Identità femminile e sport: donne e pugilato

Marco Inghilleri (psicologo psicoterapeuta)

 

Silvia Bortot, già campionessa Italiana, e Massimo Stellin, Tecnico F.P.I. della A.S.D. Diemme Padovaring

 

Se è vero che gli esseri umani incontrano la loro natura apprendendola dagli altri, non fa eccezione quella particolare esperienza di sé che chiamiamo identità. Sono i significati sociali attribuiti al proprio corpo, l’educazione, i modelli di comportamento, le attese degli altri e le prescrizioni legate al ruolo di genere, che consentono ad ogni donna di scoprire da e per se stessa una particolare versione dell’identità femminile.

Possiamo definire l’identità femminile come un costrutto cognitivo, emotivo e comportamentale in cui si interfacciano due processi: a) l’attribuzione di caratteristiche proprie del ruolo di genere di appartenenza o assegnato (aspetto sociale); b) l’elaborazione individuale di queste caratteristiche in relazione a se stessi e agli altri (aspetto psicologico). I due processi connessi alle attribuzioni di ruolo ed alla rappresentazione di sé, pur non coincidendo in modo speculare, interagiscono attraverso gli schemi e le regole di comportamento che l’individuo interiorizza. Le regole di condotta, ad esempio, interferiscono con l’identità in due modi: direttamente, come obblighi o prescrizioni, stabilendo come la donna debba comportarsi; indirettamente, come aspettative, definendo il modo in cui gli altri sono costretti ad agire nei suoi confronti (Salvini, 1993). La società, insomma, predispone modalità, situazioni sociali, palcoscenici adatti per la sua esibizione (Goffman, 1977; Inghilleri e Ruspini, 2011).

L’identità personale non è qualcosa di unitario e di stabile nel tempo e nelle differenti situazioni. L’identità di ciascuno è biograficamente mutevole, adeguandosi ai diversi ruoli, impersonandone sentimenti e comportamenti. Lo sforzo di integrazione tra le diverse espressioni dell’identità personale dà un senso di continuità e di stabilità solo apparente: dietro di esso, infatti, ognuno di noi sa di sperimentare un’immagine di sé contraddittoria, ora discontinua, ora conflittuale, la cui coerenza è data solo dall’effetto di verosimiglianza di una narrazione. In più, l’identità non è un fatto privato, in quanto è influenzata dalle relazioni interpersonali significative, dai contesti di appartenenza e da come ogni individuo decide di adeguare il suo modo di essere ad una certa immagine pubblica e storica del personaggio attraverso cui si identifica e vuole essere riconosciuto.

Rispetto alla psicologia tradizionale (Mecacci, 1999; Fasola, 2005; Ruspini e Inghilleri, 2008; Salvini e Dondoni, 2011), la prospettiva interazionista preferisce adottare il costrutto di identità in luogo di quello di personalità. Per la psicologia tradizionale la personalità è data da un insieme di caratteristiche stabili specifiche astoriche ed acontestuali che risiedono all’interno di ogni individuo. Per la psicologia interazionista, il costrutto di identità costituisce un nodo interattivo fra aspetti quali ruolo, rappresentazioni di sé e configurazioni di realtà. Essa è intesa come il risultato di diverse funzioni psicologiche, intrapersonali ed interpersonali che confluiscono in un processo organizzatore della conoscenza personale relativa a se stessi. L’identità è dunque anche quell’insieme di sensibilità proprie attive e sensomotorie, di routine di movimenti e di modalità espressive. Se la “personalità” costituisce un valido espediente retorico per costruire diagnosi, essa appare  un costrutto inadeguato per permettere la comprensione delle ragioni dell’agire sociale e personale all’interno di comunità complesse (Ruspini e Inghilleri, 2008).

Attraverso l’identità personale gli esseri umani non solo hanno un’esperienza cognitiva ed emotiva di sé ma sono in grado sia di elaborare ed integrare in modo coerente l’informazione esterna ed interna che li riguarda, come ad esempio quella somatica (propriocettiva e dimorfica) e relazionale (simbolica, espressiva e comportamentale), sia di codificarla sotto forma di memoria autobiografica, conferendo alla storia soggettiva coerenza retrospettiva e continuità futura, sia di selezionare ed attuare i repertori di comportamento più adeguati alla propria identità di genere, sviluppando le relative competenze socialmente trasmesse (Salvini, 1993).

L’identità personale è anche un sistema di regole e di segni condivisi, attraverso cui l’individuo costruisce e dà vita a un’identità sociale. Mediante la capacità di utilizzare regole e significati, come ad esempio quelli relativi all’immagine di sé, l’individuo realizza atti comunicativi, producendo versioni di sé adatte al contesto e alle diverse forme di interazione e generando una vera e propria teoria su se stesso. L’identità personale risulta essere, infatti, sostenuta e realizzata attraverso due processi fondamentali: l’ autoconsapevolezza, ovvero il flusso di esperienza soggettiva che ogni essere umano sperimenta, e l’autoregolazione, intesa come capacità riflessiva di automonitoraggio, corrispondente alla percezione che un essere umano ha di sé e delle proprie azioni. Per un individuo essere consapevole o essere a conoscenza di qualcosa corrisponde ad indicarsela. La persona è quindi in costante interazione con se stessa attraverso un processo sociale nel quale si dà indicazioni che usa per dirigere la propria azione: i significati che attribuiamo al mondo sono pertanto regole per il nostro agire.

Autoconsapevolezza ed autoregolazione compenetrano così tre dimensioni dell’identità personale: il concetto di sé (aspetto intrapersonale); la rappresentazione di sé (aspetto interpersonale e situazionale); l’identità tipizzata, ovvero condivisa da un gruppo o da una classe di individui (aspetto intra ed inter-gruppo).

Va tenuto presente che esiste una sovrapposizione tra l’identità sessuale (biologica) e quella personale, ossia esiste la tendenza ad una integrazione coerente tra aspetti legati agli aspetti sociali di cui è rivestita l’appartenenza sessuale (genere) e quelli legati agli aspetti più soggettivi con cui è rappresentata la propria individualità. Gli aspetti embrionali dell’identità sessuale funzionano da precursori dell’identità personale, dal momento che forniscono i riferimenti per l’identificazione ed i criteri di selezione e assimilazione delle caratteristiche psicologiche individuali sessualmente tipizzate.

La memoria biografica, oltre a garantire una certa continuità futura, permettendo delle anticipazioni su se stessi, oltre a conferire una certa coerenza retrospettiva all’identità, storicizzando attraverso una narrazione il flusso delle proprie esperienze, costituisce il costante riferimento attraverso cui viene rielaborata e resa significativa l’informazione su se stessi. Inoltre, i contenuti affettivi della memoria autobiografica si legano a quegli eventi, periodi e situazioni e auto rappresentazioni in cui sono radicate le componenti fondamentali della propria immagine di sé: in ogni essere umano, parti importanti della propria identità sono legate alla persistenza di residui emotivi e simbolici, ovvero di esperienze in cui hanno trovato un radicamento aspetti cruciali del Sé (Salvini, 1993). La memoria autobiografica è impregnata di legami emozionali. Le resistenze a modificare e a cambiare le concezioni di sé a cui si tiene di più, dipendono dalle persone da cui queste sono state convalidate e da quanto queste persone fossero apprezzate e stimate. Pertanto, il concetto che un essere umano ha di se stesso è strettamente collegato, e non è indipendente, da come egli o ella seleziona e rielabora i fatti biografici allo scopo di renderli coerenti con l’immagine che ha e che vuole mantenere di se stessa. Il tutto avviene attraverso una serie di autoinganni o rinarrazioni dei propri nodi biografici, in cui taluni eventi assumono di volta in volta senso e significati diversi (Denzin 1972; Salvini 1993).

 

1. Interazione e costruzione dell’identità 

Molto spesso il teatro e la letteratura hanno saputo offrire interessantissime lezioni di psicologia, anticipando addirittura ciò che questa disciplina è riuscita soltanto poi a formalizzare attraverso una serie di costrutti teorici. Questo è il caso, ad esempio, di una commedia scritta da George Bernard Shaw: Pigmalione. La commedia narra della storia di Henry Higgins, professore di fonetica, che scommette con l'amico colonnello Pickering di poter trasformare la popolana fioraia Eliza Doolittle in una raffinata donna della buona società, insegnandole semplicemente l'etichetta e l'accento usato nelle classi più elevate.

La donna, erudita in un linguaggio di classe superiore, acquista attraverso il potere della parola un’altra immagine di sé. In tal modo, l’apprendimento del linguaggio di una diversa classe sociale, le nuove regole d’interazione, che un diverso ruolo prescrive, spogliano la fioraia della precedente identità e la proiettano in un nuovo contesto simbolico. Una nuova realtà in cui gli altri le rimandano una nuova immagine di se stessa.

Lo spazio della relazione è fondamentalmente uno spazio simbolico, nelle cui regole e convenzioni è conservato il processo di oggettivare e dare un senso alla realtà (Berger e Luckmann 1966). Il linguaggio e i modi dell’interazione fanno parte del processo, pertanto, è comprensibile allora come l’ex-fioraia, entrata in un diverso contesto simbolico, s’identifichi con le nuove rappresentazioni di sé che questo le prescrive, modificando al tempo stesso il suo modo di concepire il mondo ed anche i suoi sentimenti. La stessa cosa avviene per la donna pugile, la quale, nel momento stesso in cui mette piede in una accademia pugilistica, si smarrisce nella fuga infinita delle immagini del Sé che il nuovo specchio sociale e linguistico le rimanda.

Anticipando G.H. Mead ed anche i moderni socio-linguisti, o interazionisti come Goffman e Garfinkel, l’Autore della commedia fa addirittura esprimere ai suoi personaggi alcuni concetti fondamentali della psico-sociologia: “la differenza fra una signora ed una fioraia non consiste nel modo in cui si comporta, ma nel modo in cui è trattata. Shaw, insomma, fa nella sua commedia una correttissima esemplificazione dei rapporti tra il concetto di sé e quelli di identità, ruolo, contesto simbolico e situazione. Concetti che sono oggi alla base della socio-psicologia interazionista.

L’identità è un costrutto che raggruppa diversi aspetti continuativi dell’autoconsapevolezza, cioè: aspetti cognitivi (conoscenza di sé), affettivi (valore di sé) e sociali (aspettative e definizioni degli altri).

