Counseling e psicoterapia con arabi e musulmani. Un approccio culturalmente sensibile

Quando sul lettino il paziente è arabo (e non è mai solo)

LA TERAPIA, PER QUESTI MUSULMANI NON PUÒ SEGUIRE I PERCORSI BATTUTI IN OCCIDENTE. A DIRLO È UNO PSICOLOGO CHE LAVORA A NAZARET. E NELLE SUE SEDUTE CHIAMA IN CAUSA LE FAMIGLIE E IL CORANO

di Giacomo Papi *
(Il Venerdì di Repubblica, 1 maggio 2015)
Nel 1978 un giovane psicologo palestinese, Marwan Dwairy, aprì a Nazaret, la sua città natale, il primo centro psicologico per arabi palestinesi. Aveva studiato ad Haifa, in Israele, era inesperto ed entusiasta. Credeva che nelle teste umane si agitassero le stesse gioie e gli stessi disagi, e che la psicologia fosse universale. Poi, un giorno venne un uomo. Era anziano, soffriva di paure e fobie. Il giovane medico gli sottopose dei test di disegno, ma l'altro appariva agitato. «Sono nervoso» spiegò «perché ho un appuntamento con un dottore». Dwairy, che aveva 25 anni, riuscì a convincerlo di essere lui, il dottore, e l'uomo si calmò, ma al momento del congedo disse: «La prossima volta, dottore, porterò il flauto. Oggi abbiamo disegnato, la prossima volta io suonerò e lei canterà». Per Dwairy fu una prova che la cultura è un muro alto, che si può scalare assecondandola, arrendendosi e cercando un'alleanza.
Marwan Dwairy è l'autore di Counseling e psicoterapia con arabi e musulmani, un manuale per specialisti pubblicato da Franco Angeli (pp.193, euro 29) che si legge con un senso di sgomento crescente perché afferma che le differenze culturali producono differenze psichiche profonde, al punto che, in culture diverse, sintomi identici possono indicare patologie distinte e richiedere terapie opposte. I disordini alimentari, per esempio, che nel mondo arabo musulmano sono meno diffusi, lì indicherebbero difficoltà di relazione, mentre in Occidente sono legati al Sé. Le implicazioni sono radicali. La cultura non è qualcosa che le persone possiedono. E qualcosa che possiede le persone. La differenza fondamentale, per Dwairy, sarebbe tra la cultura individualista dell'Occidente e quella collettivista-autoritaria degli arabi musulmani, dove la sfera del Sé non si stacca mai dalla famiglia e dalla comunità, che perciò devono avere una parte attiva nella terapia. «Il problema è che cosa vuol dire curare» dice Alfredo Ancora, psichiatra transculturale e curatore del libro, «il sistema culturale e famigliare non si cambia, è la cornice all'interno della quale bisogna operare. Dwairy dice che la terapia non è un luogo dove cambiare la cultura. Non è il luogo per la liberazione della donna o per mettere in discussione la religione. In Occidente crediamo di avere la verità, ma io che mi occupo di psichiatria culturale da trent'anni ho capito che la cultura può non essere un ostacolo, ma una fonte di cambiamento. Però bisogna guadagnare la fiducia del paziente, perché fidarsi vuol dire affidarsi». Il problema è: fino a che punto.
Che cosa bisogna fare davanti a una donna sottomessa fino all'annullamento, a un ragazzo paralizzato dalla paura del padre o a un uomo così ansioso da ripetere le sue preghiere fino al fanatismo? La risposta di Dwairy è: non tentare di correggere, meno che mai di distruggere la cultura dell'altro, cercare invece un'alleanza con il marito aguzzino, il padre tiranno e usare i versetti del Corano. Il libro ne elenca un repertorio: «A un genitore negligente o violento, un terapeuta può citare il versetto: Il bene e i figli sono il decoro della vita presente". (...) Per favorire il dialogo in una famiglia (...) si può citare il principio islamico di ricevere consigli, sura 38». Dwairy arriva a dichiarare: «La psicoanalisi freudiana è inadatta nel caso di clienti arabo-musulmani tradizionalisti» perché sarebbe troppo destabilizzante. Per Dwairy la consapevolezza non è necessaria, anzi può essere dannosa, e il terapeuta deve stare attento a promuoverla. È la prospettiva a ribaltarsi: la cura deve attutire il disagio, non affrontarlo alla radice. Alfredo Ancora sembra d'accordo: «Bisogna adottare una modalità morbida, in punta di piedi. Le famiglie musulmane in Italia hanno dovuto fare i conti con la nostra cultura, il che non vuol dire che le donne sono diventate femministe, le famiglie aperte e i figli ribelli, ma già il fatto che chiedano aiuto è un passo grandissimo».
