Lunedì, 11 Giugno 2012 13:56

Disturbi psicosomatici

Sono quelle malattie somatiche a carattere organico che sembrano legate a modalità arcaiche di espressione del conflitto e del disagio psicologico. Sono malattie lesionali o a carattere fisiopatologico che sembrano rispondere alla capacità della persona di somatizzazione, cioè di impiegare una modalità di difesa automatica e inconsapevole estremamente arcaica, mediante la quale un disagio relazionale o un conflitto particolarmente disturbante non accedono ad una emozione ma trovano via di espressione direttamente attraverso il corpo. Tale modalità espressiva del proprio disagio e sofferenza psicologica si genera per l’incapacità dell’individuo di mentalizzare le proprie problematiche interne (alessitimia, che significa non avere parole per le emozioni), cioè per una difficoltà d’accesso al mondo affettivo ed emozionale, che è vissuto ed esperito attraverso una dinamica interiore e psicologica che è pre-simbolica e pre-verbale.

Le persone con disturbi psicosomatici cercano aiuto presso medici internistici e non uno psicologo o uno psicoterapeuta o uno psichiatra in quanto hanno difficoltà ad accettare o a portare avanti terapie psicologiche, proprio per le loro caratteristiche alessitimiche, ossia proprio per l’incapacità di mentalizzare, percepire, riconoscere e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi.

Questi disturbi coinvolgono in maniera stabile il sistema neurovegetativo. Molte malattie di natura internistica o addirittura chirurgica sembrano almeno in parte rispondere a queste caratteristiche.

 

MALATTIE CONSIDERATE PSICOSOMATICHE

 

Sistema neurovegetativo

-       Tetania da iperpnea

-       Emicarnia

Sistema digestivo

a)    Disturbi funzionali

-       Vomito

-       Gastrite

-       Discinesia epato-biliare

-       Dispepsia

-       Diarrea

-       Stitichezza

-       Colon spastico

-       Colon irritabile o irritato

b)    Malattie organizzate

-       Ulcera gastro-duodenale

-       Retto colite emorragica

Sistema respiratorio

-           Asma bronchiale

-           Tetania da iperpnea

Sistema cardiovascolare

-           Disturbi cardiaci (tachicardia, alcune aritmie)

-           Ipertensione arteriosa

-           (disturbi coronarici, infarto miocardico)

Malattie della pelle

a)    Reazioni cutanee

-       Prurito (generalizzato o localizzato)

-       Eritema

-       Orticaria

b)    Affezioni cutanee

-       Neurodermite

-       Eczema

-       Canizie

-       (Alopecia diffusa o circoscritta)

-       (Seborrea)

-       (Acne volgare)

-       (Verruche volgari)

-       Psoriasi

Sistema urogenitale

-           Ritenzione urinaria

-           Pollachiuria

-           Amenorrea

-           Dismenorrea

-           (Leucorrea)

-           Anorgasmia

-           Impotenza sessuale

-           Sterilità

-           Vomito della gravidanza

 

Oftalmologia

-           (Gaucoma cronico)

-           (Restringimento concentrico del campo visivo)

Disturbi del sistema locomotore

-           Lombalgia sine materia

-           Dorsalgia

-           Dolori muscolari migranti

-           Poliartrite cronica evolutiva

 

Chirurgia

-           Predisposizione agli incidenti

-           Plurioperazioni

 

Bibliografia consultata

Colombo, Giovanni, Manuale di psicopatologia generale, CLEUP, Padova, 1996

Gabbard, Glen O. , Psichiatria psicodinamica, Raffaello Corina, Milano 2007

Sims, Andrew, Oyebode, Femi, Introduzione alla psicopatologia descrittiva, Milano, 2009

Salvini, Alessandro, Psicologia clinica, UPSEL Domeneghini, Padova, 2004

 

di Marco Inghilleri

(psicologo – psicoterapeuta)

 

 

I disturbi dell’affettività e dei sentimenti sono tra le problematiche psicologiche più diffuse nelle persone, riguardano i disturbi del tono dell’umore (depressione e mania), i disturbi d’ansia (nelle loro varie manifestazioni) e tutta una serie di disturbi collegati a sentimenti, emozioni ed affetti.

Molti di questi sono presenti nella popolazione senza avere un’intensità tale da raggiungere un livello d’attenzione clinica o da indurre le persone a rivolgersi ad uno psicologo, ad un psicoterapeuta o da metterle nella condizione di lamentare il problema al proprio medico di base. In determinate situazioni, infatti, costituiscono esperienze comuni nella vita di tutti, in grado maggiore o minore, purché siano transitori, collegati ad eventi esterni e di coerenza compatibile con essi. Spesso sono peculiari di specifici modi entro i quali si è andata ad organizzare l’identità personale di qualcuno e non incidono sulla vita di relazionale e lavorativa se non in modo marginale. Possono peraltro essere presenti in maniera significativa in alcune manifestazioni psicopatologiche o come reazione abnorme a taluni eventi.

Proprio per la loro larga ed ampia diffusione tra le persone, sono generalmente i disturbi maggiormente affrontati dallo psicologo e trattati dallo psicoterapeuta, tanto da costituire la percentuale più alta delle problematiche affrontate dal Centro di Psicologia clinica InterattivaMente di Padova, problematiche su cui il Centro è andato via via sempre più specializzandosi nella loro risoluzione.

Prima di dare una descrizione delle manifestazioni con cui si esprimono i disturbi dell’affettività e dei sentimenti, darò una breve definizione di cosa comunemente si intende per affetti, sentimenti ed emozioni nella letteratura specifica e scientifica.

Definiamo affetti quegli aspetti del sentire più persistenti e meno legati a fattori esterni; così pure vengono intesi i sentimenti, cioè come componenti stabili degli affetti. Definiamo emozioni quegli aspetti del sentire reattivi (ad eventi esterni), molto intensi, ad insorgenza rapida e a rapido esaurimento, che più sono in collegamento col sistema neurovegetativo, che in genere sollecitano (esprimendosi attraverso segni come il pallore, il rossore, tremori, sudorazione, tachicardia, ecc.). Definiamo tono dell’umore lo stato basale dell’affettività, che può andare da sensazioni di benessere psichico con sentimenti di gioia ed euforia a sensazioni di sofferenza, tristezza ed afflizione. Esso ha maggiore o minore carattere di stabilità.