La capacità che l’individuo acquista attraverso il linguaggio e la partecipazione all’uso di altri simboli, propri dell’universo sociale di cui fa parte, cioè quella di giungere ad avere una qualche coscienza intima di se stesso, è indicata dai socio-psicologi con il concetto di Sé. Il Sé è una nozione complessa che scaturisce, comunque, da un processo interattivo con gli altri e i cui punti più rilevanti sono:

1)  il livello di realtà, ossia lo spazio simbolico entro cui l’individuo è inserito e dalle cui regole ed obbiettività empirica si sente definito (ad esempio, la stessa persona impegnata in un incontro di boxe, in una lezione all’università e nell’accudimento del proprio figlio, può sperimentare altrettanti e separati tipi di autocoscienza e quindi di definizione del proprio Sé);

2)  le attribuzioni linguistiche e non (denotative e connotative), in base a cui l’individuo si autoriconosce. Tenuto presente che il linguaggio costruisce e realizza un mondo, nel doppio senso di percepirlo e produrlo (Berger e Luckmann 1966). Per esempio, la condizione di una campionessa di pugilato, o di una campionessa sportiva in generale, può portare una donna ad eclissare o a subordinare altri Sé a seguito di una unica esperienza ed autoriconoscimento, imposta e costruita con i materiali linguistici e le pratiche discorsive e simboliche attraverso i cui gli altri la definiscono (giornalisti, allenatori, pubblico, ecc..);

3)        l’adesione dell’individuo al campo interattivo, mediante azioni coerenti atte a confermare quella situazione che lo definisce come tale. Grazie a questa adesione, una persona ricava dai rapporti sociali con gli altri un’idea di se stesso. Allora, il problema principale dell’individuo sarà la proiezione corretta del proprio sé nell’interazione, cioè scegliendo ed esternando quegli aspetti della propria identità che sono in accordo con una data situazione, così come essa si presenta e viene consensualmente definita.

Tutto questo è possibile perché l’individuo possiede molti Sé, ciascuno dei quali è adatto alle varie situazioni in cui la persona può essere coinvolta, anche se ogni individuo tende ad abitare e rappresentare quel Sé che è confermato in maniera più significativa dagli altri. Così facendo l’individuo attribuisce carattere di realtà e di oggettività alle situazioni in cui è inglobato e alle parti di Sé che queste gli prescrivono o suggeriscono.

Ad ogni modo, questo non significa che, in taluni casi, gli aspetti più soggettivi del Sé, a cui sono legate parti importanti della propria identità, vengano considerati personalmente rilevanti e attraverso questi vengano costruiti contesti devianti dotati di una loro propria realtà, addirittura in competizione con quella convenuta ufficialmente;

4)        la manipolazione di norme, di regole, di valori e di azioni, da parte dell’individuo in funzione dei suoi progetti, fa sì che questi possa negoziarli in vista di confermare o difendere una data coscienza di sé. Una ragazza, ad esempio, può manipolare le situazioni interattive riguardo ai significati della situazione (scelta del timbro di voce, gli argomenti, l’atteggiamento posturale, la mimica ecc..) in modo da influenzare il contesto che la definisce.

I materiali cognitivi, sensoriali ed affettivi del Sé, nei loro aspetti passati, attuali, futuri e ideali, lo rendono plastico e in grado di alimentare, attraverso l’interazione, una qualche forma stabile d’identità. Identità preferibilmente ritagliata nell’ambito dei propri gruppi di appartenenza e di riferimento. Si rimane affezionati e fedeli al proprio club, alla propria associazione sportiva o al proprio mondo di relazioni, più per pigrizia e paura che per lealtà. Infatti, la stabilità dell’identità è legata agli altri soprattutto quando è priva di un ancoraggio interiore. Interiorità che comunque è sempre costruita dalla rassicurante memoria di sguardi di “altri significativi” interiorizzati.

Si può in sostanza affermare che l’identità si definisce sempre in rapporto agli altri secondo modalità che vanno da un estremo all’altro di un continuum. Ad un estremo si trova la situazione in cui il rapporto con gli altri è molto stretto, pressante e forte: è il caso del rapporto con il gruppo di appartenenza cui si attribuisce una valenza positiva. La definizione dell’identità tende ad essere totalmente influenzata dal gruppo. All’altro estremo si pone la situazione in cui il rapporto è meno immediato, al limite non percepibile, anche se, va messo in evidenza, il rapporto con l’altro generalizzato è sempre operante.

In qualche maniera parti rilevanti del nostro Sé sono sempre date in ostaggio a qualcuno e a dei precisi contesti: è per tal motivo che la scelta di una donna – quelle legate alla propria identità – possono essere difficili, conflittuali, talvolta segretamente tendenti alla conservazione.

L’identità è sempre alla ricerca di specchi da cui essere confermata, siano essi memorie o presenze (Salvini 1982). L’immagine di noi stessi che lo specchio delle situazioni del mondo ci rinvia si sedimenta nella nostra memoria, dandoci retrospettivamente quel filo di ricordi che tesse l’apparente continuità della nostra identità nel tempo. Difatti la cognizione di un’identità stabile e continuativa è solo il riflesso di tali ricordi ricostruiti alla luce dei significati di oggi. Immagine di noi stessi ristrutturata attraverso il presente che attenua o anche che annulla le discontinuità, mutevolezze e fratture dell’identità passata rispetto a quella presente.

L’insieme gestuale, mimico, motorio, estetico che il corpo esprime nell’incontro con l’altro ne fa un portatore di segni (Faccio 2007). Come per le parole anche a questi segni possono essere attribuiti dei significati atti a definire il contesto dell’azione. Per esempio, i movimenti di una ballerina, di una fotomodella, di un pugile, di un soldato, evocano da soli contesti diversi. Se la gestualità è appropriata al contesto, ovvero alle rispettive definizioni di quella realtà e al suo universo simbolico, ed è funzionale alle norme che le regolano e alle aspettative di condotta coerenti che ne derivano, le attribuzioni relative alla persona che agisce il ruolo di ballerina, fotomodella, pugile, soldato risulteranno positive e confermanti. In tal modo, la protagonista di questi segni fa un’esperienza reale di se stessa e da questa preleva gli elementi cognitivi, empirici e di valore con cui alimentare la convalida della propria identità. Per la neo-ballerina, la neo-fotomodella, la neo-pugile, ecc.., si tratterà di pervenire ad un arricchimento dei Sé ed un passaggio verso una ridefinizione della precedente identità. Come per l’eroina della commedia di G.B. Shaw, chiunque può mutare la propria identità se diventa portatore di segni capaci di ridefinire ai propri occhi e a quelli degli altri il suo modo di essere. In altre parole e in questo caso, l’abito fa il monaco.

Semplificando le cose, attraverso alcune ricerche in psicologia dello sport (Salvini 1982, 1984), è stato più volte rilevato come al miglioramento di certe abilità motorie o all’apprendimento di certe capacità, come potrebbe essere quella di nuotare o, appunto, “tirare di boxe”, corrisponda una modifica del concetto di Sé. Tuttavia, il semplice apprendimento del nuoto, della boxe, o del tennis, possono anche non contribuire a tale modifica. Pertanto, cadrebbe in errore chi considerasse in maniera causale e meccanica l’influenza positiva della pratica sportiva sull’identità. Il miglioramento del valore di Sé (ma anche il suo peggioramento) non è la conseguenza automatica dell’esercizio sportivo.

Il mutamento in positivo del concetto di Sé non si genera direttamente dall’esercizio fisico, né dal successo atletico, ma dal significato sia individuale che socialmente condiviso che tali realizzazioni acquisiscono. Difatti, è attraverso i significati interiorizzati che possono essere sanzionati dagli altri che l’individuo fa una certa esperienza dei suoi atti. In un simile caso, il valore positivo di una particolare acquisizione motoria ha un valore reale per l’individuo se inserita in un contesto di norme e di regole istituzionali che la certificano come fatto positivo. Sollevare pesi in una palestra o sollevare cassette di frutta e verdura ai mercati generali, da un punto di vista biomeccanico può essere simile, ma da un punto di vista psicologico e situazionale no.

Una ragazza adolescente può vivere la propria pubertà, ossia le modificazioni sessuali del proprio corpo, in maniera diversa a seconda che ciò le susciti sentimenti di vergogna e di colpa, oppure di soddisfazione e di auto conferma. Questo diverso vissuto corporeo, attraverso cui la ragazza adolescente ricostruisce un’immagine di Sé, è il riflesso di come i valori estetico-morali degli altri sono disposti a significare, cioè ad accogliere, questa nuova presenza sessuale adulta. Anche in un simile caso, come in moltissimi altri, possiamo notare come il corpo della donna, in quanto sistema di segni da altri definito, sia sempre e prevalentemente in funzione di una situazione e delle sue regole di valutazione.

Il Sé può quindi essere visto, coerentemente a quanto affermato da Goffman (1961), come qualcosa che risiede nel sistema di accordi che prevale in una società. In tal senso, esso non risulta di proprietà della persona cui viene attribuito, ma risiede piuttosto nella dinamica del controllo sociale esercitato su di lei, dalla persona stessa e da coloro che la circondano. Questo tipo particolare di ordinamento-istituzione, più che servire di sostegno a sé, lo costruisce.

Esaminiamo la differenza che ci può essere tra il vissuto sportivo di una pre-adolescente e quello di una giovane donna post-adolescente. La prima sarà immersa in un sistema di attribuzioni sociali e personali positive. La seconda si troverà invece al centro di una situazione conflittuale, dove in qualche maniera il dubbio degli altri sulla sua normalità psico-fisica di donna la porterà ad attribuire meno valore al suo sé sportivo e ciò sarà tanto più vero per una donna praticante il pugilato. Così, l’abbandono precoce delle giovani atlete, erroneamente attribuito alla loro incostanza o al richiamo esterno di altri interessi, è il risultato paradossale di un controllo sociale normativo.

La giovane campionessa potrà continuare per anni a praticare con successo il suo sport, fino a quando potrà muoversi in un sistema di plausibilità, cioè in un contesto capace di non mettere in crisi la sua identità di atleta a tempo pieno, ossia di quelle parti di Sé il cui valore è costantemente confermato da un contesto di significazione privo di contraddizioni, ossia quello del “cenacolo” o del club o della associazione sportiva. Unico spazio interattivo entro cui è stata inglobata la vita della ragazza e le possibili definizioni della sua identità. L’organizzazione sportiva diventa così e con le migliori delle intenzioni un’istituzione totale (Goffman 1961).

Coinvolgere una ragazza (o qualsiasi altro individuo) in un’esperienza emotiva e cognitiva totalizzante, in modo che questa esperienza escluda qualsiasi altra possibilità di avere una diversa coscienza di sé, anche conflittuale, sta alla base di quei procedimenti istituzionali attraverso cui si costruiscono vocazioni e affiliazioni capaci di durare nel tempo. Come per le novizie di un convento, o i giovani militari di carriera, anche per le atlete di successo, la regola contempla la necessità di una qualche forma di ritiro dal mondo, o comunque di dispositivi che controllino i rapporti con gli altri contesti sociali e istituzionali concorrenti.

