Il profilo psicologico del pugile

pugilato e psicologia

Il pugile, a prescindere dal proprio genere d'appartenenza, è forse l'atleta il cui il profilo comportamentale è maggiormente separato da quello psicologico e la cui particolare attività sportiva può essere meglio spiegata sul piano delle motivazioni psicologiche e sociali. Il sociologo Merton ha messo in evidenza come esista nei giovani appartenenti a contesti sociali più svantaggiati, un vivo desiderio di migliorare la propria situazione, bisogno che comunque rimane bloccato e frustrato da condizioni socio-economiche e culturali non favorevoli. Il conflitto che si genera tra le sollecitazioni proposte dai valori della mobilità sociale e le opportunità di vita, produce un contrasto che si esprime in un esplicito o implicito conflitto con la società: un carico di frustrazioni che, mentre da un lato aumenta angosciosi sensi di insicurezza e inferiorità, dall'altro stimola rivalse aggressive.

Il pugilato rappresenta un momento capace di risolvere, in taluni individui, questa insoddisfazione. Esso infatti permette con le sue mitologie e le sue narrazioni, di alimentare la fantasia della realizzazione di una mobilità sociale e di una rivalsa attraverso un qualche protagonista di questa pratica sportiva, che diventa il realizzatore dei sogni di affermazione collettivi, attraverso processi di identificazione e idealizzazione.

Come è stato più volte rilevato da numerose ricerche, il pugile proviene quasi sempre da condizioni socio-culturali particolarmente problematiche, generalmente non ha avuto un'infanzia felice, né figure stabili e significative con cui identificarsi. C'è in lui e in lei un fascio di motivazioni che reclamano un appagamento sul piano esistenziale.

Una vecchia ricerca dell''87, individua nel giovane che si avvicina al pugilato i seguenti aspetti:

  • desiderio di affermarsi
  • sentimenti di vendetta e rivalsa nei confronti del proprio ambiente sociale
  • influenza dei familiari o del gruppo dei pari
  • desiderio di divenire un campione ammirato e idealizzato
  • prospettive di realizzazione economica

Il pugilato però non è lo scontro inconsulto di due contendenti, come in una zuffa o in una rissa, né tantomeno un'avventura in cui si possa prescindere dall'impegno, dal duro lavoro, dalla serietà e dalla costanza.

Chi arriva sul ring è un individuo selezionato dalle dure leggi della palestra, una personalità sportivamente (non patologicamente) aggressiva. Tutto ciò è molto importante, perché sarebbe un gravissimo errore inquadrare, sic et simpliciter, il pugile come un soggetto affetto da specifiche psicopatologie.

Mentre sul piano dell'abito comportamentale il pugile viene "educato" dallo sport che gli assicura, se non un'effettiva promozione sociale, certamente un maggior livello di adattamento e maturazione, sul piano intrapsichico egli mostra (soprattutto agli inizi) un insieme abbastanza nitido di caratteristici aspetti psicologici.

In una indagine psicodiagnostica condotta su un gruppo omogeneo di dilettanti, risulta che il giovane che si dedica alla boxe è, solitamente, poco interessato allo studio e alla scuola, manifesta scarso senso pratico e morale, risulta essere poco adattabile e scarsamente socievole. Egli possiede uno spiccato senso della propria superiorità fisica ed un notevole bisogno di auto-valorizzarsi. Tutto ciò, si rivela essere una formazione reattiva atta a compensare il senso, più o meno avvertito a livello consapevole, di una profonda insufficienza vitale. Al di là delle apparenze esteriori, il pugile si presenta interiormente come timoroso, ansioso, inibito e profondamente insicuro.

In effetti il pugile non è ciò che sembra: la violenza, più o meno irrazionale, non gli appartiene in modo naturale, ma è solo una sovrastruttura compensatoria di un profilo personologico diametralmente opposto.

Uno studio psichiatrico condotto parecchi anni fa, nel 1960, di Antonelli e Ricci, sui pugili della squadra olimpionica italiana ha confermato tali dati. Sebbene sia uno studio abbastanza datato e condotto su un campione maschile, gli aspetti messi in evidenza mostrano come i pugili abbiano in misura maggiore, rispetto ai non sportivi, cariche aggressive extrapunitive e tendano molto più dei non sportivi a reagire alle situazioni frustranti mettendo in atto specifiche modalità difensive dell'Io, quasi che il loro senso di Identità sia percepito come più minacciato rispetto alla popolazione non sportiva e che, parallelamente, essi siano meno predisposti a bloccarsi di fronte all'ostacolo o a cercare concretamente la risoluzione della situazione frustrante. I pugili esaminati in questa ricerca, oltre a presentare una certa aderenza alle modalità di pensiero collettivo e di senso comune, non differiscono dai soggetti non sportivi per quello che concerne l'internalizzazione degli assetti normativi sociali, manifestando quindi un adattamento sociale abbastanza soddisfacente e coerente.

I risultati di tale ricerca, sottendono l'esistenza di un bisogno di ipercompensazione paradossa, volta a rassicurare continuamente, mediante l'ipervalutazione fisica e un iperinvestimento corporeo, un identità minacciata e insicura.

In un'altra ricerca di qualche anno fa, Husman, attraverso uno studio comparativo su pugili, corridori, lottatori, ha dimostrato che i pugili sono caratterizzati, rispetto agli altri sportivi, da un maggiore livello di aggressività. Tale aggressività si esprime catarticamente tramite una dinamica circolare extrapunitiva-intrapunitiva-impunitiva che, rispetto sia ai corridori che ai lottatori, appare sbilanciata in senso intrapunitivo e impunitivo.

In sostanza, viene affermato che mentre da un lato esiste nel pugile una condizione di tipo masochistico che gli fa tollerare l'aggressione altrui e quindi il rischio del danno fisico, dall'altro gli aspetti normativi interiorizzati gli consentono di esprimere attaccchi sadici verso l'avversario senza provare sentimenti di colpevolezza (fattore impunitivo).

In termini molto generali, le ricerche hanno dimostrato come ci siano delle costanti tipiche nel comportamento del pugile, che sembra essere è caratterizzato nei riguardi

A) dei compagni : da solidarietà, abnegazione, partecipazione emotiva alle vittorie e alle sconfitte. E' una persona socievole, non tende ad isolarsi, sceglie come amico/a un pugile appartenente a una diversa categoria di peso, dimostra per la palestra un sentimento di aspettativa-venerazione, quasi si trattasse di una seconda casa.

B) dell'allenatore: da un profondo rispetto, dipendenza, idealizzazione. L'allenatore è sentito come Maestro nel senso più ampio. Da lui vengono sia l'insegnamento dell'arte pugilistica, sia quelle sanzioni morali che ne generano l'assunzione come figura paterna.

C) dell'arbitro: dal riconoscimento della sua autorità normativa sul ring dall'accettazione quasi costante della sua capacità di giudizio

D) del pubblico: da dipendenza emotiva quando esista un tifo incoraggiante da parte dei sostenitori, da indifferenza ed astiosità in caso contrario. Diversamente da quanto avviene in altri sport, nei quali il rapporto di spettacolo è maggiormente sentito, nel pugilato l'atleta tende ad escludersi dalla relazione con il pubblico e ciò soprattutto per i rischi connessi con situazioni che possano distrarlo e deconcentrarlo durante il combattimento.

Il pugile, sempre secondo certe ricerche, è l'atleta meno propenso a seguire le opinioni della stampa e meno ne avverte le suggestioni. Il pugile vive immerso come un pesce nel proprio micro-gruppo, composto dai membri della palestra e dagli affezionati

 

 

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