I disturbi dell’affettività e dei sentimenti sono tra le problematiche psicologiche più diffuse nelle persone, riguardano i disturbi del tono dell’umore (depressione e mania), i disturbi d’ansia (nelle loro varie manifestazioni) e tutta una serie di disturbi collegati a sentimenti, emozioni ed affetti.

Molti di questi sono presenti nella popolazione senza avere un’intensità tale da raggiungere un livello d’attenzione clinica o da indurre le persone a rivolgersi ad uno psicologo, ad un psicoterapeuta o da metterle nella condizione di lamentare il problema al proprio medico di base. In determinate situazioni, infatti, costituiscono esperienze comuni nella vita di tutti, in grado maggiore o minore, purché siano transitori, collegati ad eventi esterni e di coerenza compatibile con essi. Spesso sono peculiari di specifici modi entro i quali si è andata ad organizzare l’identità personale di qualcuno e non incidono sulla vita di relazionale e lavorativa se non in modo marginale. Possono peraltro essere presenti in maniera significativa in alcune manifestazioni psicopatologiche o come reazione abnorme a taluni eventi.

Proprio per la loro larga ed ampia diffusione tra le persone, sono generalmente i disturbi maggiormente affrontati dallo psicologo e trattati dallo psicoterapeuta, tanto da costituire la percentuale più alta delle problematiche affrontate dal Centro di Psicologia clinica InterattivaMente di Padova, problematiche su cui il Centro è andato via via sempre più specializzandosi nella loro risoluzione.

Prima di dare una descrizione delle manifestazioni con cui si esprimono i disturbi dell’affettività e dei sentimenti, darò una breve definizione di cosa comunemente si intende per affetti, sentimenti ed emozioni nella letteratura specifica e scientifica.

Definiamo affetti quegli aspetti del sentire più persistenti e meno legati a fattori esterni; così pure vengono intesi i sentimenti, cioè come componenti stabili degli affetti. Definiamo emozioni quegli aspetti del sentire reattivi (ad eventi esterni), molto intensi, ad insorgenza rapida e a rapido esaurimento, che più sono in collegamento col sistema neurovegetativo, che in genere sollecitano (esprimendosi attraverso segni come il pallore, il rossore, tremori, sudorazione, tachicardia, ecc.). Definiamo tono dell’umore lo stato basale dell’affettività, che può andare da sensazioni di benessere psichico con sentimenti di gioia ed euforia a sensazioni di sofferenza, tristezza ed afflizione. Esso ha maggiore o minore carattere di stabilità.

A)           Disturbi affettivi o del tono dell’umore

 

Sono riconducibili prevalentemente a 2 poli affettivi opposti: depressione e mania.

 

Depressione

Si tratta di un abbassamento del tono dell’umore accompagnato generalmente da un rallentamento più o meno marcato di alcune funzioni cognitive (attenzione, percezione, ideazione) e da un rallentamento della psicomotricità.

All’osservazione clinica, tuttavia, vi sono depressioni in cui tali funzioni sono molto compromesse, tanto da costituire il quadro più evidente, e depressioni in cui non si assiste ad alcun deficit cognitivo. Così ci sono depressioni caratterizzate da un calo generale delle performance e dell’attività e vi sono depressioni ansiose e/o agitate, in cui la psicomotricità è addirittura aumentata.

Il modello fisiologico della depressione è rappresentato dalla reazione di lutto, così come sostenuto da S.Freud, stato affettivo conseguente alla perdita di una persona amata o di un soggetto che la rappresenti o la sostituisca. Una simile reazione affettiva normalmente presente in situazioni specifiche, tende a risolversi spontaneamente in tempi più o meno brevi. A volte, invece, tale reazione è eccessiva o si complica. La tipica reazione da lutto passa attraverso una serie di fasi:

  • negazione della perdita
  • reazione di allarme con manifestazioni ansiose
  • ricerca ddella persona perduta
  • rabbia e colpa
  • sensazione di vuoto
  • assunzione di aspetti della persona perduta
  • accettazione della perdita

La depressione si caratterizza per i seguenti sintomi (variamente presenti nelle varie forme):

  • deflessione del tono dell’umore e tristezza fino alla disperazione
  • pessimismo
  • dolore morale
  • scarsa autostima (autosvalutazione)
  • senso di inutilità
  • sentimenti di colpa
  • vissuti di rovina
  • inadeguatezza
  • indegnità
  • anedonia (incapacità a provare piacere) 
  • apatia dolorosa (la persona soffre una mancanza di sentimenti) 
  • senso di oppressione
  • ansia intensa (presente in certe situazioni) 
  • riduzione dell’interesse e piacere in tutte o quasi le attività
  • riduzione del desiderio sessuale
  • ipocondria

Essa si accompagna quasi costantemente ad una varietà di altri sintomi sul piano cognitivo, comportamentale e fisico:

  • abulia 
  • astenia 
  • rallentamento psicomotorio 
  • rallentamento e povertà ideativa 
  • difficoltà a concentrarsi 
  • idee prevalenti su temi negativi e rivolti al passato 
  • pensieri di morte 
  • scarsa progettualità per il futuro 
  • rappresentazioni spiacevoli o “ruminazioni” del pensiero 
  • diminuzione delle attività e dei contatti sociali 
  • anoressia, perdita di peso e perdita di piacere per i cibi 
  • possibili abbuffate 
  • ipoestesia (spegnimento percettivo) o iperestesia (con senso di fastidio per gli stimoli) 
  • de realizzazione e depersonalizzazione 
  • insonnia o ipersonnia (la necessità di dormire il più possibile) 
  • disturbi digestivi o cardiovascolari 
  • riduzione o aumento ponderale 

Tanto più è grave e profonda la depressione, tanto più la persona si ritira nella sua angoscia, riduce il contatto con l’esterno e con la realtà, si impoverisce nelle proprie funzioni fino ad arrivare ad uno stato di arresto vero e proprio.

Quando si parla di depressione in genere però si possono intendere 4 cose:

  1. un sintomo specifico (il calo del tono dell’umore o tristezza)
  2. una sindrome (una costellazione di più sintomi variamente combinati e congrui al tono dell’umore; per questa ragione si possono distinguere varie sindromi depressive
  3. una malattia specifica
  4. una problematica interna alla struttura psichica della persona

Dal punto di vista sindromico possiamo distinguere le seguenti forme:

  • depressione semplice: in essa prevalgono i sintomi tipici della depressione 
  • depressione ansiosa: in essa ai sintomi tipici si accompagna ansia intensa talora polarizzata sul corpo e lamentosità
  • depressione agitata: i sintomi depressivi sono associati ad intensa irrequietezza e agitazione sia a livello motorio che del comportamento, Spesso si hanno anche sintomi vegetativi
  • depressione rallentata: il rallentamento si esprime sia a livello motorio che a livello ideativo-cognitivo
  • depressione fredda: prevalgono il sentimento di perdita della sensibilità emotiva, l’anedonia e sentimenti di estraniamento
  • depressione con sintomi psicotici: sono presenti deliri accompagnati o meno da allucinazioni

 

Molti autori tendono a riassumere tali varietà di quadri depressivi in 2 gruppi:

1.    depressioni inibite, in cui prevale l’inibizione, la chiusura e il rallentamento

2.    depressioni agitate, in cui prevale l’agitazione e l’ansia.

