In questi ultimi anni è andato progressivamente crescendo il numero di persone che richiedono una psicoterapia. La modificazione delle tecniche di trattamento, la minor conflittualità esistente fra i diversi approcci, la recente formalizzazione dei programmi di addestramento per gli psicoterapeuti hanno infatti prodotto il risultato di una maggiore accessibilità a questo tipo di interventi. Contemporaneamente, si sono moltiplicati gli interrogativi sull'efficacia della psicoterapia e sulla fondatezza scientifica dei suoi metodi. Questo volume, in cui autori di diverso orientamento dialogano fra loro, intende esplorare il contributo che la riflessione epistemologica può dare alla soluzione di questi problemi.

Una metafora adeguata per il terapeuta non è più quella freudiana dell'analista" archeologo" che condivide la discesa agli inferi, bensì quella del navigatore fenicio. Questi si basava sulla padronanza dei propri strumenti (la barca, le vele, i remi, la sua capacità di navigare con le stelle, la sua esperienza e resistenza psicofisica), ma sapeva che il mare aperto è più forte di qualunque uomo e che, soprattutto se cercava di scoprire territori ignoti, non poteva prevedere se, dove e quando sarebbe approdato. Egli sapeva però che solo il funzionamento e la sintonia dell'equipaggio garantivano la navigazione. Come l'antico esploratore, il terapeuta non possiede mappe dettagliate che gli dicano prima di andarlo a scoprire come è fatto il territorio, ma possiede un setting, una formazione, dei quadri di riferimento teorico, la conoscenza della psicopatologia, degli strumenti di navigazione, un'adeguata esperienza fatta nei propri viaggi (terapia personale, supervisioni, studio scientifico, esperienze del lavoro e del vivere). Questo viaggio metaforico ci ha portati alla questione dell'etica e della competenza in psicoterapia e cioè alle conditio sine qua non del nostro lavoro..

Pubblicato in Psicoterapia
Giovedì, 20 Giugno 2019 09:17

Quando il corpo parla

"In una società che accetta le malattie dell'organismo, ma molto meno i problemi dell'esistenza, l'unica via praticabile resta quella di esprimere in termini di malattia somatica i propri problemi personali. In questo modo l'individuo difende la sua dignità e si garantisce contro la delusione a cui potrebbe andare incontro con una comunicazione diretta".

Umberto Galimberti, Il corpo

Ripropongo, sul sito del Centro di Psicologia clinica InterattivaMente, un vecchio articolo, pubblicato molti anni fa in una rivista scientifica di settore e su Psychomedia. Salute Mentale e Comunicazione,Membro del Council of Editors of Psychoanalytic Journals. Credo possa offrire ancora dei punti di riferimento utili.

Intervento presentato al Congresso degli Psicologi Italiani:
La Professione dello Psicologo. Norme di tutela, Libero Mercato, Etica Professionale,
tenutosi a Roma il 20-21-22- 05-2004, presso la Sala Convegni Hotel Es, organizzato dal Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi

Le date tra parentesi, che compaiono nel testo associate ai nomi degli autori, si riferiscono all’anno dell’edizione originale delle opere e rinviano alla bibliografia che sarà pubblicata al termine del presente saggio. Il saggio, anche nella versione italiana, si compone di tre parti e sarà pubblicato integralmente nel prossimo numero di “Psicoterapia Professionale”.
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Marco Inghilleri
(psicologo-psicoterapeuta-sessuologo)

