Metodi e strumenti della perizia psicologico-giuridica e criminologica minorile

Gaetano De Leo*, Patrizia Patrizi**, Maria Stella Di Tullio D’Elisiis*** 

1. Le previsioni di legge e i contenuti di interesse peritale - 2. I criteri di metodo e i livelli di competenza che orientano l’attività del perito - 3. Dai quesiti posti dal giudice alla stesura della relazione peritale - 3.1. L’incarico e i quesiti, 3.2. Il modello metodologico di riferimento, 3.3. Gli strumenti di indagine, 3.4. La sintesi psicodiagnostica e clinica, 3.5. La discussione peritale e le risposte ai quesiti, 3.6. Le proposte di intervento – 4. Conclusioni - Bibliografia

 1. Le previsioni di legge e i contenuti di interesse peritale

Con l’entrata in vigore del processo penale minorile (D.P.R. 448/88 e D.L.vo 272/89)[1] lo strumento peritale assume nuove importanti implicazioni di significato. Tale normativa mette, infatti, in primo piano la necessità di considerare e favorire, a livello istituzionale, i processi evolutivi dell’autore di reato minorenne (Palomba, 1989). In questa direzione va l’obiettivo che il processo penale svolga una funzione di responsabilizzazione del ragazzo rispetto al reato commesso, assicurando al tempo stesso il riconoscimento dei suoi bisogni, l’attenzione alle sue esigenze di crescita, la tutela dei suoi diritti, come cittadino e come imputato di reato. L’intento della legge è, dunque, quello di utilizzare l’incidente critico dell’azione di rottura sociale messa in atto dal ragazzo per ridirezionare in senso evolutivo il suo percorso di vita, le cui linee di sviluppo appaiono ostacolare o rendere disfunzionale i suoi processi di crescita individuale e sociale.

All’interno di questa cornice di riferimento si colloca l’intervento peritale, che deve essere inteso quale strumento volto ad approfondire e comprendere i significati psicologici, interattivi, dinamici che la condotta deviante ha assunto, ma anche ad individuare le forme di intervento più idonee a far sì che il ragazzo proceda lungo un percorso di: a) assunzione di responsabilità delle proprie azioni; b) rilettura di quanto accaduto rispetto alla personale storia di vita ed ai nodi di sviluppo che agiscono attivamente a livello intrapsichico e relazionale; c) elaborazione dell’esperienza deviante e costruzione di nuove e diverse prospettive di vita.

Vediamo, dunque, come trovano concreta applicazione questi diversi livelli di interesse, e quali sono le specifiche previsioni di legge che sostanziano il coinvolgimento professionale del perito.

In primo luogo, va menzionato l’art. 9 (Accertamenti sulla personalità del minorenne) del suddetto D.P.R. 448/88, che afferma chiaramente la necessità che il giudice valuti l’imputabilità ed il grado di responsabilità del minore in relazione alla rilevanza sociale del fatto, facendo affidamento su una specifica e circostanziata indagine di personalità.

 

Il pubblico ministero e il giudice acquisiscono elementi circa le condizioni e le risorse personali, familiari, sociali e ambientali del minorenne al fine di accertarne l’imputabilità e il grado di responsabilità, valutare la rilevanza sociale del fatto, nonché disporre le adeguate misure penali e adottare gli eventuali provvedimenti civili. Agli stessi fini il pubblico ministero e il giudice possono sempre assumere informazioni da persone che abbiano avuto rapporti con il minorenne e sentire il parere di esperti, anche senza alcuna formalità (corsivo nostro).

Il giudice si trova, dunque, nella condizione di rilevare informazioni di natura psicologica e sociale, che gli saranno particolarmente utili ad articolare quelle che considererà le misure più idonee allo specifico caso, consapevole della presenza di una serie di fattori di rischio di insuccesso emersi proprio attraverso l’accertamento di personalità e connessi, da un lato, alle condizioni del minore e, dall’altro, alla possibilità di attivare o meno il piano delle risorse intorno ad esso disponibili (Patrizi, 1995). La centratura su questo livello di interesse assume un’importanza fondamentale dal punto di vista processuale e psico-giuridico, poiché includendo tali risorse tra gli elementi di valutazione,

viene a configurarsi un’ipotesi di responsabilità che non si limita ad accertare le capacità di attribuzione a sé dell’atto al momento della sua commissione, ma che, su quelle capacità, si interroga in termini di alternative non ancora attualizzate. Il termine risorse si propone, infatti, come sintesi di un atteggiamento che è presente in tutti i passaggi più rilevanti della normativa e che valorizza l’obiettivo specifico della responsabilità in senso anche prospettico, come sviluppo di percorsi ad essa finalizzati (De Leo, Patrizi, 1999, p. 96).

Appare importante, a questo punto, ai fini della presente trattazione, esplicitare alcuni costrutti di significato che attengono specificamente ai concetti di imputabilità e responsabilità, e rispetto ai quali il perito dovrà necessariamente confrontarsi per poter offrire al giudice informazioni che siano mirate, complete e coerenti tra loro. In accordo con quanto sin qui affermato va, inoltre, specificato che oggetto di valutazione dell’organo giudicante non è esclusivamente il momento specifico in cui il comportamento deviante è stato messo in atto; assumono, infatti, rilievo anche le modalità attraverso le quali il minore imputato viene coinvolto all’interno dell’iter giudiziario che lo riguarda. Ciò significa che il perito ha anche il compito di individuare elementi circostanziali che possano promuovere assunzione di responsabilità in relazione al percorso processuale, e che svolgano un’importante funzione strumentale ed “esercitativa” in termini di confronto rispetto alla responsabilità in senso più esteso (De Leo, 1996).

Vediamo, dunque, quali sono le implicazioni di significato associabili al concetto di responsabilità in età evolutiva. In primo luogo, interrogarsi circa i livelli ed i modi in cui il ragazzo può essere considerato responsabile delle proprie azioni vuol dire valutare l’adeguatezza della sua coscienza, volontà ed intenzionalità rispetto al comportamento agito, e la conseguente imputabilità o capacità di rispondere penalmente e socialmente del proprio operato. In accordo con la necessità di porre particolare attenzione a questi livelli di interesse, il codice penale (art. 98 c.p.) afferma che nella fascia di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni[2] la valutazione dell’imputabilità deve essere fatta caso per caso, tenendo conto della così detta capacità di intendere e di volere attiva al momento in cui il ragazzo ha commesso il reato.

L’imputabilità rappresenta, in effetti, una categoria giuridica di particolare delicatezza, intorno alla quale si è articolato, storicamente, un fervido dibattito culturale, legislativo e scientifico. Anche il precedente codice penale Zanardelli, dell’Italia post-unitaria, metteva in luce la necessità di accertare, all’interno di una fascia di età compresa tra i nove ed i quattordici anni, la capacità di discernimento del ragazzo, intesa in termini di capacità di effettuare scelte tra possibili alternative di azione, seppure all’interno di una sostanziale immaturità, quale generica incompetenza dovuta all’età. Con il codice penale Rocco del 1930, tuttora vigente, il discernimento viene sostituito da un concetto molto più complesso ed articolato, quale la capacità di intendere e volere, che viene considerata requisito generale dell’imputabilità, anche in età adulta (art. 85 c.p.).

Perdendo la connotazione di vaghezza ed indeterminazione che caratterizzava la nozione del discernimento, tale criterio di valutazione coincide con una capacità a carattere unitario, ma al tempo stesso articolata in due livelli interconnessi: l’intendere, inteso quale capacità di rendersi effettivamente conto del significato dell’azione messa in atto, del suo disvalore sociale e giuridico, nonché delle sue conseguenze; il volere, coincidente con la possibilità di regolare il proprio comportamento anticipando gli effetti delle proprie azioni, che sta ad indicare la capacità di orientare l’azione stessa, dirigendola e regolandola con adeguato grado di autonomia, nonché valutandone, in fieri, i significati antigiuridici ad essa associabili (De Leo, Patrizi, 2002).

Come si può osservare da quanto descritto, la capacità di intendere e di volere fa riferimento ad una visione in cui il ragazzo diventa interlocutore competente nei confronti sia di se stesso sia di quanti interagiscono con lui in conseguenza dell’azione imputata; il perito dovrà, dunque, centrare la propria attenzione proprio su quell’insieme di conoscenze esperienziali, cognitive, emozionali e relazionali, che il ragazzo ha espresso nel momento in cui il reato è stato commesso. Coerentemente con queste premesse di significato – e con l’importante richiamo al concetto di responsabilità, presente nell’art. 9 D.P.R. 448/88- l’imputabilità richiede l’analisi complessa di quello schema regolativo interattivo che ha orientato l’azione deviante in modo intenzionale, consapevole e prevedibile rispetto alle conseguenze possibili, tutte componenti che si sviluppano intorno e dentro una gestione attiva del comportamento messo in atto (De Leo, 1985).

Vediamo, allora, quali sono i criteri di senso che il perito deve tenere a mente nel corso della sua analisi e valutazione della capacità di intendere e di volere. In primo luogo, tale categoria non può essere ricondotta semplicisticamente al concetto di maturità intesa in senso psico-sociale (Benedetti, Pittalunga, 1967). Tale concetto è stato a lungo utilizzato in relazione alla valutazione dell’imputabilità in età evolutiva associando, appunto, la nozione di maturità alla fase dello sviluppo evolutivo che consentirebbe di valutare con giudizio le proprie scelte, a partire dalla distinzione tra il lecito e l’illecito e dalla consapevole accettazione delle norme etiche e legali socialmente costituite. In quest’ottica, la determinazione mirata del proprio comportamento sarebbe, però, direzionata anche dal peso che i fattori di natura psico-sociale assumono nell’influenzare il più globale sviluppo maturativo. Affinché la parzialità di questa visione appaia evidente basta rilevare che a bassi livelli di maturità non corrisponde, necessariamente, una più frequente probabilità di commissione di reati, né vi si correla automaticamente il disconoscere il disvalore sociale dell’azione, con conseguente incapacità di monitorare il proprio comportamento (De Leo, 1985; Patrizi, 1995).

Diverso è l’orientamento scientifico che osserva il minore quale interlocutore attivo che, proprio a partire dalle interazioni esperite e dalle proprie specifiche modalità di stare con le interazioni stesse, costruisce i diversi possibili significati personali e sociali delle proprie azioni. L’attenzione alla responsabilità diviene, allora, una preziosa lente informativa e si traduce nell’analisi della realtà soggettivamente esperita dal minore «che si costruisce nei rapporti soggetto-azione-istituzione-società piuttosto che essere solo una qualità intrinseca della coscienza e della volontà» (De Leo, 1996, p. 102).

Conseguentemente, il perito non sarà tanto interessato alle ipotetiche cause che hanno potuto “determinare” la scelta deviante, quanto alle specifiche modalità che il ragazzo utilizza nel dotare di significato gli eventi che lo interessano direttamente, sia nel qui ed ora del suo comportamento, che nell’anticipazione delle prospettive future.

Di fronte a tale complessità e ricchezza di livelli di analisi è apparso, del resto, inevitabile il passaggio da una giustizia tormentata e paralizzata attorno al problema di decidere se il minore sia maturo o immaturo, imputabile o meno, […] verso un sistema giudiziario-sociale che, per ogni adolescente che mette in atto un reato, si chiede concretamente quali forme di interventi, di progettualità, di azioni possono essere realizzate - e da chi - per promuovere risorse, per stimolare processi di responsabilizzazione e di cambiamento (De Leo, 1996, p. 104-105).

 

In tale cornice, il perito che si interroghi sul concetto di responsabilità penale del minore non può esimersi dal considerare gli esiti del suo operato in termini di tutela di percorsi evolutivi e di nuovi, diversi, itinerari di sviluppo, quale essenziale livello di attenzione che pone in continua interazione il diritto del minore con i diritti della società più estesa. Ciò implica che il perito, attraverso il proprio operato, svolga un ruolo comunicativo di particolare importanza, prospettando ai propri referenti istituzionali aspetti di contenuto, strumenti di intervento e strategie di azione mirate che orientino in senso evolutivo i processi di responsabilizzazione del ragazzo, e che sostengano gli indispensabili processi di rilettura di significati, scelte ed azioni, attraverso i quali possono essere effettivamente promossi percorsi di vita socialmente integrati.

 2. I criteri di metodo e i livelli di competenza che orientano l’attività del perito

 

Svolgere un’attività di tipo peritale all’interno del contesto della giustizia penale significa necessariamente fare affidamento su una complessa competenza che, oltre a poggiare su un sapere tecnico e specialistico, tenga conto di una serie di criteri descrivibili come capacità di:

a) contestualizzare natura e finalità della propria azione;

b) definire i confini e le specifiche finalità del proprio intervento;

c) relazionarsi in modo mirato e competente rispetto ai diversi possibili referenti o destinatari dell’attività peritale.