Per molti anni si è fatta anche una distinzione tra depressione endogena (più collegata a fattori biologici) e depressione esogena (più collegata a fattori ambientali).

Per alcuni Autori, vengono distinte anche:

  • depressioni d’autoaccusa: sono preminenti i pensieri di colpa, indegnità, insufficienza, rovina, inadeguatezza;
  • depressione ipocondriaca: sono marcate le componenti ipocondriache con timori di inguaribilità.

Dal punto di vista nosografico e diagnostico le depressioni rientrano nei cosiddetti disturbi affettivi che nei manuali più recenti vengono così suddivisi:

  1. disturbi affettivi primari
  • unipolari

a)    depressione grave o maggiore o psicotica

b)    depressione cronica

c)    depressione reattiva

  • bipolari

a)    disturbo bipolare (tipo I e II)

b)    ciclotimia

  1. disturbi affettivi secondari
  • a malattie somatiche o a farmaci
  • a malattie psichiatriche

Per maggiore semplicità espositiva, preferiamo dividere le problematiche depressive nelle seguenti forme:

  • depressione normale: è uno stato affettivo normale che segue eventi particolarmente dolorosi o situazioni di grosso stress emotivo, ma che risultano transitorie e di intensità compatibile con la causa scatenante. La persona passa solitamente attraverso le seguenti fasi:

1)    negazione del problema psichico

2)    protesta

3)    rabbia e colpa

4)    nostalgia

5)    accettazione

  • depressione reattiva: è una depressione che segue un evento scatenante ma è di intensità e durata maggiore della depressione normale.
  • depressione nevrotica: è detta anche distimia, o depressione cronica. Talvolta viene associata alla depressione reattiva, con cui condivide le seguenti problematiche: dipendenza, angoscia, idealizzazione-svalutazione, ecc..

Con la reattiva fa parte delle cosiddette depressioni esogene e si distingue dalla depressione endogena o depressione maggiore per i seguenti caratteri:

1)    non raggiunge la profondità e la gravità della psicotica

2)    non sono presenti deliri, disturbi percettivi, distacco dalla realtà

3)    è persistente e continuativa

4)    non vi sono alterazioni psicomotorie molto imponenti

5)    non vi è grave inibizione delle funzioni psichiche

6)    accusa una maggior dipendenza e reattività a fattori esterni e ambientali

7)    ha una sintomatologia più varia

8)    vi è la tendenza a rivendicatività nei confronti degli altri

9)    i disturbi somatici o neurovegetativi sono meno importanti

10)  talora si può verificare un comportamento da abuso di sostanze

11) Risponde meno bene alla terapia farmacologica antidepressiva

12) Non è preceduta da quadri nevrotici o disturbi di personalità

  • depressione psicotica: è detta anche depressione maggiore o endogena o melanconia. Essa si può caratterizzare per la presenza di soli episodi depressivi maggiori singoli o ripetuti (disturbi unipolari) o alternati ad episodi di mania (disturbi bipolari).

-       E’ una depressione più grave e profonda

-       Presenta spesso sintomi psicotici (deliri congrui al tono dell’umore e fenomeni dispercettivi)

-       Accusa maggior distacco dalla realtà e chiusura delle relazioni

-       C’è perdita di interesse e piacere in tutte o quasi le attività

-       E’ periodica e ciclica e si può alternare con episodi maniacali

-       Ha maggiori alterazioni sul piano psicomotorio

-       Ha maggior coinvolgimento somatico e neurovegetativo

-       C’è spesso marcata anoressia e perdita di peso

-       E’ poco dipendente da fattori esterni

-       La sintomatologia è più grave al mattino e l’insonnia è tardiva (frequenti risvegli notturni e risveglio mattutino precoce)

-       C’è maggior tendenza a colpevolizzare sé piuttosto che gli altri

-       C’è una miglior risposta agli psicofarmaci antidepressivi

  • Depressione secondaria: è una depressione dovuta a malattie (psichiatriche e non) o a farmaci. Talora i fattori biologici si sovrappongono a quelli psicologici (reazione alla malattia) e quindi tale depressione diventa in parte reattiva.

Eziopatogenesi della depressione

La depressione è collegata da un punto di vista fisiopatologico ad alterazioni dei sistemi monoaminergici centrali con deficit funzionale del sistema noradrenergico, serotoninergico e dopaminergico. Tale implicazione neurotrasmettitoriale sembra riguardare in modo peraltro diverso sia le depressioni esogene (da causa ambientale) sia la depressione endogena. A parte il quadro biologico sottostante all’affetto depressivo, è riconosciuta l’importanza sia di fattori psicologici intrapsichici, sia di eventuali fattori stressanti e di eventi esterni (abbandoni, frustrazioni, situazioni di cambiamento), sia della mancanza di sostegno sociale e interpersonale. Proprio per tali ragioni, la ricerca medica e psicologica rileva come solo una presa in carico farmacologica sia insufficiente, così come difficile risulta la psicoterapia senza l’ausilio di farmaci adeguati e pertanto suggerisce come ottimale la sinergia di un intervento psicologico – psicoterapeutico, condotto parallelamente a quello medico-psichiatrico.

 

Disforia

E’ un particolare stato affettivo caratterizzato da depressione associata a irritabilità, aggressività e malumore. Essa è presente nella già citata depressione cronica.

 

Ipertimia (ipomania e mania)

E’ uno stato di esaltazione del tono dell’umore e di euforia che a seconda della gravità si distingue in ipomania e mania.

Ipomania

E’ uno stato euforico e di sub eccitamento che si differenzia dalla fisiologica euforia che si può provare normalmente in situazioni piacevoli, in quanto si mostra esagerata, sproporzionata, inappropriata e spesso senza una ragionevole motivazione.

