Una via al risveglio secondo l’antica tradizione europea

 

(da: "Psicologia e Psichiatria nel Terzo Millennio. La Prospettiva Next Age", IIPP Ed., Imperia, ottobre 1999 )

 

I Celti hanno lasciato nell’immaginario collettivo europeo un’impronta molto profonda che ancora oggi stimola la fantasia degli artisti, ispira i poeti e gli scrittori, sprona i ricercatori spirituali grazie al potente sogno che animava l’antico popolo signore dell’Europa dell’Età del Ferro.

Archeologi e antropologi di vecchia scuola si riferiscono al fenomeno celtico situandolo a partire dal 1.000 a. C. (periodo di Hallstatt), passando per il momento di massima espansione del 500-250 a.C. (periodo di La Tène) e dichiarandone la fine intorno al 500 d.C. Sarebbe meglio considerare invece Celti come un insieme di popoli presenti in Europa fra il 1300 a.C. ed il 1300 d.C., anche se con maggior esattezza la nostra attenzione andrebbe portata su un periodo ancora più antico. Come si è già detto gli studiosi di vecchia scuola chiamano Celti solo le tribù stanziate in Austria, Svizzera, Italia settentrionale, Francia, Inghilterra, parte del Belgio e della Germania, Irlanda, Spagna settentrionale tra il 1000 a.C. ed il 500 d.C., dimenticando che la formazione della cultura celtica da un lato e la conquista romana e la successiva cristianizzazione dei popoli celtici dall’altro, non segnarono i confini precisi e rigidi circa la comparsa e la scomparsa della grande tradizione occidentale europea.

Sarebbe infatti utile definire già ‘celtici’ quei gruppi di Indoeuropei che, muovendosi dalle zone centrali dell’Asia attraverso il Medio Oriente ed il Caucaso, giunsero in Europa a varie ondate fra il 3500 ed il 1300 a.C., integrando l’antico culto della Dea Madre Terra e della Femminilità con le nuove caratteristiche Maschili e Solari della divinità, trasformando completamente la cultura dell’epoca e creando una tradizione ancora oggi all’avanguardia per quanto riguarda il rapporto fra le genti, la società e la spiritualità.

I Celti avevano una cultura legata indissolubilmente alla natura e le forme della loro arte espressero in modo esemplare il continuo intreccio fra gli opposti che creano quella dualità che dà vita alla nostra realtà: il giorno e la notte, il bene ed il male, la stagione calda e quella fredda, l’alto ed il basso, davanti e dietro, sopra e sotto, dentro e fuori. Il sinuoso susseguirsi di linee e motivi, le metamorfosi improvvise ed in qualche modo assurde presenti nelle decorazioni e negli oggetti, non sono altro che la manifestazione visibile dell’invisibile intreccio del pensiero, le sottili intuizioni sussurrate dallo spirito, quelle linee che hanno dato vita alla mitologia, alla religiosità, alla filosofia ed alla musica celtiche.

L’arguzia e l’allenamento mnemonico tipico della cultura druidica (i Druidi erano le guide spirituali delle nazioni celtiche, i loro ‘uomini sacri’) hanno permesso di mantenere vivente per secoli la conoscenza acquisita attraverso l’uso della coscienza umana obbligata sui sentieri poco battuti del Grande Mistero del Divino nella Materia. Le conoscenze non venivano codificate e in qualche maniera cristallizzate con l’uso della scrittura (che spesso finisce per ridurle, con il passaggio ed il cambio di generazione, vuote parole prive di significato), ma rimanevano agili e viventi, trasmesse ‘da bocca a orecchio’ in una soluzione di continuità di coscienza che i moderni cercatori dell’illuminazione spirituale tentano di raggiungere e che presso i Celti dava vita a poesie come quella del Druido Amergin:

Io sono vento sul mare,

Io sono onda dell'oceano,

Io sono il rumore del mare,

Io sono il toro dalle sette battaglie,

Io sono l'avvoltoio sulla roccia,

Io sono la goccia di rugiada,

Io sono il più bello dei fiori,

Io sono il cinghiale ardimentoso,

Io sono il salmone nel mare,

Io sono il lago nella pianura,

Io sono la collina in un uomo,

Io sono una parola dell'arte,

Io sono la punta di un'arma (che da’ battaglia).