Vediamo, dunque, nel dettaglio quali siano le componenti specifiche di ciascuno dei criteri di riferimento proposti. Con il criterio indicato come capacità di contestualizzazione si intende far riferimento alla necessità che il tecnico acquisisca una competenza specifica in merito alle cornici giudiziarie all’interno delle quali viene espletata l’attività peritale.

 

Il lavoro peritale trae origine dal contesto giuridico-giudiziario e da quel contesto verrà utilizzato secondo criteri di rilevanza ai fini decisionali. È tale contesto che informa la funzione psicologica con riguardo agli obiettivi di valutazione e decisione, all’applicazione della norma al caso concreto, a ruoli e funzioni degli interpreti della vicenda giudiziaria (De Leo, Patrizi, 1999, p. 98). 

Il perito deve, dunque, tenere ben presente che il ruolo che egli svolge è permeato dalla cornice istituzionale che lo ha chiamato in causa, tracciando un disegno che mette in relazione i “contenuti” generati attraverso l’indagine peritale ed il “contenitore” più ampio coincidente con il sistema giudicante: i costrutti ed i significati psicologici, sociali e criminologici che provengono direttamente dalla competenza specialistica del tecnico prendono vita, infatti, solo se connessi direttamente a finalità di natura giuridica e processuale.

Di conseguenza, il professionista deve essere in grado di distinguere con sufficiente chiarezza quali siano le finalità ed i confini del proprio intervento (secondo criterio). L’attività peritale è specificamente mirata alla decisione giudiziaria. La peculiarità di tale funzione la rende, dunque, “strumento conoscitivo”dell’organo giudicante, per cui le attività diagnostiche e prognostiche che si svolgono al suo interno rispondono ad esigenze di tipo clinico-conoscitive e non a finalità di tipo trattamentale, di pertinenza di altri specialisti e contesti. Consapevole della specificità degli obiettivi connessi alla propria indagine il perito deve, dunque, mentalizzare la consistenza dei propri confini operativi utilizzandoli quali criteri guida che orientino il complessivo iter di sviluppo dell’attività peritale, dall’adesione all’incarico proposto dal giudice, sino alla restituzione dei risultati della propria indagine. Tale chiarezza di intenti deve, peraltro, permeare l’insieme delle relazioni che il perito instaura con i diversi interlocutori man mano incontrati, dalle figure istituzionali ai diretti protagonisti dei fatti sotto esame.

 

È, infatti, da una chiarezza di confini fra valutazioni peritali, decisioni giudiziarie, interventi operativi che si possono trarre le coordinate per utilizzare la funzione conoscitiva come dimensione propositiva di interventi che, necessariamente e coerentemente, dovranno essere svolti altrove (ivi, p. 99).

 

Ferma restando questa necessaria cautela di contenuto e di metodo, l’attività peritale deve essere, comunque, considerata quale fucina capace di promuovere vere e proprie “occasioni di sviluppo”, nella misura in cui il perito mantenga ben presente l’intento di orientare il suo operato secondo quei mandati che la stessa legge prevede, e che abbiamo visto coincidere con il più ampio concetto di interesse del minore.

 

In tal senso, l’attività peritale può coincidere con l’offerta di uno spazio emotivamente confinato, all’interno del quale vengono chiaramente esplicitate le cornici, le finalità e le modalità dell’incontro; uno spazio da utilizzare, al tempo stesso, come occasione e strumento di facilitazione di percorso, in termini di: a) promozione di consapevolezza relativamente a quanto sta accadendo; b) confronto con la responsabilità dei comportamenti che la persona ha messo in atto; c) possibilità di usufruire di un sostegno circostanziato e mirato. In tale ottica, è possibile parlare di opportunità di cambiamento per il periziando, indipendentemente dagli obiettivi specifici che il perito persegue nello svolgimento della propria funzione. Questo cambiamento può, peraltro, coinvolgere il sistema più allargato dei servizi istituzionali coinvolti nel caso specifico, proprio a partire dalle considerazioni emerse in sede peritale che possono potenzialmente ridefinire, ampliandole, modificandole o inserendole in nuove prospettive, le precedenti visioni e percezioni del “problema” della persona in esso coinvolta, nonché dell’intero sistema di riferimento (formale ed informale) che ruota attorno a quella stessa persona (Patrizi, Di Tullio D’Elisiis, in press).

 

Quanto sin qui descritto ci conduce direttamente al terzo criterio di riferimento che permea lo svolgimento del ruolo di perito e che riguarda la capacità di relazionarsi con competenza e funzionalità rispetto agli specifici interlocutori di processo che egli incontra nel corso delle operazioni peritali, che appartengono al sistema della committenza (il giudice che conferisce l’incarico peritale); a quello dell’utenza (i soggetti sottoposti a perizia e il loro complesso relazionale di riferimento); al più ampio insieme di interlocutori che, a vario livello, operano intorno e per il caso in esame (avvocati, servizi territoriali).

Con particolare riferimento alla figura del committente è necessario, ancora una volta, sottolineare che:

 

la perizia rappresenta un supporto tecnico conoscitivo ed è pertanto necessario che essa consideri, come imprescindibili elementi di informazione, il ruolo e le funzioni del richiedente e le sue esigenze conoscitive. Queste ultime sono contenute nei quesiti, ma devono essere “ascoltate” – quindi utilizzate in termini di organizzazione del lavoro e articolazione delle risposte – tenendo conto dei criteri con cui l’interlocutore ha formulato le domande perché quegli stessi criteri interverranno a dotare di fruibilità il contributo tecnico (De Leo, Patrizi, 1999, pp. 99-100).

 

Ciò significa che il perito deve essere in grado di identificare con estrema chiarezza identità, ruolo e funzione di colui che usufruirà della propria opera di consulenza. Egli dovrà, peraltro, far sì che il proprio lavoro sia fruibile per il committente, che deve essere messo in grado di comprendere appieno secondo quali criteri di riferimento il perito abbia orientato le proprie valutazioni, nonché attraverso quali strumenti teorici e pragmatici abbia operato. Di conseguenza, è necessario che la stesura del lavoro peritale venga effettuata privilegiando un linguaggio accessibile e comprensibile al giudice, scevro da tecnicismi che possono ostacolare la comunicazione interprofessionale in corso, e generoso in quanto a narrazioni esplicative circa la natura delle operazioni peritali, nonché i presupposti ed i nodi critici che hanno determinato la specifica risposta al quesito proposto.

Spostandoci, invece, sul versante dell’utenza, come accennato in precedenza, il tecnico ha il delicato compito di non travalicare i confini del ruolo svolto nel qui ed ora dell’incarico assunto, ma deve anche essere in grado di considerare la particolare situazione del periziando, mantenendo ben ferma la propria attenzione sul carattere di delicatezza emotiva, intrapsichica e relazionale che connota la situazione del minore e delle figure per lui affettivamente significative, in accordo con i principi di etica professionale che guidano il suo operato. Tutto ciò in coerenza con la necessità di:

 

offrire una “risposta” tecnica pertinente al sistema giudicante, ma anche essere in grado di restituire al periziando un’informazione che si connetta ai suoi bisogni, in relazione alla specifica esperienza del percorso giudiziario che lo coinvolge in prima persona (Patrizi, Di Tullio D’Elisiis, in press).

 

Il periziando è, infatti, un particolare “cliente” incontrato all’interno di una fase specifica del suo percorso esistenziale, portatore di bisogni ed emergenze che si legano strettamente al suo incontro-scontro con il mondo della giustizia, e che tendono a ricercare un proprio ambito di espressione esperienziale (ivi).

 

Da quanto sin qui descritto, emerge chiaramente come il professionista che voglia svolgere attività peritale debba poter fare affidamento su specifiche ed articolate competenze che travalicano e in qualche modo superano l’insieme delle conoscenze tecniche di base e specialistiche di cui egli è già in possesso, per settore disciplinare e professionale di appartenenza. In particolare, il perito

 

deve possedere strumenti per interpretare e spiegare: a) i comportamenti-problema e le situazioni a rischio, gli stati di bisogno; b) la ridefinizione normativa di quei comportamenti e di quelle situazioni; c) il trasformarsi di quei problemi e di quelle situazioni in domande di tipo giudiziario, istituzionale, contestuale; d) la riformulazione di queste domande in esigenze di conoscenza e di intervento proposte ai servizi tecnici della giustizia e ai servizi esterni (De Leo, 1995, p. 448).

 

Proviamo, dunque, a delineare nel dettaglio un possibile profilo che metta in luce la complessità della formazione richiesta alla figura del perito.

Per quanto concerne il piano delle competenze tecniche specialistiche necessarie e funzionali allo svolgimento dell’attività peritale, come abbiamo visto, queste devono tener conto della peculiare natura del contesto in cui ci si trova ad operare. Gli aspetti normativi ed istituzionali che connotano l’ambito di intervento richiedono la messa in campo di una specifica competenza psicologico-giuridica e criminologica che consenta di connettere dialetticamente il diritto e le scienze sociali, e che si declini privilegiando molteplici livelli di attenzione, quali: a) la capacità di confrontarsi con il sistema delle norme e dei corrispondenti significati sociali, quale cornice che delimita i confini e gli spazi di attuazione del proprio intervento (competenza di contesto); b) possibilità di fare affidamento su quegli ambiti specifici di conoscenza che rimandano alle aree della psicologia clinico-criminologica, sociale, dello sviluppo e di comunità, con l’ausilio delle quali orientare il proprio operato secondo criteri teorici e metodologici che permettano di leggere e rileggere i fenomeni osservati (competenza tecnico-specialistica); c) capacità di far dialogare e trasformare plasticamente l’insieme delle proprie conoscenze tecniche di base in relazione ai contenuti attivi nel contesto giuridico, secondo una prassi operativa coerente rispetto al proprio sapere ma al tempo stesso mirata rispetto alle esigenze, alle finalità, ai problemi ed alle prospettive del sistema della giustizia (competenza applicata).

Un secondo livello di particolare interesse attiene alla competenza che – a partire dal piano del sapere teorico e metodologico - ha strettamente a che fare con quanto il professionista acquisisce nel corso della propria pratica professionale. L’esperienza acquisita sul campo rappresenta un fondamentale livello di apprendimento per il perito che, attraverso la pratica di lavoro ha l’opportunità di ricalibrare, modificare, rielaborare diversi e sempre più mirati modelli operativi coerentemente con la specificità del contesto istituzionale committente, attraverso un monitoraggio ed una valutazione continua della propria azione (De Leo, Patrizi, 2002). È attraverso tale pratica esperienziale che il professionista acquisisce quell’orientamento alla riflessività (Shön, 1983), che può essere descritta in termini di capacità di relazionarsi consapevolmente alle proprie pratiche d’azione, verificando se ed in che modo gli strumenti utilizzati risultano adeguati e funzionali, ed in che misura al proprio operato può essere riconosciuto un valore qualitativo. Ciò significa, per il tecnico, interrogarsi costantemente circa le metodologie utilizzate, nonché sui contenuti elaborati sulla base dell’indagine peritale, mettendo in discussione il proprio operato in termini di rispondenza rispetto al mandato istituzionale assegnato; efficacia comunicativa del linguaggio utilizzato nell’esposizione delle proprie valutazioni; effettivo carattere ausiliario del lavoro svolto per l’organo giudicante; coerenza della metodologia utilizzata rispetto ai criteri deontologici che orientano lo specifico dell’attività peritale. In tal senso, il professionista riflessivo mette in continua interazione reciproca i livelli:

 

a) del proprio sapere: formazione continua, mirata al consolidamento di una qualità tecnica dell’intervento che sia costantemente aggiornata;

b) del proprio saper fare: pratica metodologica ed acquisizione di sempre nuovi strumenti idonei e mirati alla specificità dei destinatari dell’attività peritale, nonché confronto con i sistemi operanti nel contesto istituzionale, all’interno di un lavoro di rete che valorizzi un’ottica di tipo pluridisciplinare;

c) del proprio sapere essere: inteso quale utilizzo funzionale dello strumento primario di intervento, ossia la propria persona, continuamente sollecitata ad accettare la sfida del confronto con la problematicità dei contenuti circolanti all’interno del contesto peritale che attivano concezioni, riflessioni, vissuti, risonanze che richiedono al tecnico un grosso investimento di energia cognitiva ed emozionale (Patrizi, Di Tullio D’Elisiis, in press).

