Disturbi d'ansia

 ANSIA FUNZIONALE E DISFUNZIONALE

 

La lezione più importante che l’uomo possa imparare in vita non è che nel mondo esiste la paura, ma che dipende da noi trarne profitto e che ci è consentito tramutarla in coraggio

(R. Tagore)

 

L’ansia rappresenta un’emozione che ha la primaria funzione di generare uno stato di attivazione neurovegetativa e di attivare l’organismo al fine di prendere le misure necessarie a ristabilire in tempi rapidi una condizione favorevole. Costituisce una tipica risposta al pericolo, reale o presunto. Assume risvolti psicopatologici quando l'attivazione fisiologica persiste anche in assenza di stimoli potenzialmente pericolosi, divenendo una minaccia per l’individuo (spesso vissuta come più gravosa rispetto a quella esterna che ha fatto originariamente da stimolo). L’innesco di tale processo risulta strettamente collegato alla percezione della realtà come minacciosa e alla rappresentazione di sé come incapaci di fronteggiare gli eventi, o quanto meno non sufficientemente forti o determinati (valutazione che può minare la fiducia in se stessi e nelle proprie risorse). Il tutto viene spesso accompagnato dalla sensazione di aver deluso se stessi, al pari delle persone affettivamente significative: percezione che risulta tanto più dolorosa, quanto più viene nutrita la convinzione di essere delle persone capaci, disciplinate e perfezioniste.

Gradualmente, la certezza rispetto al proprio valore inizia a sgretolarsi, aprendo il varco ad un profondo senso di malessere di cui non si comprende l’origine. A sua volta, l’incertezza alimenta l’impressione di aver perso il controllo sulla propria vita e il potere d’imprimerle una direzione, lasciando quale unica possibilità l’anticipazione di un insuccesso (nelle relazioni sentimentali, nello studio, nel lavoro, ecc.).

 

ATTACCO DI PANICO

La paura è la cosa di cui ho più paura

(M. de Montaigne)

 

L’attacco di panico costituisce un preciso periodo di tempo durante il quale si verifica l’improvvisa insorgenza di una reazione di apprensione, paura o terrore. Ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’acme (di solito nell’arco di 10 minuti) ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o catastrofe imminente. I principali sintomi psicosomatici sono rappresentati da palpitazioni, sudorazione profusa, tremori fini o a grandi scosse, formicolii agli arti, brividi o vampate di calore, difficoltà respiratorie o sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sbandamento o vertigine, derealizzazione e/o depersonalizzazione. La paura viene descritta come particolarmente intensa e viene di solito accompagnata dal pensiero di essere in procinto di morire, di perdere il controllo, di "impazzire", di avere un infarto o un ictus. Altrettanto tipico è il desiderio urgente di allontanarsi dalla situazione in cui si sta verificando l'attacco,a fronte della percezioned’insicurezza, impotenza e discontrollo rispetto al corpo. Quando lo stato di attivazione psicofisiologica diventa a sua volta oggetto di valutazione catastrofica, la persona finisce per sperimentare uno stato di apprensione ansiosa incentrata sui propri stati fisiologici. Il panico vero e proprio viene, infatti, raggiunto focalizzando l'attenzione sui propri stati somatici interni in reazione alla paura. Non è infrequente la possibilità di giungere a sviluppare la paura relativa al verificarsi di un nuovo attacco di panico in circostanze difficili da gestire o controllare (fenomeno noto come “paura della paura”). Ciò porta ad evitare le situazioni ritenute potenzialmente "a rischio", limitando la libertà di movimento dell’individuo.

 

AGORAFOBIA

 

La paura è l’incertezza in cerca di sicurezza

(J. Krishnamurti)

 

L’agorafobia rappresenta un’intensa reazione d’ansia relativa all'essere in situazioni o luoghi dai quali la persona trova difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di attacco di panico. L'ansia genera tipicamente l'evitamento di tutta una varietà di situazioni che possono includere lo stare fuori casa da soli o lo stare a casa da soli; l'essere in mezzo alla folla; viaggiare in automobile, autobus o aeroplano; l'essere su un ponte o in ascensore. Ciò porta a discriminare tra “zone sicure” e “zone pericolose”.