Nella pratica sportiva, così come è spesso fatta vivere alle donne, si delinea una frattura fra l’esperienza emozionale personale e il comportamento richiesto, in modo tale che le prescrizioni comportamentali e gli atteggiamenti agonistico-sportivi finiscono per performare alla coscienza dell’atleta una data esperienza di sé. La donna, approdata allo sport come ad una potenziale occasione liberatoria, rispetto alle altre costrizioni dell’identità femminile precostituite, finisce per uniformare il proprio sé ad un nuovo sistema di prescrizioni che le indicano il suo modo di dover essere ed agire. L’identità della sportiva e della donna pugile rischia così di diventare un’entità riflessa, che appunto rispecchia le attribuzioni di valore, i giudizi, cioè i processi di significazione, di un contesto totalmente pervasivo e autoritario. Contesto che guida l’identità della ragazza atleta, ne orienta i sistemi cognitivi, scelte di valore ed auto percezioni, al riparo di una legittimazione pedagogica del tipo “lo sport fa bene ed educa”. In tal modo, senza contrasti non riassorbibili all’insegna del suo interesse tutelato (alimentazione, sano allenamento, controlli medici regolari, ecc..), l’identità della donna pugile combacia, in quanto atleta, con le esigenze della prestazione e in tal modo unidimensionalmente si consolida.

Il tipo ideale di uomo o di donna atleta che l’ideologia tradizionalistica dello sport auspica, travalica molto spesso gli obiettivi e gli scopi funzionale all’economia psicologica dell’individuo.

Nelle donne, per esempio, possono sussistere molti conflitti e problematiche relative ai contrasti che possono insorgere tra i loro bisogni, progetti, consapevolezze e gli stereotipi, i ruoli e le aspettative sociali. Da un simile attrito può generarsi concorrenza e opposizione tra le immagini di sé: disagio da cui può evolvere una spinta al cambiamento ed alla consapevolezza, piuttosto che risolversi in vere e proprie disfunzionalità psicologiche limitanti. Un’associazione sportiva impegnata programmaticamente al principio extra Ecclesiam nulla salus, secondo cui solo all’interno della comunità sportiva l’atleta e il suo sé possono mantenere il loro valore e stabilità, è portata ad offrire soluzioni al conflitto in termini difensivi, di fuga, o di assoggettamento all’esistente. Il conflitto non viene affrontato ma lasciato fuori dallo stadio, dalla palestra, dal campo di atletica, dal ring, o addirittura recluso nella tranquillità claustrale di un noviziato, come avviene per la nazionale di pugilato femminile, il cui mondo di atlete in provetta finisce per estraniarle da ogni possibile altra esperienza di sé.

Allora, la grande campionessa di nuoto, o di atletica, o le “monache guerriere” del pugilato, possono preservarsi dall’altra realtà, quella delle donne comuni, ricorrendo fittiziamente al supporto di un’identità i cui referenti sono all’esterno di loro, nel microcosmo protettivo dei funzionari sportivi. Anche in questo caso l’essere donna obbliga a far combaciare la propria identità con ciò che le persone importanti per lei chiamano tale.

Al marito, alla madre, al ragazzo, alle amiche, si sostituirà l’allenatore, il giornalista sportivo, il dirigente federale, i quali, contrariamente agli altri, rimanderanno agli occhi dell’atleta un’immagine di sé ritagliata unicamente sui risultati, sul rendimento in allenamento, sulle previsioni di successo.

La selezione di ciò che è importante nella sua identità fa sì che la donna sportiva possa concepire i segni della propria corporeità, gestualità ed estetica, all’insegna di valori e criteri che le impongono una distanza reificante con il proprio corpo, riassunto nella capacità di fornire prestazioni motorie utili e finalizzate. Così l’abito che la donna pugile indossa, la tuta, finisce per escluderla da tutti gli altri abiti, quelli convenzionali e quelli possibili. Ciò può implicare che questo tipo di donna perda di vista il proprio potere di riconoscersi autrice del proprio mondo umano, esattamente come la protagonista della commedia di Shaw a cui abbiamo fatto menzione. Ella, infatti, nel momento in cui accetta le parole, gli atti linguistici, capaci di farle superare la propria condizione di donna comune, rischia di rimanere avviluppata dal potere di quei segni e di quelle prescrizioni da cui sarà sempre più costretta a dipendere, avendo rinunciato ad ogni altra identità. Il suo gesto motorio stereotipato e ripetuto all’infinito, inscritto in un universo di simboli (graduatorie, tempi, misure, categorie di peso, titoli di giornale, termini tecnici, spazi convenzionali, attenzioni, sguardi e valutazioni) finisce per essere l’unica reale consapevolezza di sé, cioè di non farla esistere al di fuori di tutto questo.

 

 2. Le contraddizioni di una presenza

E’ stato particolarmente interessante partecipare al settimo stage di aggiornamento sulla boxe femminile, organizzato dalla Federazione Pugilistica Italiana (F.P.I.) il 19 e il 20 novembre 2011, in quanto è stato un evento estremamente esaustivo sulle modalità attraverso cui è vissuta, definita e ritagliata, in modo esplicito ed implicito, la fisionomia della donna pugile da parte non solo della F.P.I., ma anche da parte dei Tecnici e degli Aspiranti Tecnici presenti e provenienti da tutta Italia.

Quando si voglia giustificare l’inferiorità sociale di un gruppo umano si ricorre all’espediente di invocare la “naturalità” di tale condizione, ottenendo in tal modo tre risultati: da un lato si legittima la disuguaglianza come fatto inevitabile, dall’altro si occultano le ragioni e le condizioni sociali che impongono tale situazione ed infine si ribadisce l’immodificabilità storica di quella condizione subalterna. Il ricorso alla natura come principio esplicativo è un artificio a cui talvolta medici, psicologi e sociologi offrono il proprio avvallo scientifico. Così, affermare che la funzione della donna nel mondo è il riflesso della sua biologia e dei suoi compiti riproduttivi, attraverso la sottolineatura della fragilità che la pratica sportiva del pugilato mette in luce, significa aderire ad un’opinione che considera l’attività sportiva della donna come una attività estranea alla natura della donna, facendo propri alcuni pregiudizi al punto di scambiarli come dati di fatto. Privilegiare una certa immagine di donna, sulla base di talune caratteristiche corporee in funzione di certe attività e non di altre, è significato prescriverle delle attitudini adatte ad un ruolo subalterno.

Così, anche la psicologia della donna è stata dedotta e assegnata attraverso le attività di un corpo socialmente definito e opportunamente limitato. Corpo femminile anche esaltato e ammirato, ma sempre all’interno di codificati rapporti sociali, presenti fin nelle espressioni linguistiche di giudizio e di apprezzamento (Salvini, 1982).

Risulta quindi palese come l’appropriazione dell’identità femminile da parte del mondo sociale e l’appropriazione soggettiva di tale identità da parte della donna siano due diversi aspetti dello stesso processo che definendo il corpo femminile, offre immagini di sé che diventano poi altrettante certezze e norme per se stessa e per gli altri. Pertanto, la donna che tenta di trasgredire le regole della sua identità è sempre sospetta di una qualche anomalia o disfunzionalità psicologica. A maggior ragione, alla medesima sorte viene destinata la donna sportiva, a cui implicitamente il sistema normativo di cui siamo portatori sani e inconsapevoli, attribuisce l’intenzionalità di porsi sulla scala dei valori sportivi mascolini, configurandola come una donna i cui certi problemi psicologici sono rimasti insoluti. Così facendo, l’esperienza sportiva nella donna viene ad essere ridotta e talvolta persino banalizzata a una mera azione auto-terapeutica, necessaria per dar voce e compensare una qualche forma di disagio.

Il corpo visto come insieme di modi di essere prestabiliti è per la donna ciò che la obbliga ad un controllo sociale stretto. Deviare dalle attese di un simile controllo, la rende sospetta di disadattamento sociale e psicologico. Corpo e psiche devono dimostrare continuamente la loro normalità ed equilibrio, vigilarsi reciprocamente per non evadere i confini circoscritti di ciò che è dichiarato femminile. L’identità femminile che ogni donna scopre in sé non è che il riflesso di questa precauzione: cioè l’insieme dei divieti e delle prescrizioni che inducono la sua coscienza e la sua corporeità a conformarsi ai rapporti sociali entro cui è imprigionata (Salvini, 1982).

Se è vero che le idee dominanti sono quelle dell’ideologia dominante, nel caso dei modelli di femminilità, queste idee hanno avuto un largo successo nel repertorio educativo delle donne e degli uomini: interiorizzazione di stereotipi, pregiudizi e schemi di comportamento conformi ad un mondo da preservare da ogni cambiamento sostanziale. La più grande propaganda del mondo è, infatti, la nostra lingua madre, quella che impariamo da bambini e che impariamo implicitamente e inconsapevolmente. Questa forgia le nostre percezioni della vita e le genera. Questa è propaganda nella sua forma estrema. Il linguaggio che usiamo è qualcosa che indossiamo. Si parla, o si indossa, il linguaggio del proprio gruppo. E' una maschera sociale, un distintivo sociale, che ci identifica e attraverso cui esterniamo noi stessi (McLuhan, 1967). E’ così che uomini e donne divengono i protagonisti e i guardiani dei reciproci ruoli, ritenendoli appropriati a ciò che sentono, alla natura delle cose e a un disegno superiore (Inghilleri e Gasparini, 2009). Allora ciò che alimenta convenzioni e certezze appare all’esperienza personale come un fatto oggettivo, giustificato e perfettamente ingranato con il sentimento interiore e le convinzioni che ne derivano (Salvini, 1982).

Una violazione di questo ordine che poggia sui ruoli di genere e sui loro rapporti predeterminati può essere vissuta dalla donna con sentimenti di conflitto, ansia, colpa e disorientamento, mentre da parte del contesto sociale può essere vista e giudicata come diversità, deviazione, follia o reato. E’ per questo che ogni violazione del ruolo femminile può essere interpretata come una manifestazione patologica, piuttosto che come atto di innovazione o di rivolta, come sembra dichiarare con maggior enfasi la donna che fa pugilato. L'attività atletica in questo sport, infatti, consentendo alla donna una ridefinizione della sua identità, mentre la espone a giudizi negativi, le offre tuttavia in cambio un'occasione di cambiamento. Purtroppo, tale eventualità, risulta circoscritta a un non numero ristretto di donne, soprattutto se si tiene conto che lo sport, nel suo insieme, è poco diffuso anche tra quelle donne che per età, classe sociale e altro, potrebbero praticarlo senza essere stigmatizzate.