 

Appare, infine, utile esplicitare alcune informazioni rilevanti che rimandano alle diverse possibili procedure formali che sostanziano e legittimano la funzione assunta dal perito. Senza entrare nel dettaglio degli articoli di legge[3] che prevedono forme e modalità di conferimento ed espletamento dell’incarico peritale, ci interessa in questa sede sottolineare la previsione sancita dall’art. 221 (Nomina del perito) del codice di procedura penale[4], secondo la quale il giudice nomina il perito scegliendolo tra gli iscritti negli appositi albi o tra persone fornite di particolare competenza nella specifica disciplina. L’espletamento della perizia può essere, inoltre, affidato a più persone, quando si prevede che le indagini e le valutazioni da effettuare siano di particolare complessità, o richiedano l’apporto di più esperti in differenti discipline. Sempre in base all’articolo di legge in questione, il perito ha l’obbligo di prestare il suo ufficio, salvo che ricorrano obbligatori motivi di astensione.

Da sottolineare che, nella prassi adottata da molti tribunali, la nomina del perito privilegia spesso questo modus operandi che potrebbe apparire a primo acchito quale modalità arbitraria o addirittura personalistica, ma che ad un esame più attento sembra legarsi, a nostro parere, ad un atteggiamento di cautela e attenzione massima alla scelta del professionista da coinvolgere in un così delicato compito quale è l’attività peritale. Ci sembra, infatti, plausibile che facendo affidamento su una competenza specialistica accreditata e riconosciuta, il giudice sia mosso dall’intento di assicurare il più possibile la garanzia e la tutela di coloro che devono essere sottoposti a perizia, nonché di usufruire di informazioni che siano precise, circostanziate e tecnicamente valide da un punto di vista scientifico[5].

 3. Dai quesiti posti dal giudice alla stesura della relazione peritale

 

L’attività peritale può essere declinata in diversi step di percorso, a partire dal conferimento dell’incarico da parte del giudice, fino alla stesura della relazione scritta che il perito depositerà agli atti giudiziari e che conterrà le conclusioni derivanti dall’insieme delle valutazioni tecniche sul caso in esame. Nella disamina che segue, tali fasi verranno analizzate nel dettaglio, mantenendo ben ferma quale cornice esplicativa di riferimento il modello di tipo psicologico-giuridico e criminologico sin qui descritto.  Prima di addentrarci nello specifico della nostra trattazione, è utile fare riferimento ad uno schema (tab. 1) che riassume sinteticamente, e in senso puramente orientativo, una relazione peritale “tipo” redatta secondo il modello da noi proposto. Lo schema indica le tappe di svolgimento dell’incarico peritale.

 

Tab. 1 La relazione peritale 

 

FRONTESPIZIO

Vengono indicati: il tipo di attività effettuata (perizia), il numero del fascicolo processuale del caso in esame, i dati del perito e quelli del consulente testista che può averlo eventualmente affiancato.

Parte I

L’incarico e i quesiti posti dal giudice

Vengono indicati i termini dell’incarico, specificando la data del conferimento, il giudice che ha nominato il perito, i dati del perito, i dati del minore coinvolto nel procedimento (compreso il capo d’accusa), ed i quesiti assegnati dal giudice al perito.

Parte II

Il modello metodologico di riferimento

Metodologia e strumenti

Calendario e tipologia degli incontri

Vengono esplicitati la metodologia e gli strumenti utilizzati in sede peritale, specificando la tipologia degli eventuali test prescelti. Viene sinteticamente descritto il dettaglio delle operazioni peritali effettuate indicando, per ciascun incontro: data, ora, sede ed interlocutori presenti.

Parte III

Il fatto

e l’esame della documentazione disponibile

Fascicolo processuale

Documentazione fornita dalla difesa

Vengono elencati gli atti visionati e contenuti nel fascicolo processuale (nonché l’eventuale documentazione fornita dalla difesa), sintetizzando le informazioni considerate dal perito più significative ai fini dello svolgimento dell’indagine.

  

Parte IV

I colloqui

Colloqui con il periziando e con la famiglia

Ciascun colloquio effettuato viene descritto per esteso, a partire dalla specifica indicante sede, ora, luogo dell’incontro, nonché figure presenti, per arrivare alla descrizione dettagliata delle comunicazioni verificatesi, riportando tra virgolette le affermazioni dell’intervistato, ed offrendo il maggior numero possibile di informazioni rilevate.

Parte V

I test psicodiagnostici

Prima somministrazione dei test psicodiagnostici al periziando

Altre somministrazioni…

Ciascuna somministrazione testologica viene decritta per esteso, a partire dalla specifica indicante sede, ora, luogo dell’incontro e da una sintetica presentazione dello strumento utilizzato, per arrivare all’analisi dei risultati emersi riportati prima nel dettaglio e poi in forma sintetica.

Parte VI

Sintesi psicodiagnostica e clinica

Viene descritto il quadro di personalità emergente dall’analisi della documentazione esaminata, da quanto rilevato nei colloqui clinici e dai risultati emergenti dagli strumenti testologici somministrati.

Parte VII

Discussione peritale e risposte ai quesiti

Per ciascun quesito viene presentata la conclusione motivata a cui il perito è giunto.

Una particolare cura verrà rivolta, in questa sezione o nella precedente, all’analisi dell’azione reato che, accanto alla sintesi clinica, costituisce principale riferimento delle risposte ai quesiti.

Essenziale il riferimento a criteri chiari e comprensibili, attraverso l’uso di un linguaggio che espliciti con cura i costrutti concettuali a cui il perito si è attenuto nel corso della propria valutazione.

Parte VIII

Proposte di intervento

A partire dal quadro clinico evidenziato, e viste le conclusioni peritali, l’esperto suggerisce ipotesi di intervento coerenti con le proprie osservazioni e rispondenti sia alle finalità giudiziarie, in senso stretto, sia alla tutela del minore in termini di rispetto delle esigenze evolutive e di integrazione sociale. 

Parte IX

Allegati

Si allegano gli originali dei formulari psicodiagnostici somministrati.

  

3.1. L’incarico e i quesiti

 

Nel suo ruolo di ausiliare del giudice, il perito è chiamato a svolgere accertamenti riconducibili alla propria competenza specialistica, rispondendo a specifici quesiti finalizzati alla raccolta di informazioni mirate alla natura del procedimento giudiziario in corso, ai quali egli deve attenersi con pertinenza, e che possono riguardare anche diversi ambiti ed obiettivi di conoscenza. Riportiamo, di seguito, alcuni esempi descrittivi della modalità in cui può essere formulato un incarico peritale, e degli specifici quesiti che il giudice può assegnare.

 

«Riferisca il perito sulle condizioni psicologiche del minore e, in genere, sulle sue condizioni familiari. Riferisca, inoltre, sulle circostanze tutte di cui all’art. 9 D.P.R. 448/1988 e sulla capacità di intendere e volere del minore al momento del fatto».

 

«Accerti il perito la capacità di intendere e di volere del minore al momento dei fatti, ed in particolare accerti se la stessa poteva essere inficiata da vizi, da malattie attinenti all’aspetto psichiatrico; accerti, altresì, l’attuale capacità dell’imputato di partecipare coscientemente al processo; accerti, infine, l’eventuale pericolosità sociale dello stesso indicando gli interventi più opportuni nel suo interesse».

 

«Visti gli atti ed esaminata la personalità del minore, nonché la sua storia personale, familiare e socio-ambientale, accertino i nominati Periti, avvalendosi sotto il loro controllo di ogni indagine specialistica e di laboratorio ritenuta necessaria:

1.        il grado di maturità e di sviluppo psichico raggiunto dal medesimo rispetto alla media dei ragazzi della stessa età, evidenziando eventuali carenze, deficienze o devianze afferenti la sfera psico-affettiva del medesimo;

2.        se il minore al momento del fatto fosse in grado di intendere il concreto disvalore sociale e morale dello stesso e quindi se fosse o meno capace di intendere e di volere ai sensi dell’art. 98 c.p., nonché ai sensi degli artt. 88 e 89 c.p.;

3.        stabiliscano i periti ai sensi dell’art. 9 D.P.R. 448/88 il grado di responsabilità del minore sotto il profilo psicologico, stabilendo se, alla stregua degli accertamenti eseguiti sulla personalità, appaia o meno probabile che egli possa commettere altri reati della stessa o di diversa specie e quindi se sia da ritenere socialmente pericoloso;

4.        suggeriscano infine le modalità di intervento più adeguate al recupero sociale e personale del minore, prendendo contatti con il servizio sociale minorile ed eventualmente con quello territoriale del luogo di residenza».

 

Come è possibile osservare dalla lettura dei quesiti esposti, l’incarico peritale prevede che il tecnico articoli le proprie osservazioni ed elabori le relative conclusioni facendo riferimento a molteplici obiettivi di indagine che possono rendere particolarmente complesso il suo lavoro.

Provando a delineare, in sintesi, i possibili ambiti rispetto ai quali può essere richiesto lo svolgimento dell’attività peritale, emergono contenuti ed aree di interesse direttamente riconducibili al processo penale minorile (D.P.R. 448/88), il che rende evidente la necessità che il tecnico sappia muoversi agevolmente all’interno della normativa, che deve essere assunta quale vera e propria cornice “regolativa” di ciascuna delle operazioni specialistiche da effettuare. Come affermato in altra sede (De Leo, Patrizi, 1999, p. 103):

 

I diversi momenti del lavoro peritale e le dimensioni conoscitive rilevate debbono […] essere riorganizzati in funzione della relazione da presentare al committente, in particolare, delle risposte ai quesiti. È opportuno che tale funzione sia presente fin dai primi momenti dell’indagine perché costituisce la guida mentale che formula ipotesi, le sottopone a verifica, scandisce i tempi perché le ipotesi del perito possano confrontarsi con quelle che lo stesso imputato e altri protagonisti sollecitati stanno, contemporaneamente, elaborando (corsivo nostro).

 

Il giudice può, dunque, assegnare al perito una serie di specifici quesiti inerenti:

a) gli accertamenti sulla personalità del minorenne (art. 9 D.P.R. 448/88), finalizzati ad acquisire «elementi circa le condizioni e le risorse personali, familiari, sociali e ambientali del minorenne», che permettano al giudice di accertare «l’imputabilità e il grado di responsabilità [del minore], valutare la rilevanza sociale del fatto nonché disporre le adeguate misure penali e adottare gli eventuali provvedimenti civili»;

b) la capacità di intendere e di volere al momento dei fatti, sempre al fine di definire l’insieme delle questioni inerenti l’imputabilità (art. 98 c.p.) ed il grado di responsabilità del minorenne  - già affrontati nel primo paragrafo -, eventualmente a partire dalla conoscenza di possibili problematiche di ordine psicopatologico che possono aver interagito con il comportamento del minore, complessificando od esacerbando la sua condizione di disagio;

c) la capacità di partecipare coscientemente al processo in coerenza con quanto previsto dalla legge, la cui applicazione deve essere realizzata «in modo adeguato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne» (art. 1 D.P.R. 448/88), a partire dalla conoscenza della misura in cui il minore stesso è in grado di affrontare ed utilizzare in termini per sé significativi il giudizio a cui va incontro ed il più globale processo;

d) la pericolosità sociale (art. 203 c.p.), che attiene alla probabilità che il minore commetta nuovi reati, ed in merito alla quale il perito ha il delicato compito di delineare possibili rischi ma anche il piano delle risorse più facilmente associabili alla riduzione dei rischi stessi, nella consapevolezza che la pericolosità sociale è una categoria di significato molto complessa, che si lega direttamente all’interazione dinamica tra il sistema osservante (il giudice, il clinico, la società) e quello osservato (il potenziale “pericoloso”)[6]

 

3.2. Il modello metodologico di riferimento

 

La metodologia che intendiamo proporre tiene conto, in primo luogo, della complessità dell’oggetto d’indagine, inquadrando i fenomeni da osservare in termini di percorsi dinamici dotati di una storia passata che si affianca interattivamente ad una prospettiva futura, attraverso una lettura e costante ridefinizione delle modalità cognitive ed emozionali che il minore utilizza nel momento di vita presente.

L’indagine peritale è, infatti, caratterizzata da una sostanziale peculiarità: il perito è chiamato ad esprimere un parere inerente fatti che si sono svolti nel passato e a tal fine deve poter visualizzare, appunto, il momento del fatto nel qui ed ora della sua indagine. In altri termini ciò significa riuscire a dare voce alle personali modalità attraverso le quali il ragazzo percepisce emotivamente il reato compiuto, offrendogli al contempo la possibilità di esprimere l’insieme dei significati psicologici, emotivi e relazionali che hanno connotato l’azione deviante, nonché i significati attivi nel momento in cui il ragazzo si confronta ed assume su di sé l’evento passato. Il perito non guarderà, dunque, esclusivamente al piano delle competenze attive al momento del fatto, ma anche alle potenziali risorse che il ragazzo è in grado di mettere in gioco nel corso del procedimento giudiziario che lo coinvolge in prima persona.