Generalmente la riflessione epistemologica sulla psicologia non è accolta con particolare entusiasmo da parte degli psicologi: anzi. L'atteggiamento che solitamente viene manifestato sia da chi fa ricerca, sia da chi al contrario applica operativamente i risultati ottenuti dalla ricerca stessa, è spesso quello della diffidenza, se non del fastidio o, peggio, del disinteresse. Un tale disagio può in linea di massima avere una sua giustificazione quando ad occuparsi dei problemi epistemologici della psicologia sono dei non-psicologi (ed in genere dei non scienziati "specializzati" ad insegnare agli scienziati il loro mestiere). Così come è comprensibile il timore che la concretezza, il rigore e la forza dimostrativa della ricerca empirica vengano compromessi da una teorizzazione epistemologica dietro alla quale si vede rispuntare il volto dell'astratta speculazione filosofica. Tali paure, tali resistenze, sono però meno giustificate e meno facili a capirsi se i problemi metodologici, in gran parte sconosciuti al pensiero scientifico classico, vengono affrontati dall'interno, cioè dagli psicologi stessi. E questo come esigenza e necessità del bisogno di fare chiarezza sulla natura e sul significato dei propri strumenti concettuali, dei propri fini e dei propri procedimenti. Tanto da far diventare la riflessione sull'epistemologia della psicologia, non un'esercitazione meramente speculativa, estranea alla ricerca e alla prassi applicativa, bensì una forma di riflessione concreta che parte dalla ricerca e dall'ambito applicativo, restando ad essi legata e funzionale(1). Ciò la renderebbe, inoltre, parte costituente e necessaria alla costruzione della specificità della propria identità professionale. Necessità che oltre tutto si impone proprio in ragione della particolare classe di fenomeni di cui la psicologia si interessa, che non ci permette nessun tipo di separazione tra momento teorico e momento applicativo.
Gli psicologi, infatti, incontrano "oggetti" ed "eventi" che sono il risultato delle attività mentali e comportamentali di chi li produce (l'osservato), ma anche dei concetti e delle teorie che loro adottano in qualità di osservatori. Per di più, gli psicologi si vedono costretti a confrontarsi ed a misurarsi con asserti la cui validità non è sempre riconducibile alle spiegazioni della logica e nemmeno all'evidenza della fattualità empirica. Piuttosto, al contrario, tali asserti sembrano dipendere dalle categorie conoscitive messe in atto, come dalle procedure euristiche mediante le quali gli individui costruiscono la propria esperienza. Le loro strategie conoscitive cioè si intersecano con gli eventi osservati e le loro scelte teoriche se ammettono una certa realtà come spiegazione assoluta, possono perdere quei fenomeni la cui complessità rivendica la loro appartenenza a diversi domini della ragione(2). "Nella storia naturale dell'essere umano", scrive Gregory Bateson, "l'ontologia e l'epistemologia non possono essere separate; le sue convinzioni (di solito inconsapevoli) sul mondo che lo circonda determineranno il suo modo di vederlo e di agirvi, e questo suo modo di sentire e di agire determinerà le sue convinzioni sulla natura del mondo. L'uomo vivente è quindi imprigionato in una trama di premesse epistemologiche ed ontologiche che, a prescindere dalla loro verità e falsità ultima, assumono per lui carattere di parziale autoconvalida"(3).
La psicologia odierna, presente nell'ambito dell'esercizio della professione psicologica e che viene a costituire la parte prevalente del bagaglio culturale che si intende far acquisire ai futuri psicologi, è la psicologia indicata come "psicologia scientifica", la cui nascita è in genere collocata negli ultimi decenni dell'800. La psicologia scientifica studia sostanzialmente i medesimi fenomeni indagati dalla psicologia pre-scientifica (percezione, memoria, immaginazione, emozioni, il sonno e i sogni ecc..). Ciò che contraddistingue la psicologia scientifica non è quindi l'oggetto o gli oggetti della disciplina: essa non si differenzia perché studia fenomeni nuovi rispetto a quelli studiati nel passato. La diversità consisterebbe al contrario nel modo con cui i fenomeni sono indagati, ossia nel metodo. Ad ogni buon conto, anche se la psicologia scientifica si distingue da quella filosofica per il fatto che non procede sulla base di pure speculazioni ma attraverso rimandi all'esperienza empirica, il riferimento ai dati sensoriali non mancava nella psicologia pre-scientifica. E, nella psicologia scientifica, sono pur sempre presenti concetti e argomentazioni che hanno una base puramente teorica, senza che vi sia la possibilità di una loro riconduzione a elementi di ordine empirico. In altre parole, così come la psicologia per così dire "filosofica" o "razionale" si è avvalsa, oltre che di procedimenti puramente speculativi, di constatazioni di tipo empirico, così anche la psicologia scientifica non consiste unicamente di affermazioni sostenute, direttamente o indirettamente, da evidenze empiriche.
Queste considerazioni, ci suggeriscono una maggiore continuità e gradualità nel passaggio dalla psicologia pre-scientifica a quella scientifica e ci inducono a considerare più approfonditamente quale sia lo statuto epistemologico della psicologia.
La psicologia, come tutta la scienza, ha un costitutivo carattere pubblico, sociale e linguistico. Si compiono indagini sui fenomeni indagati per poter poi enunciare qualche cosa circa ciò che si è studiato. Si compiono ricerche affinché i loro risultati possano essere presentati ad altri, discussi, criticati, approvati, presi come punto di partenza per ulteriori sviluppi. E perché questo possa avvenire, occorre che le conoscenze acquisite, o che si presume di aver acquisito attraverso un lavoro di ricerca, assumano una forma verbale.(4) Ma la psicologia appare essere frammentata nei contenuti, nei metodi e proprio nei suoi linguaggi. Così come molto più profondamente essa appare essere divisa e contraddittoria nella definizione dei fondamenti e dei criteri della propria scientificità, cioè risulta essere epistemologicamente divisa e contraddittoria(5).
Appunto per l'estrema complessità di questa scienza, gli psicologi quindi non possono considerare solo marginalmente e confinare alla periferia delle proprie discipline ogni attenzione e formazione tesa ad analizzare quanto avviene nell' ambito specifico dei loro "saperi". Riconosciuto che lo scopo di una disciplina scientifica è quello di sviluppare dei discorsi sulla realtà di cui essa si interessa, occorre stabilire qual è il tipo di fondamento che tali discorsi devono avere per poter essere accettati come scientifici e quale è il loro valore pragmatico di applicatività (salva restando la possibilità di dire legittimamente qualcosa sulla realtà basandosi su altri fondamenti, di tipo non scientifico).
Con il termine di epistemologia (da episteme o scienza e logos o discorso) si è soliti indicare quella branca della teoria generale della conoscenza che si occupa di problemi quali i fondamenti, la natura, i limiti e le condizioni di validità del sapere scientifico, tanto delle scienze cosiddette esatte (logica e matematica), quanto delle scienze cosiddette empiriche (fisica, chimica, biologia; psicologia, sociologia, storiografia ecc..). Pur connessa con la teoria generale della conoscenza o gnoseologia, l'epistemologia trova il suo significato predominante come quello di studio o discorso critico sulla scienza. In particolare essa analizza tutto ciò che avviene nelle scienze, dalle loro genesi e sviluppi storici, ai loro metodi, procedure, strutture, ipotesi, teorie, leggi, interpretazioni, validità e criteri di demarcazione. E' sinonimo di Filosofia della scienza e di metodologia e a differenza della scienza che è essenzialmente descrittiva, l'epistemologia è essenzialmente prescrittiva(6).
Uno dei principali scopi di tutte le epistemologie è stato quello di individuare le regole, i principi ed i fondamenti che gli scienziati consapevolmente o inconsapevolmente applicano veramente e con successo nelle loro procedure e nell'esporre i risultati delle loro ricerche(7). Dal momento che l'epistemologia è inscindibile dalla scienza, nel senso che "la scienza senza epistemologia, se pur si può concepirla, è primitiva ed informe"(8), "Non si può sostenere di non possedere un'epistemologia. Chi lo sostiene ha semplicemente una cattiva epistemologia"(9). Tutti noi, quindi, applichiamo una qualche forma di epistemologia più o meno consapevolmente alle nostre "pratiche" di psicologi, al nostro utilizzare una strumentazione concettuale fabbricata da modelli, ipotesi, teorie e leggi.
Dal punto di vista epistemologico all'interno del discorso scientifico modelli, ipotesi, teorie e leggi sono "cose" diverse. Con il termine modello si intende indicare una rappresentazione schematica e astratta, che può essere di diversi gradi, di un pezzo di realtà. Ha una funzione prettamente euristica e di solito viene introdotto come ipotesi di lavoro, che se vera, o meglio, reificata, diventa teoria(10).
L'ipotesi è, invece, un asserto che sta alla base di un ragionamento. Nella ricerca scientifica, è un asserto che viene assunto come spiegazione di uno o più fatti e che necessita controlli osservativi e/o sperimentali. Una volta tratte le conseguenze ed effettuati i controlli, se il suo contenuto informativo e la sua forza previsiva e/o esplicativa risultano convalidati e solidi, sia pur provvisoriamente, di solito viene elevata a teoria e a legge(11).
La teoria è un asserto che descrive, spiega e/o predice in maniera schematica, generalizzata e coerente un pezzo di realtà. E' controllabile, provvisoria e da essa si possono dedurre delle conseguenze anche per ulteriori applicazioni(12).
Nella scienza non sempre le leggi si distinguono nettamente dalle teorie. A dire il vero vi è spesso uno scambio dei loro usi e la sovrapposizione delle loro caratteristiche. Ad ogni modo, oggi ci sono delle note distintive che contraddistinguono le leggi e che vengono generalmente loro attribuite. La legge descrive le regolarità degli eventi e le relazioni tra i fatti. Ha carattere invariabile o uniforme, universale o generale e anche statistico o probabilistico. E' predittiva ed è controllabile empiricamente(13).
Nel nostro lavoro quotidiano di psicologi applichiamo un "sapere" che è interamente costituito da teorie e modelli che assolvono due funzioni: una conoscitiva ed una operativa, rispettivamente complementari. Le teorie hanno una finalità esplicativa e rappresentano, dunque, un tentativo di organizzare una serie di leggi derivate da una collezione di dati empirici, la più ampia possibile, con lo scopo di spiegare la successione di eventi specifici e di prevederne la comparsa. Quando viene a mancare la corrispondenza fra organizzazione delle leggi e nuovi dati sperimentali o osservativi, nascono problemi di interpretazione che dovrebbero portare alla falsificazione della teoria o di alcune sue parti. L'apporto di nuovi dati dovrebbe provocare quindi il consolidamento, l'indebolimento o addirittura il rifiuto della teoria che pure li ha prodotti, a favore di una nuova versione che possa inglobarli coerentemente. Uno degli aspetti problematici presenti in psicologia però è che nella sua conoscenza scientifica non esistono fatti in sé, ontologicamente dati. Fatti e spiegazioni emergono attraverso l'uso di una teoria e dei suoi modelli esplicativi o interpretativi, metodologicamente organizzati(14). Una teoria può avvalersi di modelli iconici o analogici con differente grado di isomorfismo rispetto alla realtà presunta o data. Ciò non pregiudica l'adeguatezza della rappresentazione rispetto alla specificità dell'evento, ma introduce il rischio della "letteralità", ossia di farci perdere di vista che certe configurazioni concettuali e linguistiche, non sono realtà ontologiche, ma rappresentazioni ed espedienti teorico-metodologici. Ovvero finzioni della ragione più che fotografie di presunte realtà o di fatti psicologici(15).
D'altro canto, il modello non è esplicativo: è un'applicazione metaforica e/o analogica della teoria. E', detto diversamente, una rappresentazione della realtà, non la sua descrizione. Non richiede quindi preliminarmente una base consistente di dati empirici. Né un puntuale riferimento ai nuovi dati prodotti dalla sperimentazione. Al contrario di quanto avviene per la teoria, allora il modello, anche se perde via il valore euristico, è più o meno utile, ma non è mai falsificabile. E' proprio grazie al suo valore euristico che il modello può essere indispensabile nella fase iniziale del percorso o dell' iter conoscitivo, pertanto utile per indirizzare la ricerca e selezionare i primi dati empirici ai fini dell'elaborazione teorica. Esso, tuttavia, va mantenuto se e fino a quando si dimostra sufficientemente aperto e flessibile, cioè pronto a essere sostituito qualora la ricerca lo contraddica. Qui il rischio è di sostituire alla teoria il modello, assumendo come costitutivi della prima gli elementi metaforici propri della seconda e utilizzandoli anche a livello esplicativo. Il modello, inaccessibile al controllo empirico in quanto costitutivamente metaforico, contiene in sé, o può comunque ipotizzare al bisogno, le risorse necessarie alla sua sopravvivenza. Ciò anche quando si rivela palesemente incongruente con il dato di realtà che pretende di includere.
In buona sostanza, lo psicologo ha accesso al "reale" attraverso una qualche forma di preconoscenza. Egli produce, in quanto scienziato, spiegazioni di spiegazioni, o se si preferisce, interpretazioni di second'ordine. Da ciò derivano le complessità teorico-concettuali e di metodo a cui si cerca di rinunciare in partenza, coltivando ingenuamente l'ideale di una scienza basata su fatti puri e semplici.
Come sostiene Marhaba, "Mentre il fisico ha a che fare con teorie fra loro antagoniste, ma tutte interne al medesimo sistema di riferimento, lo psicologo deve scegliere fra sistemi di riferimento diversi e contrapposti. In altre parole, il tessuto epistemologico della psicologia è coperto di lacerazioni, a differenza di quello sostanzialmente unitario delle scienze naturali tradizionali"(16). Queste lacerazioni hanno assunto nel passato come nel presente una forma caratteristicamente antinomica (dal greco anti, contro, e nòmos, norma, legge), cioè dato un problema epistemologico, vi sono per esso due soluzioni radicalmente alternative ambedue egualmente dimostrabili. Va per di più aggiunto che, a complicare il tutto, in seno alla medesima prospettiva epistemologica possono "coabitare" teorie fra loro diverse o alternative, come teorie psicologiche fra loro simili o identiche possono appartenere a prospettive epistemologiche fra loro diverse o contrastanti. Volendo dare un esempio per il primo caso, si può ricordare l'antagonismo presente tra la concezione associazionistica dell'apprendimento come processo graduale, e la concezione gestaltica dell'apprendimento come acquisizione subitanea (insight). In questo caso l'opposizione è solo teorica, in quanto sul piano epistemologico ambedue le soluzioni sono deterministiche: date certe condizioni, che sono strutturali per il gestaltista, di esperienza passata per l'associazionista, il soggetto non può non apprendere. Per la seconda situazione, invece, si può mettere in evidenza come sia la Psicologia della Gestalt, sia la Psicologia umanistica insistano sulla nozione di "totalità": una parte in un tutto è diversa da una parte isolata. Tuttavia, il fondamento epistemologico è assai diverso. Il globalismo della Psicologia della Gestalt è naturalistico, mentre il globalismo della Psicologia umanistica è antropomorfico(17).
Nel tentare di definire da un lato le caratteristiche che accomunano la psicologia alle altre scienze naturali e dall'altro le caratteristiche che configurano il tipo specifico, attuale o ideale, della scientificità psicologica, tra i principali punti di disaccordo sul piano epistemologico e metodologico, è possibile individuare diverse contrapposizioni o antinomie.
Da una parte vi sono quegli psicologi (in maggioranza specialmente nei paesi "anglo-sassoni") che aderiscono alla linea scientifica tradizionale, quella naturalistica, che studia i processi psichici estraendoli dal loro contesto storico. Sull'altro versante un certo numero di studiosi, soprattutto europei, ha tentato di inserire l'indagine psicologica nella prospettiva storico-ermeneutica, ribaltando il naturalismo classico e assegnando come oggetto di tale indagine non già l'individuo astratto, bensì la condizione storica specifica che caratterizza e dà senso alla condotta dell'individuo. In questo caso l'opposizione investe il modo fondamentale di concepire la conoscenza e gli stessi oggetti di studio. Il paradigma naturalistico, coerentemente alla sua visione della realtà come datità esterna, adopera metodologie misurazionistiche, che costringono i fenomeni psicologici a diventare "cose" osservabili e le persone "organismi" assoggettati a leggi di funzionamento. L'ordine dei significati, in questo paradigma, è preventivamente stabilito dalle teorie e il traguardo dell'oggettività costringe a rifiutare come inquinante qualunque visione soggettiva. Secondo l'approccio storico-ermeneutico, l'obiettivo della ricerca psicologica al contrario non è la registrazione fedele e spassionata dei fenomeni, ma l'interpretazione dei significati personali e sociali(18).