Considerato poi il basso numero di sportive praticanti, si può supporre che, al di là dei fattori strutturali e socio-organizzativi, esistano delle resistenze psicologiche e culturali tra le stesse donne. Sembra abbastanza ragionevole ipotizzare che le giovani, nonostante siano in fase di accelerata trasformazione rispetto alle loro madri o nonne, manifestino delle resistenze rispetto alla pratica di un qualche sport, quando non sia vero e proprio rifiuto, in quanto mette in crisi quell’identità femminile che il loro corpo, seppur in panni diversi, deve continuare ad esprimere. Detto altrimenti, queste giovani donne, sebbene più emancipate e progressiste, non possono venir meno alle aspettative sociali e al ruolo interiorizzato. La rarefazione, quindi, di interessi verso lo sport tra le post-adolescenti, è il risultato di una richiesta che la collettività fa alla ragazza ormai donna, ossia quella di essere studentessa, operaia, o impiegata prima ancora che essere atleta. Alla ragazza ormai donna, la richiesta è quella di uniformarsi nei comportamenti, nelle motivazioni, nei sentimenti e negli interessi, allo stereotipo sessuale femminile più in voga. Stereotipo che, paradossalmente, le è prescritto fin sul campo di gara o sul ring, dagli stessi spettatori, cronisti sportivi e organi istituzionali, tanto che non solo ogni notiziario sportivo acclama ai “guantoni rosa”, ma viene persino proposto dall’ International Boxing Association (A.I.B.A.) di far combattere le donne pugili in sottana alle prossime Olimpiadi.

La ragazza, diventando adulta, acquista lentamente, ma inesorabilmente, un valore della propria identità misurato più sulle costrizioni sociali che le danno il beneficio di un’identità approvata, che su quelle capaci di mettere in discussione questa identità (Salvini, 1982). In una simile circostanza lo sport diventa un investimento ludico e salutistico favorito dalla famiglia nella prospettiva di aumentare, attraverso il corpo più armonioso della ragazza, il suo futuro valore di scambio: questo secondo la logica dei rapporti sociali esistenti che la rappresentazione fisica della femminilità stereotipata riassume.

Una vocazione sportiva, mantenuta al di là della condizione dell’adolescenza, diventa un’inclinazione deviante, una stranezza che provoca una leggera inquietudine, una trasgressione del senso comune, ma anche una possibile problematica psicologica. E’ per questo che forse la cronaca sportiva tende a riportare l’atleta donna entro una cornice di normalità, che sentenzia il ripristino di una coerenza di senso messa in discussione dal timore che la donna atleta possa fuggire, scappare ed improvvisamente eludere la sua condizione, mostrando così la convenzionalità e l’artificiosità dei ruoli e la loro funzione normativa, così come la nudità del re (Salvini, 1982). L’intento, che mette in essere un simile esorcismo collettivo, ha per fine quello di tacitare il sospetto incombente di una virilità latente, di un complesso legato a nuclei maschili della personalità, di una disfunzione ormonale o cromosomica celata e incastonata nell’intima interiorità della donna che pratica sport e ancor peggio se sale su di un ring e fa a pugni.

Nella pratica sportiva femminile è anche possibile rintracciare la trasformazione di una ribellione depotenziata della sua componente aggressiva. Infatti, l’opposizione alle costrizioni del ruolo femminile può essere espressa attraverso lo sport, trovando una forma di compromesso accettabile sia a livello individuale che sociale. Una tale ribellione, canalizzata entro una parvenza di condotta alternativa, finisce con lo spezzare una certa immagine di donna. In questo modo, la libertà vigilata che lo sport concede all’esuberanza femminile possiede, come esito, non solo la realizzazione di un controllo sociale, ma anche quello di violare la fissità dei ruoli e delle identità a cui la donna deve conformarsi (Salvini, 1982).

Tuttavia questo non è sufficiente per considerare la pratica sportiva un fatto automaticamente emancipatorio. Infatti, il rischio della trasgressione femminile attraverso lo sport sta nella sua parvenza, e ciò quando il corpo della donna atleta, mentre si scioglie dalle costrizioni di un ruolo pietrificato, viene indotto a modellarsi secondo i canoni della cultura sportiva che tracimano da ogni lato la loro origine maschile. In tal modo, certi modelli di gestualità e di prestazione motoria scorrono lungo i valori di un risultato che occulta, dietro l’ideologia del merito individuale, l’eticizzazione della disuguaglianza. In tal modo, la liberazione della ragazza, il suo affrancamento dagli stereotipi tradizionali, finisce per farle incontrare, attraverso l’ideologia sportiva cui viene affiliata le stesse categorie che l’hanno subordinata ad un certo tipo di rapporti sociali centrati sulla normalità espressa dalla cultura maschile. Ne consegue che il corpo femminile, reso apparentemente alternativo dalla pratica sportiva, muovendosi sulla falsariga dei valori che imprigionano quello maschile, finisce per sottoscrivere, per mezzo di un non completo riconoscimento della propria diversità, l’antica ed ora esibita inferiorità. Pertanto, la pratica atletica femminile, di cui l’esperienza pugilistica è soltanto la sua forma estremizzata, rischia di rivelarsi per quello che è: una pratica il cui disegno motorio, espressivo, autorealizzativo è semplice coazione imitativa. E,’ dunque, possibile affermare che lo sport, in quanto artefatto normativo maschile, è per la donna un’ulteriore trappola che, nel migliore dei casi, la porta ad essere un elemento coreografico in una casa che continua a non essere sua? E’ corretto pensare che la donna nel celebrare la festa della sua giovinezza nelle palestre, sul ring, negli stadi e nei campi di atletica, perda l’occasione di creare una propria storia e finisca per rimanere prigioniera di un delirio maschile di onnipotenza muscolare? E’ giusto ipotizzare che lo sport non sia altro che un’occasione in cui la donna continua ad edificare un mondo che è una proiezione dell’immaginazione maschile? A tali quesiti non si può che replicare dicendo che i ruoli in cui l’uomo e la donna sono inseriti non contengono affatto il segno egemonico di un sesso e di un genere rispetto ad un altro, quanto il risultato fatto loro giocare da una cultura storica e dalle sue forme di esercizio di potere.

Ognuno di questi interrogativi accende un’ipoteca sullo sport, giustificando dubbi e diffidenze che potrebbero indurci a degli errori di valutazione, uno dei quali è sicuramente quello di partire da un presupposto persecutorio, cioè vedere nei fatti della cultura l’incarnazione malevola di una congiura maschile a danno delle donne(Salvini, 1982).

La condizione femminile, così come è andata delineandosi nella tradizione greco-giudaico-cristiana, non è il risultato di una sopraffazione premeditata da ogni generazione di maschi, bensì il risultato culturale di un certo tipo di organizzazione politica elitaria centrata sul principio di gerarchia (Salvini, 1982; Inghilleri e Gasparini, 2009). Principio che ha avuto diverse edizioni storiche, ma che ha continuamente riproposto, a livello di struttura culturale profonda, di ordine simbolico, un modello di rapporti sociali, di distribuzione delle risorse, di divisione del lavoro, di narrazione, le cui forme hanno trovato nei ruoli di genere la sede più adatta per incastonarsi e riprodursi. E’ logico che una cultura patriarcale, predatoria, composta da élites,dove il potere (krátos) era detenuto dai “migliori” (áristos), cioè da coloro che potevano vantare eccellenza di nascita o superiorità intellettuale e morale, abbia preso a proprio vantaggio un tale presupposto normativo e l’abbia trasmesso alle forme d’organizzazione giuridica e sociale, coniugandolo nelle sue diverse varianti storiche (Bookchin 1982). Tuttavia, questa breve, seppur necessaria precisazione, è qui introdotta per sottolineare il fatto che gli obiettivi di un mutamento della condizione femminile non passano attraverso il rifiuto del segno maschile sulle cose, quindi anche dello sport e del pugilato. Sarebbe ridicolo, ingenuo e soprattutto pericoloso proporre di superare una struttura sociale autoritaria rimuovendo o abbattendo non solo il discobolo di Mirone, le statue del foro italico o le forme linguistiche di genere, nel tentativo di rifondare formalmente il linguaggio e le categorie estetiche. L’obiettivo è un altro, ovvero quello di un mutamento dei presupposti strutturali e ideologici da cui deriva non solo la segregazione maschile e femminile, ma anche di quei valori simbolici che lo sport tende ad incarnare, legittimare e riprodurre, confermando proprio quei processi di costruzione della realtà sociale e individuale così inadeguati per poter dare un contributo all’emancipazione della donna.

Altra convinzione errata è quella di pensare che un mutamento della condizione femminile possa avvenire al di fuori di un cambiamento culturale più complesso e prescindendo dai valori che connotano le nostre società. Lo sport come possibilità culturale e sociale è una delle possibilità esistenti. Occorre osservare, in tal senso, che lo sport recuperato in un discorso femminile aggiunge, già oggi, qualcosa di diverso alle sue connotazioni maschili, ossia un principio di autocritica, un’indicazione pedagogicamente utile per il superamento degli stereotipi tradizionali. Declinare al femminile quanto di maschile ci può essere nello sport può denunciare l’ideologia che impedisce di cogliere le affinità fisiologiche e di una comune condizione sociale retrostanti alla separazione dei sessi.

Per quello che attiene al versante psicologico la pratica sportiva è in grado di fornire altri aspetti particolarmente positivi alla donna. Dal momento che, allo stato attuale, una parità di diritti maggiormente tangibile rimane inaccessibile alla maggioranza delle donne, almeno fintanto che persistono certe inibizioni interiorizzate, l’acquisizione di una piena autonomia psicofisica diviene una condizione fondamentale per il superamento di tutta una serie di divieti e di norme assorbite attraverso quelle pratiche discorsive sociali da cui si originano i copioni di ruolo del femminile e della femminilità. Tant’è vero che nella palestra, nel campo sportivo, calcando il ring, la donna scopre come gli stereotipi gestuali, gli schemi motorii e le abilità, la subalternità fisica e psicologica, le rappresentazioni emotive di una presunta identità femminile non appartengano alla sua natura né ad una condizione prestabilita, e in quanto tali, possano essere abbandonate per un altro modo di essere come persona.

Se lo sport e il pugilato come sua declinazione estrema, non rappresentassero questo implicito rischio trasgressivo, non sarebbero punteggiati dalle interdizioni familiari e da quelle dei “fidanzati”, soggetti ad abbandoni post-adolescenziali, colpiti da limitazioni educative, mediche e psicologiche.

In sostanza, la donna che a tutt’oggi pratichi sport, deve superare un gran numero di resistenze dentro e fuori di sé. Resistenze intime che si consolidano con le prescrizioni esterne che richiedono di impersonare una femminilità che non generi allarme sociale, contraddicendo le rappresentazioni di senso comune presenti ovunque: sia nei valori femminili di mercato riassunti nelle immagini patinate del desiderio maschile, sia nei nuovi modelli di comportamento delle giovani in cui l’alternativo casual nega vistosamente se stesso (Salvini, 1982).