Io sono il dio che forma il fuoco nella testa.

Chi addolcisce le asperità di una montagna?

 

I Druidi, il cui nome significa ‘i sapientissimi’, costituivano la coscienza spirituale dei Celti ed avevano dato impulso alla società dell’epoca organizzandola secondo le grandi leggi spirituali di cui avevano appreso l’espressione proprio grazie alla loro comunione profonda con la Natura. Essi insegnavano che esisteva un dio unico ed inconoscibile, incomprensibile ed incommensurabile che si espremeva tramite tre grandi forze: Nerz la Forza-Volontà-Potere, Skiant il Sapere-Conoscenza-Saggezza e Karantez l’Amore-Creatività-Produttività.

I Celti avevano quindi organizzato di conseguenza i loro gruppi sociali (il tuath, la tribù, a sua volta formata da numerosi clan, le famiglie estese), secondo lo schema di espressione della divinità. I Druidi rappresentavano la Conoscenza-Saggezza, permettendo attraverso il loro ruolo sociale e le loro azioni, l’espressione terrena dell’energia divina di Skiant. L’autore latino Pomponio Mela (De Chorographia, III, 2, 18), riprendendo le informazioni di Giulio Cesare, testimonia che essi erano ‘maestri di saggezza’ e conoscevano la grandezza della terra e del cosmo, la volontà degli dèi, insegnavano nei boschi sacri e nelle grotte le loro conoscenze e asserivano l’immortalità dell’anima e la sopravvivenza dopo la morte. La classe dei Guerrieri era la manifestazione fisica di Nerz (Forza-Potere-Volontà), quell’energia divina che permette l’azione nel mondo della realtà spirituale. All’interno della classe dei Guerrieri veniva scelto, per elezione, un capo ogni anno ed un condottiero in caso di guerra. Infine la classe degli Artigiani-Contadini dava modo all’energia divina di Karantez (Amore-Creatività-Produttività) di manifestarsi, grazie all’azione che essi compivano sulla materia che veniva trasformata in oggetti utili o semplicemente belli. I Celti credevano che tutti coloro che con la loro arte erano in grado di modificare la realtà, lavorando la materia prima per produrre qualcosa di nuovo, appartenessero all’onda dell’Amore. L’arte e gli artisti in generale sono tenuti in gran considerazione ancora oggi in quei paesi, come l’Irlanda, che hanno memoria attiva del loro passato celtico.

La spiritualità celtica, come si è detto, era intimamente connessa con la Natura e con la realtà materiale di cui costituiva il crogiolo entro la quale quest’ultima veniva forgiata. Lo spirito era la radice, il seme, la causa di ciò che si manifestava tramite la materia e perciò veniva data molta importanza al 'sogno’, alla ‘visione’, a tutti quegli aspetti che utilizzando la fantasia e l’immaginazione creavano in qualche modo le forme secondo le quali si sarebbero in seguito strutturati gli avvenimenti della vita quotidiana. Ecco che il poeta, il veggente, il sognatore, il Druido, l’artista in generale, il guerriero in cerca dell’onore, erano tenuti in alta considerazione all’interno della società celtica e ad essi veniva riconsciuto l’importante ruolo di mediatori fra la Realtà Spirituale (la ‘Volontà degli Dèi’) ed il mondo terreno. Attraverso l’utilizzo di tecniche per modificare lo stato di coscienza ordinario, come l’assunzione di bevande e cibi rituali o l’invocazione ed il rito, la declamazione di versi composti al momento o il compimento di imprese fisiche particolari, l’essere umano poteva entrare in contatto con l’Aldilà, quel luogo non-luogo senza spazio né tempo, presente ovunque ed in nessun posto i cui ingressi erano più vicini del palmo della mano ma altrettanto inaccessibili della più impenetrabile fortezza, che stava dietro il sottile velo della materia. I passaggi verso l’Aldilà celtico erano le fiamme dei fuochi, le sorgenti ed i laghi, le caverne e le radure, il vento e il sottile suono della voce accompagnata dall’arpa.

