni e le complicanze sono simili a quelle della FIVET (salvo casi di danni tubarici). La ICSI-Assisted Hatching. Nei casi di patologia seminale molto severa oppure di mancata fertilizzazione in precedenti cicli di FIVET si possono ottenere buoni risultati mediante l’introduzione dello spermatozoo direttamente nel citoplasma dell’ovocita. Questo consente la possibilità di utilizzo di spermatozoi anche in condizioni di immobilità, estratti dall’epididimo mediante biopsia o ago-aspirazione. Queste tecniche sono indicate in caso di azoospermia ostruttiva in alternativa agli interventi microchirurgici di ricanalizzazione (Faccio e Lanfranchi 2001).

Fecondazione Medicalmente Assistita.

L’Autocaratterizzazione, proposta all’interno della psicologia dei Costrutti Personali da G. Kelly (1955), è tra gli strumenti di indagine privilegiata del sistema di costrutti di una persona; indaga i significati e i criteri con cui una persona struttura e dà forma al suo mondo. Una classica consegna è la seguente: «Vorrei che Lei si descrivesse brevemente, in generale. Scriva questo breve bozzetto come potrebbe scriverlo un amico che fosse molto benevolo con Lei e che la conoscesse molto intimamente, forse meglio di chiunque l’abbia realmente conosciuta. Si ricordi di scriverlo in terza persona; per esempio cominci pure dicendo tizio è… o conosco tizio….»

 

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