Baby-gang

Carenze materiali ed educative tra le mura domestiche possono causare comportamenti devianti nei ragazzi. Tuttavia, più che accusare, sarebbe utile adottare un’ottica di promozione delle risorse presenti in ciascun nucleo familiare.
 
Le aggressioni compiute da gruppi di minori negli ultimi anni sono salite agli onori della cronaca. I mezzi di informazione nazionale hanno dato sempre più spazio a questo genere di notizie etichettando le bande minorili con il termine di baby-gang. Il fatto che la questione, in questa fase storica, non sia stata sollevata dagli studiosi, ma dai mass media, non vuol certo dire che il problema non ci sia. Ci si chiede però se le baby-gang non siano sempre esistite, del resto il fenomeno del bullismo è stato ormai ampiamente riconosciuto e rilevato nel nostro Paese e le bande di ragazzi impegnati in atti vandalici non sono certo una novità. Inoltre gli episodi riportati dalla stampa non dicono nulla circa la sostanza del fenomeno, ma fanno piuttosto riferimento alla sua percezione sociale.
La questione pregnante diventa allora osservare e studiare attentamente quali sono le caratteristiche peculiari delle baby-gang per differenziarle da altri tipi di gruppi devianti minorili. Soltanto così potremo tentare di dare una spiegazione di questa realtà ed eventualmente approntare strategie di intervento e prevenzione nei suoi confronti.
Allo stato attuale non vi sono dati che quantifichino e informino sull’entità del fenomeno. Ma al di là degli aspetti quantitativi, queste situazioni sono la spia di un disagio diffuso che coinvolge i giovani e che si estrinseca in modalità di comportamento antisociali. Un disagio che a volte nasce o più semplicemente non trova spazio di esplicitazione nell’ambiente familiare e che, attraverso il gruppo dei pari, traduce il malcontento e la problematicità in forme di relazione e comunicazione non lecite.
Quando si verificano eventi di tale portata, il sistema familiare di cui questi ragazzi fanno parte viene, a torto o ragione, inevitabilmente posto sotto accusa. Del resto la letteratura nazionale e internazionale riporta una stretta relazione tra i fattori di rischio connessi alla carriera deviante dei giovani e il ruolo determinante svolto dalla famiglia nello sviluppo psicologico dei ragazzi in una fase delicata come quella adolescenziale.
È innegabile che il nucleo familiare, come prima agenzia di socializzazione per l’individuo e come luogo di formazione dei legami e delle interazioni fra i suoi membri, costituisca la base dello sviluppo psichico del bambino. Il supporto fornito dalla famiglia favorisce l’integrazione della personalità in evoluzione e garantisce il contatto fra il bambino e la società di appartenenza (D’Alessio, Schimmenti, Cherubini, 1995).
Negli ultimi decenni, sulla scia delle trasformazioni sociali e di costume, la struttura familiare ha subìto grandi mutamenti. Il nucleo si è andato sempre più riducendo nelle sue dimensioni e, con l’avvento del divorzio, si è assistito alla costituzione di famiglie "atipiche", caratterizzate da un solo genitore e i rispettivi figli, oppure alla formazione di nuclei recentemente denominati "famiglie ricostituite" (Malagoli Togliatti e Montinari, 1995). La famiglia si è calata sempre più nel contesto di vita consono con la civiltà attuale in cui gli impegni lavorativi, le attività extra-familiari e la caoticità in cui tutto questo si svolge hanno accentuato l’isolamento e ridotto i rapporti sociali (Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987). A seguito di queste trasformazioni cambia il modo in cui i figli si percepiscono come membri di una famiglia e vivono le dinamiche familiari, il modo in cui si rapportano ai genitori e vivono lo scambio tra il mondo familiare e le più ampie relazioni sociali (Chiosso, 1994).
La provenienza socioculturale dei ragazzi appartenenti alle baby-gang non è accertata, ma dati gli studi compiuti su altri fenomeni, quale appunto il bullismo, si potrebbe ipotizzare che non necessariamente i "baby criminali" siano il frutto di realtà familiari e sociali devianti o disadattate.
