Devianza minorile

Articolo pubblicato su:

Rivista di Psicologia Giuridica. Trimestrale  di saggi giurisprudenza, ricerche , Anno IX – Numero 2, Giugno 2005.

Verena Elisa Gomiero

(psicologa - psicoterapeuta)

Introduzione

 

“Chi ha il codice del mito detiene il potere. Considerando il logos il veicolo dei messaggi, è possibile entrare dentro lo sciogliersi del significato dei miti. La nostra cultura occidentale è invasa da narrazioni di miti che spiegano l’evolversi dei valori, delle norme, delle regole, delle guerre, degli dei. Il logos del mito annuncia il cambiamento o la concezione del mondo di quel popolo o di quel gruppo. Il mito è il luogo della narrazione del passato in un presente, è un codice pregnante di riferimenti della tradizione. Il mito è il veicolo per mezzo del quale è possibile indurre delle norme/valori che permangono nella stratificazione temporale, storica dell’inconscio collettivo di un  gruppo, di un popolo. Ogni società rinnova il mito inventandone di nuovi” (E. Magni, 1998).

I miti sono delle metafore concettuali che permettono di interpretare determinati fenomeni. Oggi nella società dell’immagine, della comunicazione, il mito viene indotto/dedotto dalle varie forme del potere. La difficoltà sta nel trovare una chiave di lettura per leggere il mito imposto. Il cambiamento sta in un nuovo modo di decodificare i nuovi miti. I giovani sono i maggiori consumatori di miti, ma contemporaneamente vengono strumentalizzati dal potere di Laio, che qui simbolizza il potere economico, sociale, religioso, politico, nell’essere costruttori di nuovi miti.

Nell’antica Grecia: “i miti venivano presentati ai fanciulli come incantesimi, a volte lieti, dalle labbra della madre o della nutrice che porgeva loro il seno, era il tempo in cui i miti venivano rappresentati nelle preghiere in occasione di sacrifici, spettacolo di rituali in cui un giovane aveva sotto gli occhi i genitori che offrivano vittime agli dei e rivolgevano a loro preghiere che testimoniavano dell’assoluta certezza della loro esistenza, altrettanto naturale dell’aria che si respira” (M. Détienne, Mito/rito, Enciclopedia Einaudi, 1980).

Il mito serve a Laio (il potere) per informare “democraticamente” i giovani, le nuove generazioni, della tradizione. Il mito stratifica nella memoria delle generazioni diventando storia.

L’adolescenza può essere definita come una fase della vita che incomincia nella biologia e finisce nella società. In molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo, l’adolescenza come età non esiste. Nel mondo occidentale è soltanto sul finire del XVIII secolo che questa età inizia a delinearsi all’interno di alcuni strati sociali e si afferma di pari passo con la trasformazione delle comunità in società, ossia organismi caratterizzati da una pianificazione diversa e più articolata per quanto riguarda il lavoro, la preparazione professionale, i ruoli pubblici, le fasce d’età. Prima di allora, a scandire l’uscita dall’infanzia c’erano soltanto la pubertà, che è un evento biologico e alcuni riti di accesso al mondo adulto, spesso praticati collettivamente (A. Oliverio Ferrarsi, 2004).

L’adolescenza in quanto epoca di passaggio, di transizione dall’infanzia all’età adulta rappresenta per antonomasia un momento critico, essa è marcata dal risveglio massiccio di antichi conflitti, in particolare di quello edipico e dalla messa in atto di difese forsennate che i conflitti stessi mobilitano. L’adolescente si trova di fronte ad un lavoro psichico assai complesso, legato alle fondamentali trasformazioni corporee e ai cambiamenti delle sue funzioni e dei suoi ruoli sociali, un lavoro che deve portare alla ridefinizione del rapporto del mondo interno con il mondo esterno e con il proprio corpo. Attraverso questo lavoro psichico raggiungerà lo stato adulto, ossia l’acquisizione delle capacità e delle funzioni che fino a quel momento erano state svolte dai genitori. E’ un percorso che dalla dipendenza porta all’autonomia e che risulterà tanto più lineare quanto più gli oggetti interni e il mondo interno in generale del bambino erano solidi, coesi ed equilibrati.

Adolescenza = violenza?