I mondi invisibili, secondo questo approccio alla Vita, divenivano percepibili e mostravano la loro partecipazione all’esperienza umana grazie ai segni, agli avvenimenti, ai fenomeni atmosferici, all’incontro con gli animali durante la caccia nella foresta, al soffiare del vento in particolari occasioni, legando indissolubilmente il Divino alla Materia. Gli Dèi (le Forze della Vita) si mostravano quindi agli uomini e qualunque elemento, creatura o avvenimento erano la forma attraverso la quale il Grande Mistero dello Spirito compartecipava alla vita dell’uomo.

L’aldilà perciò non poteva spaventare i Celti che lo immaginavano come uno stato di prosecuzione della vita terrena, uno stato di coscienza più che un luogo vero e proprio e come tale raggiungibile in qualsiasi momento da qualunque posto, dove muoversi liberamente senza vincoli né sofferenza se non una profonda nostalgia per i luoghi e le persone amate incontrati sulla Terra.

Il momento migliore per compiere il passaggio dal mondo fisico all’Aldilà era il 1° novembre, quando le Porte della Realtà Spirituale si splancavano per permettere alle anime dei defunti di incontrare i propri parenti ed a questi ultimi di gettare uno sguardo nel futuro e scorgere i propri discendenti. La festa di Samhain, oggi famosa come Halloween, era anche il capodanno del calendario celtico, il momento in cui iniziava la metà oscura dell’anno, la Notte della Grande Giornata, che sarebbe terminata con la festa di Beltane del 1° di maggio, il momento della fertilità. Le altre date importanti del calendario della Religione Naturale Europea dei Celti erano il 1° febbraio, festa di Imbolc, dedicata alla Dea Brigit, patrona delle nascite, dei poeti, dei medici e degli artigiani ed il 1° agosto, festa di Lughnasadh durante la quale si celebravano i frutti della Terra e si ringraziava per l’abbondanza che avrebbe permesso al popolo di superare la stagione fredda. I solstizi e gli equinozi, segnando altri momenti fondamentali dell’anno, erano molto probabilmente tenuti in alta considerazione. Non è strano notare che la Chiesa ha mantenuto come date importanti propria le celbrazioni celtiche: il periodo intorno al primo novembre come giorno dei morti e dei santi, quello intorno al 1° febbraio il battesimo della Vergine, quello intorno al 1° maggio per le rogazioni per invocare la pioggia e quell intorno al 1° agosto per celebrare la Madonna delle Nevi, Signora di abbondanza.

La storia ci ha lasciato purtroppo orfani di un certo modo di percepire la Vita e per permettere all’uomo occidentale di sviluppare la tecnologia necessaria a rendere la vita quotidiana meno gravosa e dolorosa, ha lasciato che si dimenticasse che lo spirito non conosce teorie, regole e dogmi e che solo la coscienza individuale coltivata e nutrita dal Fuoco del Cuore può utilizzare bene il Sapere ed il Potere.

La capitolazione della società celtica avvenne tramite l’invasione di Roma della Gallia Cisalpina, la conquista di Cesare della Gallia Transalpina e l’occupazione della Britannia fino alle terre meridionali della Scozia. L’Irlanda rimase protetta da ben tre tempeste che distrussero le altrettante flotte romane, forse scatenate da quei Druidi capaci di parlare al vento ed all’acqua. Tuttavia la diffusione del Cristianesimo fu il veicolo attraverso il quale anche la società celtica d’Irlanda vide intaccata la propria indipendenza spirituale e morale e con i dogmi importanti dai predicatori la Chiesa di Roma impose il proprio potere all’ultimo baluardo dell’antica tradizione naturale.

