Le origini della psicoterapia: l'antichità


Il tema della “cura degli affetti” è antico quanto la civiltà stessa, ed i tentativi empirici del “prendersi cura” della sofferenza emotiva e dei disturbi psichici sono parte integrante dei sistemi medici dell’antichità, sia occidentale che orientale. Tentativi appunto empirici, spesso basati su norme generali di “igiene di vita” e strutturati secondo gli assiomi fondamentali dei sistemi valoriali delle diverse culture e civiltà di riferimento, oltre che sui principi derivanti dalle relative concettualizzazioni della psiche (che si potrebbero definire “prototeorie della mente”).

Anche se riflessioni di particolare interesse psicologico o psicopatologico sono presenti già nell’Epopea di Gilgamesh (in particolare, in merito al trauma emotivo), è con la cultura greca che inizia a strutturarsi una “riflessione operativa” articolata sulle modalità migliori per prendersi cura delle difficoltà emotive, in congiunzione con lo svilupparsi dei modelli filosofico-antropologici classici della malattia e della cura.

In una prima fase, le modalità di cura sono strettamente legate a istanze di tipo mitico-religioso. Il Sacro è il paradigma fondante della Physis, e quindi sia la patologia che la possibilità di risolverla vengono ricondotte, simbolicamente, a tale categoria. Si diffondono così in tutta la Grecia i templi di Esculapio, figlio di Apollo e Coronide e semidio tutelare della Medicina. Nei grandi santuari di Pergamo e di Epidauro i sacerdoti di Esculapio accoglievano i malati-pellegrini, che avevano iniziato tempo prima il loro “viaggio”, fisico e simbolico, verso la guarigione. All'interno di un'atmosfera ieratica e ricca di simbolismi, il questuante veniva posto a dormire nel tempio, dove, attraverso i sogni notturni inviati da Esculapio o da Apollo, prendevano forma le indicazioni degli Dei finalizzate al recupero della salute. Le interpretazioni dei sacerdoti permettevano quindi di ricondurre ad un livello operativo le istanze simboliche rappresentate nei contenuti onirici prodotti in tale contesto sacrale.

Dalle antiche istanze sacrali-taumaturgiche dei templi di Esculapio, le modalità di cura del disagio emotivo si iniziarono in seguito a declinare in direzione delle “rappresentazioni simboliche condivise” con l’affermarsi progressivo delle forme del Teatro Attico e della Tragedia nella Grecia classica. L'immersiva messa in scena collettiva, la rappresentazione "apersonale" di ruoli psicologici e figure relazionali universali e fortemente simboliche (in cui era possibile identificarsi, o proiettare importanti parti di sé), l'uso della maschera come punto di articolazione dell’asse persona/personaggio, l'imponenza e risonanza emotiva dell'apparato scenico, il ruolo attivo di "esplicitazione del simbolico" rappresentato dal Coro, erano tutti elementi che potevano spingere ad una forte compartecipazione dei vissuti affettivi e dei tematismi psicologici, in chiave rappresentativa ed elaborativa. La Tragedia greca, da questo punto di vista, permette l'elicitazione di dinamismi profondi dello psichismo umano, ed attraverso la loro rappresentazione simbolica condivisa li rende accessibile ed elaborabili per il singolo.

Un'ulteriore evoluzione del pensiero greco su queste tematiche si ha con Anassagora, che, per certi aspetti, propone una piccola "rivoluzione epistemologica" nell'agire terapeutico. Il modello antropologico sotteso alla teorizzazione filosofica anassagorea non è più quella ieratica, di alcuni secoli prima, dei Templi di Esculapio; non è più nemmeno quella, simbolico-immersiva, del teatro attico: è il modello protorazionalista, dell’uomo che percepisce il reale tramite i sensi, e lo "ordina" con la logica. È il prototipo di uomo che vive ormai nell’età del Logos, e non più in quella del Mythos. Ovviamente, al mutare del modello antropologico sottostante, mutano anche le indicazioni pratiche per operare la “presa in carico” della sofferenza psichica. La melete thanatou, la riflessione distaccata sulla morte, su basi razionali e consolatorie, prende il posto della sua rappresentazione teatrale o della sua elaborazione mitico-simbolica.

Non si "agisce una rappresentazione in un teatro", non si "condivide l’interpretazione dei significati di un sogno": si discute, didascalicamente, delle condizioni logiche per costituire un logos coerente sugli eventi umani. Si tratta di una transizione epistemologica ed antropologica fondamentale, un mutamento di paradigma, che criterierà di sé tutte le successive evoluzioni della "cura psichica".

I Sofisti, Antifonte per primo, rappresenteranno la massima espressione di tale movimento logico-dialettico nella cura delle afflizioni emotive. Lo stesso Antifonte fonda a Corinto quello che si può forse definire come il primo "ambulatorio psicoterapico" della storia, in cui si effettua una "logoterapia", una cura con le parole.

È in questa matrice che nasce e si sviluppa la Medicina Ippocratica, prima vera scuola medica strutturata dell'antichità. I fondamenti di "igiene di vita" della medicina ippocratica, finalizzati a ristabilire l'equilibrio tra i quattro principi fondamentali (rappresentati dai quattro umori: sangue, flegma, bile gialla, bile nera), vengono contestuati in una rilevante interazione medico-paziente ed in un attento "studio del temperamento", in cui l'assetto "pedagogico" e dialogico assumono una centralità terapeutica, all'interno di un modello antropologico che salda psiche e soma.

In contrapposizione alle riflessioni Anassagoree o Ippocratiche, le tradizioni mediche più tarde (quali quelle Galeniane, o quelle derivanti dalla trattazione di Celso), dedicheranno meno attenzione a questa dimensione integrativa di cura dello psichico, assumendo verso la sofferenza mentale un atteggiamento che si potrebbe definire come in parte "riduzionista" (per Galeno si può agire sulla sofferenza psichica solo attraverso la cura degli organi somatici), in parte “etico-critico” (sulla scia Platoniana, per cui la sofferenza emotiva va affrontata e gestita in maniera direttiva ed assai "assertiva").

Il dialogo psicoterapeutico, in questo nuovo contesto, scivola in secondo piano, e vi rimarrà molto a lungo, fino a tempi recenti; in questo lungo interregno, delle passioni dell’anima si interessano invece maggiormente filosofi, poeti e, in seguito, teologi.

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