Ritratti psicoterapeutici di “ordinarie sessualità estreme”

(Marco Inghilleri, psicologo - psicoterapeuta)

 

Nessuno sceglie il male capendo che è un male,

 ma ne resta intrappolato se, per sbaglio, lo considera

 un bene rispetto a un male maggiore.

Epicuro

 

 Introduzione 

Questo capitolo non ha l’intenzione di essere più “scientifico” di un quadro di Goya o di un qualsiasi altro pittore che attraverso le sue tele ci abbia lasciato un’attendibile testimonianza delle atmosfere della sua epoca storica, della cultura della sua società e di come egli le abbia vissute, subite e interpretate. Utilizzo questa metafora per indicare il fatto di aver organizzato la struttura e il materiale del mio contributo non attraverso il pensiero paradigmatico, volto alla ricerca di leggi generali e tipico del ragionamento scientifico tradizionale, ma attraverso le premesse teorico-epistemologiche e le prassi d’intervento contemplate dal modello interattivo-costruttivista. Ciò, al fine di mostrare come certi problemi clinici possano essere affrontati efficacemente non tanto attraverso l’ausilio delle procedure di derivazione medico-psichiatrica, quanto mediante l’identificazione e la modificazione dei processi mentali coinvolti nella strutturazione delle più svariate forme di disagio intrapersonale e interpersonale.

Pur non negando la valenza pragmatica assunta dalla diagnosi psicopatologica in determinati frangenti, l’idea che guida la stesura del capitolo è che l’adesione a categorie nosografiche precostituite rischia di distogliere dalle punteggiature personali adottate dall’individuo, impedendo di acquisire uno sguardo interno ai fenomeni incontrati (Matza,1969). Per tale ragione, attraverso i resoconti biografici raccolti nel corso della mia attività psicoterapeutica, ho cercato di mostrare in che modo la sessualità umana, prima di essere un fatto meramente biologico, sia soprattutto qualcosa per qualcuno, come correlato intenzionale di una soggettività conoscente.

Le sessualità non ordinarie (indicate nella clinica tradizionale come “perversioni” o “parafilie”) l’erotismo e le relazioni d’intimità nei loro cambiamenti d’espressione e d’esperienza (Giddens 1995), nelle loro più attuali manifestazioni e configurazioni, diventano, così, un modo per gettare uno sguardo sul vasto orizzonte che caratterizza lo scenario in cui uomini e donne vivono la loro quotidianità e danno senso alle loro esperienze. Inoltre, esse, costituiscono degli espedienti narrativi, degli artifizi retorici, che consentono di mettere in luce come l’azione umana sia dotata di significati in modo difforme rispetto a quanto non accada per gli eventi della natura. Le regolarità o le irregolarità che si possono riscontrare nelle condotte umane non possono essere considerate come derivate da leggi universali e quindi non possono essere spiegate negli stessi termini di quelle del mondo degli eventi naturali. Tali regolarità o irregolarità sono piuttosto un prodotto di mediazione di quadri di significato il cui accordo è stabilito dagli assetti normativi assunti nel corso di un’interazione simbolica. Le regole del comportamento, cioè, non hanno lo status di leggi naturali, perché possono essere sfidate, ignorate o cambiate (Inghilleri e Ruspini 2008). Questo, dal momento che l’infrazione normativa, nel mondo umano, può esprimere non tanto un’anomalia comportamentale (intesa come deviazione dai parametri della “normalità”), quanto l’adesione ad un altro sistema di significati e di regole condivise. Il mondo sociale, infatti, si differenzia da quello della natura essenzialmente per il suo riferimento ad una dimensione etica (normativa): si tratta di una distinzione fondamentale dal momento che gli imperativi etici non presentano alcuna analogia con quelli della natura, essendo una tipica produzione umana che regola le interazioni tra le persone.

La riflessione che qui intendo proporre, quindi, posta di fronte al tema delle sessualità non ordinarie e dell’erotismo, assume come obiettivo non più quello di entrare nel ginepraio volto a stabilire una volta per tutte la fondatezza del fenomeno in sé, supposto come entità astratta e immodificabile, quanto piuttosto quello di riconfigurare le espressioni della sessualità e dell’erotismo come dimensioni di origine storica, con sfumature e pieghe di natura culturale, politica e religiosa, oltre che scientifica: non occorre vedere le cose in modo diverso, bensì, vedere qualcosa che non abbiamo mai visto (Goodman 1988).

Premesse teoriche e metodologiche

 La crisi dei modelli strutturalisti e neopositivisti nelle scienze umane e sociali ha fatto emergere paradigmi di ricerca di tipo ermeneutico-interpretativo che hanno portato in primo piano il problema del significato nelle scienze sociali. Porre il problema del significato come centrale per la ricerca sociologica e psicologica, così come per la ricerca storica e antropologica, significa privilegiare lo studio del linguaggio, del discorso, dell’argomentazione come fonti di sviluppo e costruzione di significati condivisi (Geertz 1973; Rosaldo 1974, Armezzani 2002). Tali scambi avvengono attraverso la narrazione, cioè comunicando e condividendo con gli altri quei significati che sono filtrati dalla propria visione e interpretazione personale della realtà (Bruner 1990). La cultura si costruisce attraverso il raccontare e il raccontarsi. Essa, a sua volta, vincola l’attribuzione di senso che gli individui necessariamente devono attuare per ritrovarsi e riconoscersi membri di una società, appartenenti a un dato sistema simbolico-culturale.

