Elementi di psicologia dello sport: ruoli e funzioni dell’allenatore

Marco Inghilleri

La figura dell’allenatore gioca un ruolo di grande importanza nelle vicende sportive, sia per quanto riguarda l’effettiva opera che egli può svolgere per perfezionare un atleta a lui affidato e migliorarne il rendimento, sia per l’eco che la sua attività solleva negli ambienti collaterali allo sport, specie tra il pubblico e nella stampa.

Accade molto spesso che l’allenatore diventi il capro espiatorio in caso di sconfitte, difficoltà ed insoddisfazioni, mentre la sua opera viene sottovalutata o addirittura dimenticata quando l’entusiasmo per una brillante prestazione fa convergere sugli atleti, e soltanto su di essi, il plauso del pubblico e dei giornalisti sportivi. Ovviamente, ciò ha valore soprattutto per le discipline più popolari.

L’allenatore ha, nello sport, la stessa parte delicata e sovente misconosciuta che il regista ha nel teatro e nel cinema, con la sola differenza che, quando uno spettacolo non soddisfa, chi ci rimette di più non è il regista ma l’attore. E come, per scarsa competenza, molti credono che sia facile fare il regista, moltissimi credono che sia altrettanto semplice, oltre che lucroso, improvvisarsi allenatori. Al contrario il ruolo di allenatore esige notevoli doti di preparazione e di personalità, la cui importanza non può essere in alcun modo trascurata. Inoltre è da tenere presente che il suo compito va molto più in là di una semplice attribuzione di ruolo. La sua attività infatti non lo impegna nei limiti di una comune prestazione professionale, ma lo coinvolge totalmente in un campo di motivazioni, partecipazioni e risonanze emotive che vengono a costituire di per sé un mondo di esperienza ed un modo di essere.

L’allenatore è al tempo stesso un tecnico, un educatore, un organizzatore ed un leader.

La molteplicità delle funzioni, la capacità di passare dall’una all’altra, scegliendo con perfetto sincronismo il ruolo più adatto, costituiscono il suo patrimonio professionale più prezioso.

Il ruolo di tecnico.

E’ il compito meglio definito e meno discusso fra quelli che gli si ascrivono. Il modo in cui lo svolge dipende dall’esperienza, dalla competenza, dalla formazione e dalle abilità acquisite in campo sportivo.

 

L’allenatore, in qualità di tecnico, non solo insegna la dinamica del gesto e dell’azione propri di una disciplina, ma studia e programma le tabelle di preparazione e predispone strategie e tattiche. Ma il suo contributo sarebbe modesto se non intervenisse la sua capacità creativa – lievito di ogni performance – ad escogitare raffinate tecniche motorie e nuovi metodi di allenamento, riuscendo a dare, attraverso la gestualità atletica, l’immagine diretta dell’idea che si tramuta in azione. 

Il ruolo di educatore.

L’ allenatore, anche quando non ne è consapevole, è un educatore. Correggere, suggerire, proporre soluzioni nell’acquisizione dell’esercizio, non solo arricchiscono “l’intelligenza senso-motoria” dell’allievo, ma ne influenzano l’intera personalità promuovendo sempre maggiori livelli di integrazione e maturazione identitaria. Ad esempio, basta considerare come le norme, i valori ed i contenuti etici del fatto sportivo vengano trasmessi proprio dall’allenatore. Oggi questa particolare funzione si è enormemente dilatata. La diffusione dello sport, l’abbassamento dell’età media degli atleti e degli sportivi, l’esigenza di rapporti umani significativi e il bisogno di modelli validi da parte dell’adolescente concorrono ad un sempre maggior coinvolgimento dell’allenatore nel ruolo di educatore.

Il ruolo di organizzatore ed animatore corrisponde alla capacità di promuovere la partecipazione sportiva, di organizzare la vita dei propri atleti, di conoscere le loro interazioni emotive e sociali, di coordinarle sotto il profilo tecnico, di intervenire nella struttura della squadra (anche negli sport individuali) orientandola verso il compito agonistico e ridimensionare eventuali conflitti interni al gruppo degli atleti di una società sportiva. Tale ruolo implica inoltre un’azione direttiva in quanto l’allenatore deve anche valutare, scegliere e decidere, trovandosi ad esercitare una delega di comando che lo coinvolge in una responsabilità diretta e globale.
 

Il ruolo di leader.

Le principali funzioni dell’allenatore sono le seguenti:

  • Costituire un centro attorno al quale il gruppo formi la sua unità e la sua coesione. Ciò si attua prendendo parte ad ogni iniziativa, ad ogni conversazione, ad ogni azione del gruppo.

  • Rappresentare un ideale e un modello, il che si ottiene cercando di capire e controllare ogni situazione, coltivando l’ascendente sul gruppo, provocando atteggiamenti spontanei di emulazione.

  • Liberare gli altri dalla necessità di prendere decisioni, cioè disimpegnare il gruppo dal peso delle responsabilità, allo scopo di creare lo stato d’animo più sereno e favorevole per il raggiungimento di determinati obiettivi.

  • Accollarsi le funzioni esecutive: per realizzare gli obiettivi del gruppo, il leader deve decidere il programma, prepararne l’attuazione, guidarne l’esecuzione

  • Rappresentare il gruppo e difenderne gli interessi ed il prestigio nei rapporti con l’esterno

  • Salvaguardare le relazioni interpersonali dei membri. Ciò viene facilitato qualora si riesca a conservare nel gruppo una posizione centrale, da cui è possibile verificare i rapporti interindividuali.