 

La perizia viene così a caratterizzarsi come laboratorio di ricerca che vede psicologo e ragazzo impegnati in un lavoro di co-costruzione di resoconti e narrazioni di un evento passato e di una valutazione che unisce dimensioni cliniche e dimensioni giudiziarie. Mentre, infatti, il ragazzo tenta una rivisitazione dei fatti e dei percorsi mentali che hanno indirizzato e accompagnato il suo agire, il perito osserva e segue la ricostruzione, dotandola di senso ai fini clinici e peritali. […] È all’interno di questo laboratorio che il perito è chiamato a valutare la responsabilità penale dell’imputato, ad esprimere una prognosi sul suo comportamento, a formulare pareri riguardo agli interventi processuali più idonei (De Leo, Patrizi, 1995, p. 488-489).

 

L’immagine del laboratorio di ricerca appare particolarmente calzante alla metodologia che il perito utilizza: lasciarsi guidare da una logica falsificazionista; mettere continuamente in discussione quanto emerge nel corso della propria indagine; identificare criticità e possibili sviluppi conclusivi; analizzare con particolare dovizia le questioni che richiedono chiarimenti, approfondimenti, rivisitazioni. Tutto ciò nell’intento di elaborare conclusioni peritali che siano pertinenti, funzionali, effettivamente rispondenti alla peculiarità della situazione presa in esame, nonché esaustive relativamente a quanto richiesto dall’organo giudicante.

Illustriamo, di seguito, i passaggi che il professionista effettua a partire dal conferimento dell’incarico peritale. In primo luogo, egli si doterà di tutta la documentazione processuale disponibile, della quale ha diritto di chiedere formalmente copia, e che verrà analizzata nel dettaglio. Alla documentazione reperibile tramite fascicolo processuale, il perito potrà eventualmente affiancare quella messa a disposizione dalla difesa che, nel contesto dei procedimenti giudiziari minorili, opera sempre in funzione dell’interesse del minore, ed è quindi motivata a collaborare con l’esperto nominato dal giudice, fornendogli tutte le informazioni di cui egli ha bisogno. L’avvocato del minore è, del resto, uno degli interlocutori che il perito si preoccuperà di contattare, così come sarà suo specifico interesse rapportarsi con i diversi contesti che ruotano intorno al minore stesso, quali i servizi socio-sanitari che possono, eventualmente, occuparsi di lui già da tempo. Dopo aver raccolto questa prima rilevante serie di informazioni, il perito si dedicherà all’anamnesi di tipo socio-familiare e personale, incontrando il minore, la sua famiglia ed eventualmente anche altre figure di riferimento (contesto scolastico o amicale). Uno spazio specifico sarà riservato ad approfondire l’azione reato, con riguardo alla partecipazione psicologica del minore: capacità e competenze attive al momento dei fatti, successive rielaborazioni, dimensioni cognitive ed emozionali connesse, significati attribuiti. Il perito potrà decidere di utilizzare appositi strumenti diagnostici che lo aiutino ad approfondire la conoscenza di specifiche questioni tematiche, somministrando in prima persona i test psicodiagnostici ritenuti più idonei o affidando apposito incarico ad un consulente testista. Tale eventualità deve essere prevista anticipatamente dal perito che, in sede di conferimento dell’incarico, deve farsi autorizzare dal giudice a ricorrere, eventualmente, ad un professionista di propria fiducia per lo svolgimento dei test. Terminate tali operazioni, il perito dovrà elaborare le proprie valutazioni sul caso confrontandosi con eventuali altri professionisti (testisti o consulenti tecnici di parte), nonché con gli operatori che possono seguire il caso già da tempo. I contenuti emergenti dall’indagine verranno resi noti nella relazione peritale che il perito dovrà, a questo punto, compilare avendo cura di indicare il quadro diagnostico e clinico emergente, nonché il piano delle conclusioni peritali, specificamente aderenti ai quesiti assegnati. Tale relazione  verrà, dunque, depositata in Tribunale quale atto giudiziario ausiliario per il giudice, che lo utilizzerà ai fini della propria decisione di merito relativamente al caso in esame.

Nella finestra 1 che segue – e nelle successive proposte in questo lavoro (finestre 2, 3, 4, 5 e 6) - vengono riportati, a titolo esemplificativo, brani tratti da relazioni peritali redatte nel corso della nostra esperienza di settore, che possono aiutare il lettore a visualizzare concretamente l’esito del lavoro sin qui descritto e, soprattutto, le modalità attraverso le quali redigere una relazione peritale. Partiamo dall’esplicitazione del modello metodologico di riferimento.

 

Finestra 1

Relazione peritale su R.C. - Parte II - Il modello metodologico di riferimento

 

La consulenza tecnica è stata condotta secondo i metodi della psicologia giuridica clinica con una focalizzazione specifica sugli aspetti e sui quesiti peritali, privilegiando il colloquio clinico e criminologico.

Prima di procedere alle operazioni consulenziali sono stati esaminati ed analizzati gli atti istruttori.

Al fine di rispondere ai quesiti oggetto dell’incarico sono stati condotti: a) cinque colloqui clinico-giuridici individuali con R.C., di cui due dedicati alla somministrazione di strumenti diagnostici testologici, e tre di conoscenza ed approfondimento delle tematiche inerenti i quesiti consulenziali; b) un colloquio con la famiglia del ragazzo (madre, padre e fratello minore); c) un colloquio con la sorella maggiore del ragazzo; d) un colloquio con l’assistente sociale che segue il caso presso il territorio di appartenenza (indicazione della città).

(Segue elencazione del calendario degli incontri, con la specifica di sede, durata e partecipanti a ciascun incontro)

Quali strumenti di approfondimento e/o completamento delle conoscenze specifiche acquisite - nell’ottica di esplorare gli aspetti di contenuto cognitivo-affettivi inerenti l’area dello sviluppo globale della personalità del periziando -, sono stati utilizzati:

(segue elencazione dei test, corredata dagli specifici riferimenti bibliografici).

Ciascuna delle attività espletate è stata elencata, nelle pagine che seguono, secondo l’ordine cronologico di successione delle attività stesse.

 

3.3. Gli strumenti di indagine

Con riguardo agli strumenti che il perito può utilizzare nello svolgimento del proprio incarico va, innanzitutto, specificato che ciascuna situazione esaminata richiede diversi e specifici ausili tecnici, che il tecnico valuterà di caso in caso, a seconda delle tematiche rilevanti e ai fini dell’elaborazione delle risposte ai quesiti.

Fra gli strumenti maggiormente impiegati in sede peritale va ricordato il colloquio clinico e criminologico (Merzagora, 1987), che permette di cogliere ed analizzare gli aspetti chiave della situazione indagata, ponendo il focus sugli aspetti individuali, relazionali e sistemici che delineano il quadro globale della situazione del ragazzo, dal punto di vista cognitivo-emozionale e sociale, nonché gli specifici contenuti attinenti al reato di primario interesse per il perito. Il colloquio consente anche di esplorare l’azione deviante messa in atto attraverso le narrazioni proposte dal ragazzo. L’analisi dell’azione (von Cranach, Harré, 1991; De Leo, Patrizi, De Gregorio, 2004) aiuta, infatti, ad evidenziare la relazione che lega il comportamento, i significati associabili a quell’atto dal punto di vista psicologico e sociale, nonché le modalità personali attraverso le quali il minore stesso si relaziona al reato in termini di vissuti, emergenze emozionali, assunzione o meno di responsabilità.

L’approfondimento conoscitivo del caso può essere, poi, agevolato osservando il minore all’interno del suo contesto di riferimento, nel corso delle interazioni con le figure per lui significative affettivamente, o all’interno di altri contesti come quelli amicali o scolastici.

Infine, ricordiamo la strumentazione psicodiagnostica, il cui utilizzo è questione di particolare delicatezza. I test assumono una funzione importante nel sostanziare, motivare, argomentare, sottolineare il parere del perito. Vero è che una buona indagine testologica offre, generalmente, una sorta di coerenza interna in termini di valutazione dei risultati, sempre che la somministrazione sia avvenuta con particolare perizia e correttezza metodologica. Riteniamo, d’altro canto, che i risultati ottenuti con i test vadano valutati in stretto rapporto alle altre risultanze cliniche. «I test non possiedono una loro autonomia diagnostica quando vengano sganciati da una complessiva ed unitaria valutazione clinica basata soprattutto sui rilievi osservativi ed interattivi attraverso il lavoro clinico diretto» (De Leo, 1995, p. 466).

Un corretto utilizzo della strumentazione diagnostica - le cui risultanze vengano integrate reciprocamente e rispetto ai contenuti emersi in sede di colloquio - agevola, dunque, l’esplorazione in profondità degli aspetti psicologici di maggiore rilevanza evolutiva per il minore, nonché specifiche tematiche che hanno direttamente a che fare con il comportamento deviante messo in atto. Anche in questo caso, sarà cura del perito esplicitare nella relazione peritale, con adeguata dovizia di particolari: a) natura e tipologia del test utilizzato con indicazione della relativa bibliografia di riferimento; b) tempi e modalità di somministrazione del test; c) atteggiamento psicologico ed emozionale del minore di fronte al test; d) analisi dei risultati ottenuti a ciascuna sezione del test con esplicitazione della metodologia utilizzata; e) conclusioni e profilo emergente.

Tale dettagliata descrizione è coerente con l’intento metodologico di consentire all’organo giudicante di comprendere l’operato dell’esperto da lui nominato, avvicinandosi il più possibile a contenuti e modelli distanti dalla propria formazione di settore, nell’ottica di garantire adeguata trasparenza e comunicazione interprofessionale. Sempre a tale scopo, i formulari originali utilizzati per la somministrazione del test e compilati dal periziando devono essere allegati in calce alla relazione peritale, così da poter essere visionati dal giudice ed eventualmente confrontati con quanto riportato nella relazione. 

3.4. La sintesi psicodiagnostica e clinica

 Successivamente il perito descriverà in modo approfondito le risultanze cliniche che, come abbiamo visto, emergono dall’insieme integrato dei risultati emersi nel corso delle diverse operazioni peritali (colloqui e test). La sintesi psicodiagnostica e clinica assume particolare rilevanza, perché consente al giudice sia di avvicinarsi ad elementi di particolare criticità che interessano l’equilibrio evolutivo del minore sia di cogliere aspetti che rimandano al piano delle risorse personali e sociali del ragazzo. La finestra 2 riporta un esempio di tale sintesi, la cui complessità non deve essere ridotta ma esplicitata con la maggiore chiarezza possibile, al fine di agevolare la comprensione da parte del giudice ma anche assicurare l’approfondimento delle sue conoscenze sul caso.

Finestra 2

Relazione peritale su R.C. - Parte VI - Sintesi psicodiagnostica e clinica

 

Dall’analisi dei protocolli esaminati, da quanto rilevato nei colloqui clinici, e dai risultati emergenti dagli strumenti testologici somministrati, emerge un quadro clinico caratterizzato da personalità infantile, immaturità individuale e sociale, angosce distruttive e profondi sentimenti di colpa e di impotenza. Il periziando appare afflitto da scarsissimi livelli di auto-accettazione, profonda insicurezza, posizione estremamente difensiva nei rapporti con gli altri, isolamento sociale, radicata ambivalenza nelle relazioni affettivamente significative espressa attraverso la ricerca pressante di contatto emotivo sistematicamente osteggiato perché troppo pericoloso per sé. La gravissima inadeguatezza relazionale è accompagnata da una percezione distorta della realtà e da un iperinvestimento fantasmatico idealistico, che potenzia lo scollamento tra il piano del reale e quello della fantasia.

 

Si associano l’incapacità di gestire anche livelli minimi di stress, la predominanza degli impulsi sul controllo, con facile ed immediato acting out di fronte a qualsiasi cosa si frapponga alla gratificazione immediata, od in relazione a stimoli dolorosi che il soggetto non è in grado di fronteggiare. La forte compromissione dei meccanismi autoregolatori dell’azione impedisce un’adeguata anticipazione delle conseguenze del proprio comportamento, che il soggetto tende a non riconoscere in termini di responsabilità, esprimendo scarsissima capacità di mettersi nei panni dell’altro - eventualmente danneggiato - ed offuscando il proprio coinvolgimento personale agli eventi che lo riguardano.

 

Degna di nota l’impossibilità, per il ragazzo, di riconoscere la gravità della propria situazione, ma soprattutto la totale incapacità di chiedere aiuto agli altri per stare meglio. A questa difficoltà di carattere personale, si aggiunge il duro ed inamovibile rifiuto nei confronti di tutta la categoria professionale degli psicologi e degli psichiatri, in conseguenza delle precoci e durature esperienze di ricovero ed istituzionalizzazione, che hanno evidentemente segnato in modo profondamente doloroso tutto il percorso di crescita del periziando.