In questo capitolo, pertanto, ho posto l’accento sul pensiero narrativo con il quale le persone raccontano e si scambiano fra loro storie, spiegazioni e interpretazioni della realtà che le circonda, del comportamento proprio ed altrui e degli eventi che accadono (Bruner 1990). Attraverso i racconti delle persone rispetto al modo di vivere le loro sessualità, ho cercato di dare delle testimonianze sulle forme “fluide” e “nomadi” assunte dalla sessualità nelle società postmoderne, le società del disincanto, cercando di articolare una forma di conoscenza che sappia riorganizzare il discorso sulla sessualità umana, sostituendo alle grandi narrazioni ideologiche e reificanti (Lyotard 1979), il riconoscimento di storie locali sempre più specifiche, complesse e polifoniche (Bruner 1987). L’affacciarsi di un paradigma divergente che possa prendere in seria considerazione l’incommensurabilità di questi mondi soggettivi, senza colonizzarli, è dunque un’esigenza fondamentale per lo studioso di scienze sociali, esposto in prima linea a scenari contemporanei pluralizzati, interconnessi, abitati da subculture e stili di vita disomogenei, nutriti da dissoluzioni dell’ordinario e dall’avanzare di nuove forme di “oscurità” (come ad esempio la sessualità virtuale, il sesso sperimentato come terreno di autoaffermazione identitaria, le riattribuzioni di significato assunte da una sessualità svincolata dalla semplice riproduzione, o ancora le nuove devianze e dipendenze sessuali, la bisessualità praticata tanto quanto l’estromissione della sessualità dalla vita di coppia, la ricerca spasmodica di rapporti sessuali con più partner, i cambiamenti generati a partire dalle minoranze sessuali della comunità Glbt)

L’individuo, proprio nel momento stesso in cui racconta e narra la sua storia personale, conferisce un significato alle sue azioni e, autonarrandosi, si presenta agli altri nel modo in cui reputa opportuno per quella determinata situazione. Lo stretto legame che sussiste tra narrazione e identità ha la massima espressione proprio nel resoconto autobiografico, prodotto dal pensiero narrativo, che rappresenta uno strumento attraverso il quale attribuiamo un senso alla nostra storia e a noi stessi per presentarci e inserirci nei canoni del sistema simbolico culturale a cui apparteniamo. Ho così dato spazio ad un’interiorità attiva che agisce e costruisce il proprio mondo attraverso un continuo sforzo interpretativo che permette una negoziazione intersoggettiva dei significati attribuiti a eventi e comportamenti (Blumer 1969; Bruner 1984). La mente narrativa, dietro alla quale si cela una determinata identità in continua evoluzione, porta a raccontare e, in ultima analisi, a significare tutto ciò che assume caratteristiche di eccezionalità, cioè non conosciuto, non canonico, non condiviso.

Le mie esplorazioni, le mie indagini, non si sono rivolte dunque alla soggettività in quanto tale, ma a un’interiorità sociale, a una identità sociale, al mondo interiore che si struttura e, al tempo stesso, dà forma al mondo esteriore creando una circolarità dinamica fra individuo e cultura. Le realtà che le persone raccontano scambiandosi e negoziando i significati, sono infatti delle realtà sociali e sia la mente che l’identità sono parte del mondo in cui si vive. Gli esseri umani sono quello che sono non in virtù di una eredità genetica, di una pulsionalità istintuale, o di tratti disposizionali della personalità (Blumer 1969). Piuttosto, sono tali in quanto partecipano a una cultura che conferisce loro basi per il significato. In altre parole, noi sperimentiamo il mondo perché lo comprendiamo in certi modi, e non viceversa. Il significato non viene dopo il fatto, poiché l’esperienza è già un’interpretazione e noi agiamo in funzione delle nostre interpretazioni o spiegazioni. Queste non sono private, rinchiuse in una singola mente, ma vengono costruite attraverso uno scambio intersoggettivo con gli altri e con le agenzie istituzionali. Tale processo di costruzione congiunta di significati è la base di ciò che chiamiamo cultura.

La confusione tra norme prescrittive e costitutive ha portato a legittimare un’indebita competenza di diagnosi, intervento e conoscenza nel campo dei comportamenti sessuali alla psichiatria, alla medicina e all’antropologia legale. Tali discipline hanno ricondotto l’espressione della sessualità umana alle necessità riproduttive e alle proprietà tipiche della biologia del corpo, dimenticando che la sua espressione è principalmente legata ai significati delle narrazioni storiche, culturali, sociali e personali. La sessualità e l’erotismo di donne e uomini sono manifestazioni “nomadi”, mutevoli e cangianti, che trovano temporanea dimora all’interno di cornici socialmente generate e variabili da un sistema all’altro, o da un’epoca alla successiva.

Se vogliamo occuparci dell’esperienza umana e non di dati meramente numerici dobbiamo, pertanto, abbandonare i vecchi metodi di ricerca. Mentre le persone narrano, in una situazione interattiva, la storia della propria vita, negoziano significati e strutturano la propria identità. Proprio in quanto racconto di se stessi e della propria vita, l’autobiografia è strumento privilegiato per studiare il processo di costruzione della propria individualità, ma è anche un prodotto culturale e sociale, in quanto manifesta l’impronta della cultura e della società in cui la persona vive. La cultura e la società non solo influiscono sulla formazione dell’identità, ma vincolano e caratterizzano il modo in cui la persona parla di se stessa con gli altri membri dello stesso contesto culturale. Ciò sta ad indicare che il pensiero narrativo è, al contempo, prodotto e produttore di cultura e che qualsiasi problema psicologico è sempre prigioniero del dato sociologico (Inghilleri e Gasparini, 2009).

La società contemporanea, insomma, costruisce i suoi segni per poi, con paradossale maestria, provvedere a nasconderli e a presentarli come natura. La ricerca semiologico-ermeneutica è orientata a sviluppare una coscienza critica[1], mettendo in evidenza come la mente (in quanto prodotto culturale) vada a recuperare nella natura ciò che in essa vi ha riposto. 

La semantica Bdsm[2] 

Per quello che riguarda la mia esperienza clinica, le modalità di espressione delle sessualità non ordinarie non sono riconducibili ad un uso improprio della sessualità, quanto ad una base problematica nel costruire la relazione con l’altro (Hurni e Stoll-Simona 1996). Non si tratta mai solo di una questione di sesso, quanto piuttosto, e questo vale sia per gli uomini che per le donne, di un problema che nasce nel dialogo di interconnessione tra i generi. La tematica principale che poi si esprime attraverso una particolare grammatica sessuale è strettamente legata a dinamiche di potere e di controllo sull’altro, sia che si tratti di una donna che assume il ruolo di Mistress per prendersi una rivincita sul maschile, sia che si tratti di un “seduttore seriale” che agisce l’abbandono prima di subirlo, sia che si tratti di uno slave (schiavo) che prescrive all’altro i modi in cui è lecito soffrire per ottenere una vittoria sul dolore.