 
I mezzi d’informazione hanno dato sempre più spazio alle notizie riguardanti le bande minorili. Gli episodi riportati, tuttavia, non dicono nulla circa la sostanza del fenomeno, ma si riferiscono, piuttosto, alla sua percezione sociale.
 
Più che le carenze strutturali di base sono quindi le difficili relazioni all’interno della famiglia a costituire un fattore di rischio. Alcuni studi recenti hanno messo in evidenza come la transizione dall’adolescenza alla vita adulta sia influenzata dalla competenza e dall’abilità manifestata dalla famiglia nell’assolvere i suoi compiti di mediatore tra il sociale e il familiare. Quando si parla di abilità e di competenze del nucleo familiare si fa riferimento al supporto e alla comunicazione. È stato evidenziato infatti come relazioni familiari caratterizzate dalla presenza di un alto livello di supporto e coinvolgimento hanno come effetto un buon adattamento psicosociale dell’adolescente in termini di maggiori relazioni positive con i pari, maggiori successi scolastici, maggiore autonomia e autostima. D’altro canto la competenza comunicativa, intesa come possibilità di esprimere pensieri e sentimenti liberamente, diviene un elemento di protezione nei confronti dello stress e della frustrazione (Scabini, Marta, Rosnati, 1995).
Un filone di ricerca sul comportamento deviante ha cercato di mettere in correlazione i fenomeni di devianza con gli stili educativi secondo la prospettiva dell’apprendimento sociale. Per gli studiosi che aderiscono a questo modello, la probabilità che un adolescente commetta un atto delinquenziale aumenta quando i genitori, gli adulti significativi o i coetanei forniscono o rinforzano maggiormente modalità di comportamento antisociale piuttosto che prosociale, oppure quando le figure rappresentanti l’autorità non puniscono in maniera efficace le condotte trasgressive (Palmonari, 1993). Questo tipo di spiegazione non è in grado di rendere conto di tutte quelle situazioni in cui ragazzi provenienti da famiglie devianti o criminali non manifestano comportamenti antisociali o casi in cui la condotta antisociale è messa in atto da individui provenienti da ambienti familiari e sociali non orientati in senso deviante.
Da un’altra prospettiva teorica la famiglia è riconosciuta come sistema autoregolativo che tende a influenzare le autoregolazioni dei membri che ne fanno parte, anche sotto il profilo della devianza come comportamento, come ruolo e identità. La famiglia è da considerare quindi sia come sistema autoregolato che, se diventa disfunzionale, problematico o multiproblematico (Scabini, Donati, 1992; Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987), può generare al suo interno disagio e sofferenza, per cui, indirettamente, può influenzare anche percorsi devianti, sia come "ambiente" sistemico culturale e biografico privilegiato che vincola, regola e contestualizza le autoregolazioni degli individui che vi appartengono, oltre alle scelte, i percorsi devianti e gli stessi tentativi di cambiamento, con una tipica tendenza omeostatica a "utilizzare" funzionalmente episodi ed eventi devianti in rapporto a esigenze e scopi propri del sistema familiare (Malagoli Togliatti, Ardone, 1993; Malagoli Togliatti, 1989, 1994; De Leo, 1992; Cirillo, 1996).
 
Coesione e adattabilità
Nell’ottica dell’autoregolazione disfunzionale e problematica, le dimensioni considerate maggiormente rilevanti in questo ambito di ricerca sono quelle che Olson ha definito "coesione e adattabilità" (Malagoli Togliatti, 1996; Malagoli Togliatti, Ardone, 1993). La prima è legata alla qualità e all’intensità dei legami affettivi che caratterizzano le relazioni fra i membri della famiglia, e rimanda ai confini tra i sottosistemi e tra le generazioni, agli interessi comuni e al senso d’intimità; la seconda individua la capacità del sistema familiare di modificare le proprie regole relazionali e i ruoli intrafamiliari in rapporto alle diverse fasi del ciclo vitale, e indica la flessibilità nella gestione della leadership e nel cambiamento degli schemi relazionali.