 

Nell’adolescenza molti fattori psicologici concorrono a favorire l’emergere della violenza (nei suoi vari aspetti) sia come modalità di affermazione e di salvaguardia dell’Io minacciato, sia come espressione di impetuosa corrente pulsionale che non trova sbocco nell’investimento oggettuale. Rispetto all’epoca precedente la violenza assume connotati più polimorfi e complessi; essa non è più sinonimo solo di aggressività o di distruttività, ma assume significato anche di sessualità, piacere, rinascita, affermazione della propria identità (di adulto divenuto forte e maturo). Negli ultimi anni assistiamo a delle forme di violenza che racchiudono in sé tutte queste valenze e che si sono sostituite alle forme di iniziazione del passato; l’adolescente di oggi non ricevendo più dalla società e dal mondo degli adulti le regole, le prove, i rituali che gli permettono di accedere e di essere accettato dal mondo “adulto”, si procura da solo la propria iniziazione, ecco allora le corse a folle velocità di notte per le strade, la sfida con il destino nelle prove tipo roulette russa, i gruppi che scorazzano per i quartieri con intenti più o meno bellicosi ecc. Il giovane esplora così i propri miti, la propria forza, le proprie possibilità ed esigenze, ma allo stesso tempo si misura con gli altri con i propri limiti. Queste forme del manifestarsi fenomenologico della violenza tipiche dell’adolescente Jeammet le definisce etero-aggressive e le distingue da quelle auto-aggressive come il suicidio, gli autolesionismi, le tossicomanie, l’anoressia, la bulimia, i tentativi di trasformare il proprio corpo (chirurgia plastica) che portano ad una autodistruzione e automutilazione progressiva e lenta della persona ( Jeammet, 1992).

 

Il giovane nella società 

Il mondo giovanile è in continua trasformazione: cambiano i costumi, gli stili di vita, gli idoli,gli eroi, i comportamenti devianti e criminosi. Il comportamento dei giovani, degli adolescenti è perennemente studiato da psicologi, da sociologi, da statisti che cercano di mettere sotto la lente di ingrandimento le tendenze, le trasformazioni. Il giovane è diventato oggetto di studio di ricerca. Lo stesso comportamento deviante si modifica in relazione alle trasformazioni culturali, sociali, economiche e politiche. Il giovane è il prodotto socio-psicologico della società in cui vive.

La cronaca quotidiana riportata dai giornali, dai settimanali permette di esplorare, indagare il labirinto in cui si muove il giovane. E’ un labirinto pieno di insidie, di rischi, di bordi fatti di normalità, di devianza, di violenza e di estraniazione in cui prevale fortemente la dimensione dell’individualità, della soggettività che fatica ad essere codificata dentro un presupposto, dentro un modello. Gli stili di vita, le mode, i comportamenti stereotipati e ridondanti deragliano di fronte alle testimonianze del singolo soggetto. Le cronache dei mass media tendono a costruire un immaginario sociale che altro dalla realtà, ma che, contemporaneamente è anche la realtà, da una rappresentazione del giovane che è tendenzialmente borderline. E’ un immaginifico sociale che coglie prevalentemente la dimensione della devianza, della malattia sociale e marginalizza la normalità. Il media mette in scena prevalentemente accadimenti enfatici, ridondanti che colpiscono l’immaginario del soggetto e del collettivo ma è proprio dentro questo grande e infinito contenitore che il giovane si forma, si plasma e si identifica (E.Magni, 2004).

I mezzi di comunicazione riportano fatti di cronaca nera agiti da adolescenti, c’è sempre un avvenimento che fa più notizia di un altro si va a caccia della notizia più ecclatante, si scava nella vita privata dei giovani che hanno commesso il fatto, dei loro familiari, degli amici, dei vicini di casa ecc. Quando dei ragazzi compiono degli atti efferati, in tv e nei giornali si aprono ampi dibattiti che coinvolgono i professionisti più diversi: sociologi, psicologi, assistenti sociali, educatori, giuristi ed anche religiosi ognuno dice la sua, spesso litigano perché tanti pensano di avere la soluzione in tasca ma alla fine proposte concrete ed aiuti veri se ne vedono pochi.

“Quando ti vien voglia di criticare qualcuno, ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu” (Il Grande Gatsby, F.Scott Fitzegarld, 1950).

Questa riflessione ci mette in guardia dal formulare giudizi sommari e speculativi soprattutto su fenomeni complessi e in continua evoluzione come possono essere le problematiche giovanili.

Il sociologo Ilvo Diamanti scrive su La Repubblica (luglio 2004), che i giovani d’oggi e soprattutto i giovanissimi “under twenty”, non si presentano con un’immagine univoca ne la cercano. Piuttosto si abbandonano senza soverchio disagio alle contraddizioni dell’epoca, vivendole tutte e contemporaneamente, in attesa che la vita e la voglia facciano emergere in loro una vocazione, una maniera, un incontro dominante sugli altri. Attesa che in alcuni casi suscita ansia e disagio, ma nei più è quasi diventata una modalità della vita che viene accettata come tale e rinviata di anno in anno. Convivono nella giornata di questi adolescenti, il desiderio, l’impegno politico, la passione per la musica, il desiderio di stare insieme e di partecipare insieme.