 

La tipicità delle modalità reattive caratterizzanti il modus operandi del minore - strettamente connessa al deficit di utilizzo dei meccanismi di auto-regolazione - fa sì che in condizioni di relativa tranquillità il ragazzo sembri riuscire ad agire secondo standard di pensiero ed azione nella norma, o quanto meno in modo non troppo disfunzionale per sé. Ma ogniqualvolta si verifichino situazioni tali da minare il suo fragilissimo equilibrio psichico - e che possono spaziare dai banali incidenti quotidiani a contingenze contestuali molto più gravi -, il ragazzo perde il controllo di sé, non essendo in grado di regolare il proprio comportamento in relazione ad obiettivi, strategie, e soprattutto - come già detto -, valutazioni delle conseguenze delle proprie azioni per sé e per gli altri. Tutto ciò è emerso chiaramente attraverso il lavoro peritale.

 

Quando il minore si è trovato in condizioni in qualche modo stabili (convivenza più o meno pacifica con le figure affettive di riferimento), è stato possibile interagire con lui chiedendogli anche di impegnarsi in compiti piuttosto impegnativi, senza che il ragazzo esprimesse rifiuti o rilevanti opposizioni. Quando, invece, il periziando si è trovato nuovamente in condizioni di estrema precarietà relazionale, il suo modo di porsi, la sua capacità di applicarsi, la sua disponibilità ad ascoltare sono state completamente minate dalla fortissima componente aggressiva divenuta predominante.

 

È possibile, quindi, affermare che il periziando tende ad oscillare continuamente tra un versante più adattivo ed uno fortemente disfunzionale, sintonizzandosi su questo secondo polo in particolare quando viene a mancare con forza il sostegno di cui egli ha bisogno. Tale appare il senso di devastazione che ne consegue, che perdono efficacia anche le forme di auto-contenimento usualmente utilizzate da R.C. (alcol, droghe leggere) per riuscire a condurre ritmi di vita psicologicamente tollerabili. L’utilizzo di sostanze psico-attive contribuisce, peraltro, ulteriormente a mantenere sottese problematiche rilevanti che si trovano così sempre sul punto di esplodere, ed è per questo che - come si descrive nel dettaglio più avanti (riferimento alle “ proposte di intervento” che il perito descriverà successivamente)- è necessario predisporre un intervento mirato e continuo di presa in carico della sua globale problematicità. 

3.5. La discussione peritale e le risposte ai quesiti

Siamo, infine, giunti alla fase più importante della relazione peritale. Il tecnico ha esplicitato strumenti e contenuti emersi nello svolgimento dell’incarico; il suo compito consiste ora nel rispondere ai quesiti che gli sono stati posti. Anche in questo caso, egli dovrà porre particolare cura nell’esplicitare i costrutti di carattere psicologico-giuridico e criminologico che lo hanno condotto verso le conclusioni esposte, mantenendo ben fermo il focus sull’interesse del minore. Il dialogo con l’interlocutore istituzionale dovrà essere, allora, improntato: a) alla chiarezza della valutazione proposta; b) alla pertinenza della risposta rispetto a ciascuna domanda posta; c) ad una costante attenzione rivolta alle esigenze che il minore sembra aver voluto comunicare attraverso il comportamento deviante; d) alla sottolineatura dei rischi come delle risorse attive nel qui ed ora della valutazione effettuata. Vediamo, nelle finestre che seguono, tre esempi di discussione peritale.

 

Finestra 3

Relazione peritale su F.Z. - Parte VII - Discussione peritale e risposte ai quesiti

 

La risposta ai quesiti della consulenza tecnico-psicologica si basa sulle evidenze cliniche emerse a partire dall’analisi della documentazione effettuata e delle informazioni offerte dagli operatori di settore, dai contenuti emersi nel corso dei colloqui con F.Z. e con il suo sistema familiare, e dalla somministrazione dei test prima decritti. La sintesi psicodiagnostica e clinica che ne è emersa, accanto alle valutazioni delle dinamiche contestuali all’azione e di quanto si è potuto osservare sul piano relazionale in sede di consulenza, hanno condotto all’elaborazione delle risposte specifiche di seguito articolate.

I QUESITO

Condizioni psicologiche del minore

F.Z. presenta un quadro di personalità caratterizzato da immaturità intrapsichica, affettiva e relazionale.

Lo stile comunicativo del ragazzo è connotato da componenti tipicamente infantili. Il linguaggio verbale, abbastanza povero di contenuti, e fortemente influenzato dalla componente emotiva, diventa più fluido e narrativamente significativo man mano che la relazione con l’adulto acquista toni di contenimento e rassicurazione emotiva. Il minore utilizza, inoltre, il ricorso alla verbalizzazione fantastica, per gestire contenuti di natura conflittuale, per mostrare all’interlocutore aspetti ideali del Sé, e per costruire una realtà fenomenica che possa essere integrata attraverso la compensazione. Questi processi fanno parte delle normali modalità che un soggetto in età evolutiva può utilizzare per rapportarsi con il mondo, ed appartiene più all’età infantile che all’adolescenza.

Nel caso specifico, è presumibile che F.Z. faccia ricorso alla costruzione fantastica per “colorire” un evento - ancorandosi, però, strettamente ad un “punto di partenza” che fa parte della propria realtà esperienziale -, e per rideterminare gli esiti degli eventi che lo interessano particolarmente in una direzione più funzionale per sé. In quest’ottica, il ricorso alla “bugia” va inteso quale tentativo di aggiustamento/adattamento alla realtà all’interno di un movimento di pensiero che, più che perdere il contatto con la stessa, serve, nel momento attuale, a gestire le dimensioni conflittuali sperimentate sul piano intrapsichico e relazionale.

Per quanto concerne la costruzione dell’identità e l’immagine del Sé, è necessario far riferimento alla dimensione intrapsichica che il ragazzo ha strutturato attraverso una lunga storia di sofferenza psico-fisica, sperimentata sin dall’infanzia. La malattia, l’ospedalizzazione, il ricorso a farmaci in modo costante e continuo, hanno influenzato il modo di percepire se stesso e gli eventi circostanti. Da questo punto di vista, la storia personale del ragazzo sembra essersi inserita pienamente all’interno di un tema ripetutamente presente nel ciclo vitale del nucleo familiare di appartenenza, quale quello della malattia e della morte. La condizione di sofferenza fisica ha connotato il sistema relazionale interfamiliare orientando i rapporti tra le generazioni e direzionandone livelli di conflittualità e costruzioni di alleanze e coalizioni interne al sistema. All’insieme delle dinamiche conflittuali sperimentate nel corso del tempo, F.Z. sembra aver risposto con un atteggiamento di tipo depressivo, che connota solitamente le esperienze di perdita di parti interne o esterne al Sé, e la cui natura transitoria viene influenzata da una costellazione complessa di fattori.

Nel caso specifico, il ragazzo presenta un’inibizione intellettuale, motoria, affettiva e sessuale che sembra direttamente connessa alle difficoltà di stare al passo con i tempi della crescita, rimanendo bloccato nell’ambivalenza tra il procedere nel proprio percorso di vita - facendo fronte alle sfide poste dallo sviluppo - ed il restare ancorato e dipendente da modelli relazionali inadeguati ma rassicuranti, perché conosciuti. Il ricorso costante al sintomo psicosomatico, come segnale privilegiato di comunicazione del proprio disagio, sembra ricalcare fedelmente il quadro sin qui esposto, rappresentando, peraltro, la tendenza a rivolgere contro di sé la forte componente di rabbia sperimentata al proprio interno. Accanto a questo livello, si colloca il ricorso al comportamento aggressivo rivolto verso l’esterno-interno (i familiari), che sembra connettersi all’importanza di utilizzare un modello conosciuto e quindi rassicurante - quale, appunto, il comportamento violento - come unica strategia possibile per essere nel mondo.

Emerge con forza il bisogno del minore di un cambiamento sostanziale, che coincide con la possibilità di intraprendere un percorso esistenziale che gli permetta di individuarsi rispetto al nucleo familiare di appartenenza. Accanto a questo rilevante bisogno agisce, però, con forza, il timore di intraprendere la scelta dell’autonomia. È come se il ragazzo percepisse se stesso come un elastico tirato tra il proprio bisogno di sviluppo e la pressione della dipendenza agita all’interno del nucleo familiare. Questo vissuto crea una condizione emotiva di sostanziale abbattimento, legata ad una scarsa fiducia nelle proprie possibilità di farcela, ad una percezione di sé come persona sostanzialmente debole, incapace di “funzionare” adeguatamente, coerentemente con un’immagine corporea di fragilità, e con la percezione del rischio della rottura dell’integrità psico-fisica.

L’utilizzazione di pattern comportamentali aggressivi, che appaiono funzionali ad assumere un posizionamento attivo all’interno del nucleo familiare, si associa all’estrema difficoltà a tollerare le implicazioni emozionali connesse all’attacco delle persone a sè vicine. Questo fa sì che il ragazzo utilizzi, in termini di meccanismo difensivo di disimpegno morale, il ricorso massiccio alla deresponsabilizzazione, attribuendo la “colpa” degli eventi negativi o minacciosi a terzi, e giustificando il proprio comportamento con motivazioni attraverso le quali assolvere la condotta riprovevole. In quest’ottica, il minore corre il rischio di riconoscersi sempre di più nello stile aggressivo messo in atto, nel momento in cui questo continuerà ad assolvere una funzione di copertura del bisogno di trovare una possibile collocazione all’interno di un mondo connotato prevalentemente da conflitti emotivi e relazionali sperimentati con i diretti destinatari delle sue aggressioni.

La messa in opera del pattern violento sembra, infatti, tipizzare fortemente le relazioni che costellano l’interno del sistema familiare, mentre verso l’esterno le modalità di azione scelte dal minore attengono all’isolamento, alla fuga, o al mantenimento del legame con persone comunque attinenti al contesto familiare, del tutto incapaci di sostituire il ruolo di accudimento non offerto dai genitori, e tesi a rinforzare e confermare modalità disfunzionali di interazione con il mondo. La contrapposizione di modelli comportamentali pro-sociali assume, quindi, una funzione essenziale, per l’equilibrio e lo sviluppo del minore, in termini di prevenzione dell’irrigidirsi del sistema cognitivo-emozionale attualmente privilegiato dal ragazzo e percepito come rassicurante pur risultando del tutto ostacolante rispetto ai suoi percorsi evolutivi.

II QUESITO

Condizioni familiari del minore

La condizione familiare che fa da cornice allo sviluppo psico-affettivo di F.Z., pur apparendo sostanzialmente non idonea a garantirne i percorsi di crescita, presenta complessità che vanno ben evidenziate a causa delle implicazioni che esse comportano.

Dal punto di vista educativo e dell’accudimento, il contesto familiare presenta una sostanziale inversione di ruolo generazionale, dato che il sistema dei figli è totalmente investito del compito di prendersi cura di quello genitoriale. Questo rappresenta un primo indice di fattore di rischio per lo sviluppo dei minori inseriti nel nucleo, che non hanno la possibilità di sperimentare le proprie tappe di sviluppo in accordo con la propria età evolutiva, e che sono, in qualche modo, sacrificati rispetto ai propri bisogni di crescita (accudimento, sperimentazione attiva, tutela) proprio perché costretti ad assolvere ad un ruolo distonico rispetto al Sé.

Dal punto di vista dei confini relazionali – confusi, come abbiamo visto, al proprio interno -, la famiglia è rigidamente chiusa e centripeta, non permettendo facilmente al contesto esterno di inserirsi nel proprio ambiente, e percependolo sostanzialmente quale elemento attaccante, svalutante e profondamente minaccioso per l’equilibrio del proprio sistema relazionale. Questa condizione sembra connettersi fortemente da un lato alla storia che ha attraversato la famiglia a partire dalle precedenti generazioni (conflitti espliciti e più o meno violenti tra il sistema dei nonni e quello dei genitori; presenza di problematiche rilevanti quali situazioni di tossicodipendenza - in ambedue le famiglie di origine dei genitori -, o malattie croniche), e dall’altro alla tipicità dei componenti del nucleo familiare in oggetto.

(Segue approfondimento su ciascun componente del nucleo familiare)

Dal punto di vista delle dinamiche familiari va sottolineato che, indipendentemente dalle alterne vicende di ciascuno, più o meno conflittuali, questo sistema familiare ha costruito la propria identità gruppale a partire dall’adesione a fortissimi legami di lealtà (le così dette lealtà invisibili e cioè nascoste ed operanti a livello implicito), che fanno si che ciascuno dei membri del gruppo si senta fortemente legato all’altro. In particolare, il sottosistema dei figli - che, come già detto, è investito del ruolo di accudimento nei confronti dei genitori - si trova nell’impossibilità emotiva di allontanarsi dal nucleo, al quale appare profondamente legato. Come già descritto in questa relazione, l’affettività circolante nel sistema è molto alta, ed il senso di protezione reciproca sembra essere la matrice di riferimento a cui ogni membro si ispira ed attiene. Di fronte alla minaccia della rottura del legame affettivo (associata all’allontanamento da casa, coatto o anche scelto volontariamente), la reazione primaria è la risposta aggressiva, che serve a produrre un caos paradossalmente ristabilizzante dei precedenti equilibri, poiché ciascuna crisi riconduce, ciclicamente e ricorsivamente, ad un assetto che ricalca sostanzialmente il mantenimento dello status quo.

