L’Ostilità

di
George Kelly

 

 

E’ un’esperienza comune, tra coloro che si gettano a capofitto nei loro compiti, fare delle pause occasionali per cercare di tracciare delle linee-guida per i loro modelli di pensiero, scoprendo che i principi che avevano definito con tanta cura, erano già stati rappresentati argutamente nella mitologia greca. Io provo questa sensazione particolare in relazione all’argomento di oggi. E’ un’esperienza sconcertante, non solo perché porta a far dubitare sulle proprie capacità personali di avere idee originali, ma getta anche dei dubbi sulla validità di tutte quelle esplicite definizioni verbali dalle quali dipende in maniera così ampia la scienza moderna. Di queste due cose, forse quella meno preoccupante è l’accettare di smettere di affermare la propria originalità. Senza una definizione, se uno non è capace di definire, come può sperare di progredire ? Ancora una volta sembra essere un’ironia del pensiero esplicito che una così grande enfasi sia mirata sui limiti esterni tanto da non raggiungere mai il cuore del problema.

Non era così nei Greci. Anche se possono essere accusati di essere dei perfezionisti, sicuramente non prendevano mai le cose alla lettera, e anche oggi sembrano essere stati più liberi di dire che cosa intendevano su ciò che siamo. Così, prima che io cominci a spaziare sul significato scientifico del costrutto ostilità con i sistemi moderni di circumlocuzione, lasciatemi raccontare brevemente come i Greci erano arrivati al cuore del problema e lo avevano descritto molto più semplicemente di quanto io non possa sperare di fare.

C’era un ragazzo di nome Teseo, che era sempre vissuto attaccato alle gonne di sua madre. Un giorno, correndo fuori dal garage o da qualche altra parte, inciampò in una vecchia spada e in un paio di scarpe che erano appartenute al padre. Da quel momento decise di prendersi un po’ di tempo per cercare suo padre il quale, pare che fosse partito per un congresso qualche anno prima e che qualche contrattempo lo avesse trattenuto lontano dalla famiglia per urgenti affari sino a quel momento. Questo almeno è come il padre racconta questa parte della storia che, in realtà non mi è stata mai ben chiara. Ho sentito una volta che c’era stato un mezzo scandalo. Ma dato che mi sembrava non fossero affari miei, non ho mai indagato troppo sull’argomento. Sono sicuro che non è una parte importante della storia.

Allora questa giovane vittima del ‘mammismo’ che esisteva nella Grecia Classica, divenne un perfetto eroe nel momento che si riannodò col suo vecchio. Una combinazioni di eventi, mi sembra, che qualche psichiatra sveglio in cerca di pubblicità dovrebbe essere in grado di mettere a frutto. E lungo il suo cammino, inoltre, incontrò un personaggio di nome Procuste.

Questo tipo si era comprato un posticino in campagna , in un luogo dove la strada si snodava in un canyon deserto. Qualcuno dice che il suo vero nome fosse Damastes, qualcun altro insisteva che fosse Polypamon. La confusione forse derivava dal fatto che la gente di passaggio avesse tanta fretta da non fermarsi a leggere i caratteri greci sulla sua cassetta delle lettere. In ogni caso, più o meno tutti lo chiamavano con il soprannome "Stira" , che è la traduzione della parola greca "procustes".

‘Stira’ Damastes era ostile. Questo, naturalmente è tutto il motivo per cui vi racconto questa storia. Non penso che lui abbia mai voluto essere ostile. Se qualcuno gli avesse suggerito quest’ipotesi, probabilmente avrebbe urtato i suoi sentimenti. In verità appare piuttosto verosimile che nessuno glie ne abbia mai fatto accenno. In quel periodo non erano in molti ad andare dallo psicoanalista, e potevate andare in giro per settimane senza che nessuno venisse ad interpretare le vostre motivazioni inconsce.

Sono sicuro che Stira non volesse realmente far del male alla gente. Il fatto che i suoi ospiti sembravano sempre non trovarsi bene , era solo uno di quegli inattesi inconvenienti che capitano nonostante si faccia di tutto per far star comoda la gente.

Dato che gli capitava di essere ostile, Stira era uno di quelle anime sfortunate di questo mondo la cui sorte viene sempre grossolanamente incompresa. Perché? In primo luogo era sinceramente interessato agli altri. Sul serio, sinceramente ! Aveva comprato questo piccolo allevamento di polli, o che altro fosse, con l’esplicito desiderio di mettere su un una specie di motel dove i viaggiatori che si trovassero al tramonto in quel luogo solitario potessero contare su un’ospitalità come quelle di una volta. In più aveva pensato di dargli la cena e l’alloggio gratis. E pure la colazione, se gli capitava di volerla! Era proprio premuroso.

Stira, come la maggior parte delle persone ostili, aveva un’idea veramente chiara di come gli ospiti andavano trattati. Veramente si immaginava di essere un oste e, quando il sole tramontava, aveva l’abitudine di stare davanti al portone, appoggiato alla cassetta delle lettere, aspettando di vedere se riusciva a persuadere qualche viandante a fermarsi per cena. A tavola non mancava di essere un brillante conversatore e, prima che l’ospite si rendesse conto di quanto fosse tardi, era ora di andare a letto.