Dai resoconti raccolti in psicoterapia, i costrutti che emergono con più frequenza sono quelli della potenza e dell’impotenza, del controllo e della sottomissione, della vergogna e del trionfo, della forza e della debolezza, della colpa e dell’innocenza, della purezza e della corruzione, della vittima e del carnefice. Tutto sommato, il campo semantico è estremamente arido e povero, scientemente costruito estremizzando le due principali assunzioni di ruolo presenti all’interno di qualsiasi rapporto amoroso: “Cosa devo fare per farti star bene? Cosa devi fare per farmi star bene?”. La dimensione di significato che emerge è sempre l’esercizio di un dovere espresso ora attraverso l’affermazione della volontà, ora attraverso la ricerca di una qualche forma di noluntas e atarassia. Non si intravede mai la capacità di andare oltre la separazione delle proprie solitarie individualità, ovvero di formulare l’unica domanda in grado di aprire il varco ad una comunione[3] con l’altro, per vivere l’esperienza di una relazione d’intimità: “Cosa possiamo fare per stare bene insieme?”.

Le persone non sono mai collocate su un estremo piuttosto che sull’altro delle polarità semantiche sopraccitate, utilizzate per dare forma a queste esperienze non ordinarie della sessualità e dell’affettività. Hanno sempre posizionamenti intermedi, tanto da giustificare l’osservazione della clinica tradizionale, secondo la quale le espressioni di sadismo e masochismo sono estremamente amalgamate e mai completamente pure (Stoller, 1985; Gabbard, 2007). Detto in altri termini, danno vita a giochi dolorosi, in cui i carnefici si fanno forti della loro debolezza e le vittime si fanno deboli della loro forza.

I rituali o le sessioni all’interno delle quali viene rappresentato il gioco delle reciproche “fustigazioni” del corpo e dell’anima richiede cornici rigide, regole fisse e ruoli prestabiliti. Le anticipazioni dei partner sono inequivocabilmente organizzate e strutturate affinché – con calcolo matematico – nessun imprevisto possa contaminare la liturgia recitata sul palcoscenico dell’odio dell’amore. L’incapacità di uno dei partner di rimanere fedele ai copioni che i ruoli assegnati prescrivono comporta la pena peggiore: la fine del gioco e la negazione dell’esistenza dell’altro. Sono rituali, questi, in cui il gioco mortifero di potere e di umiliazione subita o inflitta lascia trasparire per paradosso la necessità vitale di affermare la propria esistenza. I legami che vengono a crearsi sono praticamente indissolubili, perché in definitiva lo scopo ultimo delle relazioni di “amorodio” consiste nell’esorcizzare il timore dell’abbandono attraverso la devitalizzazione di una prossimità affettiva vissuta come troppo pericolosa e disorientante. Il rischio di smarrimento dei confini identitari permette di stabilire esclusivamente rapporti vissuti “ad una certa distanza”, onde evitare la confusione tra i propri stati emotivi e quelli altrui. Inevitabilmente, l’altro viene reificato, ovverosia ridotto a oggetto, cosa o strumento. E’ sempre la conservazione di “una certa distanza” a generare le regole d’interazione e mai la ricerca della vicinanza con l’altro.

Tali dinamiche, che ad un primo sguardo possono apparire esotiche e atipiche, o quanto meno lontane da ciò che la maggior parte degli individui ritiene essere la vita di tutti i giorni, in realtà affondano le proprie radici nelle medesime matrici discorsive da cui originano anche i racconti delle storie d’amore più ordinarie. A ben vedere, soffrire per amore ed essere totalmente dediti all’amato sono tendenze esaltate dalla nostra cultura con toni romantici. Il quotidiano fornisce innumerevoli esempi di amori non ricambiati e di relazioni sofferte, glorificate ed esaltate al massimo dalle pratiche narrative sedimentate nell’immaginario collettivo che spazia dalle canzoni popolari all’opera lirica, dalla letteratura classica ai romanzi umoristici, dalle soap televisive alle produzioni cinematografiche acclamate dalla critica. Da questi modelli culturali apprendiamo che la profondità dell’amore si misura dall’intensità del dolore patito e che chi soffre davvero ama di vero amore. In tal modo, finiamo con l’accettare che la sofferenza sia una parte intrinseca e ineliminabile dell’amore, così come che la disposizione a soffrire per amore dell’amore sia un’attitudine positiva anziché negativa.

Esistono ben pochi esempi di rapporti scevri da manipolazioni, prevaricazioni e potere, probabilmente perché la trama degli scambi emotivi che connota le relazioni d’intimità è ben più sottile, elusiva e sussurrata rispetto a quella dei drammi fragorosi delle relazioni travagliate. Di solito, le loro possibilità “sceniche” vengono trascurate dalla società dello spettacolo, dalla letteratura, dal cinema e dalla musica. Immaginiamo, per esempio, di sostituirci agli sceneggiatori dei testi dei teleromanzi più seguiti e di provare a narrare una storia nuova. Nel nostro episodio tutti i personaggi comunicano tra loro in modo sincero, aperto e affettuoso. Niente bugie, niente segreti, niente inganni. Nessun abuso, nessun dominio, nessun desiderio di farsi vittima o carnefice di qualcun altro. Per un giorno, un solo giorno, gli spettatori potrebbero vedere persone impegnate in relazioni fondate sulla fiducia reciproca e su una comunicazione genuina.

Questa modalità di vivere i rapporti affettivi non solo sarebbe in netto contrasto con la forma abitualmente assunta da quei programmi, ma metterebbe anche in evidenza – per estremo e drammatico contrasto – quanto a fondo siamo pervasi dalla retorica dello sfruttamento, della manipolazione, della ricerca di rivalsa e vendetta, della deliberata induzione di gelosia, della menzogna e del ricatto, della costrizione e della sottomissione. La comparsa di un solo frammento di comunicazione d’amore e d’intimità profonda potrebbe apportare potenti cambiamenti alla natura e alla struttura di queste saghe senza fine, al pari della natura e della struttura del nostro comune modo di stare in relazione reciproca (Norwood 1985).

Ritratti di “ordinaria sessualità estrema”

  Vengono riportate cinque testimonianze delle diverse modalità attraverso le quali la sessualità “non ordinaria” è stata sperimentata, messa in scena oppure occultata, significata, narrata, subita da alcuni miei pazienti. La galleria di “ritratti” che qui ho voluto presentare costituisce una rassegna dei principali stili narrativi incontrati all’interno del percorso psicoterapeutico svolto.