In un contesto di questo tipo diventa molto difficile, per i minori, riuscire ad affrancarsi dall’obbligo di intraprendere scelte in qualche modo “costrette” dentro canoni che impediscono di elaborare le conflittualità in atto. In altri termini questo significa che le due strategie possibili per uscire da questo nucleo familiare sono: a) la rottura, attraverso il conflitto manifesto, ed il “taglio emotivo”, che comporta fortemente il rischio di condurre con se l’“eredità” emotiva della famiglia, e quindi la componente affettiva e tutti i nodi irrisolti sperimentati all’interno di essa, che diventano altrettante modalità disfunzionali di confrontarsi con la realtà di relazione; b) l’adesione al modello proposto dal sistema genitoriale, in base al quale l’allontanamento dal sistema stesso viene percepito come estremamente minaccioso, e qualsiasi tentativo di separazione-individuazione è sentito come intollerabile abbandono messo in atto e al tempo stesso subito, una ferita personale e familiare.

In conclusione è, forse, necessario sottolineare che la famiglia in oggetto, ha cercato - seppur con alterne e contrastanti modalità - di interloquire con il sistema istituzionale. Al di là delle modalità manipolative messe in atto, e della tipologia dei fini perseguiti, questo elemento può essere utilizzato, riflessivamente, in termini di aggancio funzionale alla tutela del minore ed alla trasmissione di competenze base e strategie che aiutino il sistema a gestire le difficoltà sperimentate e le situazioni maggiormente conflittuali.

III QUESITO 

Risorse personali, familiari, sociali e ambientali del minore

Il piano delle risorse di cui F.Z. può usufruire ha a che fare con l’insieme dei fattori protettivi identificabili in termini di persone, situazioni, capacità che possono contrastare i rischi di sviluppo.

In sintesi, è possibile affermare che in questa specifica fase il minore è particolarmente motivato ad intraprendere un percorso di vita diverso dal precedente, a causa dell’esperienza del reato percepito soggettivamente in termini fortemente minacciosi per sé. Molto disponibile al rapporto uno ad uno, il minore si affida all’adulto competente nel momento in cui sente di essere contenuto e sostenuto emotivamente. Sarebbe, quindi, necessario, offrirgli una figura di riferimento che possa monitorarlo costantemente rispetto agli ostacoli di sviluppo incontrati ed alle difficoltà relative alla ricerca di un percorso che possa essere per lui significativo. Dal punto di vista intrapsichico questa sembra, infatti, una fase molto importante per lo sviluppo futuro del minore, poiché offre degli spazi di inserimento dell’intervento, in un momento in cui: a) le difese del ragazzo sono meno intense, perché in qualche modo “scoperte” attraverso il contatto con il mondo esterno; b) appare pressante la motivazione soggettiva, seppur inconsapevole, ad intraprendere percorsi di sviluppo alternativi a quelli sin qui esperiti e maggiormente adattivi per sé; c) il minore inizia a mettere in discussione il legame familiare, percepito come possibile ostacolo di sviluppo e a ricercare, in adulti esterni, strumenti di contenimento che lo aiutino a gestire il processo di separazione-individuazione - la cui insorgenza è tipicamente collocata nell’età adolescenziale -, che può consentirgli di intraprendere un’esistenza autonoma e coerente con propri, personali, bisogni evolutivi.

A partire da queste premesse, è presumibile che l’offerta di un intervento mirato ed orientato in senso socializzante e responsabilizzante possa porre le basi per lo sviluppo e la sperimentazione di competenze adattive sinora inascoltate o mai coltivate.

In relazione al piano delle risorse sociali, va sottolineata l’estrema necessità che il minore intraprenda attività ludiche, ricreative o di altro tipo, al fine di promuovere un percorso di socializzazione che appare bloccato e sempre più difficile da recuperare. In particolare, essendo il ragazzo tendenzialmente portato a trascorrere la giornata lontano dai coetanei, presumibilmente sarebbe opportuno offrire al minore un’adeguata attività di sostegno finalizzata ad un vero e proprio “reinserimento” sociale.

In sintesi, il minore necessita di un intervento mirato - preventivo del disagio e del rischio di stabilizzazione, consolidamento e generalizzazione del comportamento deviante, legato al disagio stesso -, che lo aiuti: a) a riconoscere ed utilizzare il piano delle proprie risorse personali e relazionali, attraverso la promozione di attività di tipo socializzativo, funzionali a sperimentare abilità e modalità efficaci e gratificanti di rapportarsi con il mondo esterno; b) ad accettare di impegnarsi in attività che lo interessino, e che possano identificarsi in termini di occasioni di apprendimento finalizzato al proprio percorso di crescita, anche in una prospettiva lavorativa; c) a sperimentare modalità comportamentali che si distanzino fortemente dalle strategie di aggressione e attacco, e che il minore possa riconoscere come utili e funzionali per sé, in alternativa a quelle precedentemente utilizzate; d) ad affrontare il rapporto con i genitori, comprendendone gli aspetti disfunzionali per sé, su un piano di realtà, ferma restando la necessità di preservare il legame affettivo, attraverso modalità che siano per lui tutelanti, al fine di iniziare quel percorso di individuazione che possa condurlo nella direzione dello sviluppo di una personalità autonoma ed armonica.

Inoltre, data la peculiarità della situazione in oggetto, è presumibile che in assenza di un sistematico e attento lavoro di contenimento e “aggancio” della famiglia di origine, i possibili interventi orientati alla tutela del minore possano essere inficiati da incidenti di percorso inevitabili, perché connessi alla natura dei legami sperimentati, e all’incapacità dei membri del sistema familiare di comprendere il significato di qualsivoglia azione di sostegno che non venga chiaramente percepita in termini di utilità per sé.

 

 

Finestra 4

Relazione peritale su R.C. - Parte VII - Discussione peritale e risposte ai quesiti

 

La risposta ai quesiti posti dal giudice si basa sulle evidenze cliniche emerse a partire dall’analisi della documentazione effettuata, dai contenuti offerti dai colloqui con il periziando e con le sue figure di riferimento, e dalla somministrazione dei test prima decritti. La sintesi psicodiagnostica e clinica che ne è emersa, accanto alle valutazioni delle dinamiche contestuali all’azione, e di quanto si è potuto osservare sul piano relazionale in sede peritale, hanno condotto all’elaborazione delle risposte specifiche di seguito articolate.

 

I QUESITO

 

Capacità di intendere e di volere al momento dei fatti ed eventuale presenza di vizi o malattie attinenti all’aspetto psichiatrico

 

Nel rispondere al quesito in oggetto, è innanzitutto necessario premettere che la capacità di intendere e di volere non può essere ascritta meccanicamente ad un generico concetto di immaturità evolutiva aspecifica, ma deve essere soppesata utilizzando un criterio psicologico-sociale più idoneo - perché in grado di cogliere la connessione tra le dimensioni intrapsichiche e relazionali espresse attraverso l’azione e i contesti che ne rilevano il significato e che attribuiscono l’azione stessa all’autore -, quale quello della responsabilità. Questo significa delimitare un’area all’interno della quale la persona si percepisce come chi gestisce il proprio comportamento, ed il cui schema regolativo interattivo esprime intenzionalità, consapevolezza dell’azione e prevedibilità delle conseguenze a cui va incontro. È, dunque, evidente che la capacità unitaria dell’intendere e del volere è composita, facendo riferimento alla possibilità di rendersi conto del disvalore sociale e giuridico dell’azione messa in atto e delle sue conseguenze (l’intendere), ed al saper regolare il proprio comportamento (il volere). La valutazione della capacità di intendere e di volere presuppone, quindi, l’analisi distinta - da un lato - delle conoscenze e competenze cognitive, emozionali e relazionali attive al momento dei fatti, ed anticipatorie degli effetti connessi all’azione, e - dall’altro - dell’orientamento all’azione e della capacità di dirigere e regolare con sufficiente autonomia il proprio agire.

 

Nel caso in oggetto, come abbiamo visto, i percorsi di sviluppo del periziando si sono svolti all’interno di una cornice fortemente problematica sul piano familiare, personale e sociale, connotata da lunghi periodi di istituzionalizzazione appena precedenti al reato ascritto. Nonostante ciò, è possibile affermare che la capacità di intendere del periziando fosse, al momento dei fatti, valida, e che il ragazzo si rendesse in qualche modo conto della negatività della sua azione. Un discorso diverso riguarda, invece, la capacità di volere. Come emerge dai colloqui effettuati e dal materiale offerto dall’analisi dei test somministrati, appare chiaro che il periziando non può aver fatto ricorso a meccanismi di auto-regolazione e gestione del proprio comportamento, presentando un forte deficit di utilizzo di processi cognitivi di pensiero che lo aiutino ad anteporre la riflessione all’azione, consentendogli di direzionare in modo consapevole e mirato il proprio comportamento.

 

Di conseguenza, è possibile pronunciarsi per un vizio parziale nella capacità di intendere e di volere del periziando, e precisamente per un’incapacità di volere con capacità di intendere attenuata. 

 

II QUESITO

 

Attuale capacità di partecipare coscientemente al processo

 

La valutazione complessiva emergente dall’intervento peritale pone in luce la profonda difficoltà espressa dal periziando a tollerare, dal punto di vista intrapsichico e relazionale, il contatto con il sistema giudiziario e con le figure ad esso connesse.

 

La seria compromissione dei processi auto-regolativi di pensiero - con la connessa predominanza del versante impulsivo-emozionale su quello cognitivo - ostacola il ragazzo nella presa di contatto diretta e riflessiva con quanto gli sta accadendo. A ciò va aggiunto che (come già descritto), rispetto allo specifico reato, il ragazzo è fortemente coinvolto in un trauma emozionale che rende difficilissimo un confronto diretto con quanto gli viene contestato. Altrettanto difficile è, quindi, per il periziando, riuscire a prospettarsi, attualmente, quale sia la soluzione migliore per sé.

 

Va, però, sottolineata la contestuale e storica ambivalenza che sembra orientare i movimenti di R.C. e la sua stessa possibilità di assumere una posizione di fronte a ciò che gli accade. Il ragazzo esprime, cioè, estremo disagio di fronte all’idea di affrontare un giudizio, ma al tempo stesso si sforza di mantenere gli impegni presi con il perito, chiede informazioni su quanto emerge dai colloqui e dai test a cui ha risposto, ed ascolta con molta attenzione le spiegazioni che gli vengono fornite. È presumibile, dunque, affermare che potenzialmente il periziando possa elaborare le conseguenze del suo reato, su un piano personale e sociale, ma solo se adeguatamente e fortemente supportato da un solido sistema di presa in carico della sua condizione. Similmente, la possibilità che egli si assuma degli impegni di cambiamento proiettabili in una prospettiva futura è oltremodo legata alla sperimentazione di un sostegno mirato e continuo, che lo aiuti a sviluppare il piano delle risorse necessarie ad elaborare la sua dolorosa storia di vita, acquisendo man mano fiducia in se stesso e negli altri, e che gli consenta di acquisire strategie comportamentali funzionali all’adattamento socio-ambientale.

 

III QUESITO

 

Pericolosità sociale ed interventi più opportuni

 

In merito a questo specifico quesito, appare utile specificare che non è possibile presumere che il periziando commetta nuovi reati, senza porre in primo piano il contesto relazionale e simbolico in cui egli si trova inserito. È, infatti, il contesto di appartenenza a fare da cornice all’elaborazione cognitiva ed emozionale che il soggetto sperimenta soggettivamente, nel momento in cui direziona il passaggio all’azione. In questo senso, appare utile offrire alcune indicazioni inerenti gli interventi più opportuni nell’interesse del periziando, così da controllare e monitorare nel tempo il rischio che egli commetta nuovi reati.

 

È, infatti, presumibile che il ragazzo, privo di un terreno di contenimento che lo aiuti a tollerare e superare le emergenze interne già descritte, possa perdere facilmente il controllo delle proprie azioni. R.C. appare estremamente “povero” sul piano delle risorse e delle competenze di gestione delle situazioni fortemente stressanti, ma è anche spesso incapace di affrontare le difficoltà della vita quotidiana, soggettivamente amplificabili con estrema facilità. Ed è proprio sul piano di questa necessaria acquisizione di competenze che si intende orientare l’intervento rivolto al periziando affinché egli, adeguatamente supportato, possa sperimentare modelli comportamentali diversi da quelli sinora adottati, più funzionali al proprio equilibrio emozionale in termini di strategie di azione, e quindi preventivi rispetto a possibili manifestazioni devianti.

