Aspetti psicolgici disfunzionali dell'esperienza sportiva

 

Gli aspetti psicologici disfunzionali dell'esperienza sportiva comprendono i sentimenti di inferiorità o di superiorità rispetto al compito atletico, le esperienze umilianti, l’ostacolo a realizzare le proprie aspirazioni, i contrasti con l’ambiente sportivo.

 

Il sentimento di inferiorità

Il sentimento di inferiorità è un senso pensoso di soggezione che l’individuo può provare quando viene posto di fronte ad un compito nuovo, per elementi del tutto accidentali o per situazioni emotive maturate in precedenza. L’atleta, cioè, può provare la sensazione di essere impari al compito assegnatogli, quale potrebbe essere la sostituzione di un campione assai affermato, l’inclusione in una rappresentativa nazionale, l’incarico di svolgere mansioni di capitano o di “regista” di una squadra, il confronto con un avversario ritenuto particolarmente ostico e tenace.

In rapporto alla maggiore o minore intensità di questa sensazione, alla varia efficacia delle proprie tentate soluzioni e alla volontà di mettere in opera mezzi adeguati alle circostanze, anche in persone apparentemente equilibrate e sicure può risultare o uno stato di disagio più o meno intenso, oppure un tentativo di disconoscimento o minimizzazione dell’elemento perturbatore.

Una frequente modalità di tale “rimozione” è la fuga dalle proprie responsabilità, fuga realizzabile in vario modo come ad esempio farsi escludere da un concorso ippico presentandosi in ritardo, oppure non poter gareggiare ad un campionato di boxe perché non si è tenuto sotto controllo il proprio peso e quindi restare esclusi dalla propria categoria.

Sono molti gli atleti che hanno il cosiddetto complesso della maglia azzurra, per cui in nazionale il loro rendimento è molto al di sotto di quello standard.

 

Il sentimento di superiorità

Il sentimento di superiorità è una condizione opposta alla precedente. In questo caso l’atleta si sente di gran lunga “superiore” al compito affidatogli dalle circostanze o da dirette delibere dei tecnici e dirigenti. E’ il caso dell’atleta che “non si spreca” ad impegnarsi di fronte ad avversari ritenuti “inferiori”. Gli esempi non mancano. Nelle cronache sportive le “sorprese ricorrono con grande frequenza: sorprese motivate non solo dall’imprevedibile exploit dell’outsider ma anche, e più spesso, dal prevedibile sottorendimento di un campione o di intere squadre blasonate, che finiscono col cedere ad avversari affrontati con troppa confidenza e con errata noncuranza. Su un piano individuale il sentimento di superiorità può ancora determinare un preoccupante calo di forma in atleti che circostanze varie hanno portato a gareggiare in categorie inferiori. Questo sentimento può suscitare due tipi di reazione: o sconforto ed avvilimento, oppure distacco affettivo dall’attività atletica, che può tradursi in distrazioni ed anche in incidenti traumatici.

 

Le esperienze umilianti

Le esperienze umilianti, vissute occasionalmente o con una certa continuità, rappresentano un fattore psicologico problematico di non indifferente rilievo, poiché possono generare due pericolose reazioni:

  • senso di inferiorità: l’atleta è insensibilmente condotto a sottovalutare le proprie capacità tecniche e a sentirsi quindi a disagio per il semplice dubbio di non saper assolvere un determinato compito atletico. In tal caso è pressoché inevitabile che a questo punto insorga uno stato d’ansia che innervosisce la persona, rendendo insoddisfacente ed inferiore il suo rendimento sportivo, il che aggrava lo stato d’ansia in quanto conferma obiettivamente il senso di inferiorità
  • senso di ostilità: l’atleta può sperimentare un senso di ostilità verso una persona o un gruppo di persone accusate di aver provocato un’esperienza umiliante. L’impossibilità di manifestare chiaramente il dissenso può generare uno stato più o meno costante di irritazione, insoddisfazione ed insofferenza che non può non nuocere all’effettivo rendimento atletico.

 

L’ostacolo a realizzare aspirazioni

L’ostacolo a realizzare aspirazioni ritenute giuste e proporzionate alle proprie capacità può costituire la fonte di vai disturbi emotivi. L’ostacolo può essere, in linea teorica, ritenuto giusto o ingiusto: una malattia, o un trasferimento forzato che interrompono un periodo di forma, un allenatore che non ha in simpatia l’atleta o che gliene preferisce un altro per un qualsiasi motivo, una guida tecnica che impone schemi tattici cui l’atleta è costretto ad adattarsi pur essendo egli o ella tagliato per un diverso modulo di gioco o strategia di confronto, circostanze fortuite che impediscono banalmente di sfruttare occasioni d’oro, interessi di squadra o di società che trascurano gli interessi personali dell’atleta, in campo professionistico una retribuzione inferiore a quella meritata o invano richiesta, ecc. Giusto o sbagliato che sia, l’ostacolo viene vissuto dall’atleta come incomprensibile o inaccettabile. La persona sperimenta così la sensazione di subire un’ingiustizia e di conseguenza sviluppa più o meno aperti segni di ostilità, oppure esagera nocivamente, sia intensificando negli allenamenti la preparazione atletica, col rischio di creare uno stato patologico di affaticamento o di superallenamento, sia gettandosi nella gara con impeto che, oltre ad essere improduttivo (lo strafare non è mai vantaggioso), non di rado procura incidenti di gioco a sé e agli altri. Così facendo, l’atleta può realmente presentare un calo nel rendimento, che, a sua volta, sarà vissuto come prova dell’effettiva impossibilità di superare l’ostacolo. L’impressione di non riuscire più a realizzare i propri desideri accascerà l’atleta. La persona, infatti, si sentirà peggio di quanto in realtà non corrisponda al suo vero stato psicofisico, perché in lui o in lei si è sviluppata una sensazione di insufficienza dapprima chiaramente avvertita, ma successivamente agente in modo del tutto inconsapevole attraverso il sintomo dell’ansia.

 

Aspetti psicologici disfunzionali “minori”

Aspetti psicologici disfunzionali in modo minore possono essere considerati:

  • le relazioni problematiche con i compagni di società;
  • gli effetti di elogi immeritati ai colleghi;
  • lo scarso apprezzamento di sacrifici compiuti per meglio allenarsi o di manifestazioni altruistiche in gara o di iniziative prese per giovare alla squadra;
  • i frequenti cambiamenti di ruolo (molte squadre si giovano di giocatori cosiddetti Jolly, i quali però non sovente gradiscono d’essere utilizzati in ruoli diversi, in quanto da ciò risulta “valorizzato” solo l’aspetto negativo d’essere la riserva di tutti);
  • Le responsabilità mal definite, o mal condivise, o assegnate senza un adeguato conferimento di autorità;
  • Le eccessive richieste e pretese da parte dei dirigenti, dei tecnici e del pubblico.

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