Alcuni individui sono in grado di esporsi alle situazioni temute, ma al prezzo di tollerarle sperimentando paura. Avvicinandosi alle situazioni temute, tendono infatti a sentirsi vulnerabili e ad anticipare quanto di più negativo potrebbe capitare. Il che finisce col generare risposte d’ansia (tachicardia, sensazione di soffocamento, sudorazione eccessiva, dolori addominali, impressione di svenimento o di debolezza, ecc.), che in genere vengono considerate come indicative di un grave disturbo fisico o mentale. Spesso, la persona è maggiormente capace di confrontarsi con una situazione temuta quando si trova in compagnia di una persona di fiducia (un membro di famiglia o un amico).

L'evitamento sistematico delle situazioni può compromettere la capacità di spostarsi, di recarsi al lavoro, di portare avanti le incombenze domestiche, e più in generale di conservare una sostanziale autonomia personale. La manovre di evitamento possono comportare limitazioni abbastanza lievi (es. evitare certi viaggi) oppure limitazioni gravi (es. affrontare piccoli spostamenti nel proprio quartiere), fino al limite estremo della reclusione in casa. Il circolo vizioso che viene ad instaurarsi tra gli episodi d’ansia e le condotte di evitamento ostacola la costruzione di progetti di autonomia, accrescendo il senso d’incapacità personale e di dipendenza dagli altri. L’attacco d’ansia o di panico rafforza, infatti, la convinzione che la persona abbia bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui/lei fino a rendere impossibili tutta una serie di attività quotidiane anche elementari.

Tra le caratteristiche psicologiche che favoriscono lo sviluppo di una condizione agorafobica compaiono: l’accento sull’autodeterminazione e l’ipersensibilità al controllo o all’interferenza da parte degli altri; la tendenza a reagire alla situazione percepita come minacciosa con il desiderio di fuga; la perdita di sicurezza allorquando si è lontani da casa; la propensione a leggere i sintomi somatici come segni di uno scompenso fisico o psicologico; l’inclinazione a sviluppare un rapporto di dipendenza nei confronti di una figura avvertita come rassicurante, al fine di ottenere assistenza e protezione.

Altrettanto diffusa è la tendenza a nutrire sentimenti contrastanti: da un lato la riluttanza nello stare troppo attaccati alla figura ritenuta fonte di rassicurazione, per il timore di esserne dominati; dall’altro la ritrosia nel prenderne le distanze per il timore di andare incontro a situazioni in cui si necessita di aiuto. Il tutto ha come parallelo una spiccata sensibilità alle configurazioni spaziali. Non a caso, chi soffre di agorafobia evita sia gli spazi troppo stretti (luoghi pubblici affollati, ascensori, ecc.) sia gli spazi troppo ampi (supermercati, centri commerciali, ecc.). Al pari di quanto avviene a livello spaziale, anche dal punto di vista relazionale può sentirsi intrappolata all’interno di situazioni da cui sente di non riuscire a liberarsi, sia perché non è in grado di staccarsi dalla persona o dalla situazione che garantisce un senso di sicurezza, sia perché si percepisce priva di sufficienti abilità gestionali.

All’origine del disturbo sembra essere ravvisabile il conflitto adolescenziale tra la spinta evolutiva verso l’autonomia personale e l’opposto desiderio di rimanere in un contesto familiare. Tale conflitto diventa difficile da risolvere nel momento in cui – dinanzi all’accresciuta aspettativa di indipendenza e di assunzione delle responsabilità tipiche dell’età adulta – la persona abbia ragione di dubitare di essere in grado di agire autonomamente e di andare incontro a conseguenze disastrose laddove si comporti in maniera inadeguata.

 

FOBIA SPECIFICA

Così, la paura di un male ci conduce ad un male maggiore

(Epicuro)

 

La fobia specifica rappresenta una paura marcata e persistente in presenza di (o nell’aspettativa di affrontare) oggetti specifici o situazioni chiaramente discernibili. L'oggetto della paura può essere la previsione di un danno collegata a certi aspetti dell'oggetto o della situazione (es. un individuo può temere di volare per la preoccupazione che l’aereo cada, può temere i cani per la preoccupazione di essere morso, può temere di guidare per la preoccupazione di essere investito da altri veicoli). Altre fobie specifiche possono riguardare la preoccupazione di perdere il controllo, di avere un attacco di panico e di svenire in risposta all’esposizione all'oggetto o alla situazione temuta. Coloro che hanno la fobia del sangue e delle ferite possono, infatti, anche preoccuparsi della possibilità di svenire; coloro che hanno la fobia delle altezze possono anche preoccuparsi di avere le vertigini; coloro che hanno la fobia dei luoghi chiusi possono anche preoccuparsi di perdere il controllo e di mettersi a gridare.