E’ caratterizzata da un tono dell’umore particolarmente allegro, espansivo, esuberante ed ottimista che si accompagna ad accelerazione di alcune funzioni psichiche e comportamentali e talvolta si trasforma in irritazione, scontrosità, intolleranza, irascibilità.

Non tocca i livelli di gravità, intensità e durata della mania. L’ipomania si caratterizza per i seguenti sintomi:

  • elevata autostima
  • diminuito bisogno di sonno
  • logorrea
  • accelerazione ideativa
  • distraibilità
  • aumento dell’attività finalizzata (lavorativa, sociale o sessuale)
  • iperattività psicomotoria
  • eccessivo coinvolgimento in attività che hanno un alto potenziale di conseguenze dannose (eccessi nel comprare, comportamenti sessuali esagerati, azioni avventate, ecc..)

Mania

E’ l’esasperazione massima dello stato euforico (eccitamento). In breve, sono presenti in massimo grado le caratteristiche dello stato ipomaniacale. La persona oltre a presentare

turbe ideative di onnipotenza può esprimere anche deliri di tipo persecutorio, di riferimento, di influenzamento, mistici, di inserzione del pensiero purché collegati ai vissuti megalomanici espressi dal tono dell’umore.

Ciclotimia

La ciclotimia costituisce anche una specifica forma clinica caratterizzata da un alternarsi di episodi di ipomania e di depressione, di durata, profondità e gravità minori delle forme affettive maggiori.

Labilità affettiva

E’ uno stato d’instabilità del tono dell’umore che passa in modo improvviso da sentimenti di gioia a sentimenti di tristezza, in risposta a stimoli esterni e con fluttuazioni frequenti all’interno della stessa giornata. Essa può comparire normalmente in adolescenza.

 

Disturbi d’ansia

Nelle ultime classificazioni diagnostiche appartengono ai disturbi d’ansia sia le crisi d’ansia e gli stati permanenti d’ansia (disturbi d’attacco di panico e disturbi d’ansia generalizzata), sia i cosiddetti disturbi post-traumatici da stress e i disturbi acuti da stress, sia le fobie (semplici e sociali)e i disturbi ossessivo-complusivi. In questo gruppo, in accordo con gli Autori consultati, inseriamo anche l’ipocondria, in quanto ansia focalizzata sul corpo.

Ansia

E’ uno stato di allarme, di marcata inquietudine e attesa affannosa di un pericolo imminente e indefinibile. Tale stato si associa a sentimenti di incertezza e a vissuti di impotenza. A differenza della paura che è una risposta emozionale a condizioni di pericolo reale esterno ben riconoscibile, l’ansia è una paura senza oggetto, compare senza che vi sia una reale minaccia riconoscibile dalla persona. Spesso il termine si sovrappone a quello di angoscia, altri autori invece tendono a considerarla una forma particolarmente intensa d’ansia.

Lo stato d’ansia si può esprimere acutamente sotto forma di crisi (cioè legato a certe condizioni) oppure in modo più persistente e continuo. L’ansia come sintomo si può esprimere con manifestazioni più strettamente psichiche o con manifestazioni più strettamente somatiche e neurovegetative.

L’ansia psichica si esprime con i seguenti sintomi:

  • stato d’allarme
  • apprensione
  • irrequietezza
  • paura di morire
  • paura di impazzire o perdere il controllo

Eziopatogenesi della depressione

La depressione è collegata da un punto di vista fisiopatologico ad alterazioni dei sistemi monoaminergici centrali con deficit funzionale del sistema noradrenergico, serotoninergico e dopaminergico. Tale implicazione neurotrasmettitoriale sembra riguardare in modo peraltro diverso sia le depressioni esogene (da causa ambientale) sia la depressione endogena. A parte il quadro biologico sottostante all’affetto depressivo, è riconosciuta l’importanza sia di fattori psicologici intrapsichici, sia di eventuali fattori stressanti e di eventi esterni (abbandoni, frustrazioni, situazioni di cambiamento), sia della mancanza di sostegno sociale e interpersonale. Proprio per tali ragioni, la ricerca medica e psicologica rileva come solo una presa in carico farmacologica sia insufficiente, così come difficile risulta la psicoterapia senza l’ausilio di farmaci adeguati e pertanto suggerisce come ottimale la sinergia di un intervento psicologico – psicoterapeutico, condotto parallelamente a quello medico-psichiatrico.

 

Disforia

E’ un particolare stato affettivo caratterizzato da depressione associata a irritabilità, aggressività e malumore. Essa è presente nella già citata depressione cronica.

 

Ipertimia (ipomania e mania)

E’ uno stato di esaltazione del tono dell’umore e di euforia che a seconda della gravità si distingue in ipomania e mania.

Ipomania

E’ uno stato euforico e di sub eccitamento che si differenzia dalla fisiologica euforia che si può provare normalmente in situazioni piacevoli, in quanto si mostra esagerata, sproporzionata, inappropriata e spesso senza una ragionevole motivazione.

E’ caratterizzata da un tono dell’umore particolarmente allegro, espansivo, esuberante ed ottimista che si accompagna ad accelerazione di alcune funzioni psichiche e comportamentali e talvolta si trasforma in irritazione, scontrosità, intolleranza, irascibilità.

Non tocca i livelli di gravità, intensità e durata della mania. L’ipomania si caratterizza per i seguenti sintomi:

·         elevata autostima

·         diminuito bisogno di sonno

·         logorrea

·         accelerazione ideativa

·         distraibilità

·         aumento dell’attività finalizzata (lavorativa, sociale o sessuale)

·         iperattività psicomotoria

·         eccessivo coinvolgimento in attività che hanno un alto potenziale di conseguenze dannose (eccessi nel comprare, comportamenti sessuali esagerati, azioni avventate, ecc..)

Mania

E’ l’esasperazione massima dello stato euforico (eccitamento). In breve, sono presenti in massimo grado le caratteristiche dello stato ipomaniacale. La persona oltre a presentare  turbe ideative di onnipotenza può esprimere anche deliri di tipo persecutorio, di riferimento, di influenzamento, mistici, di inserzione del pensiero purché collegati ai vissuti megalomanici espressi dal tono dell’umore.

Ciclotimia

La ciclotimia costituisce anche una specifica forma clinica caratterizzata da un alternarsi di episodi di ipomania e di depressione, di durata, profondità e gravità minori delle forme affettive maggiori.

Labilità affettiva

E’ uno stato d’instabilità del tono dell’umore che passa in modo improvviso da sentimenti di gioia a sentimenti di tristezza, in risposta a stimoli esterni e con fluttuazioni frequenti all’interno della stessa giornata. Essa può comparire normalmente in adolescenza.

