Lunedì, 16 Dicembre 2013 14:56

Sindrome da stress

La difficoltà stessa di vivere può diventare l’unica cosa che tiene in vita alcuni individui (A. Polgar)

Il termine stress indica uno stato di iper-attivazione psicofisiologica connessa non tanto ad eventi “oggettivamente stressanti”, quanto alla valutazione/interpretazione che l’individuo dà di determinate attività, situazioni e circostanze di vita in rapporto alle risorse di cui ritiene di disporre.

Ciò non toglie che le singole circostanze di vita possano assumere una specifica portata nell’esistenza di una persona, in termini di risvolti fisici, cognitivi, emotivi o relazionali. Tra gli agenti stressanti che portano ad attivare una risposta di adattamento compaiono fattori di tipo fisico e biologico (cambi stagionali, agenti virali, aspetti nutritivi e alimentari, inquinamento, sforzi fisici, traumi organici, ecc.), fattori di tipo sociale (il cui impatto è commisurato alla velocità dei cambiamenti da affrontare) e fattori di tipo psicologico (problemi quotidiani al pari di grandi eventi esistenziali, come ad es. la morte di una persona cara, una separazione o un divorzio, la nascita di un figlio, il pensionamento, ecc).

D’altra parte, gli eventi hanno sempre a che fare con un individuo che li riveste di significati personali e che tenta di gestirli al meglio delle proprie possibilità. In tal senso, non esiste un grado ottimale di stimolazione: c'è chi predilige una vita stabile e tranquilla, chi invece cerca una vita frizzante fatta di continui cambiamenti. Non esistono pertanto precise regole, fatta eccezione per una: la differenza nelle risposte individuali risiede nel “come” la persona vive la situazione.

Tipico è il caso di coloro che hanno uno stile di vita caratterizzato da un continuo senso della fretta, da scarsa fiducia in sé, da competitività e aggressività. Il timore di perdere tempo spinge ad occuparsi di più cose contemporaneamente, in una continua lotta con l'orologio. L'insicurezza e la scarsa fiducia in sé spingono, invece, a tentare di compensare il senso d’inadeguatezza attraverso l’impegno e lo sforzo per ottenere risultati sempre maggiori. Il che finisce con l’attivare un circolo vizioso in cui l'insicurezza anziché diminuire aumenta, al pari della tendenza a farsi carico di impegni pesanti e responsabilità. Questo incessante “darsi da fare” può favorire lo sviluppo di una condizione di frustrazione e rabbia, che accresce la difficoltà nel far fronte agli eventi di vita e il rischio di andare incontro ad una condizione di malattia. Il tutto crea i presupposti di un progressivo logorio, che influisce sulle risorse e le difese immunitarie, minandole alla base e indebolendole. Tra i sintomi comunemente associati allo stress compaiono palpitazioni, secchezza alla bocca, aumento della sudorazione, alterazione dell’appetito, disturbi del sonno, disturbi gastrointestinali, eruzioni cutanee o eczemi, cefalea, cervicalgia, stanchezza, difficoltà di attenzione e concentrazione, ansia, depressione, ecc.

Pubblicato in Psicoterapia
Martedì, 19 Novembre 2013 14:44

Il "volto" della vergogna

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L’esperienza di venir guardati, mentre in alcuni casi ha il valore della ricompensa, in altri diventa fonte di ansia e vergogna.

La vergogna è il risultato di problematiche relative agli aspetti “attivi e passivi” dello sguardo.