L'esposizione allo stimolo fobico provoca quasi invariabilmente un'immediata risposta d’ansia, che di solito assume la configurazione di un vero e proprio attacco di panico quando la persona è costretta a rimanere nella situazione fobica o crede che sia impossibile allontanarsene. Il livello di ansia o paura varia in funzione del grado di vicinanza allo stimolo fobico (es. nella fobia dei gatti la paura si intensifica quando il gatto si avvicina e si riduce quando il gatto retrocede) e del grado di limitazione della possibilità di allontanarsi dallo stimolo (es. la paura si intensifica quando l'ascensore raggiunge il punto intermedio tra i piani e si riduce quando la porta si apre al piano successivo). Ad ogni modo, l'intensità della paura non sempre è correlata allo stimolo fobico (es. una persona con la fobia delle altezze può provare gradi vari di paura quando attraversa lo stesso ponte in occasioni diverse). Nel caso in cui la persona si confronta con la necessità di entrare in contatto con la situazione fobica tende a sviluppare una marcata ansia anticipatoria, tanto da giungere a mettere in atto condotte di evitamento. Meno comunemente, si sforza di sopportare la situazione temuta e l’annessa reazione d’ansia.

 

FOBIA SOCIALE

 

Non sono le cose a preoccuparci, me le opinioni che abbiamo di esse

 (Epitteto)

 

La fobia sociale costituisce una paura marcata e persistente rispetto a situazioni o prestazioni sociali che possono creare imbarazzo (timore di mettere a repentaglio l’immagine di sé e di essere giudicati negativamente, ovvero ansiosi, inadeguati, deboli, "pazzi" o stupidi). Coloro che presentano tale fobia possono temere di parlare in pubblico per la preoccupazione che gli altri notino il tremore della voce, oppure possono provare ansia estrema quando conversano con gli altri per paura di apparire poco chiari. In altri frangenti possono evitare di mangiare, bere o scrivere in pubblico per il timore che gli altri possano notare il tremore delle mani. L'esposizione alle situazioni o prestazioni sociali quasi invariabilmente provoca una risposta d’ansia immediata (palpitazioni, tremori, sudorazione, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali, diarrea, arrossamento del viso, senso di confusione). Nelle circostanze più gravi, la risposta ansiogena può assumere i connotati di un attacco di panico. Nella maggioranza dei casi, la situazione o prestazione sociale viene attivamente evitata. Può altresì comparire una marcata ansia anticipatoria molto tempo prima del verificarsi delle situazioni sociali o pubbliche temute.

 

ANSIA DA ESAME

 

Per le persone che non si stimano, il successo vale zero, l’insuccesso vale doppio

(G. Nardone)

 

Negli studenti – soprattutto se universitari – una delle più tipiche fobie sociali è rappresentata dall’ansia da esame. Di solito, l’ansia si manifesta attraverso tutta una serie di pensieri negativi e catastrofici che alimentano la convinzione di non essere in grado di superare brillantemente la prova, di andare incontro ad una cattiva performance o ad una bocciatura, di fare brutta figura davanti ai compagni, di perdere la stima del partner o l’approvazione dei genitori, e più in generale di mettere a repentaglio la propria immagine sociale. L'ansia compare prima dell’esame vero e proprio, generalmente durante la fase di preparazione, producendo sintomi quali insonnia, nervosismo, irritabilità, difficoltà di attenzione e concentrazione, vuoti di memoria e allarmismo psicosomatico. In un crescendo d’intensità, la reazione d’ansia può dare origine ad un attacco di panico in sede di esame, può portare a fare la cosiddetta “scena muta” durante un'interrogazione oppure a non ricordare assolutamente nulla di quanto appreso durante una prova scritta. Questo, indipendentemente dal grado di preparazione raggiunto e dalle positive valutazioni precedentemente ottenute. Tale reazione può comparire in maniera indistinta, anche tra gli studenti più preparati e coscienziosi, che possiedono le capacità e le prerogative adatte a fronteggiare l’esame. Spesso e volentieri, sono proprio loro a reagire in maniera ansiogena durante la prova d'esame, a fronte del timore di non essere in grado di mantenere il livello di prestazione raggiunto.

