Transessualità e Scienze sociali (E.Ruspini-M.Inghilleri)

 

 

Transessualità e Scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità

 

Introduzione

di Marco Inghilleri e Elisabetta Ruspini

 

Non c’è ragione di guardare dentro al cranio

dal momento che non c’è niente interessan da trovare lì a parte il cervello

H. Garfinkel

 

Questo libro nasce dall’incontro e dal dialogo venutosi a creare tra un piccolo gruppo di psicologi e sociologi che vivono tra Padova e Milano e che – per professione o per attività di ricerca – si interessano di tematiche relative all’identità di genere e all’orientamento sessuale. Si occupano, cioè, di quei cosiddetti queer studies che in Italia vengono tendenzialmente marginalizzati e trascurati da gran parte del mondo accademico, sia sul fronte delle scienze sociali che delle scienze psicologiche. Il processo che ha permesso allo zolfo della Sociologia di mescolarsi al mercurio della Psicologia è avvenuto in modo ufficioso ed informale, non seguendo i tradizionali percorsi che fanno riferimento ai Dipartimenti dell’Università. Piuttosto, il crogiuolo dove la miscela si è formata, è stato l’ambiente delle associazioni GLBT e dell’Ufficio Soggetti con Nuovi Diritti della CGIL.

La collaborazione tra Psicologia e Sociologia − senza dimenticare il cruciale contributo di altre Scienze Sociali: nel nostro caso la Filosofia e la Storia (rimandiamo ai capitoli di Benadusi e Bernini) − è fondamentale per riuscire a comprendere un fenomeno complesso qual è quello della transessualità. Questo dialogo tra discipline, favorito dalle criticità presenti nelle società contemporanee, è infatti una risorsa ormai irrinunciabile, una bussola che può permettere l’orientamento in un’epoca storica caratterizzata da fluidità, complessità, rischio, incertezza. Non a caso, proprio in tempi recenti è diventato possibile studiare la transessualità, mettendo a punto una prassi di intervento clinico che prende ispirazione dall’interazionismo simbolico e da autori di impronta sociologica quali George Mead, Herbert Blumer ed Erving Goffman (contributo di Fasola e Inghilleri).L’interazionismo simbolico non si limita a rappresentare una scuola di pensiero cara ad un certo filone di ricerca socio-psicologica, ma costituisce l’asse portante di un raffinato modello d’intervento impiegato in ambito terapeutico, sul cui tronco sono andate ad innestarsi le metodiche proprie della Terapia Breve Strategica, integrate con quelle di derivazione più propriamente costruttivista e costruzionista[1]. L’attenzione dello psicologo, in questo modello, non è più rivolta a cercare le spiegazioni di un comportamento in ciò che accade all’interno delle persone, prendendo in considerazione fattori come stimoli, atteggiamenti, moventi consci o inconsci, input psicologici, percezioni e rappresentazioni della condizione personale (Blumer, 1969). Il punto di osservazione viene spostato all’esterno, nel tentativo di comprendere un’azione o una condotta umana attraverso ciò che avviene tra le persone, nel corso delle microinterazioni della vita quotidiana e dei processi di produzione di senso dislocati entro cornici situazionali, in cui solo la stabilità delle fisionomie e dei corpi crea l’illusione di un sistema chiuso. Parafrasando le parole di Mead (1943), per lo psicologo interazionista la mente non sta nella testa delle persone, ma tra le persone, tanto da costituirsi come un fatto sociale totale.

Per lo spirito con cui è nato, anziché tracciare un punto di arrivo, il volume intende offrire delle ipotesi di lavoro, da cui poter generare ulteriori discussioni e considerazioni. In termini metaforici potremmo pensarlo come una sorta di corridoio su cui si affacciano tutte quelle discipline che conducono un discorso sull’umano e dove è possibile condividere le rispettive prospettive sul tema della transessualità. Lungi dall’offrire risposte definitive che soddisfino a pieno i nostri interrogativi, raccoglie proposte ed orientamenti per proseguire in questa feconda collaborazione interdisciplinare. Non a caso, come ricorda Popper, “La scienza non posa su un solido strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall’alto giù nella palude: ma non in una base naturale o «data»; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che, almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura” (Popper, 1970, p. 108).

 

 

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