Con il passare dei secoli le popolazioni celtiche orfane dell’Antica Tradizione Druidica furono dominate grazie alla paura di un aldilà basato sul premio/castigo accompagnato da un dominio che faceva leva sulla paura di un aldiquà anch’esso retto dai premi/castighi corporali. La libertà di coscienza si affacciò nuovamente sul continente europeo solo dopo 1350 anni di persecuzioni, omicidi, roghi e terribili torture, fisiche e psicologiche che avevano reso il messaggio di fratellanza e amore di Gesù un orrendo fantoccio dietro cui si celava la sete di potere degli uomini. La nascita della scienza sperimentale ebbe il pregio di portare la società occidentale ad un livello accettabile le condizioni di vita delle popolazioni europee, ma a rendere un omaggio spesso troppo spensierato ai fittizi benefici tecnologici che però nascondevano dietro un’apparenza di splendore e benessere per tutti ed a basso prezzo, l’alto costo di vite umane e di distruzione sistematica dell’unico vero patrimonio che come umanità abbiamo: il nostro pianeta Terra.

L’Antica Tradizione Druidica poneva l’uomo all’interno del sistema naturale, e riconosceva che egli aveva un corpo, figlio della Terra, ed un’anima, erede del Principio del Cielo, riservando all’umanità un posto di responsabilità all’interno della Creazione. L’uomo era il Guardiano del Giardino, il sapiente Amministratore delle Pietre, il Curatore delle creature vegetali, il Custode degli animali, il Fratello della Forze Naturali del Vento, dell’Acqua e del Fuoco, il Compagno degli Dèi e non un essere debole e senza resistenza contro le tentazioni del male, schiacciato dal senso di quel peccato che lo costringeva a sentirsi distante dalla divinità e che lo portava a sviluppare una rabbia interiore verso la causa di tale ‘peccato’: la Materia. Nacquero così la mortificazione della carne del proprio corpo e l’aggressione alla Terra che rappresentava tutto ciò da cui fuggire per raggiungere la ‘beatitudine dei Cieli’. Intere generazioni si persero per oltre un millennio nell’odio verso il corpo, la sessualità e la donna che rappresentava la via di accesso a questo mondo e si dedicarono al folle sfruttamento ed alla distruzione del pianeta per ‘vendicarsi’ di dover soffrire, lontani da una divinità che si era dimostrata lontana ed indifferente ai bisogni più elementari. Tali azioni nascosero la carica di risentimento verso la fonte stessa della vita dietro una parvenza di ‘ascesi’ per chi seguiva la via spirituale e religiosa, o quella di ‘guadagno’ e ‘profitto’ per coloro che avevano dedicato la propria esistenza ad una via economica.

Sotto la superficie di tali comportamenti individuali e sociali sopravvisse però un pensiero europeo che si mantenne fedele alla visione celtica del mondo e della Vita in generale. L’eredità sociale, economica e spirituale dei Celti iniziò a dare segni di nuova vita alla fine del XVI secolo quando vennero pubblicate le famose Triadi Bardiche, una serie organizzata di frasi attraverso le quali i Druidi, i sacerdoti celti, apprendevano a memoria tutto il loro immenso sapere. Alcuni deboli vagiti furono uditi poi nel XVI secolo, ma fu soprattutto il ‘700 a dare un impulso potente alla conoscenza ed alla diffusione della tradizione celtica in Europa. Vi fu poi una sorta di ‘pausa di riflessione’ durante la quale le conoscenze furono studiate ed approfondite. Le grandi trasformazioni sociali che si svilupparono intorno al 1970 con movimenti di vario genere e colore nacquero tutte da un pensiero che giungeva dalla California ed esattamente da San Francisco. Lì gruppi di giovani percepirono l’urgenza di un cambiamento, l’importanza della presa di coscienza che la situazione mondiale stava raggiungendo livelli di pericolo da cui sarebbe stato difficile tornare indietro.