Per correttezza espositiva, va precisato che il contesto clinico di riferimento abbraccia un’ottica interattivo-costruttivista. All’interno di tale modello la relazione psicoterapeutica assume i connotati di un’interazione in grado di facilitare l’attivazione di processi di cambiamento, al fine di promuovere una diversa auto-percezione e auto-rappresentazione da parte della persona. Un simile obiettivo viene raggiunto mediante la creazione di un contesto d’azione semiotico, sistemico e discorsivo capace di favorire la riorganizzazione del sistema linguistico-concettuale che influisce sulla definizione dello stato di disagio.

Dal punto di vista metodologico, le tecniche di raccolta informazioni maggiormente impiegate all’interno di un percorso di psicoterapia sono l’autobiografia, l’autocaratterizzazione e il colloquio clinico. I resoconti autobiografici sono espressione della funzione ermeneutica del pensiero narrativo applicata al mondo interiore. Non si limitano a riportare la storia di un’identità che continuamente si modifica e si ricostruisce, ma permettono di osservare quanto di culturale ci sia in tale ricostruzione, ovvero come il raccontare se stessi avvenga in relazione alla propria cultura di riferimento[4]. L’autocaratterizzazione (Kelly 1955) è uno strumento conoscitivo che privilegia l’indagine dei significati e dei criteri con cui la persona struttura e dà forma al proprio mondo interiore. Una classica consegna è la seguente: «Vorrei che Lei si descrivesse brevemente, in generale. Scriva questo breve bozzetto come potrebbe scriverlo un amico che fosse molto benevolo con Lei e che la conoscesse molto intimamente, forse meglio di chiunque l’abbia realmente conosciuta. Si ricordi di scriverlo in terza persona; per esempio cominci pure dicendo: Tizio è… o conosco Tizio….»[5]. Il colloquio clinico di stampo interattivo-costruttivista attribuisce invece all’individuo un ruolo attivo nell’esporre i propri problemi attraverso il linguaggio, nell’adottare particolari schemi narrativi e interpretativi, nel produrre parti di sé vissute come funzionali o disfunzionali, nell’organizzare e riorganizzare porzioni significative della propria identità (Salvini 1998; Inghilleri e Gasparini 2009).

Il materiale raccolto, proveniente da colloqui autobiografici, è stato reso in forma assolutamente anonima, nel rispetto della privacy di chi mi ha concesso di utilizzare alcuni frammenti della propria vita e soprattutto ha riposto in me la sua fiducia. Il termine autobiografia indica un account retrospettivo e individuale formulato in un dato momento della propria vita (De Waele-Harré 1979; Bruner 1990).

  Autocaratterizzazione di Adriano : la doppia vita

 

Gentile Dr. Inghilleri, sono un caro amico di Adriano e lo conosco molto bene. Nella sua vita ha dovuto affrontare delle situazioni dure, che lo hanno messo alla prova, e tutt’oggi so che sta affrontando uno stato di malattia pesante.

Di Adriano posso dire che è sempre stato un grande amico, forte e sensibile, sempre presente, ed è confortante sapere che nel momento del bisogno lui c’è sempre. Aver saputo che è stato in grado di scavare dentro di sé così a fondo come ha fatto, mi fa pensare a quanto sia forte e motivato.

La perdita della sorella Anna è stato un evento crudo ed improvviso, che lui ha affrontato in maniera decisa e con la consueta logica che lo contraddistingue. Ho sempre pensato di non poter afferrare in modo completo lo stato di sofferenza che stava passando – non fosse altro che per comprendere una certa situazione, ci si deve stare dentro – ma di sicuro ho capito quanto questo evento, unito ad un contesto familiare di un certo tipo, possa averlo portato a sviluppare i problemi che si trova ad affrontare oggi.

Le dinamiche di una famiglia, si sa, possono essere oscure ai molti, a volte di difficile comprensione anche a chi le vive direttamente. Ciò non di meno permeano la vita di ognuno in modo così profondo da condizionare l’esistenza. Una famiglia dicotomica, con  fratture interne come quella nella quale è sempre vissuto Adriano, lo ha portato a vedere la scissione come un fattore positivo, se non l’unica via di uscita. Il sentire e il vedere attorno a sé atteggiamenti e sentimenti fortemente contrastanti lo hanno talmente pervaso che egli stesso ha fatto della dualità un’arma, uno strumento di vita.

Adesso posso dire che non avevo affatto chiaro quanto potesse essere profonda questa dualità. Sono rimasto a dir poco sorpreso quando sono venuto a conoscenza di un suo alter ego femminile creato per poter essere “altro” rispetto alla facciata perbenista che doveva assumere e per poter prendere parte a giochi di ruolo che lo vedessero sottomesso e punito. Al di là di una sessualità vissuta in questo modo (tutti noi possiamo avere dei comportamenti considerabili più o meno bizzarri), quello che più mi ha colpito è il processo che lo ha condotto ad arrivare a  farsi  del male per delle colpe che non doveva sentire sue. A volte, la mente è davvero complessa, strana e crudele. Adriano sentiva il sangue scorrere nelle vene solo quando si trovava ad avere relazioni destinate a finire male, con la separazione e la sofferenza. L’amore era possibile solo nel dolore: questo era ciò che vedeva intorno a se stesso. Non volendo riservare la medesima sorte agli altri, cercava dei finali in cui fosse lui a soffrire in prima persona. Tutto sembrava legato alla passione e a un sentimento di amore vero a cui non si poteva dire di no, una fiamma bellissima che bruciava e ustionava fino allo spegnimento. Amore era dolore: la vita senza dolore e senza sofferenza era una falsità costruita da chi vive nel mondo delle favole.

Maria – sua moglie – ha rappresentato un’eccezione alla regola, in quanto è stata la prima persona che lo ha fatto sentire libero. Adriano ha visto in lei la possibilità di sorridere perché era giusto essere felice, di gioire perché era giusto gioire, di voler bene perché era giusto voler bene. In realtà non era però capace di fare tutto ciò, almeno fino ad oggi. Era come avere trovato un’altra strada, ma non essere capace di percorrerla.