Con entrambi gli aspetti interagiscono le competenze/incompetenze genitoriali (dei singoli genitori e della coppia genitoriale come sottosistema particolarmente influente), l’impegno/disimpegno genitoriale (Stanton, 1979), gli stili e le modalità comunicative prevalenti nella famiglia, fra cui, specificamente rilevanti rispetto alla devianza, la qualità della supervisione o monitoraggio (monitoring) fra i figli adolescenti e i ruoli genitoriali (Patterson, Reid, Dishion, 1992; Barbaranelli, Regalia, Pastorelli, 1998), le capacità e le competenze genitoriali nel gestire i conflitti e le crisi adolescenziali. Sono state studiate, infine, situazioni-limite di disfunzionalità sia della coesione che dell’adattabilità familiare, in particolare nei casi di famiglie multiproblematiche, nelle quali si può avere una sorta di destrutturazione delle basilari capacità autoregolative familiari per la tendenza a delegare quelle funzioni ai servizi che hanno in carico i vari membri della famiglia stessa (Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987).
D’altra parte, nell’ottica della famiglia che "utilizza" e autoregola la devianza in funzione degli equilibri/disequilibri del sistema familiare oltre all’ipotesi del deviante come capro espiatorio funzionale ad assorbire tensioni, conflitti e problemi percepiti come minacciosi per l’intera famiglia o per alcuni livelli cruciali del sistema familiare, la devianza adolescenziale è stata vista come tentata soluzione e perfino come risorsa nelle regolazioni comunicative simboliche e pragmatiche fra ragazzo e famiglia (De Leo, 1992; 1998); mentre altri percorsi di ricerca hanno trovato che certe configurazioni familiari sembrano accompagnare con frequenza esiti devianti da parte di figli adolescenti.
D’altro canto non è possibile stabilire una relazione diretta di causa ed effetto fra la tipologia di famiglia cui il ragazzo appartiene e il tipo di comportamento assunto dal ragazzo. Al di là della classe sociale e dell’appartenenza culturale, al di là delle difficoltà familiari vi sono altri fattori di influenza. Il gruppo dei pari è considerato un canale di socializzazione per l’individuo. L’importanza rivestita dalla famiglia e dal gruppo in adolescenza è un aspetto molto discusso, poiché se in alcune situazioni la prima agisce da fattore protettivo nei confronti del gruppo, in altri casi è quest’ultimo che sopperisce alle mancanze familiari. Non sarebbe dunque corretto generalizzare.
Un’ipotesi emersa in letteratura e che può spiegare cosa avviene in alcune aree del mondo minorile fa riferimento al ruolo svolto dalla famiglia, dalla scuola e dal gruppo dei pari. Il nuovo concetto introdotto è quello di deprivazione relativa che sottolinea quanto non siano più tanto importanti le deprivazioni assolute (emarginazione, disoccupazione, povertà), ma piuttosto lo scarto crescente che sembra esserci tra la percezione delle aspettative e la percezione delle opportunità.
I sociologi spiegano questo fenomeno con l’allungamento della fase precedente all’inserimento sociale e lavorativo dei giovani, ma ci sono anche altri aspetti di ordine culturale. Sembrerebbe esserci uno scarto tra la costruzione delle aspettative dei ragazzi all’interno della famiglia e la costruzione delle aspettative all’interno della scuola. All’interno della famiglia, soprattutto nei ceti medi, si stimolano alte aspettative quasi per soddisfare i bisogni della famiglia stessa; nella scuola la modalità di costruzione delle aspettative è più confusa, forse perché il contesto scolastico stesso attraversa oggi una fase di forte disagio e instabilità. I ragazzi possono reagire a tutto ciò smettendo di credere alle aspettative familiari quando si accorgono che esse sono del tutto astratte, oppure possono sentirsi fortemente stimolati a mantenerle alte con il rischio di andare incontro a grandi frustrazioni, a un malcontento, a un sentimento di ingiustizia, a una canalizzazione di questi sentimenti verso atti teppistici, razzisti e violenti in diverse direzioni. Questa ipotesi, che andrebbe comunque specificata e approfondita, è interessante perché mette in evidenza le dinamiche complesse che oggi si instaurano tra famiglia, scuola e gruppo dei pari.