Una contrapposizione sempre basta sulla radicale diversità di intendere la conoscenza e gli stessi oggetti di studio, possiamo distinguerla tra gli psicologi di orientamento mecanomorfico e quelli di orientamento antropomorfico. L'orientamento mecanomorfico si caratterizza come una posizione epistemologica che ritiene sia il compito della psicologia lo studio dei fatti psichici considerati quali eventi naturali, immutabili rispetto al fluire storico, che devono perciò essere affrontati con il metodo delle scienze naturali (empirico-analitico). Di contro, l'orientamento antropomorfico ritiene che il compito della psicologia sia lo studio degli eventi psichici, non riducibili ad eventi naturali, che devono perciò essere affrontati ricorrendo prevalentemente ai metodi propri delle scienze umane e sociali (storico-ermeneutico)(19).
A questo proposito Marhaba sottolinea come l'orientamento mecanomorfico voglia una psicologia scientifica con l'accento posto sull'aggettivo "scientifica", mentre come l'orientamento antropomorfico tenda verso una psicologia scientifica con l'accento posizionato sul sostantivo "psicologia". Detto in altro modo, le eterogenee ed inconciliabili psicologie mecanomorfiche (comportamentismo vecchio e nuovo, psicoanalisi freudiana, psicologia della gestalt, ecc..) hanno in comune la preoccupazione primaria di imitare o almeno adeguarsi alla "scientificità matura" delle scienze naturali, e in particolare della fisica. Le psicologie antropomorfiche (le psicofenomenologie, il costruttivismo, la psicologia narrativa o culturale, le psicoanalisi eterodosse di C. Jung e di A. Adler, la psicologia umanistica, ecc..) più recenti e meno dissimili, all'opposto, si preoccupano soprattutto di aderire quanto più possibile alla complessità dell'individuo concreto nella realtà quotidiana. Nella prospettiva mecanomorfica per conoscere gli uomini bisogna prima fare una psicologia scientifica. Nella prospettiva antropomorfica, al contrario, per fare una psicologia veramente scientifica bisogna prima conoscere gli uomini(20).
Occorre comunque sottolineare, che il contrasto di queste diverse epistemologie non deriva da una maggiore o minore considerazione per il problema della "scientificità", ma dall'esistenza di modelli di scientificità qualitativamente diversi. Infatti l'origine del problema nasce dalla contrapposizione tra empirismo e razionalismo, contrapposizione che indubbiamente va considerata di livello logicamente superiore rispetto all'antinomia mecanomorfismo-antropomorfismo. Tanto è vero che, mentre l'istanza "empirismo" implica necessariamente la posizione meccanomorfista, dato lo stretto collegamento con una opzione di stampo positivista che impone l'adozione del metodo delle scienze naturali, l'istanza "razionalismo" si dirama lungo due linee di sviluppo distinte, collegate strettamente alle posizioni mecanomorfista e antropomorfista. Da un approccio razionalistico discende perciò l'epistemologia definibile come naturalismo razionalistico, che giustifica le assunzioni tipiche della psicologia mecanomorfista, secondo la quale le funzioni psichiche seguono leggi immutabili rispetto il fluire storico (sul modello delle funzioni fisiologiche). Così come vi deriva l'epistemologia storicistico razionalista, presupposto fondamentale per lo sviluppo della psicologia antropomorfista, secondo la quale gli eventi psichici, così come l'individualità, sono mediati da fattori socio-storici oggettivi: c'è discontinuità, cioè, tra realtà fisica e realtà psichica(21).
Gli psicologi contemporanei sono concordi nel far precedere alla formulazione delle ipotesi e teorie la registrazione dei dati psicologici empirici. Un simile accordo tuttavia scompare non appena si passa a definire la natura e le modalità di questo processo di registrazione o osservazione empirica.
Secondo gli psicologi di orientamento fenomenologico i dati devono essere recepiti nella loro immediatezza, secondo gli psicologi non fenomenologi i dati , prima di essere considerati veramente tali, devono essere sottoposti a un esame di carattere logico. Quindi, per chi aderisce alla prospettiva fenomenologica l'oggetto della psicologia è l'esperienza immediata (immediatismo fenomenologico). Secondo l'altra prospettiva (mediatismo logico), l'oggetto della psicologia è l'esperienza mediata.
Questa antinomia nasce agli inizi del secolo nella psicologia europea più sensibile alla tradizione filosofica ed oggi gode di una rinnovata attenzione e riscoperta da parte della psicologia nordamericana(22).
Il mediatismo logico sostiene che per lo psicologo (e per qualsiasi altro scienziato) l'esperienza immediata, sensibile, concreta, diretta e quotidiana è il solo modo possibile di stabilire un primo contatto con il materiale empirico che lo interessa. Tuttavia, l'esperienza immediata non è il vero dato su cui possiamo saldamente fondare ipotesi e teorie, è solo un indizio, un punto di partenza: è solo un'indicazione che serve a stimolare e a guidare la ricerca. Il processo di astrazione che dall'esperienza immediata conduce al "dato reale" deve seguire il criterio logico della "verosimiglianza precostituita": il dato esiste per la psicologia scientifica solo se è possibile spiegarlo. Il dato ha sempre una natura mediata dalle nostre categorie conoscitive(23) ed è, di conseguenza, sottoposto ad una sorta di filtro o di esame logico preliminare.
Di altro avviso è l'immediatismo fenomenologico secondo cui l'esperienza immediata, i dati psichici recepiti così come appaiono di primo acchito al soggetto percepiente, cioè tutto ciò che esperiamo direttamente dentro e fuori di noi, prima di qualunque concettualizzazione abbozzata o sistematica, costituisce proprio l'oggetto della psicologia. Il dato che appare è sempre vero ed ha diritto all'esistenza scientifica per il solo fatto che appare. Quindi, il dato immediato non viene interpretato in partenza, bensì viene acriticamente e simpateticamente "assaporato" nella sua piena e completa tonalità esperenziale. Lo psicologo a tal fine deve predisporsi, quanto meglio è in grado di fare, alla "ricettività pura". Questo con lo scopo di far "parlare" il dato senza limitazioni di sorta, in tutte le sue riposte sfumature, della propria specifica esistenza(24).
Tra le antinomie della psicologia va menzionata la contrapposizione presente tra le psicologie di orientamento soggettivistico (prevalentemente cliniche) e quelle di orientamento oggettivistico. Nel suo aspetto originario è presente nell'opposizione tra soggettivismo e comportamentismo. Nella prospettiva soggettivistica, scopo della psicologia è lo studio della soggettività umana, dell'esperienza cosciente interiore, nelle diverse forme e contenuti: significati, intenzioni, sensazioni personali ecc. Nella prospettiva comportamentistica lo studio psicologico dell'uomo e degli altri organismi viventi deve prescindere completamente dalla coscienza e dalle sue implicazioni. Deve invece focalizzarsi sul "comportamento", inteso come l'insieme delle reazioni dell'organismo accessibili a un osservatore esterno all'organismo stesso(25).
Attualmente il fronteggiarsi di queste diverse impostazioni trova spazio soprattutto nel dibattito che cerca d'affrontare il tema dei rapporti tra mente e cervello. Qui l'attenzione per gli aspetti qualitativi di coscienza, cioè gli aspetti relativi proprio alla soggettività, sono le argomentazioni che vengono opposte ai tentativi del materialismo eliminativista di rimpiazzare le descrizioni mentalistiche con quelle delle neuroscienze(26).
Continuando in questa breve esposizione delle antinomie più comunemente incontrate in psicologia, restano da affrontare gli aspetti del quantificazionismo e antiquantificazionismo, quelli del teoreticismo e antiteoreticismo e, infine, quelli presenti nel dibattito insanabile costituito dall'opposizione esistente tra psicologi di orientamento riduzionistico e quelli di orientamento antiriduzionistico. Antinomia particolarmente importante (e appunto per questo lasciata per ultima) soprattutto ai fini della riflessione sulla possibilità di volgere verso un modello integrato ed una condivisione di un linguaggio comune.
Relativamente alla questione quantificazionismo e antiquantificazionismo le prospettive che si oppongono sono rappresentate da quelle proposte dagli psicologi di orientamento quantificazionista, che prediligono la sperimentazione di laboratorio e la ricerca sul campo con metodologie statistiche, nella convinzione che i dati psicologici possano e debbano essere tradotti in costrutti misurabili ed esprimibili sotto forma di funzioni matematiche. Sull'altro versante, invece troviamo gli psicologi d'orientamento antiquantificazionista, secondo i quali i dati psichici non sono suscettibili di misurazione come i dati fisici perché non costituiscono continuità omogenee(27).
Per quello che riguarda la contrapposizione teoreticismo-antiteoreticismo, schematicamente possiamo indicare l'antiteoreticismo come una posizione tendente all'esclusione programmatica della teorizzazione di livello superiore ai dati empirici. Secondo questa posizione vengono ammesse soltanto le leggi, cioè i nessi funzionali tra variabili (generalizzazioni empiriche). Le variabili intermedie sono considerate come semplici anelli razionali (linguistici) tra diversi contesi empirici. Questo significa che per l'antiteoreticismo i concetti hanno contenuti empirici (fattualismo o empirismo puro).
Il teoreticismo, invece, ammette i concetti di derivazione non empirica (costrutti teorici). I contenuti di questi non sono rilevabili mediante operazioni osservazionali e trascendono le relazioni funzionali empiriche che coordinano in qualità di enunciati logicamente coerenti (procedimento ipotetico-deduttivo)(28).
L'antiteoreticismo, sostenuto dall'epistemologia positivista, consiste in un'opzione antimetafisica che prescrive gli assunti fondamentali quali il fenomenalismo o empirismo, secondo cui non ci sono idee trascendentali, esistenti autonomamente, e le teorie sono solo parole riferite all'esperienza, cui non aggiungono nulla.
La metodologia sperimentale e clinica in psicologia, evolve comunque verso il teoreticismo, in cui i fatti devono essere inseriti in un discorso complessivo composto anche di costrutti ipotetici, i cui contenuti sono concetti di derivazione non empirica.
Se l'antiteoreticismo non può che basarsi su un'assunzione induttivista e su un'epistemologia operazionista, che garantisce il primato e l'oggettività dei dati osservativi empirici, una posizione teoreticista resta comunque aperta ad entrambe le possibilità. La teoria, pertanto, può essere considerata sia come un'elaborazione successiva alla raccolta di dati, o come un tessuto concettuale che, oltre a sistematizzare i dati, precede l'osservazione stessa e la guida(29).
Detto più semplicemente, secondo gli autori teoreticistici la psicologia ha bisogno, per progredire, di teorie e di modelli che presentino un alto livello di coerenza interna e di formalizzazione matematica. E che, secondariamente, servano a costruire schemi applicativi, interpretativi e soprattutto predittivi di eventi psichici quali, ad esempio, i processi dell'apprendimento o i processi mnestici. Viceversa, secondo gli psicologi antiteoreticisti la psicologia deve rifuggire dalle costruzioni teoriche che rischiano di condurla su un piano d'astrattezza e di inverificabilità. Essa deve attenersi rigorosamente alle regole dell'esperimento codificato dalla tradizione baconiana e galileiana.
In termini molto generali, l'antinomia riduzionismo-antiriduzionismo in psicologia viene ricondotta proprio ai rapporti esistenti fra la psicologia e le altre scienze. Vi viene argomentato che secondo l'impostazione riduzionista i problemi psicologici devono essere affrontati e risolti nei termini delle scienze naturali tradizionali (fisiologia, biochimica, ecc.) e che secondo gli antiriduzionisti, al contrario, i problemi psicologici devono essere affrontati e risolti solo nei termini di una scienza specificatamente e totalmente psicologica(30).
In verità, occorre sottolineare che il problema del riduzionismo e dell'antiriduzionismo è sempre stato al centro del dibattito della scienza nel suo complesso. Gli scienziati ed i filosofi della scienza, ma non soltanto loro, lo considerano il nucleo fondamentale dell'intera questione scientifica. Questa particolare attenzione deriva dall'idea che dalla sua risoluzione dipendono numerosissime altre problematiche di particolare importanza, che si estendono dai campi della ricerca pura a quelli umanistici e addirittura extrascientifici. E' naturale pertanto, che tutti coloro che se ne sono occupati rivendichino con accanimento la supremazia della propria posizione. E' un argomento in cui si è detto tutto come anche il suo contrario e dove spesso il termine di riduzionismo è stato interpretato con il significato di riduttivismo se non addirittura con quello di semplificazionismo.
Con il termine di riduzionismo si intende la trasformazione di un asserto in un altro più semplice e chiaro, di una teoria in un'altra più esplicativa e previsiva. I tipi di riduzionismo sono invero molti e vanno da quelli causali a quelli di definizione. Possiamo infatti distinguere: il riduzionismo ontologico, quando un livello strutturale viene ridotto ad un altro; il riduzionismo metodologico, quando ad esempio le spiegazioni biologiche rilevanti si ottengono analizzando i sottostanti processi fisico-chimici; il riduzionismo epistemologico, quando le teorie e le leggi di un campo sono casi speciali di quelle formulate in qualche altro campo. In più sono possibili anche riduzioni intrateoriche (intralevel) e interteoriche (interlevel). Le prime riguardano le riduzioni di teorie all'interno di una stessa disciplina, mentre quelle interteoriche avvengono tra le varie scienze o, se si vuole, tra i vari livelli linguistici o strutturali(31).
Come si può facilmente intuire già da queste prime battute, l'antinomia riduzionismo-antiriduzionismo ci pone nel vivo della questione che si sta cercando di affrontare, cioè non solo quella del sapere e dei suoi linguaggi, bensì anche quella della possibilità di stabilire se in psicologia si possa costruire, e in che modo, un linguaggio condiviso e un modello integrato, oppure se questa possibilità non è data essendo incommensurabili e intraducibili tra loro linguaggi, modelli e teorie.
In psicologia, come del resto in tutte le scienze, ci sono numerosissime discipline e sottodiscipline, sempre più specialistiche. Oltre ad una continua interazione e coevoluzione tra le discipline, si assiste ad un'ininterrotta proliferazione di nuove discipline, di specializzazione di settori sempre più circoscritti. La maggior parte dei settori sono costruiti da modelli, ipotesi e leggi incompleti, contemporaneamente sovrapposti, contraddittori e alle volte perfino da paradigmi rivali(32). Questo perché c'è il mondo che noi tentiamo di descrivere in qualche linguaggio, scientifico o di altro genere. Si pone però sempre un problema circa il fatto se ciò che noi diciamo del mondo corrisponda o no al mondo quale è in realtà. Ci piacerebbe conoscere la vera natura di tale rapporto di corrispondenza. Possiamo però solo indicare il rapporto in modo incerto, poiché per cercare di esprimerlo dobbiamo usare il linguaggio in una forma o in un'altra(33).
Nel descrivere il mondo, siamo noi che costruiamo i livelli di realtà, siamo noi che li mutiamo in continuazione e che li adattiamo a seconda delle esigenze e del progredire delle nostre conoscenze. Lo scienziato, e lo psicologo come tale, essendo legato e non potendo prescindere dal proprio cervello e dalla propria storia individuale, essendo cioè biologicamente e culturalmente limitato, non riesce a conoscere a fondo nessun oggetto di indagine fermandosi soltanto all'aspetto olistico e comportamentale. E neppure riesce a cogliere lo stesso oggetto da più punti di vista contemporaneamente. Egli riesce a comprendere soltanto una parte alla volta e appunto per questo, lo scienziato aggredisce il mondo e lo provoca da lati diversi per costringerlo a rivelare i suoi segreti ed eventualmente a cambiarlo, prevederlo e/o utilizzarlo. A questo scopo, cerca, tenta, di configurare i principali livelli strutturali del mondo entro uno dei possibili livelli linguistici, sistematizzando quanto più possibile il linguaggio utilizzato entro una scienza, una disciplina che gli possa corrispondere. Ecco perché storicamente si sono formati tanti livelli della realtà, che non sono uguali a quelli di ieri e che con ogni probabilità domani saranno ancora differenti. I vari livelli sono quindi approcci diversi allo stesso fenomeno, evento od oggetto o a loro gruppi. Sono aspetti diversi di descrizione, di spiegazione, di previsione e di controllabilità dello stesso fenomeno. Tutto ciò lo possiamo rappresentare entro lo schema che qui si propone(34):