Ciò accadeperché la persona tende a vincolare il proprio valore e senso di autostima ad un riconoscimento esterno, ovvero il voto. Inoltre, sente che durante l'esame viene sottoposta a valutazione non solo la sua preparazione, ma anche la sua intelligenza e le sue capacità. La rigidità di questa posizione viene poi rafforzata dalla presenza di presupposti di cui la persona è più o meno consapevole: "devo essere perfetto", "chi non ha successo viene rifiutato", "ho valore solo se riporto successo". L’atteggiamento assunto nei confronti della situazione d’esame viene spesso esteso anche al futuro, visto come chiuso e privo di possibilità di cambiamento. A sua volta, il processo di generalizzazione della situazione d'esame a tutte le altre situazioni di vita porta a formulare anticipazioni negative ed auto-svalutanti: "non sarò mai in grado di fare nulla di buono ", "gli altri non mi prenderanno mai in considerazione", "la mia esistenza sarà un fallimento".

 

ANSIA GENERALIZZATA

Viviamo nella paura…ed è così che non viviamo

(Buddha)

 

Il disturbo da ansia generalizzata consiste nella presenza di ansia e apprensione costante nei riguardi di una quantità di eventi o attività (circostanze quotidiane, abitudinarie, responsabilità lavorative, problemi economici, salute dei familiari, disgrazie per i propri figli, faccende domestiche, ritardi agli appuntamenti, ecc.). L'intensità, la durata, o la frequenza dell'ansia vengono spesso riconosciute come eccessive rispetto alla reale probabilità o all’impatto dell'evento temuto. La persona si preoccupa dell’adeguatezza delle proprie capacità o della qualità delle proprie prestazioni. Avverte altresì difficoltà nell’esercitare un controllo su tali preoccupazioni, fino al punto di sperimentare sintomi quali irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi, irritabilità, tensione muscolare e sonno disturbato.

 

DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

 

L’abitudine ad indugiare annienta l’abitudine a decidere

(Saggezza cinese)

 

Il disturbo ossessivo-compulsivo è caratterizzato dalla presenza di ossessioni o compulsioni ricorrenti, sufficientemente gravi da interferire con l’espletamento delle routines quotidiane (mediamente richiedono più di 1 ora di tempo al giorno), da limitare l’esecuzione di compiti cognitivi e da incidere sul funzionamento complessivo della persona, producendo un marcato senso di disagio.

Le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini persistenti, che vengono vissuti come intrusivi e inappropriati, estranei al proprio pensiero, eccessivi o irragionevoli, e comunque fuori dalla sfera del controllo. Nella maggioranza dei casi, riguardano pensieri ripetitivi di contaminazione (es. essere contaminati quando si stringe la mano di qualcuno), dubbi (es. chiedersi se si è lasciata la porta aperta o se ci si è comportati in modo da causare delle lesioni a qualcuno guidando), il bisogno di avere le cose in un certo ordine, il timore di cedere ad impulsi aggressivi o terrifici (es. aggredire un figlio o gridare oscenità in chiesa), fantasie sessuali, temi a sfondo religioso (es. preoccupazioni rispetto a sacrilegi o peccati di blasfemia), la tendenza all’allarmismo somatico (es. preoccupazioni per le malattie, per l’aspetto fisico o per determinate parti del corpo).

Una delle caratteristiche più evidenti del disturbo è rappresentata dalla presenza di dubbi.Di solito, il dubbio viene alimentato dalla mancanza di fiducia nella capacità di ricordare gli eventi o in termini più generali dalla sensazione di non “sapere qualcosa”. Un’altra delle caratteristiche centrali del disturbo è la scarsa tolleranza all’incertezza relativa al campo dell’ossessione. L’incertezza è spesso ritenuta molto più sgradevole dell’effettivo verificarsi dell’evento temuto. Il dubbio e la scarsa tolleranza all’incertezza portano, a loro volta, all’elaborazione di strategie finalizzate a neutralizzare il dubbio. L’impegno profuso nel mettere in atto i tentativi di neutralizzazione facilita, però, la comparsa di risposte di evitamento e di azioni compulsive, che di solito non possono essere interrotte e che come tali contribuiscono ad accrescere il senso di disagio.

