Etica e psicoterapia


La psicologia, almeno quale viene proposta oggi ai nostri studenti, consiste in un ammasso piuttosto confuso di cose di diverso genere che non trovano alcun reale punto di coordinamento. O, peggio ancora, lo trovano soltanto nel fatto “burocratico” che esiste un corso di laurea in psicologia e una serie di “ruoli sociali” che danno fisionomia ad una fantasmatica figura di “psicologo”, difficile da rappresentare in un immaginario collettivo condiviso e condivisibile.
Tuttavia, non è certamente il “dire” della psicologia a far problema. Nel suo “dire” ci sta infatti di tutto e il contrario di tutto e, dal punto di vista scientifico, gli psicologi si annullano a vicenda. Ma l’incertezza del “dire” non impedisce alla psicologia di situarsi in un “non detto” che la rende culturalmente operante, anche al di fuori di quello che il suo “dire” potrebbe autorizzare.
La psicologia, per farla breve, genera l’illusione di una scienza della vita soggettiva degli esseri umani. Di una scienza, cioè, che è difficilmente pensabile nei termini in cui siamo oggi abituati a pensare una scienza, in quanto il suo oggetto (la vita soggettiva) non può prodursi che per un soggetto determinato (colui che “vive” la propria “vita soggettiva”). Certamente la psicologia in quanto tale non formula in questi termini la propria questione e introduce, di fatto, varie specie di procedure congetturali idonee a far sorgere nuove forme di oggettualità in cui la “vita soggettiva” degli esseri umani diverrebbe “oggettivamente osservabile”.
In altri termini, la psicologia si occupa della vita soggettiva “come se non fosse soggettiva”.
Il fatto è che della vita soggettiva degli umani non esiste altro “sapere” che quello che il soggetto stesso può produrre. Ma non è solo nella forma di una “psicologia” che un tale “sapere” può trovare una configurazione. Si tratta, piuttosto, anche della forma di un’etica.
Forse c’è da sbigottirsi all’idea che si voglia riattivare quel concetto di etica che l’ha condotta a definirsi come bene vivendi scientia, ora come scienza del sommo bene, ora come scienza della felicità. Ciò può sembrare quanto meno inusitato, ma il fatto è che quello che qui interessa non è il modo in cui l’etica si è definita, ma ciò che di fatto essa è stata.
Noi abbiamo una vita fisica che può essere chiarita nei termini di una medicina, una vita economica che può essere chiarita nei termini dell’economia, una vita affettiva che può essere chiarita nei termini della psicologia, una vita morale che può essere chiarita nei termini di una scienza della morale, una vita sociale che può essere chiarita nei termini della sociologia, ecc. Detto diversamente, il nostro stesso vivere è diventato oggetto di una pluralità, sempre in espansione, di scienze e le più disparate. E’ come se noi non avessimo mai bisogno di riflettere in prima persona sul nostro stesso vivere perché, in ogni circostanza, c’è qualcuno che “ne sa più di noi” a cui possiamo rivolgerci per sapere come stanno le cose in termini supposti “scientifici”. Al limite di tutto questo, noi rischiamo di eclissarci in una sorta di fede acritica obnubilata ed obnubilante che esista un “corretto” modo di vivere, garantito da una sorta di sapere assoluto ed anonimo che si attualizzerebbe ora in questa scienza, ora in quell’altra. Ebbene, in questa specie di limbo, tutto avviene come se fosse chiarissimo a chiunque lo scopo e il perché del vivere umano, salvo, ovviamente, il fatto che di questo nessuno ne sa assolutamente nulla. Perché, naturalmente, di fronte a ciò, finiscono le competenze del medico, dell’economicista, dello psicologo, del sociologo, ecc. Una volta qui cominciavano le competenze dell’etica. Ma, oggi, diventata “scienza della moralità”, può anch’essa attribuirsi, come tutte le altre scienze, il diritto di non saperene nulla. Sia chiaro, non è che l’etica antica, circa il perché e lo scopo del vivere, ne sapesse qualcosa di più di quanto ne sappiamo oggi noi – anche se certamente non ne sapeva di meno; il fatto è che essa manteneva aperta, ad un livello fondamentale, la possibilità di interrogarsi sul senso del vivere nei modi non occasionali che sono propri di un compito razionale. In altre parole, e questo valga come definizione, l’etica era, e resta per noi, quel sapere in cui ciascuno prende ad oggetto il proprio stesso vivere … Ma, guarda caso, questo è il territorio in cui la psicoterapia oggi offre le proprie capacità di indagine.
Si è soliti dire che l’etica eudemonistica sia quella che ha di mira il raggiungimento della felicità. Con la parola felicità è pressoché impossibile oggi non indicare qualcosa che ha la natura di uno stato psicologico, cioè di una condizione più o meno occasionale della nostra cosiddetta “psiche”. Se prendessimo alla lettera l’etimologia corrente che propone Platone stesso nel Cratilo (in greco “eu daimon” significa “buon demone”), dovremmo concludere che l’etica eudemonistica è quella che muove alla ricerca di un demone, di quel buon demone capace di dare ai percorsi della vita di ciascuno le direzioni più proficue. E un demone è certamente qualcosa che si lascia pensare più nella forma di una particolare forza, di una particolare energia, di una capacità soggettiva, insomma, che in quella di uno stato o di una condizione. E qui credo sia un punto fondamentale della psicoterapia come ricerca del proprio ben-essere. Non ogni forma di letizia è eudaimonia, ma solo quella che corrisponde alla messa in atto di una precisa potenzialità soggettiva. Non è solo, dunque, lo stato di letizia rispetto alle cose del proprio vivere, ma anche e soprattutto la disponibilità della forza capace di generarla e mantenerla che determina la condizione di eudaimonia.
Il tema dell’eudaimonia rappresenta il terreno più ovvio in cui la riflessione etica potesse instaurarsi e l’eredità più feconda che la ricerca psicoterapeutica potesse ricevere in dono dalla Tradizione speculativa greca. Non è minimamente necessario tradurre il concetto con il termine di felicità per rendersi conto che la questione che essa instaura è quella della migliore condizione realizzabile del vivere in funzione delle possibilità razionali dell’essere umano. Il problema, quindi, resta in ogni caso quello di trarre utile da ciò che è possibile. Sarebbe curioso che qualcuno non si desse da fare per vivere alla meno peggio soltanto perché ritiene che la felicità sia irraggiungibile. Ma, forse, ancora più curioso è il caso di coloro che, pensando che la felicità sia come tale attingibile, si rendono perpetuamente infelici nel tentativo di raggiungerla. E ci sono buoni motivi per credere che proprio quest’ultima sia la variante più diffusa di cui sovente la psicoterapia si occupa.

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