Aspetti psicologici problematici della pratica sportiva

Marco Inghilleri

(psicologo - Psicoterapeuta)

 

Aspetti psicologici disfunzionali in un atleta possono manifestarsi per due ordini di fattori:

a) Fattori emotivi strettamente collegati alla specifica situazione sportiva, cioè possono comparire problematiche psicologiche riferite esclusivamente agli eventi inerenti alla pratica agonistica e\o alla carriera atletica.

 

b) Fattori riconducibili ai processi di costruzione identitaria dell’atleta, cioè le problematiche psicologiche si generano attraverso le attribuzioni di significato utilizzate dall’atleta nel conferire senso alla propria esperienza agonistica ed esistenziale e sono evidenziate dalla situazione sportiva così come potrebbero esserlo da ogni altra situazione densa di contenuto emotivo nell’ambito della vita sociale, familiare e lavorativa.

 

In tal senso, convenzionalmente, si distinguono due grandi suddivisioni delle problematiche e delle disfunzionalità psicologiche dello sport: quella delle problematiche specifiche e quella delle problematiche aspecifiche. In entrambi i casi, tuttavia, la componente emotiva connessa all’attività sportiva (dilettantistica o professionale), intesa come “situazione vissuta con notevole risonanza affettiva”, gioca sempre un ruolo importante, sia che crei le premesse per una manifestazione esplicita di aspetti psicologici disfunzionali, sia che ne consenta l’espressione come aspetto scatenante o evidenziante o aggravante di una preesistente sofferenza psicologica sino a quel momento restata silente o compensata.

La letteratura (F. Antonelli, A. Salvini) riporta come la spinta psicologica verso lo sport sia motivata da un bisogno di assumere atteggiamenti aggressivi e di vivere situazioni agonistiche allo scopo di compensare un sentimento di insufficienza vitale o di insoddisfacente capacità reattiva. Quando questi elementi di disagio esistenziale sono di limitata entità, il compenso richiesto è altrettanto limitato e l’equilibrio viene mantenuto da un’attività sportiva praticata, o solo seguita, entro i limiti della pura espressione agonistica. In tal caso lo sport soddisfa di per sé, indipendentemente dall’esito delle competizioni. L’aumento quantitativo e qualitativo degli elementi di disagio esistenziale impone un compenso maggiore e capace di ulteriori soddisfazioni, quale, ad esempio, la vittoria. Nella sua espressione più pura lo sport non esige il successo, tanto che il suo avverbio “sportivamente” si usa per indicare la spontaneità nell’affrontare situazioni difficili e la serenità con cui si accetta un esito, qualunque esso sia. Il successo diventa un’esigenza per gli atleti dotati di un equilibrio particolarmente fragile; ciò si verifica anche nei dilettanti che all’osservazione psicopatologica rivelano un qualche disturbo di personalità, anche se è più frequente, sia pure per altre ragioni, nei professionisti. Questi ultimi, infatti, sono atleti che hanno fatto dello sport il loro preminente motivo di lavoro e di reddito e di ciò avvertono la responsabilità ed il peso con ansia crescente, vivendo nella paura di veder scemare la propria quotazione tecnica e, di conseguenza, economica.

La paura dell’insuccesso viene in questi casi vissuta con una drammaticità che si può manifestare acutamente (sindrome pre-agonistica) o cronica (sindrome del campione).

In altri casi la minaccia di una disconferma identitaria viene non dall’evento-sconfitta ma dall’evento-vittoria, per motivi strettamente collegati alle modalità con cui l’atleta attribuisce significato alla propria particolare esperienza agonistica. Così, accanto alle sindromi da paura dell’insuccesso troviamo manifestazioni psicologiche disfunzionali legate alla paura del successo, indicate col termine di nikefobia.

 

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