Squadra che vince non si cambia, dicono i migliori allenatori, e così ha fatto Adriano. Pur intuendo che le cose avrebbero potuto essere diverse, ha continuato ad essere duale e ha pensato di poterlo sostenere. Maria l’ha colto e l’ha accettato, per continuare a stargli vicina per amore. La scoperta dell’Hiv ha aperto una voragine che l’ha costretto a fermarsi, girarsi, guardarsi intorno e prendere la mano di sua moglie per imparare a camminare su una strada nuova, colorata e profumata. Per arrivare a ciò, Adriano ha dovuto impattare con violenza contro la realtà, fino a soffrire di attacchi di panico e stati d’ansia. Insicuro, instabile, miope e debole, ha affrontato momenti davvero duri. In quest’ultimo periodo lo vedo più sorridente e con lo sguardo rivolto lontano. Maria è il primo oggetto delle sue attenzioni, il fattore più importante e presente nei suoi pensieri. Anche per questo, può essere capace di destabilizzarlo profondamente. Sullo sfondo resta la malattia, un qualcosa che pare possa essere controllato, ma che rimarrà comunque ad accompagnarlo per tutta la vita facendogli da monito.

 

Marilena: schiava per amore

 

Ho cominciato ad avvicinarmi al mondo della cultura Bdsm[6] dopo aver conosciuto Tetra Daath, il mio padrone: questo è il nome con cui desiderava essere chiamato nelle nostre sessioni, nei nostri giochi di dominazione e sottomissione. Ci siamo conosciuti grazie ad internet, dove io curavo un Blog di racconti erotici scritti da me. Erano più che altro racconti di mie fantasie, che mai avevo avuto il coraggio di vivere davvero.

Riversare in un sito internet tutto il mio mondo erotico mi faceva stare bene, era come confessarsi pubblicamente di ciò che, fin da bambina, mi ha sempre causato vergogna ed imbarazzo. Mi permetteva di vivere senza colpa le mie fantasie, grazie all’approvazione che gli internauti di passaggio sul mio sito manifestavano, lasciando un commento o svelando apertamente condivisione per ciò che fino a quel momento consideravo un’insana perversione del mio desiderio. Sapere di non essere la sola a sognare di appartenere interamente a qualcuno mi faceva sentire meno anormale. Ho legittimato i miei istinti e la mia sessualità attraverso gli altri che mi incoraggiavano, si proponevano, mi inducevano a liberare ciò che contrastavo e cercavo di combattere: rinnegando la mia natura, fingendo di essere la brava ragazza che non ha mai disatteso le aspettative di mamma e papà.

Il mio Padrone era riuscito a far breccia in un periodo assai particolare della mia vita. Stavo vivendo, infatti, il disorientamento totale per la fine del mio matrimonio, il matrimonio della coppia perfetta: due avvocati di successo che si erano sposati dopo un lungo fidanzamento, con una festa sontuosa perché questo era ciò che il mondo perbene di cui entrambi facevamo parte si aspettava da noi. Due estranei che si erano uniti in Chiesa, davanti a Dio, perché era ciò che i nostri ruoli ci prescrivevano, fedeli ai copioni scritti da altri ma non a noi stessi. La fine del mio matrimonio arrivò una sera di febbraio, quando il mio ex-marito mi disse che aveva un’altra con cui scopava meglio di me. Mi crollò il mondo addosso. Mi sembrava impossibile che io, proprio io, fossi stata tradita. Un tradimento che barattava la nostra vita perfetta con il brivido di un orgasmo che non fosse confuso con la routine di una buona evacuazione.

Tra le macerie del mio matrimonio, risposi così ad una mail di Tetra Daath, eh già ! Un po’ come fece la monaca di Monza con Egidio: la sventurata rispose… Cominciammo a scriverci sempre più spesso. Inizialmente, gli scambi riguardavano considerazioni generali sull’erotismo e la sessualità, poi furono prescrizioni che cominciai ad assecondare quasi per gioco. Stavo bene: la ferita non bruciava più e io scoprivo di me parti che non immaginavo nemmeno esistessero. Iniziò a rivelarsi l’identità di una Marilena che mai avevo conosciuto prima, oppure sì c’era sempre stata, ma che mai avevo ascoltato.

Ci scambiammo i numeri di cellulari. Dalle mail si passò a telefonate infinite e a Sms. La mia vita si riempiva e le mie fantasie curavano il dolore. Così come da rito, infine, ci fu il primo appuntamento.

Il primo appuntamento avvenne in un ristorante, nell’estate di due anni fa. Mi recai a quell’appuntamento esattamente come il mio Padrone mi aveva ordinato: un vestito leggero, corto, senza indossare biancheria intima. Mi feci masturbare in quel ristorante, davanti a tutta la gente che come noi stava cenando… Da quel giorno, solo ora me ne rendo conto, ho usato la sessualità per farmi del male. Ho sperimentato molto del mondo Bdsm, dalle sessioni di tortura, ad essere offerta ad estranei, a fare sesso con più uomini contemporaneamente, in gang bang[7], come si dice, organizzate dal mio Padrone. La fase successiva, quella che mi fece ripudiare dal mio Padrone, fu la fase della seduzione, dove sedurre era per me una sorta di obbligo interiore irrefrenabile. Mi faceva sentire forte, potente, invincibile. La parola seduzione per me aveva il significato di qualcosa che non si rivolgeva soltanto al mondo degli uomini: il mio desiderio di sedurre era un bisogno di sedurre persino le cose, un desiderio di intrecciare rapporti di fascinazione anche con oggetti inanimati. Mi ritrovai così a dover decidere se mettere a rischio la relazione con il mio Padrone o rinunciare alla sensazione benefica di essere onnipotente. Tetra Daath decise per me: mi ripudiò, mi scaricò come un oggetto vecchio di cui non si ha più nessuna utilità. Mi accorgo ora, solo ora che metto nero su bianco questa mia esperienza, che sedurre fu il primo passo che feci per curarmi, per ribellarmi: per dire fine. Il secondo è stato quello di venire in terapia da Lei, Dottore, alla ricerca di un balsamo per medicare questa mia anima sola, che non appartiene più a nessuno e che non è mai appartenuta nemmeno a me stessa.