 

 

Disturbi d’ansia

Nelle ultime classificazioni diagnostiche appartengono ai disturbi d’ansia sia le crisi d’ansia e gli stati permanenti d’ansia (disturbi d’attacco di panico e disturbi d’ansia generalizzata), sia i cosiddetti disturbi post-traumatici da stress e i disturbi acuti da stress, sia le fobie (semplici e sociali)e i disturbi ossessivo-complusivi. In questo gruppo, in accordo con gli Autori consultati, inseriamo anche l’ipocondria, in quanto ansia focalizzata sul corpo.

Ansia

E’ uno stato di allarme, di marcata inquietudine e attesa affannosa di un pericolo imminente e indefinibile. Tale stato si associa a sentimenti di incertezza e a vissuti di impotenza. A differenza della paura che è una risposta emozionale a condizioni di pericolo reale esterno ben riconoscibile, l’ansia è una paura senza oggetto, compare senza che vi sia una reale minaccia riconoscibile dalla persona. Spesso il termine si sovrappone a quello di angoscia, altri autori invece tendono a considerarla una forma particolarmente intensa d’ansia.

Lo stato d’ansia si può esprimere acutamente sotto forma di crisi (cioè legato a certe condizioni) oppure in modo più persistente e continuo. L’ansia come sintomo si può esprimere con manifestazioni più strettamente psichiche o con manifestazioni più strettamente somatiche e neurovegetative.

L’ansia psichica si esprime con i seguenti sintomi:

  • stato d’allarme
  • apprensione
  • irrequietezza
  • paura di morire
  • paura di impazzire o perdere il controllo
  • vissuti di depersonalizzazione o de realizzazione
  • timori ipocondriaci

L’ansia somatica (per lo più legata ad iperattività simpatica) può presentare un’estrema variabilità di sintomi, in associazione o da soli. Tra quelli più frequenti troviamo:

  • sintomi cardio-polmonari (palpitazione e tachicardia, dispnea o sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, ecc.)
  • sintomi gastro-intestinali (bruciore allo stomaco, nausea, difficoltà a deglutire, anoressia, bulimia, diarrea, stipsi, ecc.)
  • sintomi genitourinari (minzione frequente, ritenzione urinaria, dismenorrea, impotenza, vaginismo, eiaculazione precoce, eiaculazione ritardata, dispareunia, ecc.)
  • sintomi neurologici (cefalea, vertigini, tremori, parestesie, visone offuscata, crisi pseudo-epilettiche)
  • sintomi generali ( brividi o vampate di calore, sudorazione, affaticabilità e debolezza, ecc.)

La recente classificazione tende a sottolineare in particolare la distinzione tra disturbo da attacco di panico, disturbo d’ansia generalizzata, disturbo acuto da stress e disturbo post-traumatico da stress.

Disturbo d’attacco di panico (DAP)

E’ caratterizzato da forti crisi d’ansia somatica o psichica con timore di morire, impazzire o perdere il controllo. Talvolta è collegato da agorafobia, talvolta si presenta da solo. Nel caso si accompagni ad agorafobia, la persona teme di trovarsi in luoghi o situazioni dalle quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nelle quali potrebbe sentirsi intrappolato. Il timore della comparsa delle crisi può generare uno stato d’ansia anticipatoria.

Disturbo d’ansia generalizzata

E’ uno stato di apprensione e ansia persistente (quasi quotidiano e per almeno 6 mesi) relativo ad una quantità di eventi o attività (prestazione scolastiche, lavorative, ecc.). Esso si esprime con irrequietezza, tensione (anche muscolare), facile affaticabilità, irritabilità, difficoltà a concentrarsi e a ricordare, disturbi del sonno.

Disturbo acuto da stress

E’ uno stato d’ansia di breve durata che compare in stretta relazione con un evento traumatico di tipo psicologico ed è caratterizzato da:

  • sensazione soggettiva di insensibilità, distacco o assenza di reattività emozionale
  • sensazione di stordimento
  • vissuti di depersonalizzazione o de realizzazione
  • amnesia dissociativa

Tale quadro non supera le 4 settimane e si manifesta entro le prime 4 settimane dall’evento. Esso è poi seguito dal seguente stato emotivo:

  • disagio nei confronti di tutto ciò che riguarda l’evento e tendenza a rivivere (con immagini, pensieri, sogni) l’evento traumatico
  • tendenza ad evitare gli stimoli che ricordano il trauma
  • persistenza di uno stato di disagio (irritabilità, ipervigilanza, scarsa capacità a concentrarsi, irrequietezza, disturbi del sonno)
  • menomazione significativa nel rendimento scolastico e lavorativo e nel funzionamento sociale

 

Disturbo post-traumatico da stress

E’ uno stato d’ansia di durata superiore ad 1 mese, con caratteristiche cliniche simili al disturbo acuto da stress.

Eziopatogenesi dell’ansia

Dal punto di vista fisiopatologico l’ansia sembra essere collegata ad una attivazione catecolaminergica (adrenalina e noradrenalina) che giustifica anche la maggior parte dei sintomi neurovegetativi che in genere l’accompagnano. Dal punto di vista psicologico e tralasciando gli aspetti biologici che la sottendono, in modo molto generale la letteratura scientifica vede l’ansia come correlata a un conflitto intrapsichico non risolto, oppure ad un conflitto che scaturisce tra Io e realtà, o ancora tra mondo reale e mondo idealizzato.

Essa può essere innescata da sentimenti di colpa, di vergogna, da timori di perdita, o da angosce persecutorie o di disgregazione a seconda della struttura identitaria della persona.

Fobie

Si definiscono fobie quelle paure intense, esagerate e immotivate per situazioni, oggetti o azioni che il soggetto prova ed esperisce, nonostante spesso non ne capisca la ragione (generalmente per alcune fobie la persona usa modalità di razionalizzazione che danno spiegazioni razionali a timori di fatto legati al mondo affettivo).

Il fobico posto a contatto con lo stimolo specifico temuto presenta vere e proprie crisi d’ansia più o meno intense e paralizzanti. Per questo motivo adotta una o due strategie specifiche di comportamento: l’evitamento e/o la rassicurazione.

Con l’evitamento (che corrisponde al comportamento di fuga di fronte a un pericolo) il soggetto si mette a distanza dall’oggetto-situazione fobici. Con la rassicurazione riesce a tollerare il contatto con esso se è presente con lui un oggetto o una persona rassicuranti (se per esempio è insieme a un familiare o se ha un particolare oggetto con sé, quale un farmaco o un amuleto ecc.)

