L’interazionismo simbolico come spiegazione del crimine

InterattivaMente: Centro di Psicologia Giuridica – Sessuologia Clinica – Psicoterapia di Padova

1.George Herbert Mead , ruolo e socializzazione

L’interazionismo simbolico si sviluppa attorno alla fine degli anni Cinquanta e del decennio successivo ad opera essenzialmente di Mead (1934). Possiamo riassumere i postulati fondamentali di questo filone attraverso tre punti:

  • gli esseri umani si comportano verso le cose basandosi sul significato che le cose stesse hanno per loro;
  • questi significati sono il risultato dell’interazione sociale che si sviluppa all’interno della società umana;
  • gli stessi significati sono modificati e manipolati tramite l’utilizzo di un processo interpretativo attuato da ogni singolo individuo quando entra in rapporto con i segni che incontra.

Per alcuni autori, “carattere saliente dell’interazionismo simbolico (…) è quello di mettere in evidenza i processi attraverso cui gli individui, agendo nei confronti dell’ambiente che li circonda sulla base dei significati che emergono nel corso dell’interazione sociale, fabbricano gli ingredienti (…) della vita sociale” (Ciacci, 1983). L’interazione viene definita simbolica perché l’individuo vive immerso in una società in cui gli stimoli che lo sollecitano sono intrinseci di significati e di valori appresi attraverso il processo di comunicazione e di interazione sociale. Ma anche perché l’interazione si realizza tra le persone attraverso l’uso di simboli. Questo in quanto gli individui non rispondono in modo diretto alla parola ma le attribuiscono un significato e rispondono a quel significato. Secondo Mead, l’anima della socializzazione è rappresentata dalla capacità di prevedere ciò che gli altri si aspettano da noi e di orientare di conseguenza il nostro comportamento. Tale capacità si acquisisce tramite l’assunzione di un preciso ruolo. Mead, inoltre, sosteneva che la socializzazione non è mai perfetta né completa. Egli distingueva tra l’ “io”, il sé spontaneo, impulsivo e non socializzato ed il “me”, il sé socializzato, consapevole delle norme, dei valori e delle apettative sociali. Per Mead, il sé socializzato riesce nella maggior parte dei casi a dominare il me, d’altra parte tutti quanti abbiamo la capacità di infrangere le regole sociali e di violare le aspettative degli altri. Secondo l’ottica interazionista, il comportamento non è una mera manifestazione di forze interiori o un qualcosa determinato solamente da forze esterne ma è l’esito di “una interpretazione cosciente e socialmente derivata dagli stimoli interni ed esterni” (Salvini, 1981).

2. Lemert e la teoria dell’etichettamento: la devianza come tappa obbligata

Partendo come base dall’interazionismo simbolico, successivamente si svilupparono una serie di approcci paralleli, di cui uno è appunto la “labelling theory” o teoria dell’etichettamento.

L’elaborazione di Lemert, parte dal presupposto che la devianza è un comportamento che viola le norme di gruppo, un comportamento diverso che in un determinato periodo è disapprovato (Lemert, 1981). Le modalità secondo le quali viene dimostrata la disapprovazione possono essere varie, tenendo anche in debita considerazione che tutte le persone prima o poi si comportano in modo deviante. In realtà la questione principale, riguarda la comprensione del perché alcuni individui vengono etichettati come devianti mentre altri no. La risposta va ricercata nel conflitto di valori e interessi tra i soggetti che hanno il potere di assegnare l’etichetta e coloro che non hanno il potere di respingerla. In particolare, utilizzeremo la sequenza interattiva di Lemert che spinge un individuo a deviare. Si parte dal concetto di Devianza Primaria, che comprende quelle persone che attuano comportamenti devianti per un periodo limitato nel tempo. Per esempio, un individuo facoltoso che dichiara al fisco meno redditi di quelli che percepisce. Il trasgressore viene posto di fronte all’evidenza di quello che ha compiuto (Punizione Sociale) e questo porta ad una presa di coscienza che lo conduce a sviluppare un nuovo concetto di sé. Poi, l’individuo commette nuovamente una azione deviante in conformità alla nuova idea di sé stesso che ha sviluppato (Ulteriore Devianza Primaria). A ciò segue una punizione più forte ed un allontanamento, che configura una visione di soggetto pericoloso e quindi di etichettamento. Un ulteriore deviazione, traduce i sentimenti di ostilità e risentimento nei confronti di coloro che attuano le sanzioni. Si mette quindi in crisi il quoziente di tolleranza che porta ad una formale stigmatizzazione da parte della comunità. In altri termini, all’interno di ogni società esiste una soglia di tolleranza nei confronti della devianza e quando questa soglia viene superata scatta la stigmatizzazione vera e propria. Un ulteriore fase comprende, a questo punto, il rafforzamento del comportamento deviante in reazione alla stigmatizzazione ed alle punizioni; in tal senso, ormai le punizioni hanno solo il potere di potenziare maggiormente il comportamento deviante che intendono eliminare. In conclusione, c’è la definitiva accettazione dello status sociale deviante con conseguente sforzo di adattamento sulla base del ruolo relativo.