 

Essere di qualcuno per riconoscersi

 

La prima volta che ho praticato dell’autoerotismo avrò avuto, credo, otto o nove anni. Mentre esploravo il mondo segreto, misterioso, celato tra le mie gambe, la mia mente già si accendeva con le prime fantasie erotiche. Nella mia prima fantasia, almeno quella che ricordo come prima, ero legata e venivo minacciata e poi colpita con ramo di bambù, molto flessibile. Da quella fantasia alle prime esperienze sado-maso ricercate attivamente, sono passati quasi venti anni. Ho sempre avuto con il mio corpo un rapporto sereno, così come ho sempre vissuto il sesso con curiosità e allegria. Ho sperimentato tutto quello che volevo. Mi piace fare l’amore, lo considero un modo molto particolare di comunicare senza parole. In queste mie esperienze ho scoperto il sesso, me stessa, ho esplorato la mia bisessualità, ho giocato ed amato. Sono arrivata al sado-maso qualche anno fa, attraverso un incontro e tanta spontaneità. Inizialmente non mi sono sentita malata o strana. Neppure diversa. Mi sentivo una donna che desiderava conoscere se stessa, seguire le proprie pulsioni e cercare il proprio piacere in ogni forma, non esclusivamente quella sessuale. Ciò che mi sgomenta ancor oggi è la forza attraverso cui il dolore enfatizza ed esalta le mie sensazioni e il mio piacere. Sono una masochista, sì, e il dolore aumenta il mio piacere. Il dolore aumenta la mia percezione dell’altro. La sensazione, la mia sensazione di sentirmi posseduta, mi fa sentire voluta e per questo amata. Uno schiaffo durante l’esperienza amorosa per me è una dichiarazione d’amore e di desiderio. Piegare la testa e accettare un’umiliazione non mi fa sentire sottomessa, piuttosto mi sento di appartenere a qualcuno, di essere di qualcuno, di ricevere un dono, un atto d’amore. Quante volte ho usato la parola amore. Per me l’amore è passione, slancio, abbandono, complicità. Amore vuol dire per me soprattutto rispettare l’altro e noi stessi. Rispettare significa scegliere, poter sempre dire «no, grazie». Secondo me le donne scambiano spesso e volentieri la libertà e l’emancipazione sociale con l’incapacità di scegliere. Può sembrare paradossale, ma alla base di un rapporto sado-maso, nell’incontro Padrone/schiava, esiste sempre la possibilità di un no, la libertà di una scelta, un arbitrio esercitato in modo consapevole. Per potersi donare ad un altro occorre prima di tutto appartenersi in modo totale e consapevole. Con questo intendo il riconoscere l’altro e il riconoscere noi stessi, nella ricerca, anche del dolore, di un piacere comune.

Mi rendo conto che scrivere di queste mie esperienze è frustrante. Mi sembra di banalizzare e di non saper rendere con le parole emozioni così piccole e sfumate e, al contempo, tanto esplosive e dirompenti. Si rischia di sembrare sciocchi o addirittura assolutamente incomprensibili. Mi sembra, scrivendo, di razionalizzare il mio percorso, di togliergli la vita di cui è invece denso. Posso concludere riassumendo le mie esperienze con ciò che è stato il mio primo passo: esplorare e conoscere. Imparare a guardare dentro noi stessi senza ipocrisie o preconcetti e cercare ciò che si nasconde nel nostro immaginario e nel nostro vissuto. Mai precludersi nulla. Mai accettare tutto. Il resto, che sia un gioco di ruolo, che sia un oggetto, una frusta, la posizione del missionario o l’uso dello strap-on, è solo scenografia. È un palcoscenico, un rito necessario che ti aiuta a non essere un personaggio in cerca d’autore, l’ombra di un te stesso che non hai mai avuto il coraggio di essere.

 

Master per (pro)vocazione

 

Sinceramente, dottore, io non sarei mai venuto qui da lei in terapia di coppia. Non lo ritengo necessario. Ho deciso di venire incontro a mia moglie perché la terapia è una sua esigenza. Venire qui, per me, è dimostrare a mia moglie che ciò che lei considera stranezze, originalità del mio modo di vivere la sessualità, non è che un pregiudizio frutto di condizionamenti educativi e di una visione bigotta e punitiva del piacere. Le leggende metropolitane, a cui spesso avete contribuito voi psico-qualcosa, argomentano che al BDSM si approdi sempre per colpa di abusi infantili. Sicuramente questa è l’esperienza di alcuni, ma l’interesse per l’erotismo estremo è semplicemente la conseguenza di un’esplorazione della propria sessualità e di istinti comuni a qualsiasi persona, lei compreso.

Dominazione e sottomissione sono due aspetti normali e naturali degli esseri umani. Il nostro carattere è strettamente dipendente da quanto questi aspetti siano repressi o lasciati liberi di esprimersi. Uno dei contesti dove si manifestano queste tendenze comuni a noi tutti è chiaramente la sfera sessuale, che è soggetta a inibizioni e a convenzioni di comportamento. In poche parole, dottore, io penso che tutto dipenda dall’atteggiamento che noi manifestiamo nei confronti delle nostre pulsioni. Più mi sento tranquillo nel mio corpo e più sono sereno nei confronti della sessualità, disponibile ad esplorarla e a scoprire il fascino di queste pratiche. Al Bdsm si arriva per strade differenti. C’è chi vi giunge iniziato dal proprio partner, chi invece resta incuriosito da una lettura o da delle immagini, oppure per sperimentazione spontanea, come io ho fatto. Si figuri che, per quello che mi riguarda, a soli sei anni ho scoperto che c’era un qualcosa di divertente nel pensare di legare e torturare una gentile fanciulla. Altro che il Principe Azzurro, che corre in soccorso della bella di turno. Altre mie conoscenze, invece, hanno disvelato a loro stessi il fascino di certe fantasie guardando banalmente la TV o andando al cinema. Con ogni probabilità, qualsiasi cinema parrocchiale ha sfornato persone che voi psicologi diagnostichereste come perverse.

Il segreto del Bdsm non dovete cercarlo nel sesso, ma piuttosto nel gioco. Il bambino è sempre innocente quando gioca ed è chiaro che imbarazzo, schifo, crudeltà e preoccupazione sono solo del mondo adulto. Il bambino, quando gioca, ha solo sensazioni ed emozioni interessanti, prive di significati etici. Basta pensare a quanto sono schifosi certi giochi di bambini, che si imbrattano con il fango o addirittura che giocano con le feci. A farci inquadrare le cose in modo diverso, a spiegare cosa sia il bene e cosa sia il male ci saranno gli insegnamenti dei grandi, dei maestri degli educatori e degli… psicologi. È questa proibizione che poi determina i problemi psicologici che accompagnano un po’ tutti crescendo. Insomma, siete voi che create il problema. Il paradosso è che poi vi proponete anche come cura. Ma da quando malattia e guarigione coincidono? Potrebbe leggersi un bel manuale appena pubblicato da uno che pratica il Bdsm, mi pare che si chiami Bdsm: guida per esploratori dell’erotismo estremo. Io l’ho praticamente imparato a memoria. Se lo leggerà, capirà che non siamo malati, non più di quanto lo siate voi che scrivete cose pseudo-scientifiche o che vi sentite in colpa – come mia moglie – per non aderire alle prescrizioni convenzionali del perbenismo benpensante. Non mi ricordo chi, ma si dice : se non riuscite a capire qualcosa allora diagnosticatela, no? Non l’ha mai sentita questa frase? Mi dica lei dottore…