 

Screenshot 2019-06-18  PSYCHOMEDIA - Marco Inghilleri - Teorie antinomie e prospettive epistemologiche per la Psicologia 1

Tra i fattori che hanno contribuito all'attuale concezione dei livelli qui presentati occorre sicuramente ricordare la svolta linguistica avvenuta negli anni '20 per opera soprattutto del Tractatus di Wittgenstein (prima di allora le spiegazioni scientifiche avevano carattere essenzialmente ontologico) e le argomentazioni dei molti sostenitori della theory-laden(35).
I rapporti tra i livelli strutturali, i livelli linguistici e le corrispettive discipline vanno in senso orizzontale, estensionale, intenzionale, verticale, diagonale e dinamico. Basta pensare, ad esempio, all'afasia, oggetto di analisi da parte di sociologi, antropologi, linguisti, filosofi, pedagogisti, psicologi, medici e neuroscienziati. Tali rapporti sono quadridimensionali: vi sono corrispondenze tra il livello strutturale e quello rispettivo linguistico, vi sono interazioni tra le componenti entro lo stesso livello sia strutturale che linguistico, ci sono le interrelazioni complesse fra i diversi livelli strutturali e linguistici, e le strutture ed i linguaggi si trovano in una continua e dinamica evoluzione strutturale e semantica. A tutto ciò vanno poi aggiunti i vari metalinguaggi, cioè i criteri di indagine, i metodi e le sue euristiche con le rispettive interpretazioni epistemologiche le quali, con le loro varie sovrapposizioni, non necessariamente sono separate: piuttosto sono inscindibilmente connesse con la scienza. Inoltre, le complicatissime e numerosissime interazioni e sovrapposizioni e l'inarrestabile sviluppo dei livelli, con l'incessante proliferazione di discipline borderline, non permettono né delle verità stabili ed assolute, né delle demarcazioni nette e durature. Rendono, cioè, ogni distinzione possibile estremamente difficile e contingente. In sostanza, questi livelli sono convenzionali, coesistenti, interagenti, dinamici ed in continua evoluzione, sempre e comunque limitati e finiti.
Il linguaggio ordinario è convenzionale come gli altri ed è il sostrato di tutti i linguaggi - ognuno con la propria storia - che a loro volta lo modificano in continuazione. Le varie aree linguistiche si sovrappongono in maniera più o meno ampia, hanno confini mutevoli e sono regolate da logiche diverse. Sono proprio queste logiche, questi significati diversi che impediscono la traduzione da un linguaggio ad un altro, sia nella scienza in generale così come nella Psicologia in particolare. Basta pensare all'intraducibilità del linguaggio ordinario in quello formale espressa da G. Ryle(36), o si tengano presenti le motivazioni di Quine per l'indeterminatezza della traduzione(37).
Come non ci possa essere traduzione completa tra un linguaggio ed un altro, è sufficiente considerare la maggiore ricchezza semantica, la maggiore forza esplicativa e previsiva del linguaggio scientifico rispetto a quello ordinario e la diversità di contenuto informativo tra i vari linguaggi della scienza. A titolo di esempio si può constatare la differenza tra gli enunciati "la rosa è rossa" e "la lunghezza d'onda delle sue radiazioni è 6950 angström.
Tutto quanto argomentato, presente nella scienze e nella psicologia come scienza, potrebbe indurci a supporre che si vada verso una qualche forma di antiriduzionismo. Ma, un esame più accurato, ci mostra come tutte le scienze nel loro sviluppo cercano di scoprire sempre più cose, mirano ad ampliare e a perfezionare le proprie conoscenze. Cercano spiegazioni e teorie sempre più esaustive e precise degli stessi fenomeni, modificando e sostituendo quelle ambigue, fuorvianti e falsificate. Tendono cioè ad una maturazione il più completa possibile, con l'intento di giungere alla scoperta delle leggi di composizione e di interazione tra le parti dei fenomeni che cercano di indagare. Tuttavia, per ottenere un linguaggio condiviso, il solo modo che permette di mettere insieme le varie tessere dell'intero mosaico necessita prima che una scienza abbia ottenuto un suo pieno sviluppo e una sua maturazione. Che possa, ovverosia, permettere una riduzione, cioè una connessione tra le teorie presenti al proprio interno e, quando ciò è permesso, addirittura di una connessione con i livelli strutturali e linguistici delle altre scienze. Ad ogni modo si può parlare di riduzione solo per le teorie completamente sviluppate e corroborate.
L'antinomia riduzionismo-antiriduzionismo è pertanto un'opposizione che scaturisce da un fraintendimento. Tutte le scienze sono di fatto protese verso questa direzione. Senza questa regola metodologica, norma o principio regolativo implicito o esplicito non si lavora, non è possibile fare scienza. Non è possibile cioè utilizzare e produrre una conoscenza e una pratica caratterizzati da : il principio di controllabilità o di falsificazione empirica; il rasoio di Ockam; la corrispondenza, la consistenza e la coerenza logica; la strumentalità; l'operazionalità; la pragmaticità; l'applicabilità o l'universalità; la ripetibilità; la comparabilità, l'analogicità o l'associabilità; la correttività(38).
Per ridurre occorre prima sapere cosa, quando e perché si riduce. Molti scienziati alle volte vengono tratti in inganno dal settore in cui operano, dal loro campo circoscritto di ricerca, e fanno fatica a vedere come le teorie da essi elaborate siano riducibili a quelle di altre aree di indagine. Anch'essi, volenti o nolenti, applicano ogni giorno direttamente o indirettamente e più o meno consapevolmente una qualche forma di riduzionismo.
La riduzione implica in sostanza, il tentativo di collegare le osservazioni condotte a certo livello strutturale, con quelle ottenute indagando il livello subito sottostante. Per ottenere questo occorrono però delle adeguate "premesse aggiuntive" o dei "principi ponte" (C.G. Hempel)(39), delle "condizioni di connettibilità" e "condizioni di derivabilità" che ci consentano riduzioni omogenee o eterogenee (E. Nagel(40)). Oppure , seguendo le argomentazioni di Quine sulla indeterminatezza della traduzione, le riduzioni sono possibili perché si "traduce non per identità dei significati stimolo, ma per approssimazioni significative dei significati stimolo". L'indeterminatezza, sostiene Quine(41), non vuol dire che non vi è alcuna traduzione accettabile, ma che ce ne sono molte. Infine Shaffner argomenta che la riduzione è possibile quando e solo quando tutti i termini primitivi della teoria secondaria corretta, compaiono o sono associati con quelli della teoria primaria, in modo che tra loro vi sia corrispondenza. Da ciò dovrebbe conseguire la derivabilità della secondaria dalla primaria, la possibilità che la secondaria fornisca previsioni più accurate e controllabili, che la secondaria deve essere spiegabile dalla primaria e in ultimo che il rapporto tra teorie deve essere quello dell' "analogia stretta"(42).
Il programma riduzionista non appare essere quindi un processo rigido con il quale un insieme fisso di idee viene spiegato in termini di un altro insieme fisso di idee del livello inferiore. Esso è piuttosto un processo interattivo che modifica i concetti a entrambi i livelli, via via che la conoscenza si evolve. E si pone come il solo metodo capace, almeno a livello ideale, di permettere la possibilità di un linguaggio condiviso non solo tra i diversi "saperi" della psicologia, bensì anche tra quelli delle diverse scienze.
In psicologia, molto spesso è stato segnalato come assumere il riduzionismo come prescrizione scientifico-normativa significhi optare per "il realismo ontologico e monista" e come accettando il materialismo riduzionista, la psicologia diventi "un capitolo della biologia da affidare alla neurofisiologia". A questo punto di vista si può obiettare che il problema del riduzionismo è costituito solo dal problema del livello strutturale a cui ci si vuole collocare e quello del relativo linguaggio entro cui si vuole configurare la realtà che si intende esaminare.
Il riduzionismo non sentenzia l'esistenza di una realtà unica sola e valida. Le realtà del mondo scaturiscono, anche per il riduzionismo, dal livello di descrizione a cui ci si vuole attenere. Pertanto, il riduzionismo neurofisiologizzante nulla toglie alla psicologia, anzi può renderle ragione di certi fenomeni, come del resto la psicologia può fornire preziose indicazioni alle neuroscienze. Mutatis mutandis, è un po' quello che avviene tra la biologia e la chimica, ma nessuno si sogna di esigere la liquidazione della biologia come scienza autonoma.
L'equivoco che porta a aborrire il riduzionismo e a semplificarlo nell'espressione di una metodologia unica è il fatto di non tener presente che oltre al materialismo riduzionista, è presente una sua forma per così dire "estremista": il materialismo eliminativista(43). Il materialismo riduzionista sostiene che la mente è un processo e non una sostanza e che, come la scienza moderna ha riformulato il concetto di materia in termini di processi, la mente non è stata ripensata come una forma particolare di materia. La mente, secondo quest'ottica, non è altro che un processo che dipende da particolari disposizioni della materia: è una particolare organizzazione "biologica" a dare origine ai processi mentali. Secondo il materialismo eliminativista lo schema concettuale psicologico ordinario è una concezione falsa e radicalmente fuorviante delle cause del comportamento e dell'attività cognitiva. Pertanto vi si propone di abbandonare il linguaggio mentalistico esattamente come abbiamo abbandonato il parlare di possessioni demoniache, allorché fu elaborata la moderna teoria dell'epilessia. Si dovrebbe quindi rimpiazzare la terminologia mentalistica con una nuova terminologia desunte dalle neuroscienze: con risultati un po' paradossali, a mio avviso. Questo tipo di strategia conoscitiva se può rivelarsi appropriata per capire, ad esempio, alcuni meccanismi della dislessia risulta essere, al contrario, del tutto inadeguata per studiare i rapporti tra stereotipi e pregiudizio.
Convinto insieme ad Altri che il mentale sia il risultato di "processi interattivo-simbolici", di connessioni intrasistemiche o "di rappresentazioni collettive" (G.H. Mead, G. Bateson, E. Durkheim, S. Moscovici) e che ci vogliono due cervelli in interazione simbolica per avere una mente(44), non riesco a non scorgere un'utilità nel prendere in considerazione un "programma di ricerca" che tenti di connettere mondo, mente e cervello, cercando di meglio comprendere ed integrare le modalità con cui questi "sistemi" siano tra di loro interconnessi e abbiano relazioni: che si cimenti cioè a rintracciare il passaggio dal biologico allo psichico. La mente sfuma nel mondo o nei mondi e il mondo o i mondi sfumano nella mente. Essa non si può solo descrivere come funzioni del cervello, ma è certo che senza cervello non si può parlare di mente. Non vi è quindi dualità tra mente e cervello, come non vi è dualità tra onde e particelle nella fisica subatomica secondo quanto afferma l'interpretazione della fisica quantistica(45).
La supposta irriducibilità tra "fatti" o "eventi" sociali, culturali, psicologici e naturali ha sentenziato la divisione tradizionale in scienze naturali e scienze, che per simmetria, bisognerebbe chiamare non-naturali, o meglio ancora, come non pertinenti all'ambito della natura. Fra quest'ultime rientrano le scienze sociali(46). Ma, questa separazione è un richiamarsi ai limiti della nostra conoscenza, o, in termini provocatori, all'inizio della nostra ignoranza. E' una dicotomia che applichiamo a fenomeni che non riusciamo a spiegare o a processi di sistemi dinamici di cui ignoriamo le condizioni iniziali rilevanti e/o le variabili che poi intervengono: piccoli cambiamenti iniziali possono generare fenomeni anche molto distanti fra loro.
La psicologia come scienza si colloca, metaforicamente parlando, come terra di mezzo per eccellenza e le antinomie che la caratterizzano scaturiscono proprio da questo su trovarsi esattamente a metà tra le scienze che richiedono una separazione tra oggettivo e soggettivo e le scienze che invece rivendicano un'attenzione particolare alla soggettività e al vissuto, occupandosi della relazione tra soggettività e oggettività(47). Questa "ambiguità" della psicologia anziché costituire un tallone d'Achille, l'espressione di una sua fragilità epistemologica, o la dichiarazione di una non avvenuta maturazione scientifica, è in realtà da considerare una risorsa strategica da tradurre in prassi operativa. A tutti gli effetti, precisamente, questa condizione della psicologia apre non ad un accesso alla natura effettiva delle cose, ma alla consapevolezza che l'accesso al mondo da parte sia del senso comune (linguaggio ordinario), come della scienza, non sia mai diretto, besì mediato da assunti paradigmatici, da teorie e metodi, strumenti e quindi schemi cognitivi espliciti adottati dall'osservatore. L'atteggiamento che da ciò ne consegue è quello che caratterizza un diverso scienziato, realista, "critico", sofisticato, interno, oppure "ipotetico". Il realismo ipotetico è pluralista, ammette una realtà in qualche modo indipendente dalle nostre teorie, ma sostiene che questa realtà non è mai esterna, semplice, bruta, ovvero non concettualizzata(48). Per il realista ipotetico l'obiettività della scienza si manifesta solo entro i criteri della ricerca, solo dopo che è stato deciso il problema all'interno di una certa disciplina, insieme alle variabili, al metodo e alle procedure di controllo: solo dopo ossia che ci si è collocati ad un certo livello strutturale e ad un certo livello linguistico.
Assolutizzare un sistema di pensiero, una teoria, può condurre a risultati eccellenti entro quell'ordine di realtà a cui esso è pertinente. Per gli psicologi realisti concettuali la realtà non è indipendente da un certo contesto, dalle sue forme di relazione e dalle pratiche conoscitive, interne ed esterne, che stratificandosi la costruiscono, la modificano o la dissolvono. Non esistendo una fonte privilegiata di conoscenza, né un'unica realtà possibile, la scelta teorica in psicologia è una scelta pragmatica. Un aspetto ritenuto importante di tale scelta è che la teoria sia in grado di accogliere, all'interno del proprio discorso esplicativo, ciò che porta a costruire quella determinata realtà a cui non è estraneo il punto di vista dell'osservatore, ovvero le sue intenzioni e categorie mentali.
Lo psicologo pertanto, considerata la problematicità estrema della propria scienza, dovrebbe essere realista entro un dato contesto e relativista rispetto alla scelta del contesto, ossia propenso a variare la propria fonte di conoscenza a seconda di come essa si configuri(49).
E' difficile trovare un'epistemologia che non possa venir suffragata da alcuni casi della scienza. Sembra quasi che tutte siano appropriate e descrivano correttamente la scienza. Ma, se l'epistemologia è l'analisi di tutto quanto avviene nella scienza ed è essenzialmente prescrittiva, allora una simile strategia si rivela una politica da orticello privato: si cercano solo conferme a sostegno del proprio punto di vista. Quello che è veramente difficile è trovare un'epistemologia che spieghi non solo le singole procedure ma tutti i casi, che comprenda tutto quello che ha luogo nella scienza. Essa, chiaramente, deve anche contenere una valida soluzione di tutte le forme di riduzione e antiriduzione precedentemente patrocinate dalle varie epistemologie e possibilmente di quelle future. Nell'attesa di questa novella "età dell'oro", la soluzione che si prospetta è quella della capacità dello psicologo di muoversi a più livelli, adottando specifiche diverse nel laboratorio o nel setting terapeutico. Questo non significa promuovere e giustificare l'ecletismo (travestito da pluralismo metodologico), ovvero un modo di procedere privo di garanzie teoriche e svincolato dai criteri della ricerca di base. Vuole indicare piuttosto come lo psicologo debba essere necessariamente un pensatore a più livelli.