Nacque il desiderio di migliori rapporti umani, di una più sana relazione con la Terra, di una civiltà con regole economiche e sociali più armoniose e giuste. La storia ci ha insegnato che i giovani americani, ed in seguito europei, risposero a tale impulso gettandosi a capofitto in una rivoluzione che utilizzò gli strumenti che aveva e cioè anche la violenza e la prevaricazione, modificando solo la ‘crosta’ di quella società che volevano cambiare.

La colonna sonora di quel movimento spesso caotico non potè essere che il rock in tutte le sue manifestazioni. Tuttavia in mezzo a tanta confusione si delineò e crebbe in intensità anche un’altra forma musicale, con il compito ben preciso di risvegliare nei popoli europei l’antica coscienza celtica assopita, sepolta nel profondo dell’inconscio collettivo nell’attesa del momento propizio per risorgere. Fu il Bardo Alan Stivell, scelto dall’Ordine dei Druidi di Bretagna, che portò a rivivere le sonorità antiche nei parchi e nelle case di milioni di persone grazie alla sua arpa melodiosa e le antiche memorie dei Tuatha De Danann, gli dèi luminosi d’Irlanda, mostrarono nuovamente all’uomo occidentale una Via.

La musica fu utilizzata per portare l’attenzione di ogni persona all’interno di se stessa, in un luogo impalpabile ma reale (la Tir na nOg, la Terra dei Giovani o la Tir Tairngiri, la Terra di Promessa degli antichi Celti), dove si era in grado di percepire un mondo ricco di significati vecchi di millenni eppure attuali allo stesso tempo. Lì, in quel Regno Interiore si muovevano ancora le bande dei Fianna d’Irlanda, capitanate da Finn Mc Cuhmaill che le guidava alla difesa dei deboli e degli oppressi, alla cura dei giovani e delle vedove, alla distruzione dei malvagi ed alle prove di coraggio che esaltavano il valore dell’individuo come essere celeste degno di vivere su questa terra. Chi fra noi non ricorda di aver sognato di cavalcare almeno per una volta lungo verdi pianure alla testa di cavalieri dalle insegne variopinte e dalle spade sfolgoranti per portare un messaggio di coraggio, libertà e bellezza?

Furono la Bretagna, la Scozia e l’Irlanda a conservare per secoli una forte connotazione celtica, mantenendo accesa la fiaccola dell’Antica Tradizione e la musica celtica fu il traghetto che riportò nella coscienza degli individui più sensibili e meno condizionati dalle idee politiche, religiose, economiche del mondo occidentale un nuovo impulso all’azione secondo l’Antico Codice. Infatti fu a partire dalla Bretagna che i menestrelli, eredi dei Bardi celti, tornarono a percorrere le strade europee e portarono nei castelli dei signorotti del Medioevo le storie dei Fianna e le imprese dei Cavalieri di Artù; le memorie delle peripezie vissute nella Cerca della Coppa del Graal (il Calderone della dea Cerridwen o del dio irlandese Dagda). Ed i concetti di ‘guerriero’ e di ‘cavaliere’ come ‘uomo d’arme, coraggio, onore e poesia’ si innescò sulla manifestazione violenta che la forza ed il potere portano spesso con sè.

L’antica poesia celtica si dispiegò sulle note dei canti dei trovatori e seguendo un sottile filo di consapevolezza, richiamò dagli abissi del tempo e della memoria quelle linee di comportamento sulle quali si sviluppano oggi nuove idee circa la spiritualità ed il rapporto dell’individuo con i Mondi Invisibili; nell’economia come scambio di beni in cui tutti i partecipanti traggono dei benefici (Hallesismo); nella politica come unione di quegli stati che già riconoscevano di avere una cultura comune al tempo dei Celti; nei rapporti sociali come nuove forme di matrimonio (la convivenza che corrisponde al matrimonio temporaneo celtico), di educazione dei bambini e dei giovani, di rispetto verso il femminile e la sua espressione in ogni campo; nel rapporto con la Terra come riconoscimento dell’importanza della salvaguardia del pianeta per la stessa sopravvivenza dell’individuo.