Le compulsioni consistono in comportamenti di carattere ripetitivo (es. lavarsi le mani, riordinare, controllare, chiedere rassicurazioni, ripetere azioni, ecc.) o azioni mentali (es. pregare, contare, ripetere mentalmente delle parole) il cui scopo è quello di prevenire o di ridurre la comparsa dell’ansia. Nella maggior parte dei casi, la persona si sente infatti spinta a mettere in atto la compulsione per affievolire il senso di disagio che accompagna un'ossessione o per prevenire eventi temuti. Per definizione, le compulsioni sono chiaramente eccessive e non connesse in modo realistico a ciò che sono designate a neutralizzare o prevenire.

Tra i fattori che favoriscono lo sviluppo di un disturbo ossessivo-compulsivo o che ne favoriscono il mantenimento, compaiono:  

  • La sopravvalutazione del potere del pensiero: presupposto per il quale la semplice presenza di un pensiero può avere implicazioni e conseguenze sul piano reale.
  • L’eccessivo senso di responsabilità: convinzione di detenere un grado “speciale” di responsabilità nel determinare la comparsa di effetti dannosi nel mondo reale o morale. Alla luce di tale assunto, la constatazione di non riuscire a prevenire eventuali danni – per incapacità o impossibilità – viene ritenuto alla stregua di una colpa oggettiva.
  • Il controllo del pensiero: convinzione di avere un elevato grado di controllo sul pensiero. Il che porta ad un frequente monitoraggio dei pensieri e delle immagini mentali, ad un eccessivo senso di responsabilità dinanzi alla presenza di contenuti indesiderati e all’annesso obbligo di allontanarli.
  • La sovrastima del pericolo: sistematica sopravvalutazione della probabilità del verificarsi di determinati eventi, così come della gravità delle loro conseguenze.
  • Il bisogno di sicurezza: necessità di raggiungere la certezza del 100% affiancata da una scarsa fiducia nella capacità di far fronte ad una situazione nuova, incerta o ambigua.
  • L’aspirazione al perfezionismo: tendenza a presupporre che possa esistere una “soluzione perfetta” ad ogni problema e che le soluzioni “imperfette” possano avere conseguenze disastrose.

 

DISTURBO POST-TRAUMATICO DA STRESS

 

Quando non si può più tornare indietro, bisogna soltanto preoccuparsi del modo migliore per andare avanti

(P. Coelho)

 

Il disturbo post-traumatico da stress consiste nello sviluppo di sintomi conseguenti all'esposizione ad un fattore traumatico estremo che implica: a) l'esperienza diretta (in quanto vittima o testimone) di un evento che può comportare morte, lesioni gravi (della persona stessa o di altri individui) o minacce all'integrità fisica propria o altrui; b) il venire a conoscenza della morte violenta o inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da un membro della famiglia o da altra persona con cui si è in stretta relazione. Affinché si sviluppi un disturbo post -traumatico da stress non è tanto importante il “che cosa accade”, ma ilmodo in cui una determinata circostanza viene vissuta”dalla persona. La risposta deve comprendere paura intensa, orrore o senso d’inermità. Tra i sintomi caratteristici dell'esposizione ad un trauma estremo compaiono il continuo rivivere l'evento traumatico, l'evitamento persistente degli stimoli associati al trauma, l'ottundimento della reattività generale e l’aumento dello stato di attivazione neurovegetativa.

L'evento traumatico può essere rivissuto in vari modi. Comunemente la persona presenta ricordi ricorrenti e intrusivi dell'evento o sogni sgradevoli durante i quali si ripete l'evento. In taluni frangenti, i pensieri ricorrenti generano valutazioni negative rispetto a se stessi o agli altri, innescando sensi di colpa o percezioni d’inadeguatezza riguardo al proprio comportamento. In rari casi vengono attraversati stati dissociativi di durata variabile, durante i quali la persona si comporta come se stesse rivivendo l'evento in quel preciso momento. Spesso si manifestano intenso disagio o elevata reattività fisiologica dinanzi all’esposizione ad eventi scatenanti che assomigliano o simbolizzano un aspetto dell'evento traumatico.