Un grande psichiatra come V. Andreoli nel suo libro “Lettera ad un adolescente”, sostiene che tra generazioni ci deve essere il dialogo, uno scambio reciproco di idee, sentimenti, esperienze. Certo due generazioni non possono condividere gli identici schemi esistenziali o i gusti imposti dalle mode dei tempi, ma il dissenso non può in alcun modo alterare il legame d’amore, che c’è tra un padre/madre e un figlio.

La distanza tra generazioni aumenta nella società contemporanea, che muta con una rapidità tale da rendere vecchie concezioni soltanto di un anno prima. E’ atteso e comprensibile un conflitto tra visioni del mondo, che tuttavia non deve intaccare i legami affettivi d’amore. Il periodo di maggior scontro tra genitori e figli è l’adolescenza, fase di passaggio dall’infanzia all’età adulta.

V. Andreoli vede l’adolescenza come una metamorfosi, un cambiamento, una modalità nuova di percepirsi e di vedere il mondo che ci circonda e non sempre il cambiamento viene accettato subito, ma spesso porta ad un rifiuto o alla paura di non riuscire ad adattarsi a tale cambiamento. La società è la mescolanza dinamica di tutte le fasi dell’esistenza. Non si può parlare dei giovani staccandoli dai loro padri; se lo si vuole fare deve essere chiaro che si tratta di una semplificazione schematica, strumentale a evidenziare un aspetto che tuttavia va riportato sempre all’insieme: alla famiglia, alla comunità locale, fino alla società intesa proprio come la totalità degli uomini. E’ questo l’ambito in cui dovrebbero essere considerati anche il merito e la colpa. Ognuno di noi è il risultato anche delle persone con cui vive e in particolare di quelle con cui è in una relazione significativa. Se un adolescente compie azioni che la società elogia, il merito è certamente da attribuire anche al padre e alla madre e forse ai tanti che hanno contribuito a motivarlo in quell’impegno e a convincerlo che ce l’avrebbe fatta. Lo stesso vale per quei comportamenti che la società non accetta e mira ad eliminare attraverso regolamenti o sanzioni che distolgono dal desiderio di attuarli. “La pena” imposta a un adolescente dovrebbe essere anch’essa “condivisa” (metaforicamente parlando) dalle persone che hanno il compito di aiutarlo a superare le difficoltà di questo periodo della crescita.

La relazione familiare non è solo una modalità sociale di riunione delle persone ma una vera unità funzionale, talmente carica di conseguenze e di effetti positivi e negativi, da legare i familiari in un’unica entità.

 

Il controllo sociale e la pena

 

Il problema della devianza minorile ha conosciuto sempre un notevole interesse a diversi livelli; sul piano operativo, rispetto alla questione del “che fare” di fronte a giovani che trasgrediscono le norme, sul piano normativo-giuridico attraverso la costituzione di organi specifici che si occupano della fascia minorile, sul piano  più strettamente teorico nell’ambito delle scienze umane, che dal periodo positivista in poi hanno sempre dedicato notevole spazio all’analisi dei problemi adolescenziali. I minori sono considerati come un problema “specifico” anche e soprattutto quando deviano dalla norma e proprio per questo attualmente ci sono organi specifici che se ne fanno carico, in particolare il Tribunale dei Minorenni che, istituito nel 1934, è competente su tre aree: civile, amministrativa e penale. La competenza penale del Tribunale dei Minori riguarda tutti i minori dai 14 ai 18 anni che abbiano compiuto un atto considerato come reato dal Codice Penale vigente. L’azione penale ha quindi inizio solo di fronte a fattispecie tipiche di reato e non per generici comportamenti devianti dei quali il Tribunale si occupa all’interno della competenza amministrativa. Infatti è opinione comune tra chi opera nel settore minorile che si debba tendere ad una rapida e quanto meno dolorosa possibile uscita del ragazzo dal cosiddetto circuito penale, nel caso di reati che per fattispecie astratta o per il fatto che siano stati commessi dai ragazzini appaiono poco reati e tanto sciocchezze, i cosiddetti Mikey-mouse crimes, (i crimini di Topolino). Si ritiene che nel caso dei minori, sia necessario innanzitutto fornire una diversa valutazione del reato, tenendo conto che spesso esso assume il significato di una bravata e porta a conseguenze poco rilevanti sul piano del danno sociale. Questa concezione può essere collegata ad uno dei principi del diritto penale minimo: il principio di proporzionalità astratta che A. Baratta (1985), così definisce: “ Solo gravi violazioni dei diritti umani possono essere oggetto di sanzione penale. Le pene devono essere proporzionali al danno sociale arrecato con la violazione”. Anche De Leo (1981) pone la questione in termini di verifica se il criterio di rilevanza penale valido in generale per le azioni sociali, in un determinato contesto storico, valga in tutti i casi e per ogni fascia di età dei soggetti. Secondo De Leo si può ipotizzare che azioni sociali diverse abbiano margini di elasticità diversi in rapporto all’età, dal punto di vista del superamento del confine della rilevanza penale. Ad esempio un’ingiuria a un pubblico ufficiale da parte di un bambino  presumibile abbia una rilevanza sociale diversa dalla stessa ingiuria detta da un uomo di trent’anni.