 

2.1. Pregiudizi e stereotipi sulla donna sportiva e sulla donna pugile

Due donne che si fronteggiano all'interno di uno spazio quadrato chiamato ring, affrontandosi in una scherma duellata con i pugni protetti da appositi guantoni, o una donna che esibisce con orgoglio l’occhio tumefatto o i lividi postumi al combattimento, o un gruppo di donne che saltano la corda, si allenano al sacco, o si intrattengono in una serie di esercizi con i pesi, madide di sudore e di fatica, non sono più uno spettacolo inconsueto, anche se contrasta con quello della maggioranza delle donne a cui tale possibilità sembra essere preclusa. Si assiste così ad un mutamento della condizione dell’immagine femminile che attraverso lo sport e il pugilato diviene quasi un fatto emblematico.

Proprio lo spettacolo dello sforzo atletico, tradizionale esibizione delle immagini della virilità, testimonia il processo di una trasformazione antropologica della donna nella nostra cultura. In questo spazio ludico, ora agonistico, seppur periferico ai grandi momenti della vita collettiva, le donne sembrano sottrarsi agli obblighi e alle rappresentazioni della femminilità quotidiana, sperimentando un diverso uso e valore del proprio corpo.

E’ sorprendente il fatto che proprio in uno dei templi della cultura maschile, cioè l’accademia pugilistica, sia stato superato parte del pregiudizio antifemminile. Ma come è stato possibile che proprio lo sport abbia potuto accogliere la nozione della diversità e dell’uguaglianza della donna? Come si è reso possibile che in questo contesto gli uomini abbiano saputo rinunciare alle interdizioni e agli obblighi da essi riservati all’esibizione pubblica del corpo femminile, corpo che può narrarsi ora al di fuori dei luoghi prescritti per la sua rappresentazione, cingendosi addirittura dell’alloro riservato ad una nobiltà gladiatoria?

Le risposte a tali quesiti esigono alcune riflessioni preliminari sul mondo dello sport e del pugilato, per meglio mettere in evidenza il fatto che se lo sport e il pugilato da un punto di vista ideologico e sociopolitico offrono il fianco a delle critiche, al contrario, per quello che attiene alla loro cultura tecnica e alla loro filosofia empirica non possono che essere apprezzati.

Intanto, per prima cosa, va detto che in generale nello sport il recupero motorio ed espressivo dei corpi corrisponde alla laicizzazione degli aspetti psicologici che, in quanto mente, restituiscono ai muscoli e al sistema nervoso parte della sua natura. Motilità, intelligenza, affettività non sono più entità distinte ma aspetti diversi propri della biologia di un’umanità sociale. Il considerare separatamente intelligenza e motilità, il vedervi due aspetti distinti e talvolta concorrenti è l’errore di chi, partendo da una visione religiosa, ideologica o anche cartesiana dell’uomo e della donna, in nome di una falsa  concezione del primato metafisico del cogito, li ha opposti al vissuto corporeo e quindi a tutte le implicazioni emotive, intellettuali e sociali che tale vissuto comporta. Nello specifico ciò appare con più evidenza proprio nel pugilato come pratica ed attività sportiva, dove a differenza degli altri sport, gli aspetti di situazione e i suoi costanti e repentini cambiamenti, sollecitano l’atleta in tutta la sua presenza sia fisica che mentale.

Nel pugilato il dato empirico dell’esperienza ha sedimentato nella sua cultura l’insostenibilità dell’ipotesi di chi voleva tener distinte le attività psichiche da quelle fisiche. L’atteggiamento pragmatico e ingenuamente scientifico del pugilato è ciò che ha favorito, in origine, la messa in disparte di quei pregiudizi non sostenibili di fronte alla concretezza psico-fisica del gesto atletico. Pertanto, all’osservazione obiettiva e pragmatica di uno sport dove l’errore o l’impreparazione atletica, può costare ben più di una sconfitta, di un punto perso, o di una manciata di secondi, bensì il knock-out, il corpo della donna perde le auree metafisiche dell’ “anima femminile” e riconquista la sua materialità, dissolvendo, se non la condizione, almeno le argomentazioni della sua subalternità.

Il mondo del pugilato, ma a ben guardare tutto il mondo dello sport, è una realtà estremamente imbevuta di prospettive empiriste e di cultura scientista, all’interno della quale tecnica e fisiologia fanno del movimento corporeo una scienza del misurabile, riducendo l’individuo, l’atleta, al condensato voluto delle sue capacità. Si prefigura così un sistema di valutazioni incrociate che assoggettano alle proprie categorie di valore ogni altro giudizio sociale dato, restituendo l’individuo ad un valore di sé indifferente al censo, alla nascita, al genere, all’etnia e alla nazionalità. Azione che non sempre ottiene gli effetti proposti e che talvolta è ottenuta attraverso una diffusa reificazione del corpo e dell’identificazione della persona con i risultati della sua prestazione. Ad ogni modo, lo sport in quanto cultura tecnica, più attento alle leggi della biomeccanica che ai pregiudizi, non ha potuto fare a meno di considerare la donna come una unità psicofisica, il cui valore e significato poteva essere altrove rispetto ai suoi ruoli riproduttivi, produttivi e decorativi.

In un preziosissimo volume, che ha fortemente ispirato questo lavoro tanto che quest’ultimo vorrebbe ambire ad essere una sua coerente prosecuzione, Alessandro Salvini, fondatore in Italia, insieme a Gaetano De Leo, dell’orientamento interazionista in psicologia, mette in evidenza un ulteriore prospettiva da cui considerare il superamento di una mitologia del femminile nello sport, cioè quella dei suoi effetti psicopedagogici. Secondo l’Autore, lo sport è, per coloro che lo praticano, una profonda esperienza corporea che permette una nuova e più complessa percezione di sé. Difatti, il recupero del corpo in senso ludico ed agonistico non può che rendere per certi versi più capaci e disponibili a identificarsi con quello degli altri. Corrispondenza resa possibile da una più profonda consapevolezza del nostro corpo, cosa che consente la ricostruzione dentro se stessi dell’esperienza fisica dell’Altro. Fatto identificatorio che, secondo l’Autore di Identità femminile e sport (1982), non nasce tanto da un decreto morale, quanto dal fatto che l’Altro, per mezzo del quale l’atleta definisce la propria identità, viene ad essere conosciuto partendo da una contiguità di sforzo, di respiro e di ritmi d’azione.

Rappresentarsi l’esperienza dell’altro corpo, ora come modello, ora come elemento di confronto, ora come avversario, apre uno spazio cognitivo che produce un nuovo modo di categorizzare l’Altro. In questo particolare caso, conclude Salvini, la percezione di caratteristiche fisiche simili influenza la valutazione delle caratteristiche sociali (in genere è il contrario), riducendo la portata dello stereotipo e del pregiudizio. Il processo di categorizzazione e di differenziazione categoriale svolge, dunque, una funzione essenziale di sistematizzazione delle informazioni che l’individuo raccoglie e produce riguardo una specifica classe d’oggetti, i quali possono essere così percepiti più simili o più diversi fra loro a seconda che vengano riconosciuti appartenenti alla stessa categoria o a categorie distinte. In tal senso, si comprende perché l’atleta uomo possa vedere con minore pregiudizio il corpo della donna atleta, riconoscendolo ora regolato da una comune natura in cui le somiglianze sono maggiori delle differenze. La fisicità empirica della situazione sportiva, che rappresenta sempre un rischio di reificazione del corpo dell’atleta, in questo caso produce un processo cognitivo su cui facilmente fa presa la norma etica. Da questa considerazione discende la conferma che se mutiamo il contesto di esperienza, e quindi di conoscenza, vengono meno i giudizi che a tale contesto non appartengono (Goffman, 1977), tanto da far apparire la donna atleta come qualcosa di contrario all’uomo, ma come l’uomo un essere umano qualsiasi.

Proprio attraverso lo scientismo di cui la cultura sportiva e il contesto pugilistico, come sua roccaforte, sono pregni e il loro opposto, cioè l’implicito riferimento costruttivista all’esperienza, che la donna atleta si ritrova in uno spazio che la solleva dai luoghi comuni della sua identità convenzionale. Paradossalmente, proprio nel tempio dei valori maschili, è possibile vedere come il destino sociale della donna sia più segnato dalla convenzione che dalla sua struttura fisica, mostrando in tal modo come il corpo femminile non sia una cosa, quanto piuttosto una situazione.

 

2.2. Il pregiudizio

Molti dei processi di attribuzione sociale e individuale, attraverso cui si costruisce il costrutto di femminilità, sono il risultato dell’applicazione di schemi di tipizzazione della personalità (STP), cioè di modalità organizzative della conoscenza intra ed interpersonale che si basano su astrazioni categoriali generate da intenti valutativi e prognostici che consentono di attribuire ad individui accomunabili per qualche aspetto distintivo, un insieme di caratteristiche psicologiche. Le caratteristiche attribuite possono essere riferite a differenti livelli: intrapersonale, interpersonale, sociale e biologico. Gli STP in quanto strutture organizzative che preordinano il processo attribuzionale sono costituiti da: 1) vincoli cognitivi, ovvero da come selezioniamo, elaboriamo o costruiamo l'informazione che riguarda gli altri, noi stessi o il mondo in generale; 2) conoscenze scientifiche o credenze ideologiche o di senso comune, ossia dalle rappresentazioni utilizzate per comprendere o spiegare le informazioni desunte dal comportamento o da altri indicatori psicologici; 3) regole di contesto, come valori, norme, ruoli assegnati, procedure ed obiettivi dell'osservazione; 4) auto-attribuzioni implicite o esplicite dell'osservatore (identità, autovalutazioni, competenze e riferimenti affiliativi d'appartenenza (Salvini, 2004). Gli STP, si costituiscono quindi a partire da una matrice prototipica e stereotipica di una certa classe di oggetti. Prototipica, ad esempio, può essere l’immagine di un individuo considerato come rappresentativo di una certa categoria di persone. La forza del prototipo è che, se accettato, in quanto valutato positivamente, non solo viene imitato, ma finisce anche per essere impersonificato: si verifica cioè una mimesi psicologica. Inoltre, impersonificare un prototipo significa anche assumersi l’impegno di essere all’altezza di un modello. Una volta che tale impersonificazione abbia trovato conferma, cioè sia stata convalidata dagli altri, l’autoconsapevolezza viene ad essere modellata in quella direzione.

Lo stereotipo, invece, può essere definito come un insieme organizzato di credenze o di attribuzioni circa le caratteristiche ritenute proprie di un gruppo sociale. Lo stereotipo è un processo cognitivo e non una forma di conoscenza sbagliata. Al contrario lo diviene quando i suoi contenuti sono influenzati dal pregiudizio (Salvini, 1993). I pregiudizi verso la donna, si sono insinuati in modo talmente diffuso e capillarizzato da essere eletti a elementi di valutazione della sua identità normale, aspetti la cui supposta oggettività si basa su una rappresentazione della femminilità condivisa dalla donna in relazione ad un tipo da personificare o a un modello a cui aderire.