La fobia è dovuta alla modalità difensiva dello spostamento impiegata dalla persona che la patisce, la quale sostituisce una paura per un pericolo interno con una paura per un pericolo esterno, che la rappresenta simbolicamente. Inoltre, una fobia si origina anche per i particolari significati attribuiti dalla persona a quella particolare situazione-oggetto fonte dei propri timorie per le anticipazioni che da quei significati ne possono eventualmente derivare.

Alcuni Autori hanno diviso le fobie in 4 tipi:

1)    fobie da situazione:

a)    claustrofobia (paura per gli spazi chiusi);

b)    agorafobia (paura per gli spazi aperti, timore di essere sotto gli occhi o il giudizio della gente, ecc.);

c)    paura dei mezzi di trasporto;

d)    paura del buio o di rimanere soli (si può accompagnare a timori vari quali la paura dei ladri, dei fantasmi ecc.);

e)    acrofobia (paura per i luoghi elevati o dell’altezza)

 

2)    fobie semplici: Sono fobie presenti nell’infanzia ed in genere fisiologiche a quell’età, che diventano d’attenzione clinica in età adulta. In genere si tratta di paure specifiche di animali (zoofobie) o di particolari situazioni (fobia dei gatti, dei topi, dei serpenti, degli insetti, paura degli odori, dell’acqua, del sangue, delle ferite, di oggetti appuntiti, ecc.)

 

3)    fobie da impulso: spesso sono mal distinguibili dalle ossessioni (rientrando all’interno dei disturbi ossessivo-compulsivi). Consistono più spesso nella paura di compiere atti aggressivi contro sé o gli altri oppure atti sconvenienti, in particolari situazioni o di fronte a particolari oggetti o persone. Se tale paura è più di un contenuto di pensiero, che compare in assenza dello stimolo fobico, si devono meglio considerare ossessioni. Si distinguono:

 

a)    fobie d’impulso al suicidio o a farsi male volontariamente (di fronte a certi oggetti quali coltelli o armi, oppure situazioni quali finestre, autobus, sostanze tossiche)

b)    fobie d’impulso all’omicidio o a danneggiare gli altri

c)    fobie d’mpulso ad esibirsi sessualmente, o a dire o fare cose sconvenienti in pubblico

 

4)    fobie limite: sono fobie con caratteristiche che le pongono spesso fuori da un contesto nevrotico. Distinguiamo:

a)    Fobie sociali: vi appartengono l’ereutofobia (paura di arrossire in pubblico), o tutte quelle fobie il cui il soggetto teme il contatto con le altre persone per timore di essere giudicato o di fare qualcosa di imbarazzante o di umiliante.

b)    Nosofobia (o paura delle malattie): è spesso accompagnata da ipocondria.

c)    Rupofobia o copro fobia (o paura dello sporco): può esprimere simbolicamente una difficoltà di contatto con la sessualità, oppure si accompagna a comportamenti di pulizia ed è quindi inseribile in un contesto ossessivo. Essa può infine collegarsi a timori persecutori di natura proiettiva.

d)    Dismorfofobia o disturbo di dimorfismo corporeo: è un’intensa preoccupazione per un supposto difetto nell’aspetto fisico o la convinzione di essere brutti, anche se nalla maggior parte dei casi l’aspetto è normale.

Ossessioni

La presenza di una ossessione comporta sempre uno stato di marcato malessere e di ansia, collegati alla lotta interna compiuta dalla persona per scaccciare dalla mente lo specifico contenuto di pensiero. Le ossessioni, a differenza delle idee prevalenti, sono ego distoniche, cioè avvertite come intrusive e problematiche.

Ipocondria

L’ipocondria esprime una esagerata ed intensa preoccupazione focalizzata sul proprio corpo e sul suo funzionamento ed il timore di avere qualche malattia.

Essa può essere centrata su di un organo o su una funzione specifica, oppure essere diffusa. La persona preoccupata di poter contrarre (o di aver contratto) una specifica malattia ascolta il proprio corpo, si preoccupa per qualsiasi segno o sintomo anche banale, si auto-visita, legge libri di medicina, sembra riconoscere la propria malattia nei segni riportati dai testi. L’ipocondriaco cerca continue conferme o disconferme della propria malattia, chiede l’esecuzione di continui esami clinici, cerca medici sempre diversi senza mai essere rassicurato dall’esito delle indagini richieste.

 

Bibliografia consultata

Colombo, Giovanni, Manuale di psicopatologia generale, CLEUP, Padova, 1996

Gabbard, Glen O. , Psichiatria psicodinamica, Raffaello Corina, Milano 2007

Sims, Andrew, Oyebode, Femi, Introduzione alla psicopatologia descrittiva, Milano, 2009

Salvini, Alessandro, Psicologia clinica, UPSEL Domeneghini, Padova, 2004

Pubblicato in Psicologia clinica
Martedì, 22 Maggio 2012 13:14

Sindromi da paura del successo (nikefobia)

 

E’ apparentemente incomprensibile come un atleta, nell’affrontare il confronto agonistico, possa temere di vincere. Eppure questo fenomeno è tutt’altro che raro. Nell’ambito di queste sindromi possiamo distinguere le depressioni da successo e le inibizioni al successo, entrambe sostenute da profondi e perturbanti conflitti personali con cui alcuni individui vivono la situazione sportiva. Tali conflitti spesso nascono dai significati stessi attraverso cui è nominata e descritta la propria esperienza agonistica (i significati che attribuiamo al mondo, sono regole per il nostro agire), cioè si generano proprio dal senso che la persona attribuisce, in modo implicito o esplicito, alla pratica sportiva e al modo in cui viene ad incastonarsi nella sua vita.

 

Depressione da successo

Con depressione da successo si definiscono le reazioni disforiche ad eventi soddisfacenti. Si tratta di una depressione paradossa che talvolta segue al raggiungimento di un successo o di un vantaggio più o meno inaspettato.

Nello sport, così come in altri contesti della vita, questo fenomeno non è così raro. E’ il caso dell’atleta che, non appena conquistato un titolo importante, accusa un “inspiegabile” crollo della forma e dell’umore. Si tratta di un forte senso di insicurezza per cui si teme inconsapevolmente la responsabilità legata alle conseguenze del successo.