Anche secondo Ancora il fattore essenziale è la famiglia. «Una volta, nel caso di una famiglia tunisina, ho fatto venire il nonno e mi sono alleato con lui come testimone della cultura d'origine, che però, quando parlava al nipote, narrava anche di un cambiamento, di uno che era venuto in Italia».
L'altro elemento centrale è la religione. «L'islam è fondamentale. Anche a livello pratico» conferma Ancora. «Mi ricordo che una famiglia non si presentò a un appuntamento. Iniziammo a discutere, quasi a litigare, sugli errori commessi, poi a qualcuno venne in mente che era venerdì, il giorno sacro dell'islam. Ma non ci sogneremmo mai di convocare una famiglia italiana di domenica». Ma l'islam è fondamentale anche per un'altra ragione. Ala Yassin, mediatore culturale palestinese che firma il saggio finale del libro, spiega: «È Dio che nella cultura araba musulmana guarisce. Non il medico. Il medico dà la speranza». La relazione medico paziente, cioè, è sempre mediata da altri elementi, la famiglia, la comunità, Allah. «Il concetto di Sé autonomo per gli arabi davvero non esiste» afferma Yassin. «Se il paziente si affida è perché pensa che è Allah ad avere permesso l'incontro».
In qualche caso la religione può essere anche un sintomo. Tra i musulmani i disturbi d'ansia, scrive Dwairy, spesso sono mascherati dai rituali di purificazione e dalle credenze religiose. La preghiera, che l'islam prescrive di ripetere cinque volte al giorno, può nascondere e al contempo mostrare disturbi di tipo ossessivo-compulsivo. Così però il grado di generalizzazione delle tesi di Dwairy è alto, quasi disturbante. «Invece bisogna sempre distinguere e sfatare i pregiudizi», dice sempre Ancora: «berbero, mammalucco, arabo, musulmano da noi sono usati come sinonimi, ma esprimono realtà diversissime».
È ancora più chiara Nives Martini, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell'Associazione di psicoterapia tran-sculturale: «Anche per i musulmani l'universo è composito e multiplo. E, soprattutto, gli immigrati in Italia non sono mai cristallizzati nella cultura di appartenenza. È vero che ci sono patologie culturalmente connotate e che nelle culture collettiviste la famiglia è fondamentale, ma neppure la famiglia è un'entità rigida e immutabile».
Negli anni Sessanta l'antropologo americano Edward T. Hall, fondatore della prossemica, la scienza che studia le distanze nei gruppi, sostenne che gli arabi tendono a stare vicini perché nella loro cultura lo spazio intimo quasi non esiste. Anche per questo i suk sono affollati e il traffico infernale. Il privato sembra letteralmente accerchiato dal pubblico, e i confini dell'individuo tendono quasi a disperdersi nel gruppo. La cultura è una struttura profonda, ciò che abbiamo dimenticato, per dirla più o meno come lo psicologo americano Burrhus F. Skinner. Ma se nessuna cultura può mai essere messa in discussione, allora lo stesso deve valere per i suoi frutti marciti, per superstizioni, soprusi e pregiudizi. E a essere messa in discussione sarebbe un'altra cultura, la nostra.***

Marwan Dwairy insegna psicologia all'Emek Yezreel Academic College e all'Oranim Academic College. È autore di numerosi articoli e volumi di psicologia transculturale.

Indice

Paul B. Pedersen, Premessa
Prefazione
Alfredo Ancora, Introduzione all'edizione italiana
Parte I. Comprendere l'eredità socioculturale
Gli arabi e la religione islamica
La cultura arabo-musulmana
Khawla Abu-Baker, Famiglie arabo-musulmane negli Stati Uniti
Parte II. Rivedere le teorie occidentali sullo sviluppo e sulla personalità
Individuazione di arabi-musulmani
La personalità collettiva degli arabi-musulmani
Problematiche nella valutazione di arabi-musulmani
Diagnosi e psicopatologia di arabi-musulmani
Parte III. Lavorare con clienti arabi e musulmani negli Stati Uniti e all'estero
Limiti degli approcci psicoterapeutici
Verso un Counseling e una Psicoterapia culturalmente sensibili
Khawla Abu-Baker, Terapia Familiare con Donne arabo-musulmane
Terapia Indiretta: Terapia con metafore
Conclusioni
Ala Yassin, Dove cercare la guarigione? Una domanda transculturale
Bibliografia
Nota biografica.

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