C’era un letto, come può ricordare chi conosce già questa storia. Qualcuno dice che ce ne erano due, ma la maggior parte è d’accordo sul fatto che ce ne fosse solo uno. Stira era particolarmente preoccupato che il suo ospite trovasse un letto perfettamente adatto. Ammorbidiva i cuscini, premeva sul materasso per far vedere come fosse soffice, mormorando sottovoce quanto avrebbe voluto che il letto non fosse né troppo lungo e né troppo corto. Di fatto restava a lungo, esagerando con la sua premura , anche dopo che l’ospite aveva cominciato a sbadigliare e stesse per addormentarsi. Mostrare tutta questa sollecitudine era ciò che lo metteva veramente nei guai.

Infatti, il poveruomo, era così coinvolto dal suo ruolo sociale di oste che, più tardi, quando era solo nella sua stanza, molto tempo dopo che l’ospite dormiva comodamente, cominciava a rigirarsi nel letto, tormentandosi nel dubbio che ci fosse qualcosa che non andava nell’ospitalità fornita. Starà comodo? Avrà trovato gli asciugamani firmati in bagno? E il letto. Questo era quello che lo preoccupava di più. Era della giusta misura? Può essere che fosse un po’ troppo lungo . Forse era troppo corto. Quanto era alto l’ospite? Durante la notte insonne i pensieri aumentavano fino a divenire incontenibili.

Potete indovinare che cosa succedeva, se già non lo sapete. Alle prime ore del mattino Stira si avvicinava in punta di piedi alla porta dell’ospite, apriva con delicatezza la porta e, per essere sicuro, dava un’occhiata dentro. Potete pure indovinare cosa vedeva e quale immensa costernazione lo invadeva nel trovare che l’ospite era troppo lungo o troppo corto, mai della taglia giusta. E adesso che sapete quanto Stira cercasse di essere un ospite perfetto, è perfettamente facile capire perchè dovesse semplicemente fare quello che faceva.

C’è gente, non molto pratica, temo, che pensa che ciò che andava fatto era tagliare il letto per renderlo adatto all’ospite; o allungarlo, a seconda dei casi. Ma se questa gente si fermasse solo per un momento a pensare, capirebbe immediatamente che questo non è un comportamento socialmente adattativo. Avrebbe il limite di rendere il letto inadatto per l’ospite successivo , senza contare il danno per un mobile costoso. Naturalmente Stira poteva tornare a letto, mettersi sotto le coperte e dire "Chi se ne frega!" , come fanno, senza alcuna incertezza le persone che non hanno un sincero interesse per gli altri.

Il resto della storia non è molto importante, adesso che abbiamo apprezzato la missione di Stira e proviamo un sentimento di accettazione sincera verso di lui come persona. Naturalmente sapete cosa Teseo (che non era una persona molto sensibile) fece a Procuste. Non a causa di una qualche profonda sensazione di riguardo ostile, temo, ma solo perché gli capitò di incontrarlo. Teseo era giovane e ambizioso e il suo cuore era pronto ad appartenere ad un eroe. Per la sua mente immatura, la vita era solo un’avventura aggressiva e mancava ancora della sottile capacità di interpretare con esattezza la natura umanitaria che le persone ostili possiedono sinceramente.

Lasciatemi adesso passare dall’espressione classica alla forma del discorso semantico al quale siamo più abituati. Ci vorrà più tempo per dire le stesse cose, e gran parte del significato andrà perso nel prendere le parole alla lettera, ma suonerà più scientifico e più vicino a quello che ci si aspetta dire da uno psicologo in occasioni come queste.

Dopo un periodo di molti anni buoni, molti dei quali non avevano prodotto molto materiale, temo, ho provato a mettere le mani nella psicologia dell’uomo, come se solo recentemente avessi conosciuto questa specie. E’come se facessi finta di essere un Marziano appena arrivato per incontrare questi esseri terrestri per la prima volta e che cerca di capirli. Sempre più mi è sembrato che ciò che volevo, come straniero sulla terra, era l’importanza che l’uomo dà alle cose, così come le sperimenta, e non semplicemente ciò che gli altri gli raccontano.

Nella mia esperienza clinica, mi sono trovato presto a ripetere in continuazione ai miei studenti "Se non capite che cosa sta facendo soffrire un bambino, chiedeteglielo, può essere che ve lo dica" . E spesso lo ha fatto. Sebbene mai risulti facile ad un clinico mettersi quieto e ascoltare quello che sta dicendo un bambino. Per far ciò deve spazzare via i suoi pregiudizi linguistici su cosa le parole vogliano dire naturalmente e fare attenzione a cosa vuole dire il bambino. Deve pure mettere da parte le intuizioni diagnostiche su quale genere di materiale da imballaggio abbia impacchettato il bambino. E lo stesso vale per ascoltare gli adulti, che è anche più difficile. Spesso l’adulto stesso ha perso da molto tempo la traccia di quello che aveva cominciato a dire tanti anni addietro. Quando incontra il clinico, può solo ripetere parole e parole, emettendo suoni che echeggiano in maniera monotona nel vuoto lessicale.