La depressione da successo, in termini molto generali, nel suo processo di costruzione di realtà assume più o meno la seguente forma: ogni volta che la tristezza prevale sulla gioia, come eco di un successo, significa che l’affermazione conquistata è vissuta come una colpa, dove la vittoria è la prova di un’aggressività che si è lasciata fluire in tutta la sua intensità più pericolosa. L’atleta vittorioso, pertanto, non può rallegrarsi per il successo sportivo perché si colpevolizza nell’intimo, in modo più o meno consapevole, e deve perciò autopunirsi rivolgendo contro di sé l’aggressività distruttiva che lui stesso stigmatizza e che gli ha comunque consentito di raggiungere il risultato, uccidendosi come atleta.

In più, un altro aspetto psicologico riguarda il fatto che la conquista di un record o di un importante obiettivo sportivo, risulta essere un potenziale fallimento per il resto della propria vita sportiva, cioè nel senso che è anche un impegno a ripetere a oltranza prestazioni di eccezione, un peso emotivo che costituisce il rovescio della medaglia di ogni grosso successo sportivo.

Un atleta, professionista o dilettante che sia, ha il dovere di essere sempre all’altezza delle sue prestazioni migliori: il pubblico lo esige, così come gli allenatori. I grandi atleti sono assai mitizzati e vissuti talvolta in modo particolarmente idealizzato, tanto che se si è disposti ad ammettere l’errore di un uomo o di una donna della strada, meno si è disposti a comprendere l’umanità di un eroe delle cronache sportive, del campo di gioco o della palestra.

 

Inibizione al successo

Sono forme dovute a più o meno velati sensi di colpa, che mettono l’atleta nella condizione di ricercare attivamente un processo di autopunizione catartica. In genere si tratta di complesse configurazioni psicologiche in cui il successo è ritenuto non solo un premio non meritato, ma anche il simbolo della realizzazione di inconfessati e illeciti desideri, che devono conseguentemente essere frustrati e temuti in quanto violano gli assetti normativi ed etici che l’atleta stesso ha interiorizzato come componenti costitutive della propria identità.

Disturbi di questo genere sono presenti in quegli atleti che rendono di più in allenamento, sciupano banali occasioni di successo, si sentono emozionati ed ansiosi durante la gara e perciò non rendono come potrebbero, oppure che vanno incontro ad incidenti con particolare frequenza.

L’inibizione al successo è la forma più eclatante di nikefobia. La sindrome è decisamente specifica. Può colpire atleti a tutti i livelli, dal più puro dilettante (anche in età scolare) al professionista più impegnato.

Il successo sportivo può provocare vari problemi, che sono più o meno noti e che possono creare delle grosse remore, spesso in modo inconsapevole, alla conquista di successi decisivi:

  • Isolamento sociale ed affettivo. L’affermazione sportiva di un ragazzo o di una ragazza provoca un notevole risentimento nei membri del suo gruppo. Gli amici gioiscono per identificazione con il o la fortunato/a, ma, nel contempo, lo osteggiano per invidia, pensano che lui o lei non abbia più bisogno di loro e arrivano a provocarlo/a per confermare l’ipotesi. L’isolamento può evidenziarsi anche a livello sentimentale: il ruolo del o della partner del neo-campione o della neo campionessa è delicato e vulnerabile. Spesso il partner non riesce ad adeguarsi al nuovo ritmo e tipo di vita a cui l’atleta è costretto e, ancora più spesso, si sente inadeguato al ruolo o decisamente inferiore ai presunti o agli effettivi rivali che il proprio compagno o la propria compagna potrebbero incontrare nel mondo sportivo di cui fanno parte. I tifosi possono costituire un nuovo oggetto d’amore, ma vengono subito riconosciuti come eccessivamente pretenziosi, ambivalenti, infidi. Le loro aspettative non sono mai realistiche, il loro amore è superficiale e bisognoso di continue conferme, il loro umore instabile e tutt’altro che rassicurante. Il neocampione si trova così improvvisamente e penosamente solo, catapultato in un mondo in cui si muove con l’impaccio timoroso di un astronauta sulla luna.
  • Sensi di colpa. La conquista del successo richiede una notevole aggressività. Questa ha bisogno di essere gestita con disinvoltura fin dall’età infantile affinché ce se ne possa avvalere impunemente al momento opportuno. Invece, esistono tuttora molti climi familiari in cui si tende a frenare la naturale aggressività dei bambini. Un’aggressività soffocata può avere due sbocchi: o resta inutilizzata a vita, ed allora l’individuo sarà sempre un emarginato, un succube, un debole, un passivo, oppure non sopporta tanta coercizione ed esplode, superando i limiti della sicurezza sociale e scadendo nella violenza. La condotta violenta non dipende da un’eccessiva aggressività ma da un “guasto” pedagogico nel controllo di un’aggressività che è pur sempre normale. L’impostazione anti-aggressiva di una certa educazione non fa altro che evocare fantasie compensatorie di violenza , sempre vissute con ansia, impotenza, ribellione, colpa. Lo sport richiede aggressività. Questa evoca esperienze infantili. Se si cresce nel culto del rifiuto dell’aggressività, lo sport è vissuto come un grosso rischio perché è un chiaro atteggiamento contro la famiglia. La vittoria è il frutto dell’aggressività, ma è anche la prova della liberazione e della legittimazione di ciò a cui non ci si autorizza o si proibisce, il che crea sensi di colpa, perplessità, esigenze autopunitive, stati d’ansia. In queste condizioni appare comprensibile che si possa aver paura di vincere.
  • Risentimento. A parte l’atteggiamento repressivo verso l’aggressività, molti climi familiari sono eccessivamente esigenti in merito ai risultati scolastici ed al rispetto delle regole educative. La punizione è frequente per ogni minima sbavatura, mentre la gratificazione viene concessa solo per prestazioni eccellenti. Purtroppo questo atteggiamento è diffuso anche nel mondo dello sport, dove molti allenatori sono eccessivamente restii a gratificare gli atleti per risultati appena buoni, esigendo sempre e soltanto prestazioni eccelse: questo atteggiamento è frustrante, deleterio, improduttivo. Un ragazzo o una ragazza cresciuti in un clima del genere possono nutrire una giustificata ostilità verso ogni autorità troppo esigente e cogliere ogni occasione per vendicarsi o colpirla , naturalmente a livello inconsapevole. L’eventualità di una vittoria di prestigio può essere quindi rifiutata al solo scopo di non gratificare chi non la merita, cioè un autorità esterna o solamente interiorizzata.
  • Razionalizzazione. Un atleta può avvertire il peso emotivo di un grosso successo, o solo avere un vago sentore dei problemi che incontrerebbe se vincesse; cioè può sentirsi candidato al destino della sindrome della depressione da successo. Il mezzo migliore per evitare di confrontarsi con se stesso sembra quello, di solito, dell’iper-razionalizzazione, allo scopo di rinviare alle “calende greche” la cosiddetta ora della verità e di sottrarsi con ogni scusa all’appuntamento con le gare più impegnative. Ci sono atleti che riescono a diffondere nell’ambiente la convinzione delle proprie grandi possibilità ma che teme di deludere nelle prove decisive. Allora, escogitano ogni stratagemma per evitare queste prove, con una serie pressoché infinita di impedimenti di vario genere, creati e sfruttati ad hoc più o meno consapevolmente.