Per quanto concerne “la passività del venir guardati” intendiamo quel processo di delega per cui accettiamo di sottrarci al nostro sguardo su di noi per diventare “oggetto di spettacolo” dello sguardo dell’altro. La vergogna è sempre vergogna di fronte a qualcuno che mi guarda e mi spoglia della mia soggettività (Galimberti, 1988). Con la vergogna, scrive J.P. Sartre (1952), si definisce un chiasma tra l’essere per sé e l’essere per l’altro, per cui il soggetto, succube del suo desiderio di esibirsi, non è più in grado di reclamare il diritto di vedere senza essere visto. Il timido, nel suo farsi attraversare dallo sguardo dell’altro, esprime una coscienza costante e viva del suo corpo quale esso non è per lui, ma per l’altro; è colui”, come sostiene Sartre (1952), che si rassegna a vedersi con gli occhi dell’altro anziché assumersi l’impegno di costruire una percezione seppur limitata di sé, ossia di “farsi soggetto” che esprime il proprio intendere, desiderare, valutare. In altre parole, la persona che si vergogna è colui o colei che, essendo incapace per effetto di bassa autostima di viversi autenticamente, cerca in modo esclusivo il riconoscimento del proprio valore nel giudizio altrui.

Galimberti nel volume L’immaginario sessuale (1988) così si esprime a chiarimento di quanto sopra sostenuto: “ Se compio un gesto sconveniente o volgare, se sono solo non lo giudico e non lo biasimo, mi compio semplicemente in esso vivendomi come in qualsiasi altro, ma se improvvisamente mi accorgo che qualcuno mi ha visto, subito realizzo la sconvenienza e la volgarità del mio gesto e ne provo vergogna. Ho vergogna di me quale appaio agli altri.” Questa dimensione del mio essere, che è poi la dimensione della mia oggettività, è qualcosa che non mi appartiene, ma appartiene all’altro che con il suo sguardo l’instaura. A generare il senso di vergogna non è tanto la sconvenienza del gesto, o dell’apparire, se è vero che di quel gesto o di quella sembianza non mi vergogno in solitudine, ma il dover subire un’oggettivazione da parte di altri, perché come oggetto mi manifesto agli altri. La vergogna è il sentimento che la mia soggettività prova quando, impotente, assiste alla propria oggettivazione che si produce in presenza di altri.

Solo quando sapremo accettarci per ciò che siamo, fondando la nostra “presenza” sul rifiuto di esistere per le aspettative altrui, e sapremo sostenere con dignità lo sguardo di chi ci guarda, avremo superato il sentimento primitivo di inferiorità e quindi di vergogna.

Da quanto fino ad ora riferito, si comprende pertanto che la vergogna rappresenta quello stato emotivo dove la persona concepisce i rapporti interumani come rapporti asimmetrici di dominio-sottomissione e dove sempre ad uno, ma mai ad entrambi, è data la detenzione del potere di far breccia nel segreto dell’altro. Solo quando i rapporti umani sono all’insegna della reciprocità e dello scambio cade la vergogna.

Tuttavia, non ci si vergogna soltanto perché si diventa “oggetto passivo” di spettacolo poiché nel momento in cui siamo visti proiettiamo nello sguardo dell’altro anche le nostre intenzioni e i nostri desideri. Molte formule linguistiche del tipo: “ha gli occhi più grandi della bocca”, “mangia con gli occhi”, “i suoi occhi sprizzano veleno”, ecc.., sono espressione della proiezione di un vissuto attivo che assume carattere di penetrazione, dominio, violenza. Anticipazioni e attribuzioni che raccontano più di noi che dell’altro. Ci sono sguardi che infondono fiducia e coraggio, ma altri che spiano, rubano, carpiscono impunemente segreti. Coloro che si sentono soggiogati dallo sguardo altrui sono spesso persone che proiettano nell’altro il proprio mondo “predatorio” di guardare. Quando la nostra “malvagità”, tramite un processo di “identificazione proiettiva” (Klein, 1935), viene depositata nell’altro, l’altro stesso, specchio dei nostri vissuti, si trasforma in un persecutore che con il suo sguardo ci scruta “sadicamente” e ci “minaccia”.