Se oggi sviluppiamo una psicologia dell’uomo dal suo specifico punto di vista, una psicologia dell’uomo in sé, questa non sarà ovviamente né un tipo di psicologia pregiudiziale, né una oggettiva. Ripeto : né pregiudiziale né oggettiva! A nessuna condizione può essere il tipo di psicologia che punta semplicemente con oggettività ad un uomo e dice: "Quella cosa lì fuori; la voglio pungolare. Voglio vedere come salta in aria". Piuttosto dovrà essere un tipo di psicologia sperimentale che ci rende in grado di guardare verso di lui e dire: "Ecco come è fatto un uomo. Ecco come il mondo appare attraverso i suoi occhi. Ecco il significato del suo comportamento. Ecco il suo schema di interpretazione del rapporto causa – effetto. Ecco, infine, la mente dell’uomo" .

Inizialmente noi (io e i miei studenti) chiamammo questo nuovo punto di vista psicologico " teoria del ruolo" . Il termine sembrava una definizione accettabile per ciò che stavamo pensando. Non solo era la rotta da tenere per capire i clienti attraverso la valutazione del personaggio che stavano tentando di recitare, ma la psicoterapia, scoprimmo presto, può essere spesso sviluppata nei termini di uno stile di vita, un ruolo, piuttosto che nei termini del cosiddetto insight che riduce il comportamento alla motivazione e la motivazione, a sua volta, in atavismo.

Tuttavia, presto, il termine "ruolo" cominciò ad apparire diffusamente nella letteratura psicologica , con significati completamente diversi. Allora abbandonammo temporaneamente l’uso del termine e cominciammo a parlare di psicologia dei costrutti personali. Con questa non intendevamo semplicemente una specie di teoria percettiva e nemmeno intendevamo semplicemente il dominio degli oggetti che ricadono all’interno della prospettiva di un determinato individuo. Piuttosto avevamo in mente una psicologia che facesse i conti con il modo in cui l’uomo comincia a maneggiare il mondo della sua realtà. Il lavoro non era tanto lo scegliere una teoria della psicologia per noi stessi , ma, soprattutto, stabilire uno schema di riferimento con il quale valutare le teorie psicologiche personali di un qualsiasi individuo. Per cui, ci sembrò che il compito dal quale uno psicologo sarebbe dovuto partire, doveva collocarsi al livello della costruzione personale degli eventi, senza la quale nessun uomo ha una base psicologica. E in effetti, solo a questo livello della costruzione di un uomo, si può sempre dire che un evento diviene per lui uno stimolo, o che l’azione diviene un’espressione dei suoi motivi interni, o che il suo comportamento è appreso.

Trascurare questo punto cruciale in cui gli eventi cominciano ad essere interpretati come variabili psicologiche, significa restare invischiati in quello che Bertrand Russell e altri hanno chiamato l’errore soggetto - predicato nello stile di pensiero indo - europeo .

Così ci siamo diretti verso una psicologia dei costrutti personali. L’avventura, è stata eccitante.

Sorprese nascoste ci aspettavano lungo il cammino. Alcune di esse ci hanno spaventato. Ho già fatto menzione di una sorpresa quando ho detto che dobbiamo abbandonare sia il pregiudizio che l’oggettività! Il pensiero di abbandonare veramente l’oggettività, suona come qualcosa di perverso agli psicologi profondamente indottrinati di oggigiorno, come pure l’idea di abbandonare altre forme di verità rivelata, suonava male ai fondamentalisti di un’altra generazione. Così come viene ancora usata correntemente nel nostro mondo della psicologia, la dottrina dell’oggettività guarda agli eventi come se in qualche modo si astraessero e si affermassero nella loro diretta rivelazione di una profonda verità.

Se andiamo oltre la nostra linea di pensiero, anche il concetto di stimolo viene messo fuori. Semplicemente, non c’è maniera di farlo restare dentro. Il rinforzo diviene un termine senza senso, almeno nel significato con il quale viene abitualmente usato. L’intera area concettuale della motivazione, così come la conosciamo nella psicologia attuale, sparisce. Anche l’apprendimento è spazzato via. Quando la teoria giunge al suo interno, sembra un sinonimo del verbo divenire. In breve, questa non è una teoria per coloro che amano appendere il diploma di laurea alle pareti dello studio. Molte volte al giorno si sentiranno guardati di traverso dal pezzo di carta in silenziosa disapprovazione.

Adesso, dopo aver gettato questo vespaio nelle convinzioni scientifiche, facciamo i conti con una parte della confusione che abbiamo cercato di creare. (Questo sistema è conosciuto come lo stabilire un atmosfera iniziale di rifiuto, nella speranza che in ciò che segue l’ascoltatore possa avidamente aggrapparsi a una qualche piccola cosa che abbia per lui un senso). Abbiamo scelto l’argomento dell’ostilità. L’ostilità è uno dei problemi più cruciali dello psicologo clinico . Vediamo che succede quando tentiamo di applicare ad essa questo modo di pensare. Cosa lo aiuterà a farci caso? Cosa lo porterà a cercare? Quali nuove aperture alla dinamica psicoterapeutica fornirà al suo cliente?