 

Pubblicato in Psicologia dello sport
Lunedì, 21 Maggio 2012 16:56

Sindromi da paura dell’insuccesso

 

Derivano in maniera comprensibile dal timore di non poter coronare con la vittoria la carica emotiva che sostiene l’agonistico confronto con altri soggetti. Comprendono una forma acuta, l’ansia pre-agonistica, ed una cronica, la sindrome del campione.

 

Sindrome pre-agonistica

Corrisponde alla pre-start anxiety della letteratura scientifica americana. Questa sindrome consiste in una reazione ansiosa, particolarmente intensa, nell’immediata vigilia di un qualunque evento ricco di contenuto emotivo e tale da suscitare, nell’atleta, più o meno legittime preoccupazioni di insufficienza o di incapacità.

Tale sindrome si può verificare in ogni campo dell’attività umana, ma è naturalmente più frequente nello sport, dove ogni evento si conclude con un risultato immediato.

Ogni sportivo sa che il successo è dovuto in gran parte al grado di concentrazione con cui si aspetta la gara ed alla misura in cui la gara stessa viene “sentita”. L’attesa della competizione è sempre vissuta in un tipico stato di tensione emotiva che può ben definirsi una forma attenuata d’ansia.

La sindrome pre-agonistica scatta quando questo grado di tensione supera certi livelli medi. Si tratta perciò di un disturbo quantitativo, per tale ragione la sindrome si può inquadrare come una forma di reazione psicogena ansiosa. La sintomatologia dell’ansia pre-agonistica si evidenzia su due versanti, cioè sia con disturbi psichici, sia con disturbi somatici.

 

Sindrome del campione

La sindrome del campione consiste in una alterazione significativa dell’identità personale dell’atleta, più o meno frequente in atleti di alto livello, specie nella fase terminale della loro carriera. Due elementi personologici sono evidenti nell’atleta che presenta la sindrome del campione, uno costitutivo e l’altro acquisito.

  • Una forte carica agonistica (senza la quale l’atleta non avrebbe mai potuto sfruttare le naturali disposizioni fisiche e diventare un campione). Per emergere nello sport l’atleta deve disporre di un modo particolare di gestire la sua normale aggressività: uno stile di vita improntato all’azione, fiducia nei propri mezzi sempre superiore alla valutazione delle difficoltà e dei rischi, disponibilità ad accettare ogni sfida ed ogni confronto. Questa carica agonistica è presente in origine, in tutti i giovani atleti, ma subisce un processo di ridimensionamento nel corso delle varie esperienze. Essa cioè si riduce, nei più, quando la presa di coscienza dei propri limiti suggerisce diverse modalità di comportamento, mentre si esalta negli sportivi atleticamente più dotati.
  • Una tensione emotiva definibile come ansia esistenziale. Il campione giunto ad un alto livello di efficienza atletica e di prestigio sociale non ha più nulla della semplicità di intenti con cui, da più giovane, cominciò a praticare sport. Le sue motivazioni hanno subito un profondo mutamento: al gioco ed all’agonismo, più o meno fini a se stessi, si sono sostituiti il lavoro, il dovere, la grinta professionale, la responsabilità, il piacere del guadagno e della notorietà, la coscienza del rischio costante di perdere il ruolo e la stima, la consapevolezza della brevità della carriera (con la conseguente frenesia di collezionare in fretta e comunque quanti più vantaggi e successi possibile).

 

La situazione sportiva, così, da ludica e ricreativa, è diventata impegnativa ed ansiogena. Insieme con la gloria, il campione incontra vari fattori traumatizzanti:

  • Disadattamento per un benessere e un prestigio troppo rapidamente raggiunti, per una responsabilità il cui peso lo trova ancora immaturo, per un cambiamento eccessivamente brusco di abitudini e di ambiente;
  • Isolamento affettivo per la limitazione della sua libertà d’azione e per l’allontanamento dal vecchio mondo di amici e di familiari;
  • Disorientamento per il contrasto spesso acuto tra l’ipervalutazione dei tifosi, che lo idolatrano come un semi-dio, e l’atteggiamento dei dirigenti, che al contrario non assumono atteggiamenti di riconoscimento di ruolo.
  • Insicurezza per le oscillazioni continue dell’autostima e dell’eterostima in rapporto ai risultati atletici.

La sintomatologia della sindrome da campione è costituita da comportamenti riferibili ai seguenti fattori:

  • Eccessi di aggressività: l’ipertrofia della propria identità di ruolo, generata dal conseguente divismo, determina disistima e disprezzo per gli altri. Ogni evento negativo viene interpretato in termini di sfortuna o di persecuzione e malizia altrui. Ogni ulteriore successo è vissuto invece con atteggiamenti istrionici ed eccessivamente euforici. Tutto ciò comporta atteggiamenti sempre più rivendicativi e di sfida.
  • Eccessi d’ansia: il bisogno di conservare ad ogni costo il ruolo di prestigio impone al campione la ricerca di giustificazioni ogni volta che una prestazione insufficiente rischia di mettere in dubbio il suo valore, per lui indiscusso e indiscutibile. Poiché ogni gara riproduce una situazione da esame sempre temuta, il campione si concede varie fughe e distrazioni dagli allenamenti, assumendo un comportamento evitante. L’insicurezza richiede delle misure di difesa, che lo portano alla costante ricerca di figure guida, di affetto e protezione.
  • Eccessi di compensi: il fenomeno più evidente è il doping, il quale è il mezzo apparentemente più semplice per sostituire (o per illudersi di sostituire) un’energia ridotta e non più sicura con strumenti farmacologici illeciti che agiscono più sull’autostima che sull’efficienza atletica.
Pubblicato in Psicologia dello sport

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