 

La pianista: insight attraverso la visione di un film

Ho guardato il film che mi ha suggerito di vedere: «La pianista». Mi ha scosso parecchio. Ricordavo di averlo già visto, ma non ricordavo niente in particolare, se non la cattiveria con cui la protagonista aveva tagliato con dei vetri la mano di una sua allieva. Ricordavo anche una relazione di sesso con un ragazzo più giovane di lei, relazione vissuta in modo strano, ma non ricordavo altri dettagli. Aver visto questo film mi ha intristito, perché capivo cosa la protagonista stava facendo. Allo stesso tempo, mi rendevo conto che una storia del genere vista da chi non l’ha vissuta non è assolutamente comprensibile, e la pianista sembra fondamentalmente una persona malata e fuori di testa. Così ero io ed è brutto ammetterlo, o meglio, ammetterlo è già una gran cosa, è già parte della cura. D’altra parte, sapere che solo in pochi possono capire, beh un po’ mi fa stare male.

Le somiglianze ci sono: la pianista riceve dalla madre una missione, essere la migliore. Per farlo deve essere fredda e meticolosa, senza mai lasciarsi andare alle emozioni. La madre, poi, usa il senso di colpa per non farla felice, per manipolare ed ottenere quello che vuole, per controllarla morbosamente come fosse ancora una bambina. Mi ha fatto venire in mente quando mia madre mi disse con orgoglio che mi aveva fatto pedinare da mio zio, per sapere se frequentavo gente pericolosa. Alla luce di quanto aveva scoperto, poteva andar fiera di me, ma allo stesso tempo aveva minato il senso di fiducia reciproco.

La pianista era scissa, come lo ero io. Scissa tra la persona fredda e controllata che doveva essere in pubblico e la persona sensibile, passionale e desiderosa di affetto che era in realtà. La sessualità era, comunque, una dimensione da tenere lontana da sé. Il sesso apparteneva ad un altro universo, veniva visto come qualcosa di sporco e sudicio, ma allo stesso tempo di necessario per provare emozioni. Le pulsioni sessuali erano attraenti per il loro significato proibito. Tuttavia, provare piacere per il sesso era motivo stesso di colpa e frustrazione, piacere degno di essere punito. Per non perdere il controllo del controllo, il sesso andava vissuto dettandone le regole, magari per iscritto, in maniera impersonale, ed ogni piacere doveva essere causato con dispiacere dall’azione violenta del partner. Il partner veniva scelto tra coloro che permettevano di mantenere il controllo e che già dall’inizio lasciavano presagire una “mala” fine alla storia.

Mi fa male pensare di aver agito come la protagonista del film. Mi fa male anche adesso che il sesso è diventato espressione normale e comune di tutti i giorni, tra una tazza di caffè e una gita al mare. Ora il sesso non è legato ad un gioco, ad uno schema, ad una corda, o ad un fallo in gomma. Piuttosto, rappresenta lo stare assieme a chi si ama, senza ricorrere a feticci, perché non c’è nulla di male nel voler stare bene con se stessi e con gli altri. Per la pianista non è stato possibile uscire da quegli schemi. Si è scoperta incapace di amare ed essere amata, in quanto confondeva le pulsioni sessuali con l’amore. Questa confusione era così pervasiva che togliersi la vita sarebbe stata l’unica via d’uscita. Essere arrivato, a mia volta, così vicino a tutto ciò è orribile. Essere ancora qui per raccontarlo è una gran fortuna! È una gioia poter dire di saper amare finalmente, dopo tanta sofferenza.

Conclusioni

Le narrazioni raccolte ed offerte ai lettori portano in superficie alcuni interessanti spunti di riflessione.

Innanzitutto, la sessualità sembra farci ancora tanta paura (anche se – in apparenza e ingannevolmente – l’abbiamo “liberalizzata” da quasi quarant’ anni oramai): sono in effetti molteplici le incertezze, i timori, le angosce espresse dai soggetti narranti.

Al contempo, le narrazioni fanno ben capire come sia ancora molto radicata l’idea che alcune sessualità siano “pulite”, altre “sporche”, “devianti”, “portatrici di malattie”; quanto sia ancora forte la relazione tra sessualità, “proibito”, “torbido”, “trasgressione”, cioè quanto una serena e pacata espressione della sessualità, lontana da paure e da innesti e metafore hardcore, sia ancora, per molti, una vera e propria utopia. La paura, ma al contempo il gusto del proibito, del rischio, della trasgressione che si accompagna all’idea di sessualità, da un lato pare funzionale al marketing del sesso; dall’altro al trionfo della morale e dei moralismi, tanto da costringerci ad inventare ed accettare metodi di difesa efficacissimi: ad esempio, l’educazione sessuale e la sessuologia.

Personalmente credo che questa paura della sessualità non sia che paura dell’amore, paura di amare e di essere amati. Se fossimo davvero capaci di amare, e non soltanto di farci amare, il nostro mondo crollerebbe, dal momento che è costruito su tutto tranne che sull’amore (Bernardi 1977).

I modelli simbolici attraverso i quali progettiamo le fondamenta delle nostre relazioni affettive – qualsiasi esse siano – non prevedono mai l’ammissione di un atto d’amore gratuito. Difatti, o assumono uno schema che prende ispirazione dalla metafora religiosa, dove incontriamo un Dio che non ci ama per ciò che siamo, ma per ciò che dovremmo essere (fedeli, non peccatori, ecc.)[8], oppure trova ispirazione all’interno di una morale di scambio economica e utilitaristica, in cui vige la legge del do ut des. In entrambi i frangenti, i rapporti che regolano le relazioni tra gli esseri umani sono caratterizzati dal vincolo: nel primo vale infatti la logica del dovere, del sacrificio, della sottomissione, dell’obbedienza e dell’imperfezione; nel secondo vale, invece, la logica della mercificazione dei rapporti affettivi scambiati come oggetti di consumo tra le persone.