Ma è soprattuto attraverso la musica e la danza, il cibo e la birra, che oggi l’antica tradizione celtica sta rinascendo lasciando perplesse tutte quelle persone che cercano di comprendere perché il ‘paganesimo’ possa ancora oggi aver presa sugli individui, non accorgendosi che la loro osservazione è superficiale e si basa più che altro sugli aspetti goliardici della questione. La cultura celtica rinasce perché il sogno seminato dai Druidi d’Europa è scritto nelle rocce e nei laghi, nelle foreste e sulle rive dei fiumi e dei mari, e l’animo umano, soprattutto quello dei giovani oggi è pronto per recepire il richiamo ad una maggiore attenzione verso se stesso, i propri simili e la Natura di cui fa parte.

Poco tempo fa un film intitolato ‘Dragonheart’ ha riportato in auge gli antichi concetti di onore, lealtà, fedeltà al sogno ed alla bontà della vita. I Cavalieri dell’Antico Codice vengono rappresentati come dei coraggiosi che, pur vivendo in tempi di grande povertà interiore, di prevaricazione, di violenza, di sfruttamento e di soprusi, mantenevano alto l’ideale di Onore, Coraggio e Benevolenza tipici dei Cavalieri della Tavola Rotonda, istituita da Artù e voluta da Merlino. Un cavaliere era un guerriero (non un soldato) che dedicava la sua vita a migliorarsi ed a difendere chi non era in grado di farlo. Era un uomo che aveva piegato la propria natura personale abituata a considerarsi paurosa e spaventata dagli eventi della vita, trasformandola in una che invece si sentiva degna di essere al mondo, in grado di agire usando il proprio potere personale per beneficiare tutti coloro con i quali veniva in contatto e distruggere i malvagi.

Come abbiamo potuto vedere ed intuire poco prima, la cavalleria medievale ereditò i valori degli antichi guerrieri celti, dei Fianna, per trasferirli quasi intatti nel nostro mondo. L’occidente ha come nota fondamentale l’Azione, mentre l’oriente è più Contemplazione. Non vi è una questione di valore fra queste due forme di pensiero e comportamento, ma una loro complementarità. Però bisogna tener presente che come uomini (e donne) occidentali possediamo una struttura psicologica adatta a recepire ed utilizzare interiormente i simboli della nostra tradizione piuttosto che quelli di un’altra. Il simbolismo della Spada, della Coppa, della Lancia, ecc. sono in grado di risvegliare in noi delle potenti energie interiori in grado di trasformare completamente la nostra vita e la nostra visione del mondo, migliorandola.

Molti è andato perduto, molto non sarà più recuperato, ma molto ancora è rimasto. Ancora oggi infatti possiamo fare affidamento su quella parte di leggende e racconti in grado di stimolare in noi quel tanto di vago ricordo dei sentimenti che animavano i guerrieri antichi per tornare a vivere con dignità. Importante è però tener presente che ogni riferimento a combattimenti, nemici, battaglie, armi, esseri mostruosi, luoghi particolari non va preso nel senso materiale ed esteriore, ma deve essere riportato ad una dimensione interiore, a quel mondo intimo che alberga all’interno di ciascun essere umano e che ogni cercatore ha il compito sacro di esplorare, comprendere e far tornare a fiorire. Il Guerriero che parte per la Cerca del Graal sta infatti per incamminarsi su un sentiero irto di pericoli e di imboscate, si presta all’incontro con strane creature e misteriose dame, si rende disponibile affinchè le Forze stesse della Vita lo prendano e lo trasformino nel Cavaliere del Graal, Erede del Re Pescatore e Custode della Sacra Coppa.