Alcune ricerche (Salvini, 1984) mettono in evidenza come per esempio l’immagine della donna nei due generi, tenda a polarizzarsi intorno alle caratteristiche del tipo “casalinga” (moglie e madre), “velina” (oggetto sessuale), “donna mascolina” (che non accetta il ruolo tradizionale), oppure di “sentimentale, civettuola, loquace,, elegante”, al punto di manifestarsi fino nei comportamenti verbali e non, in cui alle donne sarebbe dato di esprimere più calore e piacere coerentemente alle attese maschili, o addirittura di ricorrere a forme linguistiche obbligate a manifestare subordinazione, futilità, più che competenza e dominio. A tale proposito è stato rilevato come “essere femminile” o “essere competente” rappresenti per la donna una scelta conflittuale. Pertanto, anche le differenze di prestazione tra donne e uomini sono governate da stereotipi comportamentali. Per cui, come è dimostrato dalle ricerche, è possibile constatare come le donne diano mediamente delle prestazioni inferiori alle loro possibilità solo perché c’è in loro il timore di comportarsi in maniera inappropriata se non si adeguano alle aspettative di un rendimento differenziato rispetto alla controparte maschile. Timore confermato dall’osservazione che le donne, più degli uomini, violano attività e norme tipizzate secondo la percezione sociale. Osservazione che conferma l’esistenza di una maggiore restrittività delle regole di condotta per le donne e quindi un maggiore controllo sociale sulle condotte femminili. In tal mondo ne deriva una maggiore stereotipizzazione dei ruoli della donna e dei processi di costruzione della sua identità.

La tipizzazione della condotta femminile è un risultato continuamente ricostruito nella quotidianità delle interazioni. Qualsiasi strappo, qualsiasi lacerazione della rete di obbligazioni di ruolo, qualsiasi disconferma di stereotipi e cambiamento dell’immagine di sé sono sempre soggetti ad essere messi in discussione, ad essere recuperati entro una presa di vincoli, di aspettative, di doveri, di facilitazioni, di atti linguistici e posturali. La categoria “modo di essere donna” non è tanto un atto repressivo, quanto un atto costitutivo a livello ideologico, quindi sociale, così come cognitivo ed emotivo, quindi psicologico. L’esame del senso comune, nella sua quotidianità più sollecita, benevola e naturale, costituisce per la donna un costante rischio di non essere giudicata positivamente appena trasgredisca le aspettative minime ed elementari annesse alla costruzione sociale del suo ruolo. La dimensione stereotipica della sua esistenza femminile invade ogni interstizio della sua coscienza di persona.

La costruzione di stereotipi, cioè collocare delle persone entro categorie, è un’esigenza di ordine intellettivo, soggetta a divenire errore se assunta in maniera vincolante ed immutabile rispetto ai dati dell’esperienza. Può anche diventare un sistema di violenze occulte se assunta prescrittivamente nei confronti dell’altro, non tenendo in considerazione il diritto di questi a declinarsi nei modi, negli aspetti, nelle condotte e nei comportamenti che ritiene a sé più congeniali.

Nel caso dello stereotipo femminile tale errore non è unicamente attribuibile ad un’inerzia del pensiero individuale o al conformismo della percezione sociale, ma risulta funzionale ad un intenzione di tipo politico. A ben guardare, infatti, lo stereotipo in questione assume funzioni normative e di controllo sociale sia sull’identità che sul comportamento della donna, conferendo giudizi di valore a quegli attributi d’ordine psicologico e sociale che sanzionano la sua diversità (Salvini 1984).

Riconoscere la donna come titolare di certi aspetti psicologici e comportamentali propri dei ruoli a cui è confinata significa razionalizzare il pregiudizio attraverso lo stereotipo, quindi avere buon gioco nell’indicare, nella sua diversità così costruita, una condizione contraddistinta da un profilo o da capacità di tipo inferiore o subalterno.

Poiché questa modalità costituisce un sistema di controllo sociale, è facile comprendere perché il pregiudizio scatti anche verso quelle donne che, non accettando tale subalternità o minorità, aderiscono a condotte o valori considerati non adeguati al loro genere di appartenenza. Pertanto, nel caso della donna sportiva e soprattutto della donna pugile ci troviamo di fronte a due tipi di pregiudizio: quello della conformità e quello della devianza.

Nel primo caso, il pregiudizio della conformità più o meno si esprime in tal modo: “sei carina, debole, emotiva, fragile, dipendente, seduttiva e appariscente, contenuta e riservata, ecc..; sei una donna-donna e quindi pienamente normale, però proprio per questo non puoi aspirare ad essere o a ricoprire ruoli in cui servono altre doti che tu non hai”. Nel secondo caso, il pregiudizio della devianza stabilisce che: “se sei attiva, muscolare, intraprendente, autonoma, decisa, ambiziosa, sicura, ecc.., questo ti rende maschile, non desiderabile, sospetta di anormalità e perciò sarai disapprovata”.

Un simile modo di argomentare serve ad affermare la disuguaglianza o inferiorità della natura femminile. Nella disuguaglianza sociale le diversità antropologiche della donna, quando non vengono inventate o prodotte, sono manipolate, trasfigurate e tradotte in caratteristiche psicologiche e ruoli finalizzati alla perpetuazione dell’ordine sociale dato ed alla disuguaglianza che esso impone.

L’applicazione alla diversità (indotta ed esistente) di giudizi di valore e quindi di criteri normativi fa sì che alcuni momenti di diversità vengano considerati normali (nel senso di desiderabili, giusti, migliori, ecc..), mentre gli stessi o ad altri livelli di diversità vengano considerati in altre situazioni lontani da tale criterio di normalità. Anche la diversità biologica della donna viene ad essere presa nella spirale dei giudizi di valore, utilizzata per agganciarci pregiudizi, sancire una condizione di ineguaglianza e nascondervi l’origine sociale e politica di una prevaricazione.

Oggi la ragazza che pratica sport è tutt’altro che un’eccezione seppur il rapporto con gli uomini sia abbastanza basso. Nel nostro Paese le donne sono meno sportive degli uomini. Il 44,5% di loro risulta infatti essere sedentario, contro il 35% dei maschi. In generale ci confermiamo un popolo abbastanza pigro, con una percentuale di sedentarietà del 39,8%. Secondo l’annuale fotografia scattata dall’Istat, nel 2011 solo il 21,9% della popolazione (dai tre anni in su) ha praticato uno o più sport con continuità, il 10,2% vi si è invece dedicato saltuariamente. Il 27,7% ha svolto almeno qualche attività fisica, come fare passeggiate, nuotare o andare in bicicletta. Secondo gli ultimi dati la disciplina più praticata dagli italiani, seppur in leggero calo dal 28,8 al 26,9%, è il calcio. Cresce il numero dei giocatori di pallavolo (da 5,6 al 7,8%), basket (7,7) e tennis (4,8 al 5,8%).

Se la donna rimane lontana da una pratica sportiva diffusa dipende anche dal fatto che gran parte dell’opinione pubblica è ancora scettica sulla perfetta normalità psicologica della ragazza che si dedica ad attività ludico-agonistiche. Se ciò avviene per lo sport in generale, per il pugilato la questione risulta essere estremamente evidente. Questo perché il pugilato femminile è una realtà che mette in discussione e rende inutilizzabili gli stereotipi tradizionali in base ai quali si categorizza ancor’oggi la donna. Stereotipi a cui la gente affida le proprie valutazioni, non accorgendosi di rimanere prigioniera dei pregiudizi su cui tali stereotipi sono stati fondati.

Dubitare della  femminilità della ragazza che pratica pugilato, significa dare per assoluta e naturale la categoria “femminilità”, assimilandola per analogia al concetto di normalità. Da ciò, la prescrizione, esterna ed interna, che vuole la donna conforme alle aspettative stereotipiche della femminilità, cioè un suo adeguarsi caricaturale alle ingiunzioni di un pregiudizio che le prescrive un’identità, una serie di comportamenti ed espressioni di sé, al punto di dirigere le espressioni del linguaggio affinché queste lascino trasparire una psicologia perfettamente ingranata con il ruolo che deve essere rappresentato.

Agli occhi del senso comune la donna pugile appare come il segno di una deviazione della femminilità, un’anomalia all’insegna di una virilizzazione che deve essere scoraggiata. Di conseguenza l’uomo della strada, piuttosto che dubitare della giustezza delle norme che prescrivono certi comportamenti ed atteggiamenti alle donne, preferisce pensare che coloro che non vi si adeguano non siano poi così normali. Pertanto, una ragazza che pratica il pugilato, che scopre un uso diverso del proprio corpo, che respinge la mimica e gli atteggiamenti che le vengono imposti dal ruolo femminile, facilmente incappa nella critica e nella rete di pregiudizi di un’opinione pubblica retriva e disinformata. Simili pregiudizi trapelano, nonostante le affermazioni contrarie, anche tra le donne medesime e tra le più giovani, che magari militano per l’emancipazione delle donne.

L’idea che la pratica sportiva e il pugilato possano peggiorare l’aspetto fisico della donna ha un suo rilievo ed importanza in quanto investe uno dei punti più importanti dell’identità femminile. I ruoli possono essere rivisti e tranquillamente venir messi in discussione, tuttavia ciò che invece attraverso le attribuzioni di ruolo si lega all’identità personale più profonda trova delle resistenze ad essere messo in aperta discussione (Salvini 1984; 1988; 2004).

Ad ogni modo, il timore che lo sport ed il pugilato possano virilizzare la struttura fisica della donna è un pregiudizio ed un errore che svela le sbagliate credenze sulla morfologia femminile, tanto è vero che l’adesione acritica ad uno stereotipo fisico ed estetico della femminilità non è altro che l’accettazione delle immagini dei mass media, delle idee dei genitori, fidanzati e coetanei e del gusto di artisti ed esteti maschi, che hanno saputo convincere le donne rendendole prigioniere di una mistica corporea della femminilità.

Rappresentazione della femminilità costruita allo stesso modo dei piccoli piedi delle donne cinesi in età imperiale, che impediti a crescere mediante fasciature e scarpe ortopediche, così deformati venivano assunti come parametro di bellezza femminile e indicati come loto d’oro o giglio d’oro.