Nel contesto psicologico dei discorsi, a differenza di contesti meglio sviluppati del discorso quali la fisica, la maggior parte dei nostri concetti sono la proiezione dei due assi di riferimento principale: piacere – dolore e buono – cattivo . Una volta preso atto del fatto che ognuno di noi automaticamente si schiera dalla parte del piacere e fugge il dolore mentre porta gli altri a schierarsi verso il bene e ad evitare il male, tutta la nostra dimensione psicologica comincia a sembrare come un’insieme di strade a senso unico, ognuna delle quali porta nella stessa generica direzione. Ricorda quella del tipo che si offrì di risolvere tutti i problemi del traffico in città semplicemente facendo tutte strade a senso unico che portavano fuori dall’abitato. Ciò che non funziona in un tale sistema di traffico è che non permette ai cittadini alcuna vera possibilità di muoversi. Così è con gran parte del nostro pensiero psicologico: la nostra rete concettuale è così ben allineata che non ci permette di confrontarci con i nostri problemi personali.

Il concetto di ostilità, come viene comunemente interpretato, è solo una nozione.
Se ce l’hai, può essere divertente ma è cattivo. Se ce l’ha il vicino di casa ciò può farti male.
L’unica cosa che puoi fare con l’ostilità è cavalcarla o starne alla larga. Le persone perbene provano a tenerla imbottigliata e le persone psicoanalizzate provano a sbatterla da una parte dove non può far male.

L’interpretazione usuale dell’ostilità è che sia un impulso a ferire qualcuno, a causare dolore. Questa definizione, si noti, mette una condizione limitante nell’esperienza dell’altra persona , non nell’esperienza della persona ostile. Questo se dobbiamo ancora seguire una psicologia dell’esperienza propria dell’uomo, non nelle esperienze che provoca agli altri o che sembra provocare agli altri. Per cui, se vogliamo proprio fare uso del concetto di ostilità, ci dobbiamo chiedere quale sia la natura dell’esperienza dell’ostilità dal punto di vista della persona che la possiede. Solo rispondendo a questa domanda in una maniera sensibile possiamo arrivare ad un concetto che renda un puro significato psicologico anziché un significato sociologico o morale.

Cosa significa essere ostili? Come ci si sente? Come si insinua nelle imprese umane l’ostilità? Per poter dare risposte a queste domande dobbiamo parlare di persone come Procuste, piuttosto che di Teseo. E’in questa prospettiva che la psicoanalisi ha fornito due contributi di immenso valore alla comprensione sintomatica dell’ostilità, anche se ho paura che gli analisti abbiano fatto poco per sviluppare l’ostilità come concetto psicologico.

Uno di questi contributi ha a che fare con il riconoscimento di ciò che in sintomatologia è chiamata "ostilità passiva". Questo è visto come una maniera di infliggere sofferenze lasciando la gente a cuocere nel suo brodo. Implica mantenere il brodo di qualcuno il più bollente possibile, nell’avida attesa che ci cada dentro, facendogli devotamente notare quanto sia bollente.

L’altro contributo psicoanalitico alla nostra comprensione dei sintomi dell’ostilità è la descrizione della ostilità incorporante che strappa agli altri la loro individualità e li porta senza aiuto nell’orbita del mondo della persona ostile. E’ciò che nel poetico idioma della psicoanalisi viene talvolta chiamata ostilità orale . Una delle sue manifestazioni è stata chiamata in linguaggio popolare "amore smaterno".

Ma mentre l’esperienza clinica degli psicoanalisti , così come quella degli psicoterapisti di altre convinzioni, ci ha condotto ad una grande attenzione alla varietà di sintomi attraverso i quali si esprime l’ostilità, non è servita ad una migliore concettualizzazione né ha contribuito molto allo sviluppo della teoria psicologica che ha a che fare con la natura essenziale dell’ostilità. L’ostilità è ancora vista come la necessità di ferire qualcuno, talvolta la necessità di ferire sé stessi. Anche la colpa è vista come il bisogno di ferire rivolto contro il sé in quanto sostituto, preparando il proprio brodo ove cuocere. L’ostilità orale , ancora vista come bisogno di ferire, è descritta come impulso a distruggere come uno distrugge il cibo mangiandolo.

Ma penso che i Greci, almeno i primi Greci che capivano di più gli impulsi dell’uomo attraverso le sue avventure, probabilmente ebbero la sensazione di qualcosa riguardante l’ostilità, che è facilmente venuta a mancare in coloro che sentono di doversi confrontare con l’uomo in termini di sintomi patologici. In questa storia primordiale di Procuste appaiono aver incarnato parte di ciò che sapevano sulla natura dell’uomo ostile. C’è qualcosa di umanamente plausibile in Procuste. Faceva quello che fa la gente. Non poteva sopportare il pensiero di non essere in grado di stimare l’altezza dei suoi ospiti. Piuttosto che cambiare la sua stima correggeva i suoi ospiti. E perciò questa parte dell’epopea di Teseo e l’immagine poetica del letto di Procuste sono arrivate sino ai nostri giorni.