Le prime versioni scritte sulle leggende di Artù, del Graal e dei Cavalieri della Tavola Rotonda compaiono in Europa a partire dal XII secolo, quando Chrètien de Troyes nei suoi Le conte du Graal o Perceval cita la Coppa. Tuttavia si è ormai certi che esse non sono che rielaborazioni di racconti tramandati in forma orale di cui si trovano già frammenti scritti in lingua gaelica come ad esempio il Gododdin Aneirin, testo gallese del VII o gli Annales Cambriæ, cronache gallesi redatte a metà del X secolo circa che narrano della tragedia intercorsa fra Artù ed il figlio. Nel 1132 Goffredo di Monmouth scrive in latino l’Historia Regum Britanniæ adattata in lingua francese nel 1155 da Robert Wace nel suo Roman de Brut che influenzerà tutti i successivi scrittori continentali. Alla fine del XII secolo Robert de Boron, scrive il Roman de l'Estoire dou Graal o Giuseppe d'Arimatea, poco dopo il ritrovamento della tomba di Artù da parte dei monaci di Glastonbury. Altri importanti riferimenti sono i famosi testi gallesidei Mabinogion, che contengono diversi episodi di mitologia celtica e trovano una forte corrispondenza con diverse leggende irlandesi e le opere di Guglielmo di Malmesbury, Wolfram von Eschembach, .

Un personaggio da segnalare è certamente quello di Mago Merlino che la leggenda vuole accanto ad Artù nella corte di Caerlon, tutore del re. Merlino ed Artù incarnano la classica coppia Druido-Re della migliore tradizione celtica e la loro descrizione nei testi che vanno dal XII al XV secolo testimonia di quanto in piena epoca cristiana l’Antica Tradizione fosse ancora viva.

La Coppa chiamata Graal, deve il proprio nome al termine occitano gradalis (un particolare tipo di vaso), derivato dal latino cratalis, divenuto in lingua provenzale grazal, in catalano grezal ed in antico spagnolo grial. La parola veniva usata per indicare un piatto cavo, una coppa od una specie di paiolo. Nelle leggende celtiche è più volte citato un calderone, simbolo di abbondanza (il calderone della dea Cerridwen o quello di Dagda) o di sacrificio, un contenitore divino in grado di guarire i feriti e di restituire la vita ai morti. Il Santo Graal è un quindi un oggetto che va cercato nelle regioni interiori del proprio animo piuttosto che nelle chiese, nei musei o nelle collezioni di qualche farfugliante personaggio. La vera Cerca del Graal è un fatto interiore di coraggio.

La leggenda cristianizzata del Graal narra che esso fu ricavato dallo smeraldo che Lucifero (lucis fero, il èportatore di luce’) portava al centro della fronte e che aveva perso durante la sua caduta dopo la battaglia con gli angeli fedeli a Dio. La pietra venne raccolta da Adamo e trasmesso di generazione in generazione fino a Giuseppe d'Arimatea che lo fece intagliare a forma di coppa, la stessa che Gesù ebbe fra le mani la sera dell'Ultima Cena. Nel Graal Giuseppe d'Arimatea raccolse alcune gocce di sangue (ed acqua) sgorgate dalle ferite alle mani, ai piedi ed al costato di Gesù e dopo aver passato un certo tempo in prigione, una volta libero, prese il Calice ed insieme a dodici compagni si recò in Gallia e quindi in Gran Bretagna dove si stabilì presso Glastonbury. Alla morte di Giuseppe d'Arimatea e di suo figlio, i discendenti costruirono il castello di Corbenic per contenere la santa reliquia, ma i dissidi fra loro fecero cadere degli incantesimi nefasti sul paese, rendendolo sterile e desolato, la famosa Terre Guaste. Solo il ‘Buon Cavaliere’ avrebbe potuto restituire la vita e la prosperità alla terra malata. Da quel momento che il Graal scomparve senza lasciar traccia.