Comunemente, la persona si sforza di evitare pensieri, sentimenti o conversazioni che riguardano il trauma, così come di evitare attività, situazioni o persone che suscitano ricordi dello stesso (fenomeno che può comportare amnesia per qualche aspetto importante dell'evento traumatico). Di solito, presenta anche una riduzione della reattività verso il mondo esterno, nota con il termine di "paralisi psichica" o "anestesia emozionale". Può lamentare una marcata riduzione dell'interesse verso attività precedentemente piacevoli, un senso di distacco ed estraneità nei confronti degli altri, un’importante riduzione della capacità di provare emozioni o una diminuzione delle prospettive future. Non da ultimo, avverte sintomi persistenti di ansia o di aumento dell'arousal non presenti prima del trauma. I sintomi possono includere difficoltà nell’addormentarsi o nel conservare il sonno, incubi ricorrenti, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme, irritabilità, scoppi d'ira, difficoltà nel concentrarsi o nell’eseguire compiti.

 

SINDROME DA STRESS

 

La difficoltà stessa di vivere può diventare l’unica cosa che tiene in vita alcuni individui

(A. Polgar)

 

Il termine stress indica uno stato di iper-attivazione psicofisiologica connessa non tanto ad eventi “oggettivamente stressanti”, quanto alla valutazione/interpretazione che l’individuo dà di determinate attività, situazioni e circostanze di vita in rapporto alle risorse di cui ritiene di disporre.

Ciò non toglie che le singole circostanze di vita possano assumere una specifica portata nell’esistenza di una persona, in termini di risvolti fisici, cognitivi, emotivi o relazionali. Tra gli agenti stressanti che portano ad attivare una risposta di adattamento compaiono fattori di tipo fisico e biologico (cambi stagionali, agenti virali, aspetti nutritivi e alimentari, inquinamento, sforzi fisici, traumi organici, ecc.), fattori di tipo sociale (il cui impatto è commisurato alla velocità dei cambiamenti da affrontare) e fattori di tipo psicologico (problemi quotidiani al pari di grandi eventi esistenziali, come ad es. la morte di una persona cara, una separazione o un divorzio, la nascita di un figlio, il pensionamento, ecc).

D’altra parte, gli eventi hanno sempre a che fare con un individuo che li riveste di significati personali e che tenta di gestirli al meglio delle proprie possibilità. In tal senso, non esiste un grado ottimale di stimolazione: c'è chi predilige una vita stabile e tranquilla, chi invece cerca una vita frizzante fatta di continui cambiamenti. Non esistono pertanto precise regole, fatta eccezione per una: la differenza nelle risposte individuali risiede nel “come” la persona vive la situazione.

Tipico è il caso di coloro che hanno uno stile di vita caratterizzato da un continuo senso della fretta, da scarsa fiducia in sé, da competitività e aggressività. Il timore di perdere tempo spinge ad occuparsi di più cose contemporaneamente, in una continua lotta con l'orologio. L'insicurezza e la scarsa fiducia in sé spingono, invece, a tentare di compensare il senso d’inadeguatezza attraverso l’impegno e lo sforzo per ottenere risultati sempre maggiori. Il che finisce con l’attivare un circolo vizioso in cui l'insicurezza anziché diminuire aumenta, al pari della tendenza a farsi carico di impegni pesanti e responsabilità. Questo incessante “darsi da fare” può favorire lo sviluppo di una condizione di frustrazione e rabbia, che accresce la difficoltà nel far fronte agli eventi di vita e il rischio di andare incontro ad una condizione di malattia. Il tutto crea i presupposti di un progressivo logorio, che influisce sulle risorse e le difese immunitarie, minandole alla base e indebolendole. Tra i sintomi comunemente associati allo stress compaiono palpitazioni, secchezza alla bocca, aumento della sudorazione, alterazione dell’appetito, disturbi del sonno, disturbi gastrointestinali, eruzioni cutanee o eczemi, cefalea, cervicalgia, stanchezza, difficoltà di attenzione e concentrazione, ansia, depressione, ecc.

 

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