Lumi sul Mediterraneo

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Di fronte allo scenario di un Mediterraneo diviso e frammentato, divenuto teatro tragico di migrazioni disperate e morte, abbiamo sentito l’esigenza di ripensare le categorie culturali e filosofiche che costituiscono - tanto storicamente quanto ontologicamente - la base comune delle tradizioni e della vita spirituale dei popoli mediterranei.                    
Il dibattito che ha animato il gruppo di ricerca Filosofia in movimento negli ultimi due anni - e che in questo testo appare come un dialogo fra alcuni dei protagonisti di questa stagione intellettuale - ha generato l’emergere della dimensione originaria del Mediterraneo quale spazio archetipico di convivenza, la cui coscienza collettiva si è costituita grazie a una interculturalità ante litteram alimentata dal continuo movimento di uomini, merci, idee e linguaggi.
Il risveglio dei nazionalismi, il fondamentalismo religioso e i diversi fenomeni (legati anche all’uso delle nuove tecnologie) che segnano l’inequivocabile frattura tra individuo e comunità nel nostro presente velano, in maniera sempre più netta e violenta, questa dimensione originaria del vivere-insieme mediterraneo, amplificando quello che il filosofo tunisino Fathi Triki ha denominato “ensemblisme identitario”, vale a dire un atteggiamento che “non ammette la differenza, lo scarto e

la diversità e non sopporta l’alterità”.

Il dialogo che qui presentiamo pone le basi per un discorso che, pur non negando contraddizioni e criticità della vita politica, religiosa e giuridica nell’attuale spazio mediterraneo (dalla “questione dei diritti umani” ai “paradossi dell’universalismo”, dalla “ineliminabile tensione tra capitalismo e democrazia” alle effettive difficoltà riscontrate nella costituzione di un “nuovo umanesimo giuridico”) non resta imbrigliato nelle sbrigative semplificazioni che imperversano nel dibattito pubblico, rinnovando il confronto tra le due sponde del mare che in origine e per diversi secoli aveva eretto il Mediterraneo a luogo di incontro, fecondo di categorie universali e aggregatrici.

Il testo che presentiamo è scritto da diversi autori, ma ogni saggio è concepito come un capitolo di un unico discorso coerente e l’impegno di ogni studioso è consistito nell’analizzare una parte del ragionamento comune. Nel primo capitolo, vengono in breve esposti i caposaldi della teoria del vivre-ensemble dans la dignité di Fathi Triki. Le riflessioni del filosofo tunisino ruotano qui attorno al concetto di raisonnabilité – in parte ispirato alla phrone- sis aristotelica – che si pone alla base della questione della “dignità umana”. Triki solleva, in particolare, il problema dell’ambiguità della nozione di “diritti umani”, facendo emerge un primo importante scarto tra le diverse istanze culturali che vivono nel Mediterraneo. Il primo a rispondere alle sollecitazioni di Triki è Mario Reale che, nel suo saggio, si domanda se il “vivere-insieme nella dignità” non possa essere, in fondo, un altro “nome di ‘democrazia’”. Le sue considerazioni partono dall’analisi della tensione, tutta moderna, tra la rivendicazione dell’autonomia individuale e l’impegno per la “costituzione di uno spazio di convivenza”. Il dialogo di Reale con Triki si specifica poi affrontando alcuni grandi problemi che lo scritto di quest’ultimo ha esplicitamente o nell’implicito toccato. Essi sono: l’ineliminabile tensione tra capitalismo e democrazia; l’“inospitalità” delle democrazie in ambito nazionale; il rapporto da ripensare tra nazione e globalismo; l’essiccata socialità nelle democrazie moderne; la peculiare possibilità delle democrazie di mutare se stesse, seguendo J. Derrida.

Bruno Montanari, subito dopo, apre il suo saggio mettendo in questione il concetto stesso di cittadinanza. Nato in epoca moderna come categoria volta a legare, logicamente e ontologicamente, il “singolo” ai nascenti Stati-Nazione, il concetto di cittadinanza non pare più in grado, oggi, di rappresentare “l’identità esistenziale del soggetto”. In dialogo con Triki, Montanari invita a riformulare il linguaggio del “vivere insieme nella dignità” fondandolo sul concetto di “parità” piuttosto che su quello di “uguaglianza”. La storia dei diritti umani e la difficile traducibilità del concetto di “laicità” nella lingua araba sono, quindi, gli argomenti principali trattati da Paolo Quintili nel suo denso saggio, “Politica e diritti tra Europa e Islam”. La questione del linguaggio è dunque assunta a chiave prospettica fondamentale per ri-pensare una possibile convivenza mediterranea libera da pregiudi- zi e semplificazioni aberranti.

Nel suo contributo, “i diritti umani e i paradossi dell’universalismo”, Stefano Petrucciani discute il saggio di Triki chiedendosi come si possa difendere un universalismo coerente e sostenibile. Si individuano anzitutto i cattivi usi dell’universalismo e, di qui, viene criticamente esaminato Il diritto dei popoli di J. Rawls, con riferimenti al “meno pluralista” Kant, in cerca di una convivenza tra i diversi, di un universalismo sostenibile, non escludente né “inferiorizzante”. Il discorso si allarga allora alla domanda su cosa si debba intendere per “diritti umani” e a quella, con una conclusione per oggi aporetica, sulla legittimità di interventi armati a danno di nazioni ritenute violatrici dei diritti umani. L’analisi di Gianfranco Macrì sull’evoluzione giuridica della questione dei diritti umani e dei diritti fondamentali a partire dal secondo dopoguerra ad oggi ci mostra un quadro alquanto sconfortante. Se da un lato, infatti, la Corte Europea ha cercato, almeno sulla carta, di incentivare lo sviluppo di un sistema multiculturale (estendendolo anche aldilà dei soli paesi dell’UE), dall’altro, i risultati effettivi dell’interazione delle differenze non sono ancora tali da permetterci di considerare vinta la sfida della costituzione di un nuovo “umanesimo giuridico”. Domenico Bilotti ci prospetta un variegato quadro giuridico mediterraneo, mettendo in luce, in particolare, l’importante contributo teorico di intellettuali arabi e maghrebini protagonisti di una nuova stagione del riformismo laico-socialista nei rispettivi paesi. Il suo saggio ci permette di riflettere sul dialogo ancora possibile tra le due sponde del Mare, soprattutto per ciò che concerne i diritti umani che per loro, propria essenza non dovrebbero conoscere confini.

 

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