 

Va, infine, sottolineato il carattere di rischio di acting out connesso all’eventualità che la relazione con l’altro assuma, per il ragazzo, carattere di sfida. È in questa situazione che R.C. sembra perdere in modo particolarmente rilevante il controllo di sé, poiché il suo modo di rispondere ad una sfida reale - o percepita come tale - è connotato dalla necessità di prevalere con la forza, per assumere il controllo della situazione. Va, a questo proposito, sottolineato che un sistema che entra perfettamente nella logica della sfida è, per R.C., il mondo degli operatori. Le precoci e continuative esperienze di ricoveri, ed i relativi rapporti con medici, psicologi e psichiatri, sembrano aver segnato il ragazzo in modo rilevante, inducendo quello che attualmente appare come un netto ed irremovibile rifiuto. Il rischio è, quindi, che egli “esploda” di fronte a chiunque tenti di mitigare o contenere aspetti rilevanti del suo fragile mondo interiore; se l’interlocutore si distanzia da un contenimento calmo, accogliente e di piena accettazione, per intraprendere la strada del confronto - anche se con tutte le dovute cautele del caso -, il ragazzo si destabilizza con estrema facilità, e può andare incontro a crisi distruttive per sé e per gli altri.

 

Coerentemente con questo quadro, si considera prioritario un intervento territoriale mirato e competente, che possa accompagnare il ragazzo in una direzione per lui evolutiva dal punto di vista intrapsichico ed interpersonale.

Finestra 5

Relazione peritale su M.T. - Parte VII - Discussione peritale e risposte ai quesiti

 

I rilievi clinici e la sintesi diagnostica fin qui evidenziati devono, ora, essere messi in rapporto con i quesiti peritali che in questo caso sono molto complessi ed articolati. Si tratta, infatti, di quattro quesiti, ulteriormente differenziati al loro interno, che richiedono una valutazione peritale su: 1. il grado di maturità e di sviluppo, con eventuali carenze e distorsioni; 2. la capacità di intendere e volere al momento dei fatti – sia in senso evolutivo che psicopatologico -; 3. il grado di responsabilità del ragazzo e la sua eventuale pericolosità sociale; 4. le misure di intervento più adeguate al suo recupero sociale e personale.

 

1. In merito al primo quesito, che orienta – molto opportunamente a nostro avviso – a distinguere anche sul piano giudiziario la valutazione della maturità e dello sviluppo psico-sociale dalla valutazione della capacità di intendere e di volere, si può osservare, come dimostra tutta l’analisi finora condotta, che M.T. propone una grave formazione immaturativa, con uno sviluppo intensamente disarmonico e conflittuale soprattutto a carico della sfera psico-affettiva e relazionale. È come se il ragazzo dovesse contenere ed elaborare nel confine evolutivo della sua psiche dimensioni profondamente contrastanti quali: un’incertezza della legittimazione di base delle radici della sua famiglia, e quindi di se stesso; gli altissimi e “astratti” livelli di aspettativa riposti su di lui; la delusione ed il crollo di queste aspettative dalla pubertà in poi; un’insicurezza di base legata all’immagine materna; un’incertezza profonda sulla sua capacità di poter raggiungere e scuotere suo padre. Abbiamo visto che i modi attraverso i quali il ragazzo ha cercato di tenere assieme questi profondi nuclei di tensione sono la sfida e la provocazione continue ai genitori e alla famiglia, una grave instabilità relazionale rispetto ai ruoli adulti, dalla scuola a tutti gli altri contesti, una tendenza a fuggire e ad attaccare, senza mai riuscire a svincolarsi, ad incrementare in qualche modo i suoi livelli di autonomia rispetto alla famiglia. Queste caratteristiche di sviluppo avevano assunto negli ultimi tempi un carattere ricorsivo, incontrando inconsapevoli profonde collusioni soprattutto nei rapporti familiari: era come se il ragazzo ed i suoi referenti non trovassero soluzioni, se non nella devianza. Uno sviluppo a questo grado di immaturità, pur essendosi notevolmente irrigidito e strutturato, non sembra configurabile in termini di psicopatologia, ma piuttosto come una seria forma di distonia dell’adattamento sociale e delle relazioni affettive sullo sfondo di una fragilità del Sé e con rischi di impulsività, rottura, fuga. La gravità di questa configurazione immaturativa rende, fra l’altro, altamente improbabile che al livello attuale di strutturazione, essa possa evolvere spontaneamente in senso meno preoccupante, senza specifici e mirati interventi con il ragazzo e, necessariamente, con la famiglia.

 

2. Pur trattandosi di un grado di immaturità così marcato, è comunque necessario riferire le vulnerabilità del ragazzo alle condizioni e alle circostanze specifiche del fatto, per rispondere al quesito sulla sua capacità di intendere e volere ai sensi degli artt. 98, 88 e 89 c.p.

 

Come è noto, solo durante una prima fase il ragazzo si è proclamato innocente, fornendo una versione poco coerente, lacunosa e per così dire “ammiccante”, nel senso che lasciava trasparire che la sua volontà di mantenere tale versione era superficiale, quasi formale, una sorta di concessione al bisogno di non credere che fosse vero; bisogno suo e, in modo forse più angosciato, della sua famiglia. Le lettere che in quel periodo il ragazzo scriveva dall’Istituto Penale Minorile a sua madre e al fidanzato della sorella, contengono frequenti impliciti che rendono chiaro che egli era coinvolto nel reato. Anche al primo colloquio con i periti, M.T. comunica in molti modi che vuole parlare. La confessione viene resa ai giudici circa venti giorni dopo i fatti. Quando lo fa, il ragazzo chiede che i suoi genitori non siano presenti. Nei colloqui clinici si è lavorato soprattutto sulle implicazioni psicologiche rilevanti rispetto al quesito dell’imputabilità.

 

Da un punto di vista generale, si può affermare che la visita a quella nonna (il ragazzo è imputato per l’omicidio della nonna materna. Per problematiche vicende familiari il ragazzo aveva conosciuto la nonna solo pochi mesi prima dei fatti), nelle circostanze in cui è avvenuta, date le caratteristiche dell’immaturità del giovane e quelle della storia familiare, nonché del ruolo di tale nonna in quella storia, rappresentava per il ragazzo probabilmente la situazione a più alto rischio di esplosione che il ragazzo potesse procurarsi. Perché ci è andato? M.T. fornisce motivazioni banali e razionalizzanti. È, per così dire, la grammatica e la semantica del suo comportamento che consentono delle interpretazioni al riguardo. Il giorno della sua fuga verso la città di residenza della nonna, il ragazzo ha una violenta lite con il padre (con rottura di piatti e bicchieri). Era appena tornato da un’altra fuga durata più di due giorni e il padre lo aveva ripreso decisamente, rimproverandogli anche tutte le altre sue mancanze. Poi ha litigato anche con sua madre e con la sorella maggiore che ha, fra l’altro, parlato della decisione di mandarlo in comunità. La famiglia sembrava questa volta esasperata ed alleata rispetto alle sue sfide, e si era affacciata la prospettiva della comunità. Il ragazzo risponde alla situazione con un nuovo bisogno di fuga, ma sembra un bisogno più radicale, che deve in qualche modo rompere l’insostenibilità, per tutti, di quella situazione, e deve “ristrutturare” la lealtà di quei rapporti: la fuga, quindi, deve avere caratteristiche diverse dal solito. Sembra realistico e credibile che il ragazzo non agisse secondo un programma cognitivo esplicito, neppure rispetto al generico obiettivo di andare dalla nonna. Il bisogno emotivo di “ristrutturare” i suoi rapporti e di mandare un messaggio di sfida più forte ai suoi e a se stesso interagisce, inconsapevolmente, con le sue fantasie e le sue emozioni legate alla nonna. Il ragazzo “trova” l’indirizzo nel suo portafoglio e ci va senza progetti precisi e senza avvertire e valutare consapevolmente i rischi potenziali che quella visita conteneva ed esprimeva per lui. Giunto presso la città di residenza della nonna, si sente dapprima accolto da lei con curiosità ed interesse; dorme nel letto matrimoniale con lei (da sottolineare che aveva visto sua nonna solo una volta in precedenza); il giorno dopo riceve altri segni di accettazione quando la nonna lo porta con sé a fare le spese, in banca, e gli fa dei regali. È la sera, a cena e dopo, che vengono a comporsi via via degli “ingredienti” sempre più rischiosi per il ragazzo: la nonna sembra avere un bisogno sempre più urgente di parlare del passato, delle sorelle, di sua madre, del perché lei l’avrebbe abbandonata, come se cercasse comprensione e alleanza. Poi arriva il convivente della nonna: il ragazzo ha una forte reazione emotiva di rifiuto; gli fanno “schifo”: quell’uomo “tanto più giovane” della nonna (in realtà l’uomo aveva pochi anni di meno), quella relazione e sua nonna nella relazione. Nel frattempo aveva bevuto spumante e sambuca, in misura probabilmente non smodata, ma sufficiente, in quelle circostanze, ad alto impatto emotivo, ad attenuare il controllo sulle sue emozioni, sulla sua tendenza ad agire, sulla sua aggressività. Quando il convivente della nonna se ne va, questa riprende a parlare anche del padre, della “nonna” adottiva (così veniva considerata in famiglia una persona che l’aveva tenuto a balia), e di nuovo della madre, ma adesso – se quanto riferisce il ragazzo è vero – lo fa con modi più esplicitamente svalutanti, quasi a tentare di averlo alleato “contro” tutta la sua famiglia. Il momento precipitante, a detta del ragazzo, dopo un crescendo di tensione e di rabbia, è quando la nonna racconta al ragazzo che sua madre, dopo l’esperienza del collegio, era andata a vivere con un’amica e si era messa a fare “la puttana”, dicendo che aveva fatto fare delle indagini al riguardo. Segue il racconto che il ragazzo fa della drammatica colluttazione, che sembra ricordare e ricostruire coerentemente, pur essendo impossibile una puntuale verifica al riguardo. Basandosi su tale resoconto, si può ritenere, sotto il profilo della valutazione dell’imputabilità, che l’intera sequenza d’azione sia scomponibile in alcune fasi: una prima nella quale il ragazzo esprime la consapevolezza di reagire ad una gravissima ferita inferta dalla nonna all’identità della sua famiglia, del padre e, soprattutto, della madre: il manrovescio ed il lancio del televisore contro la nonna rientrerebbero in questo livello di consapevolezza. Poi, il ragazzo si sarebbe “armato” delle bottiglie di spumante per difendersi dalla minaccia dei coltelli di cui si era impossessata la nonna che gli ingiungeva, urlando, di andarsene. Una fase ancora diversa sarebbe quella in cui, dopo che la nonna depone i coltelli sul letto, il ragazzo le “lancia” le due bottiglie colpendola sulla fronte e alla testa. Da questo momento, sia pure in modo scombinato, il ragazzo, attraverso le azioni e i resoconti che ne fa, esprime l’orientamento a sopprimere la nonna, con altre bottiglie in testa, con il coltello nella schiena, con l’apertura dei rubinetti del gas.

 

Le ragioni soggettive con cui egli motiva questa escalation sono: per farla smettere di gridare; per paura che i vicini sentissero e facessero intervenire la polizia; perché la nonna non venisse trovata viva e lo accusasse.

 

In tutte queste fasi, il ragazzo esprime sufficiente capacità di intendere e di volere?