La famiglia è considerata la principale agenzia di socializzazione che media e regola i percorsi fra condizioni, bisogni, aspettative, deprivazioni assolute e relative, rispetto ai rischi e alle esperienze di devianza nelle fasi evolutive della minore età. Non è quindi incauto pensare di intervenire sulla famiglia con forme di progettazione centrate su un’ottica di tipo promozionale, ossia, non tanto con un’attenzione focalizzata sui rischi, quanto piuttosto attraverso l’offerta non specifica di risorse, competenze, abilità, favorendo il coinvolgimento della famiglia in attività solidaristiche e prosociali.
Gaetano De Leo
    
I COMPORTAMENTI ANTISOCIALI
Quasi ogni giorno, a scuola o contesti a essa collegati, si registrano episodi di violenza e di aggressività tra i preadolescenti o gli adolescenti. In alcuni casi si fa riferimento a situazioni di derisione e insulto, in altri a forme di minaccia ed estorsione, in altri ancora a vere e proprie forme di aggressione o di persecuzione fisica. A seconda del target e delle caratteristiche degli attori, si può parlare di bullismo, di violenza individuale o di violenza di gruppo, come nel caso delle baby-gang. Ciò che accomuna questi diversi comportamenti violenti è il carattere gratuito, l’assenza di attacchi precedenti che ne giustifichino la presenza. La natura di queste azioni è ostile, non reattiva, diretta verso vittime indifese e più deboli degli aggressori.
La letteratura più recente ha approfondito la relazione che esiste tra atti aggressivi e comportamenti antisociali, quali uso di droghe, vandalismo, furti. Esistono però tra queste condizioni anche alcune differenze significative. Per aggressività alcuni autori intendono «un comportamento che ha lo scopo di far male o nuocere a una o più persone». La definizione che Loeber dà al comportamento antisociale è: «Comportamento che infligge dolore fisico o mentale o che danneggia le proprietà altrui e che può costituire o meno un’infrazione alla legge». La definizione di comportamento antisociale è dunque più ampia, include l’aggressività, ma non è ristretta a essa. Una distinzione rilevante è il riferimento, nella prima, all’intenzionalità dell’azione, mentre nella seconda l’enfasi viene posta più sulle conseguenze. Nell’analisi dei diversi tipi di comportamento aggressivo e antisociale si rintracciano le principali tipologie: aggressività; comportamenti di opposizione; violazioni dello status personale (uso di droghe, marinare la scuola, bestemmiare); violazione della proprietà altrui (furti e vandalismo).
Alcune ricerche evidenziano come certe forme più lievi di condotta trasgressiva interessino, a livello episodico, la quasi totalità dei ragazzi della scuola media e dei primi anni delle superiori. In particolare, l’adolescenza è l’età in cui le azioni violente aumentano. In alcune culture il comportamento aggressivo diventa, in questa fase dello sviluppo, accettabile.
Gli studiosi americani Loeber e Hay (1997) hanno condotto una ricerca sulla violenza tra i giovani di Pittsburgh cercando di rintracciare l’età di insorgenza dei diversi comportamenti violenti e antisociali a partire dalla valutazione dei genitori e dividendo il comportamento in tre grandi classi: il bullismo e i comportamenti di disturbo, definiti aggressività lieve; l’attacco fisico e le violenze di gruppo, definiti aggressione fisica; e i comportamenti di attacco personale e di violenza sessuale, definiti violenza. Dalla curva evolutiva dei tre tipi di comportamento emerge che c’è un ordine progressivo di insorgenza dei fenomeni in relazione alla gravità: le forme di aggressività minore presentano un aumento lineare da 3 a 14 anni, mentre l’aggressione fisica aumenta dai 10 anni in avanti, seguita dalla violenza che ha un incremento significativo da 11-12 anni in poi. Questo dato spiegherebbe perché certi fenomeni più gravi di tipo aggressivo e antisociale siano significativamente più frequenti nell’età adolescenziale rispetto alle altre fasi dello sviluppo.