 

L'allenatore: campi di attività 
 

La professione dell'allenatore è inconcepibile senza motivazioni elevate, essendo numerose e delicate le esigenze cui egli deve far fronte. Senza un continuo spirito di ricerca e senza il desiderio di ulteriori conoscenze, rapidamente l'allenatore raggiungerà un limite oltre al quale non sarà più in grado di ottenere successi. E' quindi necessario che i settori tecnico-professionale, psicologico e pedagogico costituiscano per lui un campo di costante aggiornamento e meditazione, dal momento che l'esperienza non basta più a se stessa. Ogni allenatore, per essere all'altezza del proprio compito ed esercitare la propria funzione in maniera brillante, è vincolato ad un continuo ampliamento ed approfondimento delle sue conoscenze mediante:

 

  • lo studio della letteratura scientifica nel campo dello sport

  • la partecipazione a corsi di aggiornamento e di perfezionamento

  • la cooperazione a ricerche scientifiche nel campo dello sport

Fondamentalmente sono riconoscibili all’allenatore tre campi di attività:

  • Relazione tra allenatore ed atleta, che può assumere diverse connotazioni:

– di durezza, aggressività, rigidità, severità, quando l’allenatore si propone come obiettivo il risultato e cerca di ottenerlo in maniera autoritaria attraverso la richiesta del massimo rendimento;

- di socievolezza disponibilità ai rapporti amichevoli, democraticità, quando lo scopo è di salvaguardare l’aspetto socio-emotivo e di organizzazione.

  • Pedagogia dell’allenamento, che può essere:

- scientifico-sistematica, allorchè l’allenatore dà importanza alla ricerca, allo studio ed alla critica per lo sviluppo di una teoria soddisfacente;

- empirico-pratica, quando l’allenatore sottovaluta la teoria e l’innovazione, preferendo la propria esperienza e riducendo l’allenamento a replica abitudinaria.

  • Guida e preparazione degli atleti alla competizione, secondo un metodo che può essere:

- tattico: l’allenatore prepara i suoi atleti per il conseguimento di un rendimento ottimale in funzione degli avversari che di volta in volta si trova di fronte;

- emotivo: l’allenatore mira sempre al successo, rischiando e stimolando la massima fiducia in sé e negli atleti;

- psicologico: l’allenatore conosce a fondo i suoi atleti e li indirizza secondo le loro capacità.

In verità, non esiste un modello standardizzato né standardizzabile di allenatore ideale. Tutto sommato, la psicologia dello sport si ridurrebbe a ben povera cosa se si limitasse a dettare le regole per essere, genericamente, un buon allenatore.

Il bravo allenatore (bravo, si intende, sotto il profilo psicologico) deve saper essere autoritario o permissivo, paterno o fraterno, ecc.., ecc.., a seconda delle circostanze e soprattutto degli atleti.

Questi, infatti, non possono e non devono essere considerati oggetti o macchine. Essi vanno bensì dapprima riconosciuti come esseri umani, ed in quanto tali diversamente strutturati e motivati, e poi trattati in base alle rispettive strutture e motivazioni.

Lo sforzo maggiore che si richiede all’allenatore è quello di astrarre dal proprio mondo esistenziale di esperienze e di aspirazioni onde riuscire a stabilire un rapporto empatico con ciascuno degli atleti componenti il gruppo sportivo a lui affidato. Una volta entrato nei panni di ciascun atleta, l’allenatore conoscerà le esigenze dei singoli e potrà allora condurre il gruppo nel modo migliore, che si riassume nel rifiuto aprioristico di ogni atteggiamento rigidamente codificato e nell’assumere duttilmente con ciascun atleta (o con ciascun sottogruppo di atleti) l’atteggiamento ad essi più gradito: per esempio autoritario con le persone più fragili, che desiderano essere guidate in tutto e per tutto (letteralmente imboccate come bambini) ed invece comprensivo e permissivo con gli atleti più maturi, che sanno autogestirsi responsabilmente e non tollerano ingerenze.

Può accadere che qualcuno protesti se nota dei trattamenti differenziati e che accusi l’allenatore di favoritismi. Ciò non dovrebbe verificarsi: se succede, l’allenatore può dedurne che ancora non ha capito il contestatore o non è riuscito a farsi capire da questi.

Il gruppo degli atleti è come una famiglia. Il padre o la madre di due figli sa bene ( o almeno farebbe bene a sapere) che essi sono l’uno diverso dall’altro.

Soddisfarli tutti e due non può significare preferenze per l’uno o per l’altro, mentre, al contrario, significa aver capito le rispettive esigenze e quindi aver adottato il sistema migliore per soddisfarle.

Infine, quindi, si può così concludere:

1) Tenendo conto delle diversità e delle differenze di carattere, di umore, degli obiettivi, dei sentimenti e delle motivazioni e di altre particolarità, si deve procedere nell’allenamento con criteri differenziati in fuzione del singolo atleta.

2) Gli allenatori devono conoscere le difficoltà e le tendenze dei loro atleti e saper valutare perfettamente ciascuno di essi.

3) Allenatore ed atleta devono essere ben convinti che vi sono sempre degli scogli psicologici da superare.

4) Gli allenatori si devono occupare a fondo dell’indagine psicologica, allo scopo di studiare il carattere ed il contegno dei singoli allievi.



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