 

Sotto il profilo cognitivo ed intellettivo, non sembrano esserci dubbi a riguardo. Il ragazzo, che a questo livello ha una dotazione nella norma, ha mantenuto durante i fatti, nonostante la leggera ebbrezza da alcool, una sufficiente capacità di valutare la situazione, le sue azioni e di coglierne la negatività morale e giuridica. È vero che, nella prima fase, la negatività era sentita dal ragazzo tutta e completamente da parte della nonna che lo aveva gravemente provocato, psicologicamente ferito, e poi si era anche armata di coltelli per mandarlo via. Nelle fasi successive, però, è evidente che egli valuta l’antigiuridicità dei fatti, poiché decide di mettere in atto dei comportamenti finalizzati ad evitare di essere scoperto. In questo caso risulta, invece, molto più complessa la valutazione peritale della “capacità di volere” definibile come capacità di orientare liberamente e coerentemente il proprio comportamento al momento dei fatti. Dato l’alto grado di immaturità e di vulnerabilità del ragazzo, le specifiche caratteristiche del suo inadeguato sviluppo; dato il fatto che la situazione e le circostanze del reato hanno sicuramente attivato ed amplificato la sua vulnerabilità, si può affermare che il ragazzo non ha orientato in maniera libera e coerente il proprio comportamento, ma è stato sensibilmente influenzato dalle sue serie difficoltà a controllare le emozioni, il passaggio all’atto, l’aggressività, nonché dall’eccezionale livello di tensione emotiva presente in quel momento ed anche, probabilmente, per l’indebolimento delle inibizioni dovuto all’assunzione di alcool, sia pure in misura non particolarmente alta. C’è da chiedersi, però, se questo insieme di influenzamenti fosse tale da determinare una piena incapacità di intendere e di volere. A questo riguardo il parere peritale è, in ultima analisi, negativo. Si ritiene, infatti, che il minore pur all’interno della sua vulnerabilità e di una situazione per lui altamente e specificamente provocatoria, abbia mantenuto un grado minimale di libertà di decisione e di orientamento che sembra, sotto un profilo peritale, sufficiente a conservare la presenza della sua soggettività nell’azione e, quindi, della sua imputabilità sia in relazione all’art. 98 c.p., che sotto il profilo degli artt. 88 e 89 c.p., avendo escluso per il ragazzo una strutturazione di nuclei psicopatologici e ritenendo che la situazione non abbia fatto emergere patologie latenti o, almeno, non tali da determinare l’incapacità di intendere e volere. Il ragazzo, infatti, sembra aver mantenuto la presenza orientante degli scopi sulle sue azioni, sia quando reagisce e si difende, sia quando, in modo più convulso, contraddittorio ed emotivamente condizionato, agisce per sopprimere la nonna e per evitare di essere scoperto.

 

3. Il quesito sulla responsabilità, di cui all’art. 9 D.P.R. 448/88, può essere affrontato sotto vari profili, poiché la giurisprudenza e la dottrina non sembra contengano ancora indicazioni precise in merito (all’epoca in cui è stata redatta la perizia la normativa era da poco entrata in vigore). In un’ottica psicologica, si può considerare tale categoria come un’occasione per valutare: a) quanto e come il ragazzo si assume personalmente il carico morale e psicologico degli eventi dannosi prodotti nel corso dei fatti; b) a quale livello psicologico e relazionale del minore si può far leva per un processo di responsabilizzazione successiva del ragazzo.

 

In merito al primo aspetto, il ragazzo si pone con modalità differenziate e spesso contraddittorie. Ad esempio, esplicitamente ha cercato inizialmente di non farsi scoprire e di non assumersi la responsabilità dei fatti, ma poi ha mandato messaggi che aveva bisogno di raccontare tutto e ha di fatto confessato. Inoltre, ha effettuato una fuga dall’Istituto Penale Minorile ma, nel corso di questa, è tornato in famiglia e si è fatto riaccompagnare in Istituto. Ancora, nelle lettere ai genitori chiede loro perdono con forte intensità emotiva, mentre in altri contesti, con il fidanzato della sorella e perfino in ambito peritale, spesso non esprime sensi di colpa e mostra una preoccupante indifferenza o una reattività emotiva rispetto ai fatti.

 

Sembra, quindi, che il minore riferisca ed orienti la sua responsabilità verso la propria famiglia (per il dolore e i problemi che provoca loro) piuttosto che verso la vittima, gli altri. D’altra parte, alla Giustizia egli sembra chiedere aiuto per modificare la grave ed insostenibile situazione di blocco proprio nei suoi rapporti familiari.

 

Infatti, al secondo livello preso qui in esame (come responsabilizzare il ragazzo) sembra evidente che risulterebbe assai arduo, in questa fase, responsabilizzare il minore isolatamente, individualmente: con ogni probabilità egli risponderebbe con la negazione, la reazione, lo spostamento della responsabilità all’esterno di sé, l’indifferenza emotiva, la sfida, etc. Con qualche maggiore possibilità si potrebbe ricercare un incremento di responsabilizzazione, almeno in una prima fase, coinvolgendo sistematicamente il ragazzo e la sua famiglia – ed in particolare i genitori – in un lavoro mirato in tal senso. In sostanza, il ragazzo accetterà, forse, di responsabilizzarsi se avrà risposte alla sua affannosa ricerca di rendere chiaro e legittimo il senso delle sue origini familiari e del suo posto in quel contesto.

 

Infine, in merito al quesito sulla pericolosità sociale, dalle caratteristiche psicologiche, relazionali e di responsabilità del ragazzo, è evidente che M.T. rimane tuttora un soggetto a rischio di devianza. Tuttavia, essendo un rischio legato specificatamente alla qualità dei rapporti e dei contesti entro i quali si muove – ed in particolare al nucleo altamente problematico della famiglia -, si ritiene possa essere considerato non pericoloso sociale se inserito in un progetto di responsabilizzazione come sopra indicato.

 

4. Non si ritiene opportuno che in questa fase il ragazzo rientri in famiglia; né sembrano attualmente sussistere le condizioni psicologiche e relazionali per sperimentare nei suoi confronti un progetto di sospensione e di messa alla prova. Una tale prospettiva avrebbe, forse, maggiore possibilità di riuscita dopo un’intensa fase di responsabilizzazione vincolata che coinvolga sia il ragazzo che la famiglia. Ciò presuppone che per un periodo il ragazzo sia ancora vincolato alla detenzione e che venga specificamente programmata una sua presa in carico psicologica e relazionale mirata sugli obiettivi di cui sopra. Contemporaneamente, anche la famiglia potrebbe essere vincolata ad un intervento di terapia familiare che, allo stato attuale delle cose, è probabile che la famiglia stessa non accetti spontaneamente e realmente (come già avvenuto in precedenza e come risulta dalla documentazione dell’assistente sociale). Il vincolo in tal senso potrebbe essere rappresentato da un provvedimento in sede civile che sospenda e sottoponga a verifica la potestà genitoriale, allo scopo di esercitare nei confronti della famiglia una pressione ad impegnarsi nel senso sopra indicato. 

3.6. Le proposte di intervento 

Coerentemente con la sua funzione di esperto in materia penale minorile, nonché tecnico tenuto ad occuparsi della tutela del periziando, il perito può essere chiamato ad esprimere un parere (eventualmente associato agli altri quesiti assegnati) anche in merito al piano degli interventi più idonei a tutelare il percorso di sviluppo del minore, nonché a contenere le sue problematiche così da ridurre il rischio che egli commetta nuovamente reato.

Vediamo, dunque, nella finestra (6) che segue, un esempio di parere orientato in tal senso. 

Finestra 6

Relazione peritale su R.C. - Parte VIII - Proposte di intervento

Dato il quadro clinico evidenziato, e viste le conclusioni peritali, si reputa opportuno suggerire che al periziando venga offerta una presa in carico guidata da un approccio integrato, che assicuri uno specifico ed adeguato intervento di sostegno psicologico-sociale.

Per raggiungere queste finalità, l’itinerario possibile sembra quello in cui il minore usufruisca di un progetto costruito su misura per lui, e venga seguito costantemente da un servizio territoriale in grado di sostenerlo e guidarlo nei suoi rapporti con il mondo esterno, accompagnandolo lungo un percorso di apprendimento che gli consenta di sperimentare modalità meno impulsive ed aggressive di confrontarsi con la realtà e di percepire in modo meno devastante il suo mondo interno e relazionale.

Sarebbe, inoltre, opportuno che il sistema familiare del ragazzo venisse monitorato e supportato in modo specifico.

Si propone, quindi, l’inserimento all’interno di una struttura protetta in grado di offrire adeguato e competente supporto, che operi in rete con organizzazioni istituzionali, del privato sociale, e con gruppi ed organizzazioni del mondo dell’impresa e del lavoro, visto l’approssimarsi della maggiore età per il minore. Si presuppone, infatti, che all’interno di una tale struttura, il periziando possa usufruire di un adeguato piano di intervento, nell’interesse del suo benessere personale e sociale, al momento attuale ed in prospettiva.

(Segue elenco di strutture territoriali potenzialmente in grado di seguire il minore, specificando tipologia di utenza, metodologia impiegata e professionalità degli operatori presenti in ciascuna struttura indicata)

 

 

4. Conclusioni

 

A conclusione della presente trattazione, vorremmo sottolineare quale componente professionale essenziale nello svolgimento del ruolo peritale, la competenza di tipo comunicativo. Il perito ha di fronte a sé molteplici interlocutori, appartenenti a contesti diversamente complessi, rispetto ai quali egli ha, in qualche modo, una responsabilità etica, professionale ed umana. Il minore sottoposto a perizia è, decisamente, il “cliente” più fragile all’interno del sistema giudiziario e il suo inserimento nel percorso processuale può rappresentare tanto un incidente di percorso dal quale diventa sempre più difficile riemergere, quanto una sostanziale e decisa occasione di sviluppo. Come abbiamo visto, le previsioni normative che orientano il sistema istituzionale - del quale anche il perito fa parte nel momento in cui esplica il suo incarico - tendono a muoversi, sicuramente, in questa seconda direzione, lungo una strada che ha bisogno della collaborazione e del confronto intra ed interprofessionale.

Una delle opportunità comunicative che il tecnico è in grado di promuovere sta, dunque, in primo luogo nella possibilità di far interagire linguaggi e costrutti assai diversi tra loro, afferenti al mondo giuridico e a quello psicologico e sociale. In questo senso, il professionista che svolga un incarico peritale in sede penale minorile ha un mandato implicito dai risvolti etici: quello di rendere il proprio pensiero usufruibile direttamente dall’organo giudicante e indirettamente dal minore coinvolto nel procedimento giudiziario, nell’interesse del minore stesso ma anche della società intera, in accordo con l’idea che solo attraverso la spinta verso l’integrazione sociale è possibile costruire una società improntata al benessere individuale e collettivo.

Il perito che operi secondo tale forma mentis metterà, dunque, a disposizione il suo sapere specialistico, aprendosi alla possibilità della discussione critica, esponendosi direttamente in prima persona attraverso la verifica del proprio operato ed utilizzando il laboratorio co-costruito con il ragazzo, e co-gestito con l’istituzione, come officina all’interno della quale forgiare, migliorare, potenziare la propria professionalità. 

 

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* Professore ordinario di Psicologia sociale e giuridica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Bergamo. Docente di Psicologia giuridica presso la Facoltà di Psicologia2 dell’Università “La Sapienza” di Roma.

** Professore associato di Psicologia sociale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli studi di Sassari. Docente di Psicologia del lavoro e della formazione e di Psicologia sociale e giuridica corso avanzato.

*** Psicologo giuridico. Psicoterapeuta. Esperto presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma. Da anni collabora con gli insegnamenti di Psicologia giuridica delle Università di Roma “La Sapienza” e di Sassari.

[1] Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448 - Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni, e relative Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie emanate con Decreto Legislativo 28 luglio 1989, n. 272.

 

[2] Al di sotto dei quattordici anni di età, infatti, il minore non può essere considerato imputabile (art. 97 c.p.); l’imputabilità è invece presunta per i maggiorenni ad eccezione dei casi in cui siano intervenute condizioni patologiche, secondo quanto indicato negli articoli dall’85 al 96 del codice penale.

[3] Art. 221 c.p.p. (nomina del perito); art. 222 c.p.p. (incapacità e incompatibilità del perito); art. 223 c.p.p. (astensione e ricusazione del perito); art. 67 D.L.vo 28 luglio 1989, n. 271 - Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale -(Albo dei periti presso il tribunale); art. 69 D.L.vo 271/89 (requisiti per la iscrizione nell’Albo dei periti); art. 70 D.L.vo 271/89 (sanzioni applicabili agli iscritti nell’Albo dei periti); art. 366 c.p.p. (rifiuto di uffici legalmente dovuti).

[4] Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447 – Approvazione del codice di procedura penale.

[5] Interessante, a questo proposito, quanto afferma la Corte di Cassazione: ‹‹nel valutare i risultati di una perizia, il giudice deve verificare la stessa validità scientifica dei criteri e dei metodi di indagine utilizzati dal perito, allorché essi si presentino come nuovi e sperimentali e perciò non sottoposti al vaglio di una pluralità di casi ed al confronto critico tra gli esperti del settore, sì da non potersi considerare ancora acquisiti al patrimonio della comunità scientifica. Quando, invece, la perizia si fonda su cognizioni di comune dominio degli esperti e su tecniche d’indagine ormai consolidate, il giudice deve verificare unicamente la corretta applicazione delle suddette cognizioni e tecniche›› (Cass. pen., sez. V, 09/07/1993).

[6] Appare utile sottolineare, in proposito, come la stessa giurisprudenza si sia mossa, da tempo, in una direzione diversa dalla meccanicistica ed acritica connessione tra il delitto quale causa e la pericolosità sociale quale effetto: « la capacità a delinquere riguarda il passato e non va confusa con la pericolosità sociale, che si proietta nel futuro; la prima non può, in sé considerata, costituire causa impeditiva di una prognosi favorevole alla non recidività e non è pertanto ostativa alla riduzione della misura della pena » (Cass. pen., 29/10/1981).


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