E’nel momento in cui Procuste fallisce nell’anticipare correttamente la statura dei suoi ospiti che la leggenda stabilisce il fulcro della sua ostilità. Ma la faccenda della frustrazione è ancora solo il fulcro. Serve il peso massiccio di un intento personale per spostare le scale. Nel mio parafrasare ho dato scarso peso ad un elemento originale del racconto descrivendo Procuste come un premuroso oste autenticamente interessato alla gente. Era dovuto solo al fatto che il suo mondo era centrato sull’affermazione che egli conoscesse la vera dimensione dell’uomo, che le esperienze invalidanti assumevano proporzioni così catastrofiche. Gettando uno sguardo attraverso la porta della camera da letto, quel suo mondo minacciava di crollare.

Come salvarlo! Se il suo letto, il suo unico letto, non era adatto all’ospite, l’ospite doveva essere adattato al letto. Senza badare al costo la validità del suo letto e l’integrità del suo mondo, che erano la stessa identica cosa, dovevano essere sostenute. Quel pezzo di mobilio psicologico era per lui non soltanto un letto, ma un’istituzione vitale, molto più importante, in prospettiva, che lo star bene di un singolo ospite. Era una chiave del suo modo di vivere. In quelle circostanze faceva l’unica cosa che, per quanto potesse vedere, avesse un senso. E, come ho già detto, è veramente molto brutto che Teseo non capì la situazione e non fece nulla di costruttivo. Le persone ambiziose restano spesso imbambolate davanti a certi argomenti.

Dal punto di vista di una psicologia dei costrutti personali, ogni persona , come Procuste , arrangia come meglio può una struttura per dare un significato al mondo degli umani in cui si trova Qualcuna di queste strutture personali è definita in termini verbali e la persona può dirci come si chiama. Ma la maggior parte viene espressa solo in termini di chiacchiere, qualcosa di completamente diverso dalla comunicazione semantica, e qualcuna si nasconde nell’ombra dell’espressione umana come un modello in secondo piano che non è mai tracciato dalle linee del dettaglio verbale.

Senza queste strutture modellate sembrerebbe che nessun uomo possa arrivare a gestirsi il mondo della gente, sempre in fermento, né può costruire sé stesso come un’entità psicologica. Se vuole, può guardare al di sopra di questa struttura personale dell’uomo in quanto rete di ipotesi sulla natura umana. Ma se ci pensa in termini di ipotesi, deve essere preparato a prendere visione di ipotesi che non sono formulate verbalmente come le ipotesi esplicitamente dichiarate che sono familiari negli ambiti di ricerca. In ogni caso, come tutte le strutture psicologiche e tutte le ipotesi, questo sistema dei costrutti personali pone l’uomo nella tentazione di fare previsioni. E le previsioni, di volta in volta, hanno un modo di realizzarsi o di non realizzarsi, e , di solito ciò e abbastanza ovvio. E’ nei termini di queste previsioni, allora, che l’uomo arriva alla fine ad un contatto stabile con la realtà. Andrò ancora più in là dicendo che è solo nei termini delle sue previsioni che l’uomo può entrare in contatto con il mondo reale attorno a lui.

Essendo andati così avanti con il nostro teorizzare, sembra che ci siamo coinvolti in una specie di teoria psicologica nella quale la nozione di validazione debba giocare il ruolo principale. E’ completamente giusto per noi. Si adatta alla nostra esperienza clinica. Si adatta a riferire l’esperienza degli altri. Offre la promessa di una psicologia che gira l’attenzione al duttile futuro dell’uomo piuttosto che al suo fatale passato.

L’uomo prevede ciò che accadrà. Se accade, le sue previsioni sono validate, il terreno che ha scelto per farle è consolidato e può avventurarsi più in là, la prossima volta. Se non accade, le sue previsioni sono invalidate, la struttura che ha usato per fare la previsione si infrange nel dubbio, e il cammino di fronte a lui diviene meno chiaro.

Se vogliamo ora capire le implicazioni di un evento nella vita di una persona, dovremo, nei termini del suo tipo di psicologia, guardare non solo agli eventi, ma anche al tipo di scommessa che c’era sopra. Gli eventi vanno e vengono senza avere necessariamente a che fare con i processi psicologici di una persona. Presi a sé, non sono né validanti e né invalidanti , e neppure ha significato il descrivere alcuni di essi come rinforzi. La validità è una faccenda di relazione tra l’evento che si è verificato e ciò che la persona si aspettava accadesse. Detto più correttamente: è la relazione tra l’evento così come viene costruito che si verifichi e quello che viene anticipato.

E’ in questa relazione tra anticipazione e realizzazione che è posto il destino autentico dell’uomo. E’ nel destino nel quale è egli stesso un personaggio chiave, non semplicemente la vittima. Perdersi questo punto e permettere a noi stessi di preoccuparci di forze indipendenti, dinamiche sociali, dinamiche psicologiche, storie di gnomi, demonologia, o meccanismi stimolo-risposta, è perdere di vista i fattori essenziali della impresa umana nella sua interezza.