Note:

1 Cfr. Marhaba S., Antinomie epistemologiche nella psicologia contemporanea, Giunti, Firenze, 1976, p. 5-8.
2 Cfr. Salvini A., Argomenti di psicologia clinica, Domeneghini, Padova, 1998, pp. 15-65.
3 Bateson G., Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1976, p. 345.
4 Cfr. Antonietti A., "Presupposti epistemologici della psicologia", http://cepad.unicatt.it/formazione/antonietti/psige/epistemo.htm
5 Cfr. Marhaba S, op. cit., p. 6.
6 Cfr. Gava G., Lessico epistemologico, CLEUP, Padova, 1992, p. 23.
7 Cfr. Gava G., Un'introduzione all'epistemologia contemporanea, CLEUP, Padova, 1987, p. 9.
8 Einstein A., Conoscenza ed errore, Einaudi, Torino 1982, p. 5.
9 Bateson G., "The Thing of It Is", 1997, p. 147.
10 Cfr. Gava G., Lessico epistemologico, op. cit., p. 43.
11 Cfr. ibid., pp. 37- 39.
12 Cfr. ibid, pp. 56-57.
13 Cfr. ibid. pp .39-40.
14 Cfr. Salvini A., Argomenti di psicologia clinica, op. cit. p. 35.
15 Cfr, ibid., pp. 15-116.
16 Marhaba S., Antinomie epistemologiche nella psicologia contemporanea, op. cit. p. 29.
17 Cfr., ibid., pp. 23-24.
18 Cfr. Armezzani M. Esperienza e significato nelle scienze psicologiche, Editori Laterza, Bari, 2002, pp. V- 115.
19 Cfr. Fiora E., Pedrabissi I., Salvini A., Pluralismo teorico e pragmatismo conoscitivo in psicologia della personalità, Giuffrè, Milano, 1988, p. 51.
20 Cfr. Marhaba S., Antinomie epistemologiche nella psicologia contemporanea, op. cit. p. 32.
21 Cfr. Fiora E., Pedrabissi I., Salvini A., Pluralismo teorico e pragmatismo conoscitivo in psicologia della personalità, op. cit., pp 52-82.
22 Cfr. Marhaba S., Antinomie epistemologiche nella psicologia contemporanea, op. cit. pp. 66-83.
23 Cfr. ibid., pp. 66-67.
24 Cfr. ibid., pp. 68-83.
25 Cfr. ibid., p. 84.
26 Cfr. Bechtel W., Filosofia della mente, Il Mulino, Bologna, 1992, pp.168-174; ed anche cfr. Antonietti A., Il luogo della mente. Un'introduzione alla psicologia attraverso il mind-body problem, FrancoAngeli, Milano, 1996, pp. 9-31.
27 Cfr. Marhaba S., Antinomie epistemologiche nella psicologia contemporanea, op. cit. pp. 119-153.
28 Cfr. Fiora E., Pedrabissi I., Salvini A., Pluralismo teorico e pragmatismo conoscitivo in psicologia della personalità, op. cit., p. 53.
29 Cfr., ibid. pp. 53-57.
30 Cfr. Marhaba S., Antinomie epistemologiche nella psicologia contemporanea, op. cit. pp. 49-65.
31 Cfr. Gava G., Lessico epistemologico, op. cit., p. 50.
32 Cfr. Gava G, Il riduzionismo della scienza, Guerini scientifica, Milano, 1997, p. 114-115.
33 Cfr. Wittgenstein L., Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, 1999, pp. IX-XIX; ed anche cfr. Marconi D., Wittgenstein. Il "Ttractatus", dal "Tractatus" alle "Ricerche", Matematica Regole e Linguaggio privato, Psicologia, Certezze, Forme di vita, Laterza, Roma, 1997, pp. 3-13.
34 Cfr. Gava G, Il riduzionismo della scienza, op.cit., p. 114.
35 Tesi formulata da N. R. Hanson della natura attiva dell'osservazione (Pattern on Discovery,1958) e della conseguente pregnanza teorica delle nostre osservazioni. Il ricercatore è 'prigioniero' di una determinata visione del mondo, incommensurabile rispetto a visioni alternative. Gli oggetti di cui le teorie parlano cambiano insieme alle teorie che li descrivono. I fatti sono 'carichi di teorie' e non possono fungere da giudice imparziale nella controversia tra i sostenitori di punti di vista differenti. Hanson ha così concluso che nella scienza si vede solo "ciò che si vuole o si aspetta di vedere".
36 Cfr. Ryle G., Dilemmi, Ubaldini, Roma 1968.
37 Cfr Gava G, Il riduzionismo della scienza, op.cit., pp. 45-68.
38 Cfr. Gava G., Un'introduzione all'epistemologia contemporanea, op.cit., p. 15-16.
39 Cfr Gava G, Il riduzionismo della scienza, op.cit., pp. 10-26.
40 Cfr. ibid., pp. 27-44. Una riduzione omogenea si ha quando gli enunciati descrittivi della scienza secondaria o ridotta, sono essenzialmente omogenei a quelli della scienza primaria o riducente. Nelle riduzioni eterogenee, invece, i termini descrittivi della scienza secondaria non compaiono in quelli della primaria.
41 Cfr. ibid., pp. 45-68.
42 Cfr. ibid., pp. 69-84.
43 Cfr. Di Francesco M., Introduzione alla filosofia della mente, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1997, p. 88-95.
44 Cfr. Salvini A., Argomenti di psicologia clinica, op. cit. p. 27.
45 Cfr. Galzigna L., La mente. Complessità e irriducibilità dell'attività mentale normale e patologica, Piccin, Padova 2001, pp. 11-15.
46 Cfr. Sparti D., Epistemologia delle scienze sociali, Il Mulino, Bologna, 2002.
47 Cfr. Armezzani M. Esperienza e significato nelle scienze psicologiche, op. cit. pp. 4-115.
48 48 Cfr. Salvini A., Argomenti di psicologia clinica, op. cit. p. 20.
49 Cfr, ibid. pp. 56-60.