Lo psicotico angosciato dallo sguardo dello specchio, rompe lo specchio, i cui frammenti diventano altrettanti occhi che moltiplicano l’effetto mostruoso e terrifico. Quando gli occhi degli altri ci “perseguitano” è perché in essi troviamo “proiettata” in modo inconsapevole la nostra malvagità (Imbasciati, 1983). Questo spiega perché nell’antichità il prezzo della chiaroveggenza veniva pagato con la cecità. L’indovino era colui che sacrificava a vantaggio della propria profondità conoscitiva le proprie tentazioni di “controllo” sul mondo esteriore.

Il seduttore non vede l’altro, ma lo guarda furtivamente per impossessarsene. Vi sono sguardi d’amore e sguardi di possesso. L’amore è povertà e carenza, è attesa che l’altro corpo percorra uno spazio e, colmando un vuoto, incontri (Galimberti, 1988). Nell’incontro non c’è fruizione di un corpo, ma accoglimento di un dono. I gesti non afferrano; gli sguardi non possiedono, accolgono la gratuità di un’offerta che l’altro, nella pienezza della sua soggettività, concede.

Possiamo quindi comprendere come la vergogna sia conseguente non solo al nostro essere passivi al cospetto dell’altro, ma anche alla “smaniosa concupiscenza di possedere l’altro”, di volerlo “afferrare”, violando costantemente con il nostro sguardo “avido”la sua intimità.

Pubblicato in Psicoterapia
Giovedì, 14 Novembre 2013 15:22

Parlare ed ascoltare

Parlare ed ascoltare ilmplicano il riconoscimento dell'alterità. L'incapacità di comunicare è diventata in questi ultimi decenni espressione sempre più costante ed avvincente della narrativa orrifica.

I morti viventi, i fantasmi, gli esseri senza cervello e senza cuore che, nelle immagini dei film e tra le pagine dei romanzi dell'horror, di tutto si appropriano e tutto divorano, ci parlano di quell'alienità che è mancanza di dialogo.

La spettacolarizzazione della poetica dell'orrore sta proprio a indicare il disfacimento di un ascolto negato o impossibile.

I mostri di un immaginario violento e sopraffatorio sono involucri esteriori senza volto, espressione emblematica di un'assenza di identità. Forma senza corpo e corpo senza forma sono due facce della stessa medaglia: il fallimento di ogni possibile incontro.

Martedì, 22 Ottobre 2013 11:07

Gioco d'azzardo

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La caratteristica fondamentale del gioco d'azzardo patologico è un comportamento persistente, ricorrente e maladattivo di gioco d'azzardo, che compromette le attività personali, familiari, o lavorative. La maggior parte degli individui afferma di ricercare l'avventura (uno stato di eccitazione ed euforia) ancora più dei soldi. Possono essere necessarie scommesse e puntate progressivamente più ingenti, o rischi maggiori, per continuare a produrre il livello di eccitazione desiderato. Spesso continuano a giocare nonostante i ripetuti sforzi per controllare, ridurre o interrompere il comportamento. Possono provare irrequietezza o irritabilità quando tentano di ridurre o interrompere il gioco d'azzardo. Possono giocare per risolvere i propri problemi o alleviare un umore disforico (es. sentimenti d’impotenza, colpa, ansia o depressione). Possono altresì sviluppare una modalità di rincorsa al ripristino delle perdite riportate, mediante il bisogno di restare sempre nel gioco (spesso con puntate più forti o assumendo maggiori rischi). Possono mentire per occultare l'entità del proprio coinvolgimento. Quando le possibilità di ottenere prestiti sono esaurite, possono ricorrere a comportamenti antisociali per ottenere denaro (es. contraffazione, frode, furto o appropriazione indebita). A fronte di tale atteggiamento, possono mettere a repentaglio una relazione significativa o perdere importanti opportunità lavorative. In alternativa possono cercare di scappare, scaricando sulla famiglia una situazione finanziaria insanabile e disperata.

Pubblicato in Psicologia clinica
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