Che cosa rappresenta il Graal? Chi è il Re Ferito? Qual è il compito del Buon Cavaliere? Chi darà indicazione sulla Coppa? Quali saranno le prove da affrontare anche solo per avvicinarsi ad essa? Come sarà in grado di guarire la Terre Guaste?Sono queste le domande che bisogna porsi per iniziare la Cerca all’interno del proprio Regno e pensare di giungere a buon fine. La nostra anima sofferente per la nostra indifferenza e codardia è quella terra malata che stenta a dare buoni frutti come pensieri ed azioni atte a migliorare la nostra vita e quella delle persone e delle situazioni con le quali veniamo in contatto. Il Re Ferito è la nostra mancanza di volontà, la nostra tristezza, l’impotenza che ci assale quando pensiamo a tutte le nostre tristezze, ai fallimenti, alle brutture di questo mondo che sì sono una realtà, ma che se guardate troppo da vicino possono farci perdere l’ampiezza e la bellezza del disegno generale nel quale il destino ci ha riservato una parte da recitare con dignità.

Ma, in sintesi, cos’è la Via del Guerriero di cui tanto si parla, quali benefici può trarre un individuo nel percorrere la Strada del Coraggio? Sono queste le domande che già ci pongono di fronte a noi stessi, che ci danno coscienza di essere sulla soglia del nostro mondo interiore (per usare un linguaggio simbolico, che ci trovano sul limitare del bosco che si aprì di fronte a Parsifal all’uscita del castello abbandonato). Alla partenza per il nostro viaggio dell’Iniziazione del Guerriero siamo dei poveri illusi, degli stolti timorosi di vivere e perciò timorosi di morire, sia in senso iniziatico (morire ai vecchi schemi, alla vecchia personalità) sia in senso fisico. La paura e la futilità del nostro pensare ed agire ci ha portati a non saper riconoscere l’importanza di ciò che ci viene offerto per il semplice fatto di essere nati(la ricchezza e la bellezza della Vita, la processione del Graal al castello, ma anche la sua sofferenza rappresentata dal Re Magagnato) ed ora dobbiamo ricominciare tutto da capo.

La prima avventura che capita a Parsifal è l’incontro con una dama che egli tratta in modo irriverente, dando sfoggio di tutta la sua grettezza di maniere. Egli deve imparare ad avvicinare la parte femminile di se stesso con gentilezza e sensibilità per non ferire i sentimenti superiori che abitano in lui. La tradizione che ben conosciamo ha negato la validità della donna e delle caratteristiche femminili dell’ascolto, dell’umiltà, dell’attenzione, della dolcezza e dell’uso del cuore seppur nelle difficoltà della vita quotidiana. La Via del Guerriero è la riscoperta di tali valori in sé e lo stimolo del rispetto verso di essi. Non è una semplice messa in pratica di esercizi di forza o di potere, ma l’intelligente uso delle proprie risorse interiori, di tutte!

Il Guerriero percorre la Strada del Coraggio, quella Via che lo porta a vedere senza timore le proprie meschinità, le proprie paure e tristezze, il proprio egoismo, in poche parole, le proprie ipocrisie che a prima vista lo fanno sembrare bello e rivestito di un’armatura lucente (la corazza della personalità, le difese che innalziamo per difenderci da tutto, anche dalla Vita stessa!), ma che in realtà appesantiscono il suo vero essere. La Strada del Coraggio è respirare a pieni polmoni l’energia della Vita senza paure qualunque sia l’esperienza (la Via della Volontà-Potere); è correre incontro alle proprie debolezze ed abbracciarle in un gesto di profonda compassione (la Via dell’Amore-Creatività), modificandosi per migliorare intelligentemente; è conoscere se stessi fino in fondo sviluppando la Saggezza di vivere ogni evento con dignità (la Via della Conoscenza-Saggezza). L’Antico Codice impone poi al Cavaliere la fedeltà all’ideale della Cerca, la protezione dei deboli e la distruzione dei malvagi, di quel male che alberga in ciascuno di noi e che è capace di modificare la nostra visione del mondo tanto da farci apparire cinici e senza speranza e di farci vedere gli altri come negativi e cattivi.

La Sacra Coppa aleggia ancora all’interno del Castello del Graal, nella Sala del Trono del nostro cuore. Sta a noi estrarre la Spada dalla Roccia del nostro animo e divenire finalmente Re di quel Regno che ci appartiene per diritto di nascita! La Cerca è iniziata di nuovo, siate nuovi nella Cerca!

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