Bibliografia:

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Wittgenstein L., Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino, 1974.

 

Pubblicato in Psicologia clinica

Marco Inghilleri

(psicologo-psicoterapeuta-sessuologo)

 

Ripropongo, sul sito del Centro di Psicologia clinica InterattivaMente, un vecchio articolo, pubblicato molti anni fa in una rivista scientifica di settore e su Psychomedia. Salute Mentale e Comunicazione,Membro del Council of Editors of Psychoanalytic Journals. Credo possa offrire ancora dei punti di riferimento utili.

introspettiva

 

 

 

 

1§. Lo stato dell'arte della Psicoterapia

Nella cultura moderna e contemporanea, la psicoterapia presenta un'immagine molto varia ed articolata sia terminologicamente che concettualmente e questo a causa sia della pluralità di indirizzi presenti e sia per l'estrema diversificazione di ciò che viene indicato con l'eufemismo di 'sofferenza psichica' o sotto l'inadeguata metafora di 'malattia mentale'(1).
L'attuale varietà dei modelli di intervento non permette di trovare una definizione univoca per ciò che sarebbe opportuno intendere col termine di psicoterapia, attribuendole un significato condivisibile da qualsiasi 'scuola' o da tutti i terapeuti. Una tale difficoltà è determinata anche dal fatto che sarebbe addirittura legittimo, e non paradossale, affermare che il numero dei modelli psicoterapeutici è pari a quello degli psicoterapeuti, in quanto ogni professionista, in sostanza, interpreta in modo personale il proprio orientamento e lo applica in maniera peculiare e non ripetibile.
La stessa figura professionale dello psicoterapeuta, quale debba essere la sua formazione di base, quale la sua formazione specifica, quali modalità di trattamento utilizzare e anche quali tipi di 'disturbi' possano essere trattati con le diverse tecniche, è tuttora oggetto di discussioni, controversie e diversità che non sembrano aver messo d'accordo nessuno(2).
Questa situazione non è per altro tipica ed esclusiva dell'Italia, si presenta in tutti i paesi occidentali ed è comprensibile se si inquadrano le psicoterapie appunto nel contesto della tradizione del pensiero scientifico e filosofico occidentale, valutandone i rapporti con i campi di studio che si collocano generalmente ad essa più vicini e cioè la psicologia e la medicina.
Nei confronti della psicoterapia, la medicina presenta ancor oggi un atteggiamento fortemente 'ambivalente' e spesso di facile ironia o diffidenza, proprio come diretta conseguenza delle difficoltà incontrate di conciliare teoricamente i metodi caratteristici della propria disciplina con quelli che si sono via via individuati come metodi psicoterapeutici.
In campo medico, la psicoterapia sembra essersi sviluppata più sul piano della pratica clinica che su quello teorico sistematico, ciò malgrado il fatto che ancora si continui spesso a rivendicare un esclusivo diritto al trattamento del 'disturbo mentale', non tenendo presente che modificare dei costrutti emotivi o delle rappresentazioni cognitive, come delle credenze o i significati inerenti ai propri temi di vita, non è un procedimento assimilabile ad un trattamento medico convenzionale(3).
Indagando invece i rapporti che legano la psicoterapia alla psicologia, è possibile vedere come la psicoterapia sia rimasta storicamente condizionata dall'impostazione data dalla medicina occidentale alla problematica della 'malattia mentale', che ne reclamava a sé il diritto di studio e di cura, dandone per scontata l'origine organica e riservando alla psicologia lo studio delle sole condizioni di 'normalità'.
Del resto, fin dalle prime fasi della propria fondazione in epoca moderna, la stessa psicologia ha avuto la tendenza a costituirsi scientificamente secondo criteri ugualmente naturalistici, accettando quindi anch'essa lo stesso presupposto scientifico della medicina e limitando il proprio campo di studi al laboratorio, alla situazione elementare, chiaramente definibile ed oggettivabile, tralasciando quindi lo studio psicologico clinico e tendendo a caratterizzarsi esclusivamente come psicologia accademica e di laboratorio.
Con l'intento, cioè, di dare a sé stessa uno statuto di maggiore scientificità e nella speranza di uniformarsi alle altre scienze naturali più 'evolute', la psicologia ha perseguito così il paradossale tentativo di oggettivare quella che per definizione è proprio la scienza del soggetto(4), dell'esperienza cosciente interiore, nelle sue diverse forme e contenuti: significati, intenzioni, 'sensazioni personali' e simili.