È interessante confrontare i dati psicologici, ottenuti dalle dichiarazioni dei ragazzi, e dati basati sugli archivi di polizia e dei tribunali. Dal confronto emerge la discrepanza nell’età in cui certi fenomeni risultano più elevati. I dati basati sui registri degli arresti per violazione delle norme riportano una curva molto spostata in avanti (18-20 anni), rispetto ai dati di indagini psicologiche che presentano il picco dai 12 anni in poi. Ciò sembra indicare che per coloro che subiscono condanne penali, tale evento avviene dopo diversi anni di gravi comportamenti di questo tipo. Le differenze tra maschi e femmine nella condotta aggressiva e antisociale sono molto marcate: rispetto alle citazioni in giudizio per reati è di 4 a 1. Nonostante questi dati epidemiologici, si evidenziano cambiamenti di tendenza secondo cui anche le ragazze partecipano a episodi di violenza e prevaricazione: in alcunebaby-gang ci sono ragazze, in certi casi si sono registrati episodi di violenza perpetrata dalle ragazze a carico di altre ragazze.
Ersilia Menesini
    
 BIBLIOGRAFIA
·         Barbaranelli C., Regalia C., Pastorelli C., Fattori protettivi del rischio psicosociale in adolescenza, "Età evolutiva", 60, 1998, pp. 93-100.
·         Chiosso G., Nascere figlio. Le famiglie italiane verso il duemila, UTET, Torino 1994.
·         Cirillo S. e al., La famiglia del tossicodipendente, Raffaello Cortina, Milano 1996.
·         D’Alessio M., Schimmenti V., Cherubini A., Valutazione del rischio psicosociale in età evolutiva, in D’Alessio M., Pio E. Ricci Bitti, Villone Betocchi G. (a cura di), Gli indicatori psicologici e sociali del rischio. Modelli teorici e ricerca empirica, Gnocchi Editore, Napoli 1995.
·         De Leo G., La famiglia nel processo di costruzione della devianza, in Scabini E., Donati P. (a cura di), op. cit., 1992.
·         De Leo G., La devianza minorile, Carocci, Roma 1998.
·         Malagoli Togliatti M., Comportamento aggressivo negli adolescenti: una lettura in chiave sistemico-relazionale, "Famiglia e minori", 2, 1989, pp. 31-39.
·         Malagoli Togliatti M., Famiglia e adolescenza, condizioni di rischio e risorse psicosociali, "Età evolutiva", 53, 1996, pp. 99-104.
·         Malagoli Togliatti M., Ardone R., Adolescenti e genitori. Una relazione affettiva fra potenzialità e rischi, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993.
·         Malagoli Togliatti M., Montinari G., Famiglie divise, Franco Angeli, Milano 1995.
·         Malagoli Togliatti M., Rocchietta Tofani, Famiglie multiproblematiche, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1987.
·         Palmonari, Psicologia dell’adolescenza, Il Mulino, Bologna 1993.
·         Patterson G., Reid J., Dishion T., Antisocial boys, Costalia Publishing, Orelon 1992.
·         Scabini E., Donati P. (a cura di), Famiglie in difficoltà tra rischio e risorse, Vita e Pensiero, Milano 1992.
·         Scabini E., Marta E., Rosnati R., Rischio familiare e rischio sociale: una ricerca sulle famiglie con tardo-adolescenti, in D’Alessio M., Pio E. Ricci Bitti, Villone Betocchi G. (a cura
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