 

3. Differenze psicologiche di genere nell’attività sportiva

L’identità personale affonda le proprie radici nella sicurezza di appartenere al genere maschile o a quello femminile (Salvini 1982; 1993). Certezza che si consolida solo da adulti ed è talmente scontata e immemore degli sforzi di conquista dell’infanzia al punto che la maggior parte delle persone non ci fa più nemmeno caso, ignorando persino come su tale differenziazione l’intera società si organizzi in ogni suo più specifico aspetto, dalle semplici regole d’interazione, al linguaggio: è l’organizzazione sociale che materializza i generi e il loro correlato corporeo, “inventa” i corpi “preferiti” e “stigmatizzati”, le età, i luoghi, le condizioni, i setting necessari per mettere in scena le loro interazioni. La società predispone modalità, situazioni sociali, palcoscenici adatti per la loro esibizione (Goffman 1977; Inghilleri – Ruspini 2011).

A tutti è capitato almeno una volta di scambiare un bambino per una bambina, o viceversa. Questo piccolo disconoscimento è un’occasione per notare come vi sia un’estrema consapevolezza dell’identità di genere anche nell’infanzia che si genera innanzitutto a partire dal riconoscimento sociale della nostra diversità sessuale e quindi di essere stati assegnati ad un sesso piuttosto che all’altro (sesso assegnato). Condizione che a livello psicologico si configura con un sentimento più intimo datoci dal nostro continuo interagire in maniera complementare con l’altro sesso, che ci rinvia, come uno specchio, l’immagine della nostra identità. Inoltre, tale auto percezione è anche collegata con la sedimentazione, all’interno del nostro personale campo cognitivo ed emotivo, di ricordi, di persone, di esperienze, che abbiamo profondamente vissuto e con le quali siamo identificati. Un simile sesso psicologico corrisponde a ciò che è indicato come identità di genere. Il confluire di aspettative sociali, di ruoli attribuiti e praticati, di contesti di definizione, di schemi di comportamento interiorizzati, di identificazioni con gli altri, di auto-rappresentazioni, di repertori linguistici e di condotta, fa di ogni individuo un’identità sessuata in modo più o meno stabile e in modo più o meno continuo. Tuttavia, il sesso assegnato e quello di genere, cioè quello socialmente riconosciuto e quello psicologicamente vissuto, s’innestano anche su fattori biologici che acquistano un valore d’innesco e di attribuzione sessuale, che rende necessario considerare anche il sesso cromosomico, gonadico e neuro-ormonale, per affrontare la questione dell’identità femminile e di quella maschile. Solo orientare lo sguardo verso un simile orizzonte, ci metterà nella condizione di accettare o rifiutare le argomentazioni sia di senso comune, sia scientifiche che sentenziano una maggiore o minore femminilità della donna che si dedica al pugilato o al rugby. Fare boxe, rugby, sollevare pesi, tirare di sciabola è conforme o in contrasto con quel sentimento intimo che viene etichettato come identità femminile? Una donna che gioca a calcio, scala montagne, lancia pesi, è o si sente realmente donna?

L’identità femminile, così come è concepita dal reticolo culturale delle differenti società umane, è modellata da argini, ora irreversibili come quelli propri del sesso biologico, ora più flessibili come quelli socio-culturali legati al genere. Comprendere come si generi l’identità a partire da fattori biologici fino a quelli sociali e psicologici, è condizione necessaria per poter capire:

a)      la diversità e non confrontabilità del maschio con la femmina e viceversa;

b)      la loro complementarietà e sostanziale somiglianza.

Prospettive contraddittorie in apparenza, ma nel cui spazio dialettico è possibile superare l’innatismo o l’ambientalismo come posizioni ideologiche. Nel primo caso si afferma: “donna si nasce”; mentre nel secondo caso si sostiene: “donna si diventa”. In tal senso, se da una parte si conferma la condizione femminile come dato della natura decretando l’anomalia delle donne che si vogliono sottrarre ai limiti di tale condizione, dall’altro si fornisce un’argomentazione a favore della richiesta di eguaglianza tra i generi, sottendendo le ragioni storiche e sociali che hanno impedito di fatto questa eguaglianza. Lo sport, mentre sottoscrive questa parità, non fa altro che riproporre l’esistenza di inconfutabili differenze.

Volendo seguire le ragioni pro e contro su una simile questione, si cade facilmente in un ginepraio in cui si finisce comunque per sostenere una posizione preconcetta, senza tentare di definirla alla luce delle conoscenze disponibili. Ad esempio, affermare che l’attività femminile sottolinea la diversità della donna, piuttosto che le condizioni della sua eguaglianza, ci mette nella condizione di confondere la portata dei due termini: il primo ha una rilevanza biologica, sociologica e psicologica; il secondo si attiene ad una questione etico-politica. Chiarire il problema della diversità femminile nei suoi aspetti più equivocati, ossia quelli dell’identità di genere e del sesso biologico, consente di meglio fondare un discorso sull’effettiva eguaglianza di maschi e femmine.

 

 

3.1. La diversità sessuale

Prima di addentrarci nel vivo della trattazione di questo paragrafo, occorre fare una premessa iniziale, cioè tenere in considerazione il fatto che le caratteristiche del genere umano – delle donne e degli uomini – sono il risultato di una duplice evoluzione:

a)      quella biologica che ha portato l’ominazione allo stadio di homo sapiens;

b)      quella culturale che, soltanto nella specie umana, ha preso il posto dell’adattamento biologico[1]

Un aspetto evolutivo, caratteristico della specie umana, è la conservazione di una certa plasticità del sistema nervoso centrale durante la vita. Questa plasticità consente l’acculturazione, ossia l’acquisizione nella corteccia cerebrale di informazioni connesse con le conoscenze, le regole e i sistemi di valore di una data società, mescolati con l’esperienza individuale. Una tale plasticità cognitiva ed emotiva necessita di una struttura fisiologica altrettanto capace di risposte differenziate, pertanto né fisse, né innate, suscettibili, appunto, non solo di sapersi adattare e rispondere alle richieste dell’ambiente umano, ma anche di strutturarlo attivamente (Altan 1971; Salvini 1982; Heritier 2000; Kandel 2003; Volpato 2011).

Se un animale vuole soddisfare un suo bisogno biologico, agisce per “istinto” e cioè sulla base di un corredo di informazioni circa il comportamento da tenere in certe situazioni, trasmesso attraverso il programma genetico contenuto nell’acido desossiribonucleico del suo genotipo. L’essere umano no. L’essere umano soddisfa ai suoi bisogni “istintivi”, cioè biologici, mediante modelli di comportamento socialmente elaborati e codificati, grazie ai quali può pervenire allo scopo con un notevole risparmio di energie psichiche e rispettando le norme della convivenza sociale. Questi modelli non vengono trasmessi per via genetica, ma appresi nel processo di inculturazione, attraverso il quale l’originario genotipo, fornito di un minimo di informazione, inferiore a quello di ogni altro animale, si trasforma in un fenotipo, cioè in un organismo culturalmente modellato.

In altre parole, il comportamento umano non è determinato dalle funzioni neuro-endocrine e biologiche, anche se esse sono condizioni necessarie ma non sufficienti e da esse è predisposto, in quanto a loro volta queste risentono delle matrici simboliche, delle esperienze, degli stati emotivi, presenti nella psiche e da questa trasformati in messaggi per l’organismo, affinché esso si adegui alle esigenze dell’interazione individuo ambiente (Altan 1971; Luria 1984).

Coerentemente con queste riflessioni, è possibile affermare che la flessibilità genetica di cui ogni essere umano è portatore può essere sfruttata dalla cultura in un duplice modo:

a)      favorendo l’affioramento di certi aspetti utili;

b)      consentendo entro i limiti naturali della fisiologia di subordinarli ai fattori psico-sociali e culturali.

Rispetto a quest’ultimo punto, per esempio, le modificazioni fisiologiche di una campionessa di pugilato, o quelle di una nuotatrice denotano, da un lato una flessibilità adattativa della “natura della donna”, attraverso cui un particolare aspetto della cultura, nel nostro caso lo sport, consente di esaltare potenzialità fisiche che cultura, nel suo senso più ampio, cioè storico e sociale, ha messo in ombra. In fin dei conti, il corpo femminile, non nel suo essere, bensì nel suo apparire, in una sua certa morfologia esteriore, risente dei canoni estetici di una data epoca, in una data società.

Quando un culturista, per meglio spiegare, esibisce la propria ipertrofica muscolarità, ci troviamo di fronte ad un prodotto della cultura. Difatti, le potenzialità del suo corpo e il particolare allenamento a cui si è sottoposto, offre un lucido esempio di come quei muscoli non siano solo il risultato di un adattamento fisiologico, ma anche l’espressione incarnata di un universo simbolico e dei suoi valori di forza, virilità, salute ed armonia: un sistema, cioè, di segni personificati dal corpo (Salvini 1982; Faccio 2007; Ruspini 2009; Inghilleri-Gasparini 2009). L’ipertrofia muscolare non è nutrita solo dalle proteine, ma anche dalle motivazioni psicologiche che hanno spinto quell’atleta, uomo o donna che sia, a volersi conformare a dei valori estetici e di prestazione, mediante delle tecniche di allenamento anch’esse prodotte dalla cultura. Ogni individuo, quindi, ha in sé le potenzialità biologiche per modificare (entro certi limiti) la sua struttura corporea lungo le indicazioni fornite dalla sua cultura e gli stimoli dei significati e dei costrutti personali che costituiscono le sue motivazioni (Kelly 1955). Se questo è valido per l’atleta e per il culturista, altrettanto lo sarà per la donna, nonostante qualche limitazione in più per lo sviluppo muscolare.

Il mutamento antropologico a cui oggi assistiamo, trova nelle giovani donne l’esemplificazione più evidente: la diversa conformazione del corpo (maggiore statura, euritmia arti busto, distribuzione del pannicolo adiposo, ecc..) è un risultato culturale, cioè migliore alimentazione, sollecitazioni socio-psicologiche, norme igieniche, attività fisica, comportamenti sociali. Inoltre, l’abbassamento dell’età puberale, la contrazione del periodo di allattamento, l’allontanamento e controllo della menopausa, l’aumento della longevità media, il controllo della fertilità, dimostrano che la natura della donna non è qualcosa di immutabile, il suo corpo non è esclusivamente riducibile alla sua funzione riproduttiva né all’immagine proposta dalla tradizione estetica. La donna è, anch’essa, come l’uomo, un potenziale biologico con i suoi caratteri ed una flessibilità che, tuttavia, non ha ancora espresso né pienamente utilizzato. E’ legittimo tentare di confutare due concezioni arbitrarie, cioè quella di una biologia “punitiva” ed alienante che condannerebbe la donna ad una sorta di destino fatale, connesso con la sua condizione anatomo-fisiologica, mentre sarebbe opportuno, al contrario, ridefinire con maggior attenzione i dati biologici, non certo per rinchiudere la donna nei limiti di essi, ma per correggerli e migliorarli, affinché cessino di rappresentare uno svantaggio sociale. Neppure i ruoli dell’uomo e della donna e i loro status sociali, così come sono stati definiti secondo un certo numero di stereotipi sociali, hanno molto a che vedere con la biologia.