Adesso proviamo a spogliare la leggenda di Procuste della sua ricca struttura narrativa e rintracciamo il tema centrale dell'ostilità nella terminologia più spoglia della teoria dei costrutti personali. Una persona ha un sistema di costrutti. Gli dà un identità. Giusta o sbagliata, serve a metterlo in contatto con la realtà. Gli fornisce il terreno per formulare anticipazioni, comprese quelle sulla gente. Per cui, un giorno, magari dopo una lunga attesa, le sue aspettative non sono confermate. Viene scosso dalle implicazioni della sua disconferma perché ha scommesso sui risultati della sua avventura, una parte del suo sistema di costrutti che non poteva permettersi di perdere. Se accetta il risultato e tutte le sue presunte implicazioni rimarrà in uno stato di profonda e diffusa confusione.

Ma, un momento! C’è ancora qualcosa che può fare per salvare la situazione. Se si muove rapidamente può essere capace di forzare il risultato per renderlo conforme alle sue aspettative originarie e darsi una conferma dell’ultimo minuto delle sue più importanti premesse sulla natura umana . Questa è la scelta ostile. La chiave per capire l’ostilità dal punto di vista della stessa persona è nell’istante della decisione. O è l’istante dell’impulso, non fa differenza. La chiave è qui !

Nel linguaggio della ricerca possiamo dire che la persona ostile distorce i dati per adattarli alle ipotesi. In un linguaggio da classe scolastica , diciamo che mette la gente al proprio posto. Nel linguaggio economico diciamo che estorce segnali di sottomissione al suo sistema di valori. Nel linguaggio dei bambini, diciamo che minaccia di urlare tanto da dimostrare ai vicini che i suoi genitori hanno fatto un terribile errore. Nel linguaggio di una causa di divorzio, quando la sposa non aderisce all’immagine idealizzata di ciò che dovrebbe essere una moglie , il marito la vede come se si mostrasse al mondo come un altro tipo di donna: "il tipo di persone che sono come lui ha sempre ritenuto essere le donne !". La stessa cosa per le mogli ostili e "il tipo di persone che sono come ho sempre ritenuto essere gli uomini !" Nel linguaggio delle nazioni noi sappiamo quanto chiaramente il nemico esprima "la sua crudele e viziosa natura".

Invece di dire che un tale andazzo è la manifestazione esterna dell’ostilità, essendo l’ostilità una forza extrapersonale che si suppone investa l’organismo, diciamo che questo è proprio l’ostilità. L’essenza dell’ostilità non è nella sua proprietà motivazionale (chiunque sia vivo si muove) ma nel modo caratteristico di dare un seguito agli errori dell’altro. E’il sostituto dell’estorsione per risolvere i problemi . E’il tentativo di raccogliere una scommessa su un cavallo che ha già perso. La persona ostile volta le spalle agli eventi così come sono per ripagare la realtà in cui crede. "Guarda" dice " Sono stato pagato o no ? Ciò significa che avevo sempre ragione"

Gli psicologi fanno un uso frequente dell’ipotesi frustrazione-aggressione, l’assunto è che più grande è la delusione, più violenta è la reazione. Ciò che siamo andati dicendo sembra una riaffermazione di questa ipotesi. Ma ci sono differenze importanti. L’ostilità non è aggressione, sebbene i due termini siano spesso usati come sinonimi. La maniera più semplice di guardare all’aggressività è di vederla come un qualcosa di avventuroso. Significa formulare attivamente le proprie aspettative su tante cose, cose grandi e, talvolta, su argomenti remoti. Significa fare un passo per verificare i nostri sospetti. E spesso significa scommettere grosse somme sul risultato.

Quando una persona aggressiva alza la testa, non è necessariamente ostile. Non cerca necessariamente di estorcere conferme alle sue ipotesi personali che si sono già dimostrate non valide. Un conversatore aggressivo può fare pressione su un punto sul quale gli altri devono venire allo scoperto e dire ciò che ne pensano. Questo è quello che la persona aggressiva, ma non ostile, vuole sapere. Gli amici possono essere furiosi e sentirsi frastornati, ma, a meno che il loro aggressivo amico non abbia un attacco di ostilità, non cercherà di costringerli ad essere d’accordo con lui. Lui vuole solo sapere.

Se prendiamo la visione tradizionale dell’ostilità come impulso a ferire, è facile vedere come l’aggressione possa essere interpretata come ostilità. Nel momento in cui qualcuno si fa male, comincia a piangere e a dire "ahi" la persona aggressiva è immediatamente etichettata come ostile, non a causa di una sua particolare proprietà psicologica del suo temperamento, ma a causa del temperamento della persona che è ferita. . Naturalmente, a voler essere puntigliosi, possiamo prendere come definizione che l’ostilità è presente solo quando l’agente vuole ferire qualcuno. Ma una tale definizione è difficile da mantenere in un mondo del pensiero sociale che descrive le persone per come reagiscono a qualcosa, piuttosto che per come tendono verso qualcosa. Una psicologia basata sull’aspetto dell’uomo di per sé non trova utile definire l’ostilità in termini dei suoi effetti anticipati sugli altri. Chiede, piuttosto, una comprensione della persona ostile nei termini di quanto sia messo in gioco della sua stessa esistenza. Se vogliamo capire Procuste, parliamo a Procuste, non a Teseo. Parliamogli del suo letto. Parliamogli del suo ruolo di oste. Scopriamo come si aspetta siano i suoi ospiti.