2§. Fattori comuni aspecifici nelle psicoterapie

Ogni approccio terapeutico differisce in maniera sensibile dagli altri. Oltre agli assunti teorici, al modello di uomo e del suo funzionamento psichico, troviamo anche diversi modi di impostare il contratto terapeutico e il setting, diversi sistemi diagnostici utilizzati per definire la psicopatologia, diversi stili per impostare e utilizzare la relazione terapeutica e, ovviamente, diverse modalità tecniche e procedurali di condurre il trattamento e diverse concettualizzazioni di quella che viene definita la "teoria della cura" (ovvero, in cosa consiste il cambiamento e che cosa, all'interno del processo terapeutico, dovrebbe indurlo). Inoltre, ogni approccio tende ad utilizzare un linguaggio almeno in parte peculiare e specifico, quasi sempre non traducibile del tutto in quello degli altri. In alcuni casi gli stessi concetti vengono espressi persino in modi differenti, in altri gli stessi termini vengono utilizzati per riferirsi a concetti almeno in parte diversi.
Stando a queste estreme difficoltà di individuazione di un campo di indagine circoscritto e ben preciso, data la sua vastità, può risultare utile ai fini della comprensione di cosa sia una psicoterapia individuare quei fattori comuni che ogni approccio condivide con gli altri. Quindi, sarà poi possibile muovere da ciò che è 'stabile' e quasi costitutivo del 'processo' terapeutico, verso una riflessione più aperta per una epistemologia possibile, utile a determinare una 'scientificità' del qualitativo'. Riflessione che almeno consenta un riferimento tra i molti approcci psicoterapeutici o che al limite possa permettere una ristrutturazione teorica grazie all'instaurarsi di un maggiore rapporto di collaborazione tra ricercatori e clinici dei diversi indirizzi di psicoterapia.
Della scienza, e nel caso specifico della psicoterapia, ognuno propone i propri criteri, metodi, euristiche, le proprie concezioni delle ipotesi, delle teorie, delle leggi, delle proprietà. In un territorio così ampio è facile trovare esempi che concordino e che giustifichino le singole epistemologie. Sembra che quasi tutte siano appropriate e descrivano correttamente ciò che accade. Ma, a ben guardare, se l'epistemologia è l'analisi di tutto quanto avviene nella scienza ed è essenzialmente prescrittiva, allora una siffatta strategia si rivela una politica da 'orticello' privato: si cercano solo conferme a sostegno della propria 'scientificità', della propria epistemologia. Ciò che risulta veramente difficile è trovare un'epistemologia che spieghi non soltanto le singole procedure, ma tutti i casi, che comprenda tutto quello che ha luogo nella scienza e perché no, quindi, anche nelle psicoterapie.
Tra le varie definizioni possibili, in questa Babele moderna, può sembrare abbastanza soddisfacente considerare la psicoterapia come "[...] un incontro tra due o più persone, in cui una definisce se stessa o viene definita come bisognosa di aiuto e richiede di essere curata o di cambiare, mentre l'altra possiede o gli vengono riconosciute determinate qualità personali e un corpo di conoscenze teoriche e tecniche, che utilizza per aiutare l'altro a produrre un cambiamento"(5).
La ricerca dei fattori comuni poggia sulla convinzione che i fattori aspecifici siano importanti almeno quanto quelli specifici nel determinare i risultati, positivi o negativi, della psicoterapia. Tuttavia, diverse ricerche hanno avanzato il sospetto che i fattori comuni aspecifici potrebbero essere addirittura i veri responsabili del potenziale curativo delle psicoterapie(6), identificati dalla letteratura internazionale secondo diversi schemi riassumibili come segue: la relazione tra cliente e terapeuta, lo schema concettuale di riferimento, la sperimentazione diretta, l'apprendimento cognitivo, i fattori legati al terapeuta, quelli legati al cliente, l'apertura e la trasparenza, l'effetto placebo, la gestione delle resistenze e il setting(7).
La relazione terapeutica si ricollega al processo di coinvolgimento emotivo tra terapeuta e cliente, che include anche il concetto di transfert e controtransfert. Il terapeuta crea, per il paziente, un contesto interpersonale caratterizzato da un 'atmosfera' o ' 'clima' in cui si possa sentire a proprio agio nell'esporre i propri problemi, provare emozioni negative e... rischiare. Si tratta di un legame emozionale di fiducia. Con una buona alleanza terapeutica, terapeuti e pazienti sanno di muoversi nella stessa direzione e di lavorare per gli stessi obiettivi, rinforzando il sentimento di una responsabilità condivisa.
Importante è anche uno schema concettuale di riferimento, che potrebbe anche essere un 'mito omerico' assai poco 'scientifico', in grado di fornire una spiegazione plausibile per i sintomi del paziente e che prescriva un 'rituale' o una procedura per affrontarli. Sembra che non importi quale spiegazione venga data del 'sintomo', purchè cliente e terapeuta credano in essa.
E' stato ipotizzato che la sperimentazione diretta sia uno dei fattori comuni in psicoterapia. I nuovi modi di sentire, pensare e comportarsi, raggiunti con la semplice discussione, il gioco di ruolo e così via, devono essere poi messi in pratica nell'ambiente naturale. E' un'esperienza emozionale correttiva che prevede, dopo il superamento delle vecchie modalità, una diversa risposta del terapeuta al paziente. In ciò il "condizionamento" operato dalla più o meno esplicita o conscia approvazione o disapprovazione del terapeuta, è cruciale.
I terapeuti fanno in modo che i loro pazienti abbiano un riscontro di se stessi presso gli altri, e che imparino a conoscersi e ad osservarsi, e quindi a capire sentimenti e azioni da un'altra angolazione. Insegnando ai clienti a cambiare il modo in cui interpretano gli eventi della propria vita, oltre a dargli un diverso modo di pensare e quindi una nuova prospettiva della vita, i terapeuti permettono un apprendimento in grado di conferire una diversa padronanza cognitiva degli eventi stessi. Attraverso il modeling, o il ruolo 'ideale' che è attribuito allo psicoterapeuta, i pazienti assimilano anche alcuni valori e abilità del terapeuta, apprendendo gli schemi comportamentali che il terapeuta stesso lascia trapelare attraverso le affermazioni, i linguaggi non verbali, le convinzioni implicite, sia mediante le immagini e le rappresentazioni di ruolo.
La suggestione e la persuasione che il terapeuta riesce a indurre sembra giocare una parte notevole, ciò nondimeno tra le qualità del terapeuta ritenute più importanti troviamo una personalità che ben si adatta all'accrescimento delle aspettative positive del cliente per il cambiamento, la capacità di motivare, saper creare un'atmosfera di sostegno in cui il terapeuta stesso si lasci guidare dal cliente per facilitare la sua autonomia.
I pazienti partecipano attivamente al processo terapeutico impegnandosi nell'autoesplorazione e nella trasparenza. Il fatto che essi abbiano già delle aspettative positive e una forte convinzione di poter cambiare grazie alla terapia, è determinante. Il processo stesso che porta questi clienti a chiedere aiuto attivamente deve far supporre che essi credano davvero al potenziale della psicoterapia. La percezione del paziente di poter eseguire con successo un comportamento specifico riprende il concetto di autoefficacia percepita di Bandura.
Molti sistemi di psicoterapia affermano che un individuo può cambiare in conseguenza di una presa di coscienza. Il disaccordo permane, al contrario, sulle tecniche ritenute più adatte perché un individuo elabori quella consapevolezza che può influenzarlo profondamente. La trasparenza dei sentimenti e dei pensieri che avviene in terapia è naturalmente diversa da quella che si ha in rapporti più informali. Si può con facilità immaginare quante cose non dette, pensieri e sentimenti non espressi il paziente indirizzerebbe volentieri al terapeuta. La relazione paziente-terapeuta aiuta nella formulazione di tali atti comunicativi espletando una funzione di 'catalizzatore', offrendo in tal modo al paziente, l'opportunità di rendere accessibile a se stesso il sistema dei costrutti o le regole cognitive, in base alle quali il paziente si forma delle convinzioni, dirige le proprie azioni e si autoprescrive i copioni emotivi corrispondenti.
Nei diversi rami della medicina, usualmente, si tende a considerare l'effetto placebo come qualcosa di aggiuntivo agli effetti terapeutici specifici dei vari mezzi. Esso ha meccanismi propri e diversi da quelli del farmaco e si basa su meccanismi psicologici più o meno conosciuti.
In psicoterapia il ruolo del placebo potrebbe essere l'aspettativa, cioè quello che il paziente si aspetta in termini di risultati con un particolare terapeuta, sia rispetto alle tecniche usate, sia alla lunghezza del trattamento.
Ogni persona cambia col proprio ritmo. Il processo del cambiamento non può essere accelerato dal terapeuta, né possiamo aspettarci che il paziente diventi come il terapeuta vuole. Tutto questo richiede che solo il paziente abbia delle aspettative.
Fin dall'inizio i pazienti possono mostrarsi restii al cambiamento, mostrando delle 'resistenze'. Iniziare a cambiare infatti implica affrontare una 'crisi' nel modo in cui si è soliti concepire la realtà, ma soprattutto significa spogliarsi delle categorie generative del proprio disagio, che hanno permesso comunque, nel bene e nel male, una possibilità adattativa.
A volte il paziente ha solo bisogno di una 'spinta'. Ma è anche vero che in molti casi qualche parente o conoscente ha già provato questa via, ed è poi per tale motivo che il paziente probabilmente si trova lì nello studio dello psicoterapeuta. L'esortazione viene trasmessa dal terapeuta in maniera sotterranea, ma la conseguenza più probabile, dopo una esortazione pura e semplice, è il dispiegarsi di una resistenza da parte del paziente. E l'esortazione può relegare il terapeuta in un ruolo che perpetua il problema.
La terapia strategica è quella che dà meno adito alle aspettative di esortazione del paziente. I terapeuti che utilizzano questo approccio hanno più spesso evidenziato che 'la soluzione è il problema'. In generale, la capacità di utilizzare le resistenze al cambiamento a vantaggio del cambiamento stesso distingue la psicoterapia dalle altre forme di scambio umano.
Il contesto curativo fornisce struttura e formalità al processo terapeutico e aiuta a distinguere la terapia dall'amicizia o da una conversazione casuale. L'uso del setting favorisce anche le aspettative del paziente che un tipo di lavoro molto particolare sta per aver ruolo e l'allestimento di un 'rituale curativo' richiede una certa partecipazione attiva da parte di entrambe le parti(8).
Quanto brevemente illustrato e descritto, può condurre alla conclusione che la 'teoria clinica' e la pratica psicoterapeutica non solo legano il disagio psichico ai propri schemi interpretativi, ma offrono al paziente la possibilità di 'oggettivarlo' come altro da sé, portandolo a condividere attribuzioni di significato, definizioni e causalità.
La psicoterapia appare essere pertanto un sistema di definizione della realtà che viene ad articolarsi lungo tre coordinate: la configurazione di una teoria della personalità e del funzionamento psichico che deve essere accettata dal paziente e dal terapeuta; l'assunzione implicita dei criteri ideologico-normativi che la sovrastano e verso cui è diretta; le attese proprie al ruolo professionale del terapeuta che rinviano sia alla corporazione di cui fa parte, sia alla domanda istituzionale(9).
L'identità, la realizzazione di sé, l'affettività, le emozioni, le rappresentazioni, le fantasie, i sogni, la relazione, sono temi fondamentali nella ricerca psicologica e psicoterapeutica sull'uomo, sono luoghi per eccellenza del simbolico, della soggettività, dell'irripetibile, i luoghi complessi e difficili, sfuggenti del 'qualitativo'. In accordo con le esigenze di fondo espresse dallo sviluppo del pensiero occidentale, psicologia clinica e psicoterapia si sono proposte come discipline 'scientifiche, deputate allo studio della realtà psichica umana, alla sua conoscenza e trasformazione. Ma è possibile studiare scientificamente la sfera del qualitativo, ciò che appunto è messo in evidenza nell'incontro psicoterapeutico?(10)

3§. Le proposte dei nuovi "paradigmi della complessità" e considerazioni epistemologiche generali