3. Interazione sociale e ruolo teatrale: l’approccio di Goffman

Le principali tradizioni teoriche che hanno influenzato l’opera di Goffman sono due. La prima è rappresentata dalla scuola di Chicago, l’università dove egli ha ricevuto il suo addestramento professionale tra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta. In quel periodo, il dipartimento di sociologia di Chicago costituiva una sorta di controaltare ai due centri universitari della East Cost, Harvard e Columbia, dove si andava elaborando la sociologia funzionalista. La seconda tradizione teorica , la psicologia sociale di G.H. Mead che veniva elaborata da un gruppo di sociologi ed etnografi del lavoro, riuniti intorno a Everett Hughes. Come per Lemert e Becker, coetanei di Goffman, non solo tra fenomeni normali e devianti esiste una frequente sovrapposizione, ma proprio le principali istituzioni create dalla società per prevenire, reprimere e curare la devianza divengono la principale causa della devianza stessa (Goffman, 1969). Egli, nel corso dei suoi studi, prese in considerazione il concetto di “interpretazione” di un ruolo. Applicò, quindi, un approccio drammaturgico all’interazione sociale che analizzò considerando gli individui della società come attori su una scena. Secondo Goffman, ognuno di noi, nel corso della propria vita, recita una parte seguendo un preciso copione e improvvisando quando questo si dimostra poco adeguato. In altri termini, ogni individuo ha un “retroscena”, nel quale si comporta in un certo modo, ed un “palcoscenico, sul quale si comporta in modo diverso. Tutto questo perché le persone sono interessate a controllare il tipo di impressione che faranno nei confronti di chi sta loro attorno. Per raggiungere questo scopo, dovranno costruire un certo tipo di scenario, vestendosi in un determinato modo a seconda dell’occasione cui parteciperanno, addobbando la propria casa secondo precisi schemi. Spesso, però, capita che il “pubblico” si renda conto che il soggetto sta recitando e osserva la rappresentazione notando sia ciò che l’attore vuol far percepire intenzionalmente, sia quello che lascia trasparire involontariamente. In realtà, nonostante le persone siano coscienti di questa rappresentazione, non verrà manifestato alcun dubbio in merito a ciò che l’individuo ha mostrato, poiché ciò non consentirebbe di salvarsi la faccia a vicenda.

Riferimenti Bibliografici

ARGYLE, M. (1972): Non-verbal communication in human social interaction, in R. Hinde (a cura di), Nonverbal communication, Cambridge University Press, (trad.it. La comunicazione non verbale, Laterza, Bari, 1974).

CIACCI, M. (1983): Significato e interazione: dal behaviorismo sociale all’interazionismo simbolico, in Ciacci (a cura di), Interazionismo simbolico, Il Mulino Bologna. FRANTA, H., SALONIA, G. (1981): Comunicazione interpersonale, Libreria Ateneo Salesiano, Roma.

LEMERT, E.M. (1981): Devianza, problemi sociali e forme di controllo, Giuffrè, Milano.

MEAD, G.H. (1934): Mind, Self and Society: From the Standpoint of a social behaviorist, Charles W. Morris, Chicago, University of Chicago Press.

SALVINI, A. (1981): Interazione e comportamento deviante: introduzione a Edwin Lemert, in Lemert, Devianza, problemi sociali e forme di controllo, Giuffrè, Milano.

GOFFMAN, E. (1969): La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna.

GOFFMAN, E. (1970): Stigma. L’identità negata, Laterza, Bari.

TRENTINI, G. (1980): Manuale del colloquio e dell’intervista, UTET, Torino.

TRENTINI, G., TANCREDI, M. (1991): Il colloquio in azienda, Pirelli, Milano.

 

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