E’ completamente possibile per una persona aggressiva divenire ostile e, di converso, è completamente possibile per una persona ostile perseguire la sua estorsione con metodi aggressivi. Il conversatore aggressivo che abbiamo menzionato può, per esempio, ritrovarsi così distante, in un limbo, che quando scopre che cosa pensino veramente i suoi amici può non essere capace di sopportarlo. Può allora andare in pezzi, in un’ansia confusionale. O può partire a testa bassa. Ma può, può soltanto, dare una svolta ostile all’azione e mettere i suoi amici in un angolo dove sembrano confermare il suo punto di vista, a dispetto della realtà della situazione sociale. Dall’altra parte, guardiamo come comincia la persona che è ostile. Nei suoi frenetici sforzi di far coincidere i dati con le ipotesi, può fare ricorso a mezzi violenti. Allora possiamo dire che è anche aggressivo. Non tutte le persone ostili fanno così: alcuni esprimono la loro ostilità molto efficacemente con metodi più passivi. Ma loro possono. E quando lo fanno è corretto parlare di ostilità aggressiva.

L’ipotesi frustrazione – aggressione, come ogni psicologo può dirvi, non è una semplice formula da applicare . Per usare questa formula bisogna introdurre un certo numero di condizioni , sia per tutto ciò che può essere etichettato come frustrazione, sia per tutto ciò che può essere costruito come aggressione. E neanche possiamo, dal punto di vista della psicologia dei costrutti personali, riclassificare la formula come ipotesi frustrazione - ostilità. L’ostilità non è proporzionale alla frustrazione : dire ciò significherebbe ridurre la formula al paradigma stimolo – risposta. L’ostilità è nel tipo di soluzione che la persona cerca di trovare, questo è il punto di vista teoretico della psicologia dei costrutti personali.

Che dire della persona sadica? Possiamo dire che sta semplicemente cercando di fare esperimenti nelle relazioni sociali raccogliendo prove di assertività ? Che si sente saltare su e giù pieno di gioia ed eccitamento ogni volta che vede una persona presa dal panico? E che dire dei piloti militari che si prendono a pacche sulle spalle mostrando tutta la loro contentezza ogni volta che hanno colpito un obiettivo bellico? Stanno forse pensando alla morte e alla disperazione che hanno lasciato a terra? In ognuna di queste domande , la nostra comprensione dell’ostilità non dovrebbe porre il valore psicologico primario sul dolore che gli altri provano (anche se possiamo riservarci il diritto di giudicare tali atti in base a parametri sociali e morali), bensì su cosa viene confermato dall’azione svolta. Il sadico può (e la nostra esperienza clinica, infatti, ce lo conferma) vedere, nel ferire gli altri, una lunga ritardata conferma del suo modo di vedere, una conferma che gli viene negata nella vita normale. Il pilota militare, probabilmente prova a non pensare che cosa sta succedendo a terra nell’area che sta bombardando. Nel suo caso la sofferenza sembra essere meno rilevante come variabile psicologica. In entrambi i casi, quello che succede all’altra persona è incidentale. Quello che accade a lui stesso è fondamentale.

Potrà esserci d’aiuto considerare l’ostilità nel concreto. Tuttavia, prima di illustrarla in termini di casistica , rivediamo gli elementi essenziali dell’ostilità dal punto di vista della psicologia dei costrutti personali. Una persona si costruisce la natura umana a suo modo. Fa previsioni sociali sulla base di questa costruzione. Per stabilire uno scenario efficace devono essere previsioni molto importanti : vale a dire che deve aver puntato molto più di quanto si poteva permettere su di esse; più di quanto potesse il suo sistema di costrutti. Volta le spalle alle prove di invalidazione. E’chiaro che si era sbagliato sulle persone. Non può continuare ad ignorare la cosa. Perdipiù era disastrosamente in errore, basilarmente in errore. Di fronte alla rigidità dei fatti può, naturalmente, rivedere le sue ipotesi. Ma la revisione lo scuoterebbe così profondamente che rifiuta di intraprenderla. In alternativa può lasciar correre e dire a sé stesso: "Vedi , è solo che non capisco tanto bene la gente". Ma è riluttante anche di fronte a questa alternativa. Alla fine può chiudere gli occhi alla realtà e cercare di far adattare la gente al letto dei costrutti che il suo sistema gli ha messo a disposizione. Questa è la scelta ostile.