Nel nostro paese l’allarme sociale nato in questi ultimi anni in merito ad episodi delittuosi commessi da minorenni e in particolare al loro coinvolgimento in attività criminali tipiche di alcune organizzazioni, secondo vari professionisti (Giacca, Moro, Palomba, 2003), si è andato costruendo facendo anche riferimento a quegli elementi che caratterizzano la fisionomia, negli ultimi anni, della criminalità minorile: un aumento di minori di 14 anni denunciati, un cambiamento nella qualità dei reati commessi e un aumento del coinvolgimento dei minori in attività illecite delle organizzazioni criminali, un’intensa attività da parte dei servizi penali di accoglienza, soprattutto al Sud. A livello legislativo e preventivo, la risposta al problema in questione si è realizzata attraverso l’emanazione di alcune leggi, come la n°285/97, con la quale si finanziano progetti elaborati dai comuni e da associazioni per l’attivazione di interventi di prevenzione generale della delinquenza e di risocializzazione nell’area penale (S. Terragnoli, 2003). Il Sud Italia si è confermato come uno dei territori più colpiti dal fenomeno della delinquenza minorile e secondo Giacca (sociologo, mediatore penale e familiare, educatore, coordinatore presso il Dipartimento di Giustizia Minorile-Ufficio  Servizi Sociali per i minorenni di Napoli) gli elementi che assumono particolare significato sono:

1-     una conferma che le accresciute condizioni di degrado sociale, che rappresentano le radice dei fenomeni di devianza e microcriminalità, si riducono all’assenza di sviluppo storico in quest’area;

2-     l’espansione del potere delle organizzazioni criminali insieme ad una trasformazione derivata dalle nuove condizioni politiche ed economiche, sviluppano il controllo del territorio attraverso un “ricambio generazionale”.

 

“La vita bassa a quindici anni”

 

 Il 18 ottobre 2004 sul quotidiano La Repubblica, Marco Lodoli insegnante di scuola  superiore, ha scritto un interessante e curioso articolo  sul binomio scuola-mondo giovanile.

“Insegnare a scuola mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po’ sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene oggi una ragazza di quindici anni, un’allieva che non aveva mai rivelato una particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha lasciato a bocca aperta. Eravamo negli ultimi dieci minuti di lezione, quelli che spesso si spendono in chiacchiere con gli alunni, La ragazza, raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull’elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così, non è un po’ triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri?. Da bravo professore un po’ pedante le citavo una frase di Jung: “Una vita che non si individua è una vita sprecata”, insomma facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria  strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere. A questo punto lei mi ha deposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: “Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità! I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero piccola così, la nostra sarà una vita inutile, mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quello biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche, noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci, noi siamo la massa informe”. Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho protestato, ho ribattuto che non è assolutamente così, che ogni persona anche se non diventa famosa può realizzarsi far bene il suo lavoro, amare, avere figli, migliorare il mondo in cui vive, ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più calzanti, ma capivo che non riuscivo a convincerla. Peggio, capivo che non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, ma che fotografava in pieno ciò che sta accadendo nella mente dei giovani, nel nostro mondo. A 15 anni ci si può già sentire falliti, parte di un continente sommerso che mai vedrà la luce, puri consumatori di merci perché non c’è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno della propria vita. Un tempo l’ammirazione per le persone famose, per chi era stato capace di esprimere (nella musica, nella letteratura, nello sport o nella politica) un valore più alto, più generale, spingeva i giovani all’emulazione li invitava ad uscire dall’inerzia e dalla prudenza mediocre dei padri. Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli. Oggi domina un’altra logica: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori per sempre. Chi fortunatamente ce la farà avrà una vita vera, tutti gli altri sono condannati ad essere spettatori e a razzolare nel nulla. Si invidiano i vip solo perché si sono sollevati dal fango, poco importa quello che hanno realizzato, le opere che lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a mano armata a una banca. Quei tipi comunque erano celebri e magari la televisione li avrebbe pure intervistati in carcere un giorno. Questa è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del nostro paese, un crimine contro l’umanità più debole ideato e attuato negli ultimi vent’anni. Pochi individui hanno una storia, un destino, un volto e sono gli ospiti televisivi, tutti gli altri già a quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare su e giù per la Tuscolana e un cuore pieno di desolazione e di impotenza (Marco Lodoli, 18 ottobre 2004). 