L’amore, a pensarci bene, è qualcosa di assurdo per la mentalità corrente. È fuori da ogni abitudine, da ogni limite sociale, da ogni regolamento e persino da certi tipi di legame tradizionale. Se questo è vero per l’amore in generale, ritengo che sia legittimo anche per l’amore più specificatamente colorato di erotismo, e cioè per la sessualità umana. La norma, la restrizione, la disciplina, possono essere un problema di opportunità, di costume, di organizzazione sociale. Non sono, però, mai un vero problema di etica sessuale. La sessualità non può essere immorale. Al contrario, è fonte di coscienza morale. Nonostante ciò, continua a rappresentare una delle questioni più spinose e imbarazzanti per l’uomo della modernità, così come per quello della postmodernità.

A ben vedere, ogni problema che la riguarda deriva dalla sua elaborazione secondaria e dalle tensioni prodotte da una società che cerca costantemente autoprotezione. In tal senso, la sessualità rappresenta un problema inventato, o meglio generato dalle pratiche discorsive collettive che l’hanno nominata e definita, e che ognuno di noi ha interiorizzato attraverso un processo di socializzazione portato avanti dalle principali agenzie educative: la famiglia e la scuola.

Il più classico e anche il più diffuso dei circoli viziosi che riescono ad imprigionarci all’interno delle relazioni affettive, è rappresentato dalla tipica frase: “Se mi vuoi bene, allora fai questo o sii questo”. Nel lanciare una siffatta ingiunzione paradossale lasciamo al partner solo due alternative. La prima comporta la necessità di disconoscere se stesso e i suoi bisogni per adeguarsi alla nostra prescrizione, fino al punto di costringerlo ad incarnare un ruolo che non gli corrisponde, pur di salvaguardare una relazione affettiva importante. La seconda alternativa gli consente di restare fedele a se stesso e alla propria identità, facendogli però percepire di essere sbagliato o addirittura imperfetto e inadeguato, giacché viene meno alle nostre aspettative. Entrambe le soluzioni esercitano effetti negativi e terribili sulle persone, dal momento che sottendono la perdita della propria identità o la perdita dell’approvazione, del sostegno e dell’amore di chi viene ritenuto importante per la propria esistenza.

La prima opzione – quella del disconoscimento di se stessi – rende succubi di ogni forma di autorità interna o esterna, configurando il disagio e la sofferenza sottoforma di dipendenza e di scarsa autonomia. Ubbidire e assecondare le aspettative altrui diviene il prezzo da pagare per essere amati e riconosciuti come persone. In simili situazioni, le condotte auto-lesive o auto-punitive fioriscono come margherite in un prato a primavera. La responsabilità di essere come gli altri ci vogliono rappresenta spesso un peso insostenibile, da cui è possibile evadere attraverso la ritualizzazione della sottomissione.

La seconda opzione – quella dell’affermazione di se stessi – conduce ad opporsi all’autorità per sovvertirla, fino a trasformare l’umiliazione di un rifiuto nella brutalità di un trionfo. L’aggressività e la rabbia, che esprimono la sofferenza di non sentirsi amati a fronte della propria diversità (o meglio unicità), vengono quindi rivolte contro chi ha rifiutato la differenza, mostrando il limite e l’impotenza del suo amore. È così che il punito si trasforma in punitore, attraverso la messa in scena di un gioco rituale di dominio.

 

 

Bibliografia di riferimento

 

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[1] W.W. Bartley (1934-1990), allievo di Popper, individua la tesi per cui ogni discorso “razionale” deve necessariamente porre capo a un presupposto irrazionalmente accettato, un dogma che vada assunto per fede e che, come tale, è al di là di ogni possibile critica. Questo Autore sostiene che il problema in Filosofia della scienza non è più quello dello statuto scientifico delle teorie, bensì quello del loro statuto razionale. Pertanto, la distinzione fondamentale per il progresso della conoscenza è nella demarcazione tra teorie critiche e teorie non critiche.

[2] Bdsm è un acronimo composto da: Bondage (B), Bondage&Disciplina (BD), Dominazione e Sottomissione (D&S), Sadismo e Masochismo (S&M). Queste parole indicano un complesso di pratiche relazionali e/o erotiche e/o preferenze sessuali, che se considerate al di fuori di un contesto consensuale sono generalmente considerate spiacevoli e indesiderabili, ma secondo la cultura Bdsm sono fonte di soddisfazione reciproca, e strumento di costruzione di un rapporto interpersonale.

[3] Il termine comunione deriva dall’aggettivo “comune”, che in greco si dice coinòs. Da coinòs deriva anche coinonia, che vuol dire “accomunamento”. A sua volta “comune” deriva dal latino “cum munus” e da “cum moenia”. “Dono” e “difesa” comuni fanno parte degli aspetti affettivi della relazione.

[4] Un resoconto autobiografico consiste nell’incarico che si assume il narratore di descrivere nel presente il corso degli avvenimenti di un protagonista nel passato. Narratore e protagonista sono la stessa persona. L’autobiografia, dunque, è uno sforzo interpretativo da parte di un soggetto mosso dalla necessità di dare un senso a ciò che è accaduto per trovare e costruire la propria identità e, come tale trasforma la vita in un testo, per quanto implicito o esplicito questo possa essere.

[5] Kelly (1995) propose precisi criteri di lettura degli elaborati, ai quali si rimanda in bibliografia, sottolineando come il rigore dell’analisi necessiti l’esplicitazione di tali criteri rendendo così confrontabili le modalità e i processi di interpretazione.

[6] Cfr. nota n. 2.

[7] Una gang bang è una situazione in cui un soggetto, di sesso maschile o femminile, svolge attività sessuali di vario tipo con una moltitudine di partner, non necessariamente del sesso opposto. Si differenzia dall’orgia, ovvero dal sesso di gruppo, di cui costituisce una variante, perché in questo caso la relazione è uno-a-molti, nel senso che il soggetto protagonista della gang bang è al centro dell’attenzione di tutti gli altri partecipanti.

[8] Basta pensare al racconto di biblico di Abramo e Isacco, o alla storia di Giobbe e alla scommessa che Dio fa con Satana.

 

da  Sessualità narrate. Esperienze di intimità a confronto  (di Inghilleri M., Ruspini E,)

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