Consideriamo una giovane donna di trent’anni. E’cresciuta in una casa dove era sicura dell’amore dei genitori, dove il padre era una figura stabile e costante e dove abitava era un bel posto sano e sempre interessante, con la spiaggia e le dune di sabbia ove andare in cerca di avventure infantili. L’unica altra importante figura maschile della sua vita, a parte il padre, era un ragazzo escluso da quel mondo a causa di pregiudizi sociali. Alla svolta dell’adolescenza le sue amiche cominciano ad abbandonare lei e il tipo di giochi con i quali si divertivano assieme, spostando il loro interesse allo scopo femminile di catturare i ragazzi col loro fascino di recente scoperta. Ciò che aveva ritenuto sino a quel momento essere vero, riguardo sia ai ragazzi sia alle ragazze, adesso non sembra più valido. All’inizio è solo imbarazzata. Dopo un po’ è più che imbarazzata: è ansiosa e confusa. Anche la madre è preoccupata perché la figlia le sembra immatura. Quello di cui la figlia non si accorge, naturalmente, è che la madre sa che gli anni le stanno correndo via e che è eccessivamente apprensiva per paura che la figlia sia ancora una bambina nel momento in cui dovrà restare sola. Presto la madre muore. Il padre è affranto dal lutto e la figlia si sente abbandonata da lui. Il suo primo sforzo è di cercare un altro uomo. Lei avrà un uomo, il tipo di uomo forte che la sua visione del mondo descrive come ideale . Anche la cattiveria è accettabile, purchè sia accompagnata dalla forza. Eppure, qualsiasi sostituto maschile essa trovi, l’apparente fallimento del padre nel dar vita alle sue aspettative resta un fatto inevitabile. Per un po’ gli estorce i simboli del sostegno paterno, vestiti, capricci, indulgenze. Questa è ostilità. Ma l’ostilità è difficile da contenere in limiti ragionevoli. Adesso ha una visione disillusa di cosa sono gli uomini, tutti gli uomini. Per farla breve: fa adattare tutti i suoi uomini, incluso il marito, in questo Letto di Procuste. Spesso sono sorpresi di quanto astutamente li imbrogli per confermare le sue ipotesi sulle spregevoli creature senza spina dorsale. Che in una certa misura, sono come lei. Le sue maniere sfrontate e provocanti sono fuorvianti. Come Procuste è interessata alla gente, non può vivere senza. Come Procuste è una conversatrice eccellente. E, come Procuste, ha un letto . Presto ogni uomo, nella sua vita, si sveglia e scopre di essere stato accorciato di un pezzo per starci dentro. Questa è in concreto l’ostilità.

Molti psicoterapisti capiscono, aldilà delle loro convinzioni teoretiche, che la chiave per alleviare l’ostilità consiste nell’uso appropriato dell’aggressione. Gli psicoanalisti e altri, osservano l’aggressione come un fattore dinamico del modello ostile e insistono sul fatto che debba venire a galla da sola prima di essere messa sotto auto - controllo. I Rogeriani creano un atmosfera di accettazione per i loro clienti, nella quale, possiamo dire in termini dell’ipotesi frustrazione-aggressione, che la frustrazione è minimizzata per contenere la pressione aggressiva sino al punto che la persona possa dolcemente giungere ad un accordo con sé stessa .
(C’è naturalmente molto di più in entrambi questi punti di vista). Certamente, dico, tutte e due le prospettive possono stabilire un terreno per far qualcosa di efficace contro l’ostilità.

Dal punto di vista della psicologia dei costrutti personali, tuttavia, l’attenzione non è posta sulle forze concettuali che guidano l’individuo suo malgrado, ma quanto egli stesso fa. L’ostilità non è un dinamismo nella personalità: è una parte del modello di personalità. Le persone sfortunate non agiscono condizionate dall’ostilità, esse stesse fanno scelte che possiamo descrivere come ostili. Lo psicoterapista si rivolge alla sperimentazione dell’aggressività sotto appropriati controlli terapeutici, non per farla esaurire, bensì per aiutare il cliente a trovare altre strade per fare i conti con l’invalidazione che si trova di fronte. Fa ripartire l’avventura immaginativa con un modo rinnovato di confrontarsi con i risultati. Aiuta il cliente a fare uso dell’evidenza negativa invece di rimuoverla con prove estorte e irrealmente positive.

Probabilmente tutti noi combattiamo, ogni giorno, in qualche misura, con l’ostilità.
La maggior parte di noi sono, per tradizione, inclini a vedere l’ostilità come una forza che scaturisce dal nostro interno. Quando la vediamo negli altri, è facile vederla solo come un desiderio di colpire, specialmente se dobbiamo subirne l’urto. Tuttavia se la sperimentiamo in noi stessi o dobbiamo farci i conti con persone legate a noi, la chiave per la sua comprensione è nella valutazione della persona stessa. Dietro la maschera della sua ostilità troviamo questi fattori chiave: grande preoccupazione per le relazioni sociali, convinzioni difficili da raggiungere riguardo all’umana natura, la scommessa che non si può perdere, lo sforzo sovrumano di raccogliere le vincite dopo che la corsa è conclusa e persa senza speranze.

 

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