Ad ogni modo, proprio lo sport documenta le incontestabili differenze biologiche tra maschi e femmine, cioè una conformazione diversa del corpo e una minore forza muscolare. Le differenze tra morfologie e le prestazioni fisiche tra i due sessi compaiono o si accentuano con la pubertà. Esse sono, in realtà, il risultato di una programmazione genetica differenziata sotto alcuni aspetti e quindi la conseguenza delle differenze endocrine che a questa età aumentano. Le proporzioni fisiche maggiori del maschio derivano dall’effetto trofico degli androgeni, effetto ben conosciuto nello sport quando sono somministrati con scopi anabolizzanti. Comunque se il confronto porta a delle valutazioni, a dei giudizi sulla minore idoneità della donna allo sport e al pugilato, si fa un errore logico. Si traduce l’osservazione della differenza biologica (forza, peso, muscolatura) in un giudizio di valore che assegna alla donna una posizione di ingiustificata inferiorità e questo in quanto si prende come parametro di riferimento l’attività sportiva maschile e i valori della sua massima prestazione. La donna in quanto diversa, non è paragonabile all’uomo, come del resto nessuno paragona l’uomo alla donna, assegnandogli una condizione di minorità, perché non è in grado di fare figli o perché dotato di un minor indice di galleggiabilità. Ogni diversità biologica (ma anche sociale) non è confrontabile e suscettibile di giudizi di valore quando ha il suo specifico motivo d’essere.

Si possono benissimo riconoscere i caratteri appartenenti a ciascun sesso, senza per questo ammettere che tali differenze conducano automaticamente all’ineguaglianza, o quanto meno la giustifichino in senso etico-politico. A tali differenze e diversità biologiche la scienza non annette alcun giudizio di valore che consenta di farne altrettante ragioni atte a legittimare l’ineguaglianza.

A livello di senso comune, sedimentata nei secoli dal pregiudizio religioso, c’è la convinzione che la donna, generata da una costola di Adamo secondo le sacre scritture, sia nient’altro che un uomo venuto male. Tuttavia, il punto di vista scientifico mostra esattamente il contrario. Infatti, la formazione dell’identità sessuale femminile da un punto di vista genetico, neuro-ormonale e gonadico, nel suo sviluppo e differenziazione, mette in crisi simili pregiudizi, alimentati dalle pratiche discorsive religiose che ciascuno di noi ha assorbito e interiorizzato, per il semplice motivo di aver comunque ricevuto un’educazione non laica.

Il mammifero maschio, quindi anche l’uomo, è programmato dai geni contenuti in una coppia di cromosomi[2] XY, mentre la femmina è caratterizzata da una coppia di cromosomi XX. Possiamo affermare che nella specie umana la femmina è il sesso base, dal momento che il programma embrionale dei mammiferi è quello di produrre un essere femminile.

Le cose non vanno in questa direzione, nel caso del maschio, perché il ruolo del cromosoma Y è quello di deviare la tendenza della gonade embrionale indifferenziata ad organizzare un’ovaia e di indurla, invece, ad organizzare un testicolo. Una volta indirizzatasi a divenire un testicolo, la gonade maschile comincia a produrre ormoni sessuali, progesterone, estrogeno ed androgeni tra cui il testosterone. Composizione e miscela ormonale a preminenza androgena atta a far imboccare alle strutture genitali interne ed esterne del maschio il loro processo morfologico. Processo reso possibile anche da un ormone inibitore che, nel periodo pre-natale, impedisce un’evoluzione femminile degli organi riproduttivi. Nella femmina, invece, non occorre nessuna spinta ormonale specifica per procedere verso la femminilizzazione. Quindi durante la fase pre-natale, a meno che la spinta verso la direzione maschile non sia abbastanza forte, il feto prenderà una direzione femminile (Kandel 2003).

Se nella fase pre-natale e neo-natale le strutture nervose sono state impregnate di ormoni androgeni, l’ipotalamo funzionerà alla maniera maschile (stabile), in caso contrario funzionerà alla maniera femminile (ciclico), venendo così a regolare, a livello di differenziazione sessuale, le funzioni delle gonadi e quindi la secrezione degli ormoni sessuali. Nella specie umana esiste un’attivazione transitoria degli ormoni sessuali atti ad orientare in senso maschile o femminile il sistema nervoso centrale (SNC). Successivamente tale orientamento riaffiorerà energicamente durante la pubertà, determinando il definitivo passaggio dai caratteri somatici di tipo infantile, ai caratteri di tipo adulto. Così nella fase prenatale e neonatale, fissatosi il sesso cromosomico, il sesso gonadico e stabilito il cocktail ormonale corrispondente, la natura procede alla modellazione maschile o femminile dell’individuo.

Il superamento di ogni tappa nel processo di differenziazione sessuale, mentre lascia aperte possibili varianti nei passaggi successivi, preclude l’inversione e modificazione di tale processo. Per quanto riguarda il sesso assegnato e quello di genere o psicologico il determinismo risulta meno rigido e facilmente un individuo biologicamente maschio può sviluppare la propria identità profonda in senso femminile ove le circostanze lo consentano e viceversa. Tuttavia si possono creare anche delle confusioni dovute ad errori genetici ed ormonali, ma anche conflitti tra il sesso assegnato e quello psicologico. Ad ogni modo, le redini dell’identità sessuale e delle inclinazioni comportamentali, anche in presenza di indicazioni genetiche, messaggi ormonali e strutture morfologiche contrarie, sono poi tenute dal sesso psicologico o di genere.

 

 

3.2 Il problema della diversità femminile nella pratica sportiva

 

Nel raccogliere i dati della ricerca molto spesso da parte degli allenatori e dei tecnici di pugilato ci veniva posta la domanda del perché trovassero maggiore difficoltà nell’insegnare un certo movimento atletico alle ragazze rispetto ai ragazzi. La risposta a tale quesito risiede nelle argomentazioni che abbiamo messo in evidenza nei paragrafi precedenti, ovvero che la minore abilità spaziale e motoria delle donne non necessariamente può essere riferita ad un dato costituzionale innato, quanto piuttosto al tipo di educazione, addestramento ed esperienze che esse hanno fatto e subito nel corso della loro vita. Per esempio, soprattutto per fattori educativi, l’inibizione verso certe espressioni corporee, modelli di comportamento fisico, lo scarso movimento, la svalutazione di comportamenti esplorativi ecc. sono fattori, che uniti ad altri, impediscono certamente nella bambina quel tipo di apprendimento necessario al pieno sviluppo delle capacità spaziali e motorie. D’altrocanto se tali caratteristiche e difficoltà fossero innate, l’addestramento fisico non avrebbe alcuna possibilità di modificarle e farle ottenere quei risultati che possiamo apprezzare, per la loro evidenza, non solo nel pugilato, ma anche in attività sportive quali la ginnastica, i tuffi, la scherma, la pallavolo, attività che necessitano un’ alta attività visuo spaziale e motoria così come nelle ballerine e nelle rugbiste d’assalto. Quindi, anche dove esiste una disposizione genetica – allo stato attuale non sufficientemente dimostrata- responsabile della minore abilità spaziale e motoria della donna, questa sarebbe comunque, la minaccia di un destino e non necessariamente un destino ineluttabile. Tentando quindi ora una conclusione a questo capitolo, che comunque rimanga aperta alla complessità dei problemi, ma che risulti significativa nell’ottica dello sport femminile e del pugilato femminile, è possibile affermare che:

  1. le differenze biologiche fra maschi e femmine sono evidenti ed hanno luogo ad una diversità, ma tali diversità non sono sufficienti a spiegare processi psicologici complessi, dal momento che le donne e gli uomini si somigliano, anche biologicamente, più di quanto differiscano;
  2. l’educazione può esaltare o attenuare le diversità, perché l’ereditarietà, appunto, è più la minaccia di un possibile destino che un destino immodificabile;
  3. le più recenti ricerche (Salvini-Faccio 2002) cominciano a rendersi conto che una differenza psicologica fra maschio e femmina, di per sé è di scarso interesse una volta abbandonata la persuasione implicità della superiorità di un sesso su un altro. Ad esempio una differenza fra i sessi nella percezione dei colori è del tutto priva di interesse scientifico fino a che non riusciamo a capire come si è prodotta e quali sono le sue conseguenze sociali;
  4. lo sport riesce a dimostrare empiricamente, anche molto chiaramente come, le facoltà umane non siano date ed immodificabili, anche quelle femminili, le cui diversità morfologiche o di funzionamento possono sembrare i migliori argomenti per giustificare un destino o le capacità psicofisiche esistenti;
  5. qualsiasi donna pugile così come qualsiasi atleta donna di medio livello riesce a sviluppare capacità neuromuscolari che la pongono in una posizione di maggiore abilità motoria rispetto a qualsiasi uomo non praticante;
  6. da questo punto di vista è evidente che lo sport e il pugilato possano servire ad evitare a molte donne la minaccia di una destinazione sociale, che utilizza la loro diversità per giustificare un’ inferiorità che è il risultato di una disuguaglianza nella distribuzione delle opportunità di crescita psicofisica. Questo fintantoché la nostra cultura continuerà a privilegiare una particolare destinazione sociale del corpo femminile.



[1] E’ da notare che la cultura può comportare a sua volta un’evoluzione biologica, là dove gli esseri umani, modificando le condizioni della loro esistenza attuano una pressione adattiva (tempi brevi) e una selettiva (tempi lunghi) a favore di certe loro caratteristiche fisiologiche. La pressione adattativa, ad esempio, è presente nell’addestramento fisico che comporta, come conseguenza, un adattamento dell’organismo alle richieste dell’esercizio corporeo. Adattamento che può essere transitorio, come nel caso dell’aumento dei globuli rossi e del loro ritorno ai valori iniziali quando dopo uno stazionamento prolungato ad altitudini elevate, l’individuo torna a livello del mare; oppure permanente, come nel caso dell’ipertrofia muscolare in atleti che hanno praticato a lungo certi sport come la il sollevamento pesi. La pressione selettiva si manifesta, al contrario, nell’arco di molte generazioni, dove un’invenzione evolutiva viene selezionata da un’invenzione culturale, come nel caso in cui l’allevamento di animali da latte ha generato la possibilità negli esseri umani di poterlo bere e digerire nel corso di tutta la vita, a differenza della maggior parte dei mammiferi.

 

[2] Elementi del nucleo delle cellule costituiti principalmente da molecole di D.N.A. e portatori di geni che determinano l’ereditarietà. Sono raggruppati in coppie, dato che ogni cromosoma è in doppia copia. Nella specie umana ce ne sono 46, cioè 23 paia.

 

 

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