 

Dati statistici

 

In Francia il Ministero della Gioventù, dell’Educazione e della Ricerca nell’anno scolastico 2002-2003, ha commissionato un’indagine all’interno delle scuole per vedere quali tipologie di atti violenti vengono compiuti dagli studenti.

 

 

Tab. n°1

Violenze

Numero di incidenti

Percentuale (%)

Violenze fisiche senza armi

21.003

29,15

Insulti o minacce gravi

16.623

23,07

Furti o tentativi di furto

7.844

10,89

Altri fatti gravi

3.092

4,29

Atti di vandalismo

2.675

3,71

Intrusione di persone estranee all’istituto scolastico

2.061

2,86

Lancio di pietre o altri oggetti contundenti

1.952

2,71

Racket o tentativi di estorsione

1.757

2,44

Consumo di sostanze stupefacenti

1.654

2,30

Scritte murali con bombolette spray

1.635

2,27

 

Fonte: Ministero francese della Gioventù, dell’Educazione e della Ricerca

 

 

I dati delle tabelle n° 2 e 3 provengono dall’Ufficio Centrale per la Giustizia Minorile

 Ingressi in I.P.M. ( Fonte: Ufficio Centrale per la Giustizia  Minorile)

    Tab. n° 2

Anni

 

Italiani

Stranieri

Totale

1991

1.228

726

1.954

1992

1.492

797

2.289

1993

1.465

849

2.314

1994

1.322

918

2.240

1995

1.110

903

2.013

1996

1.093

882

1.975

1997

934

954

1.888

1998
1999

884
750

1.004
1.110

1.888
1.860

 

 

 

Ingressi in Centri Prima Accoglienza (Fonte: Ufficio Centrale per la Giustizia  Minorile)

Tab. n° 3 

ANNI

Italiani

Stranieri

TOTALE

 

1991

2.170

1.902

4.072

1992

2.591

1.961

4.522

1993

2.376

1.746

4.122

1994

2.161

1.924

4.085

1995

1.936

2.239

4.175

1996

1.952

1.838

3.790

1997

2.007

2.189

4.196

  1998
1999

1.917
2.050

2.305
2.260

4.222
4.310

 

Bibliografia

 

AA.VV. (2003), Rivista di Psicologia Giuridica, Edizioni Sapere, Padova.

AA.VV. (2004), Adolescenza prolungata, Mente e Cervello, Le Scienze S.p.A.

Andreoli V. (2004), Lettere a un adolescente, RCS S.p.A. Milano.

Baratta A. (1985), Principi del diritto penale minimo. Per una teoria dei diritti umani come oggetti limiti della legge penale, in Dei Delitti e delle pene.

De Leo G. (1981), L’iterazione deviante, Giuffrè, Milano.

De Leo G. (1981), La giustizia dei minori, Einaudi, Torino.

De Leo G. (1985), Per una definizione ella responsabilità minorile, in Esperienza di giustizia minorile.

Detienne M., mito/rito, (1980), Enciclopedia Einaudi, vol. 9 op. cit.

Fitzegarld S.F. (1950), Il Grande Gatsby, Feltrinelli, Milano.

Jeammet P. (1992), Psicopatologia dell’adolescenza, Borla, Roma.

Lodoli M. (2004), La vita bassa a quindici anni, in La Repubblica.

Magni E. (1998), Il volo di Rust: il disagio giovanile dentro e fuori il mito, G. Bertani Editore, Verona.

Magni E. (2004), Dispensa: L’altra voce, la devianza giovanile contemporanea.

Oliverio Ferrarsi A. (2004), Alla ricerca di un sé, in Mente e Cervello, Le Scienze S.p.A.

Terragnoli S. (2003), La giustizia minorile tra prospettive ed emergenze, in Rivista di Psicologia Giuridica, Edizioni Sapere, Padova.

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