Studiare scientificamente l'area del qualitativo è dunque possibile?
E'da tempo che le scienze umane si confrontano con una simile domanda, incontrando difficoltà e ostacoli, se non adirittura vere e proprie resistenze.
Le difficoltà sono principalmente, e in linea del tutto generale, riconducibili all'adattarsi ai parametri di 'osservabilità' prescritti dalla scienza classica e all'impossibilità di ridurre i complessi 'oggetti' qualitativi entro confini che definiscono l'indagine sperimentale.
Nell'ambito clinico, descrivibile come una ricerca/azione che avviene e si svolge tramite relazioni interumane, il metodo sperimentale classico risulta fortemente inadeguato. Infatti, esso procede tramite l'isolamento di variabili e la verifica delle loro relazioni, il più possibile purificato dalla soggettività dei partecipanti all'esperimento.
Se, quindi, per il metodo sperimentale l'osservazione deve venire quanto più possibile preservata dalle distorsioni della relazione soggetto osservatore/oggetto osservato, per il metodo clinico il coinvolgimento osservatore/osservato va accettato come mezzo di conoscenza.
La psicoterapia si occupa di problemi e difficoltà di tipo emotivo e affettivo, depurarla dei fatti soggettivi vuol dire estirpare il suo stesso oggetto. La verifica sperimentale, detto in breve, rischia di annullare gli oggetti del lavoro terapeutico che sono proprio i sentimenti, gli affetti, il simbolico, la soggettività e la relazione, come testimoniano tra le altre cose anche i fattori aspecifici delle psicoterapie già menzionati in precedenza.
Nonostante ciò, il problema di una ricerca e di una pratica clinica, psicoterapeutica consapevole e controllata, confrontabile, verificabile, 'scientifica', è un problema sempre più sentito nel dibattito teorico professionale e del quale diventa sempre più evidente il rilievo sociale.
Lo sviluppo della riflessione epistemologica contemporanea, con particolare riferimento alle proposte dei nuovi 'paradigmi della complessità', sembra consentire oggi di porre la questione della scientificità nelle scienze umane, dunque anche nella psicologia, in maniera diversa e più produttiva(11).
Qual è lo statuto scientifico della ricerca psicologica e ancor più di quella clinica, psicoterapeutica? Quali 'verità' mette in luce l'indagine clinica? Qual è il ruolo dello psicologo, dello psicoterapeuta nei confronti del suo oggetto di conoscenza e di intervento? Quali principi guidano la sua osservazione, la sua pratica?
Nel provare ad affrontare queste domande inevitabilmente ci si trova a fare i conti con una tradizione di criteri di scientificità che difficilmente si adattano alle caratteristiche fortemente qualitative del lavoro psicologico. Si pone pertanto il problema della possibilità di elaborare strumenti e metodi che consentano un approccio scientifico rigoroso, ma non 'riduttivo'.
Il confronto con il 'paradigma della complessità' ha costituito, in questa direzione, un punto di svolta. Esso ha infatti prodotto una radicale trasformazione dell'approccio al problema della scientificità della ricerca, problematizzando, ampliando, modificando tale concezione e costruendo una nuova matrice per la concettualizzazione del procedere scientifico.
Il 'paradigma della complessità' opera una revisione critica dei criteri della scientificità 'classica' e li mette in connessione con i più generali principi di pensabilità del mondo, di organizzazione del modo di prodursi del sapere.
L'idea di realtà che l'epistemologia della complessità propone può essere descritta come il passaggio da una concezione della realtà come sostanzialemente unitaria e integrata, organizzata secondo un ordine univoco e atemporale, data una volta per tutte e per questo esprimibile in leggi anonime, impersonali e supreme, a un'idea di realtà in continuo costruirsi, in continuo farsi, in un continuo movimento di riorganizzazione. La realtà, cioè, non appare più come qualcosa di dato, indipendente dal soggetto umano che la percepisce. Al contrario, ciò che l'epistemologia contemporanea e la stessa ricerca scientifica propongono è profondamente diverso: si assiste alla 'proliferazione del reale in oggetti, livelli, sfere di realtà differenti e si è consapevoli che questa proliferazione è sempre tradotta nel linguaggio di un osservatore. La realtà sembra essere un sistema in evoluzione, caratterizzato da particolari vincoli e da particolari interazioni, all'interno di una particolare organizzazione, che, con il concorso del disordine, del casuale, dell'evento, costantemente si riorganizza e si trasforma.
E' questa la visione che emerge dai progressi compiuti in diversi campi della ricerca scientifica: nella fisica, nelle scienze biologiche, nelle scienze cognitive. L'idea stessa di realtà viene modificata, perde il suo carattere di 'oggettività' e si connette all'universo della conoscenza.
Secondo questa prospettiva, nel concepimento della realtà viene messo ben in evidenza il ruolo dell'osservatore/concettore (o costruttore) della realtà stessa e si pone in primo piano il problema della conoscenza e delle sue modalità di organizzazione(12).
Che cosa viene colto, allora, dall'osservazione? Ceruti sottolinea come l'adeguatezza dei nostri modi di pensare e dei nostri linguaggi non rifletta una struttura della realtà colta sub specie aeternitatis, da un punto di vista assoluto, ma sia altrimenti un'adeguatezza, qui ed ora, condizionata e costruita dai particolari fini e modelli dell'osservatore, come pure dai particolari tagli metodologici che esso adopera per accostarsi alla realtà(13).
Maturana e Varela segnalano come tutto ciò che è detto, è detto da un osservatore. Infatti, l'operazione cognitiva fondamentale che un osservatore esegue è l'operazione di distinzione, con la quale specifica un'unità come distinta da uno sfondo e uno sfondo come il dominio nel quale un'entità è differenziata. Un osservatore caratterizza un'unità, affermando le condizioni nelle quali essa esiste come unità distinguibile, ma prende coscienza di questo solo in quanto definisce un metadominio nel quale può operare con l'entità che ha caratterizzato(14). L'operazione di distinzione si presenta come il risultato di una transazione fra l'osservatore e il mondo osservato: essa si inscrive in una data cultura ed è questa che fornisce i paradigmi che consentono e impongono la distinzione(15).
Anche Von Foerster(16) sottolinea con forza il carattere sociale dell'organizzazione della conoscenza che non è un'operazione individuale prodotta all'interno della mente di ciascun individuo, ma l'acquisizione e il mantenimento dei punti di vista ha un carattere sociale.
Attraverso le pratiche quotidiane e il linguaggio, ogni epoca della storia umana produce una struttura immaginaria: la scienza è una sezione di queste pratiche sociali e le idee scientifiche sulla natura non sono che una dimensione di questa struttura immaginaria. L'immaginario scientifico, afferma Varela, muta radicalmente da un'epoca all'altra e la scienza è più simile a una saga novellistica che a una progressione lineare(17).
Le critiche di Popper al neopositivismo hanno aperto in Filosofia della scienza uno sviluppo assai importante che è consistito nell'adozione di una prospettiva storica, derivata da un maggior interesse per la descrizione della natura reale della ricerca scientifica e per i modi in cui gli scienziati decidono quali teorie accettare o almeno perseguire nella ricerca futura.
L'area di ricerca nota come Sociologia della conoscenza, poi, non ha solo mostrato come il contesto sociale influisca sul modo in cui le idee hanno origine, contingentemente e storicamente. La sua tesi è ancora più radicale, ossia che i rapporti sociali influiscono sulla forma stessa del pensiero, e l'epistemologia stessa è quindi il prodotto di formazioni sociali e varia di conseguenza da un epoca alla sucessiva(18) .
Sociologi della conoscenza come Berger e Luckmann hanno sottolineato che il mondo quale è noto a noi è una realtà costruita socialmente. Tutto ciò che conosciamo è necessariamente il prodotto di una mediazione sociale. Ci sono dei "quadri" o "cornici" (frames) per mezzo dei quali, o secondo i quali, noi vediamo il mondo e cerchiamo di farci strada in esso. Ma i quadri sono socialmente detreminati e possono variare da un sistema o sottosistema al sucessivo, o da un'epoca all'epoca seguente. Ciò che vale come conoscenza scientifica, oggettiva, è dunque, a quanto pare, ciò che è sanzionato dalla comunità scientifica, attraverso i suoi vari periodici, recensioni, libri ecc.. E la conoscenza scientifica quindi risulta essere nient'altro che un "costrutto sociale".
Bloor sostiene che la conoscenza non è "credenza vera", bensì tutto ciò che gli uomini considerano conoscenza. E dichiara che oltre alle cause sociali ci saranno altri tipi di cause che cooperano a determinare la credenza, tenendo in considerazione che la conoscenza, anziché essere meramente ed esclusivamente un prodotto di negoziati e interessi sociali, il risultato del gioco di potere, dell'effetto di san Matteo (secondo cui gli autori che hanno già pubblicato molti libri trovano facile far pubblicare altri loro libri), ha anche apporti di carattere empirico.
A parte ciò, Bloor mostra che addirittura la matematica che emerge in ogni epoca data può essere molto legata a particolari circostanze culturali e conclude che le immagini sociali forniscono dunque i quadri epistemologici(19).
Per finire, anche le ricerche di Latour e Woolgar(20) pongono in evidenza il fatto che l'attività scientifica non è "sulla natura", ma è una dura lotta per costruire la reltà. Essi sottolineano l'idea che i fenomeni scientifici sono "costituiti" dalle apparecchiature usate in laboratorio, le quali sono esse stesse i prodotti di una costruzione umana, e quindi sono influenzati da tutti i processi sociali che avvengono all'interno della comunità scientifica. Si tratta infatti di decidere se una particolare apparecchiatura debba essere considerata attendibile o inattendibile(21).
In ultima analisi, allora, possiamo affermare che la 'verità scientifica' poggia essenzialmente sull'intersoggettività e cioè sull'accordo della comunità scientifica, socialmente e culturalmente connotata: è scientifico ciò che è riconosciuto come tale dalla maggioranza degli scienziati. Pertanto, se questo è il quadro che disegna i caratteri della scienza e dell'evoluzione della ricerca, non possono non essere sottoposte a revisione critica tutte quelle posizioni che hanno tradizionalmente definito i criteri di scientificità delle affermazioni degli scienziati. E lo stesso metodo sperimentale, assunto a partire dal XVII secolo come "il metodo", l'unico in grado di produrre una conoscenza certa e definitiva, va sottoposto a una profonda revisione.
Alla luce, insomma, delle elaborazioni che l'epistemologia della complessità propone e di quanto rilevato dai sociologi della conoscenza e dalla Filosofia della scienza post-popperiana, ogni teoria, ogni modello, ogni affermazione seppur sperimentalmente provata, va messa in connessione con le condizioni di osservazione dalle quali è prodotta.
Non si cerca, chiaramente, di negare l'importanza fondamentale e l'utilità del metodo, ma piuttosto di accedere, come propone Morin, a una "scienza con coscienza", con la coscienza cioè della relatività di qualsivoglia affermazione, rispetto al sistema di osservazione/percezione/concezione, che deve essere osservato, percepito concepito nell'osservazione/percezione/concezione del sistema osservato. Tutto questo rimanda, contemporaneamente, a un problema di consapevolezza epistemologica, teorica e metodologica 'complessa' per l'osservazione.
Le argomentazioni fin qui esposte possono consentire di supporre che il punto focale della verificabilità scientifica si è spostato dall'attenzione ai procedimenti classici della generalizzazione basata sulla ripetibilità e sulla quantificazione di realtà 'oggettivamente' date e rappresentabili, all'attenzione alle teorie e ai modelli, ai dispositivi di osservazione, all'esplicitazione dei principi e dei metodi, nonché dei contenuti dell'osservazione stessa Quindi, la scientificità si connota come l'esplicitazione dei quadri teorici e metodologici che guidano ogni ricerca, delle variabili sottoposte a osservazione, della relazione tra esse e con il contesto in cui l'osservazione ha luogo. All'inizio di ogni operazione conoscitiva, anche della distinzione su cui si opererà con il metodo sperimentale, c'è comunque un atto soggettivo, una soggettività singolare che poggia su una 'soggettività collettiva', su un accordo intersoggettivo, connesso con la struttura immaginaria di una specifica epoca.
La scientificità allora è una prassi aperta al controllo intersoggettivo, che dà definizioni chiare dei concetti e dei postulati e usa procedure leggibili e ripetibili, che si avvale di un metodo razionalmente fondato per la convalida delle ipotesi teoriche: i metodi per tale convalida sono però molteplici(22).

4§. Riferimenti alla clinica

Focalizzando ora l'attenzione più in particolare sulla ricerca psicologica clinica, psicoterapeutica, risulta evidente che quanto ha valore in riferimento alla problematica generale della conoscenza e della ricerca scientifica, ha egualmente valore in questo specifico campo di applicazione: ognuna delle questioni affrontate può essere trasferita all'ambito dell'indagine sullo psichico. In tale senso l'epistemologia è interna alla psicologia, alla clinica, alla psicoterapia.
Le diverse teorie psicologiche esplorano aspetti, parti diverse della complessa realtà dello psichico, mettendone a fuoco tematiche incerte differenti e definendo 'verità' strettamente connesse agli specifici principi e dispositivi di osservazione che le caratterizzano. Ciò implica che di fronte alla stessa situazione clinica, persone con formazione differente daranno rilievo ad aspetti differenti ed etichette esplicative diverse a ciò che osservano.
Scegliere quale tra le diverse descrizioni e interpretazioni sia la più corretta non è il problema fondamentale, molto più importante è procedere secondo una logica 'e/e', avvicinando, connettendo, mettendo in relazione, con la consapevolezza di muoversi come se il proprio modello fosse vero, concedendosi così la possibilità di ulteriori strade di pensiero e relativizzando utilmente il proprio.
Questa impostazione ha valore sia per il rapporto tra le diverse discipline, sia per quello tra le diverse teorie all'interno di una stessa disciplina, ma anche in relazione agli oggetti di osservazione che spesso la ricerca ha guardato secondo una prospettiva eccessivamente semplicistica e separante.
Dai vari campi della ricerca psicologica emerge sempre più chiaramente come sia impossibile isolare il soggetto dal contesto con il quale è in relazione. La relazione (e personalmente oserei dire l'interazione), anzi, si caratterizza come lo specifico oggetto di indagine in grado di aiutarci a comprendere la fondazione e lo strutturarsi dello psichico.
Dai paradigmi sistemici al costruttivismo, al costruzionismo(23), agli studi psicodinamici che indagano sulla relazione madre-bambino, sulle relazioni familiari, sulla fondazione transpersonale dello psichismo, sulla psicopatologia, l'individuo non può più essere spiegato esclusivamente in una prospettiva intrapsichica o biologico-genetica, ma va considerato come elemento, parte di un insieme più ampio, di un contesto che lo definisce in maniera significativa e che non può essere preso in considerazione con lo specifico individuo oggetto di osservazione.
Con sempre maggiore chiarezza emerge l'implicazione dello psicologo, dello psicoterapeuta nella relazione clinica: dal suo essere presente con le proprie teorie psicologiche, metapsicologiche, con la teoria della tecnica, al suo essere presente con le proprie caratteristiche personali, emozioni e psicopatologie. Pazienti e terapeuti contribuiscono insieme, nel set(ting), alla creazione e all'evoluzione del campo terapeutico.
L'applicazione dei principi del paradigma della complessità alla relazione clinica, psicoterapeutica, apre alla ricerca di un'integrazione tra strumenti e metodi anche diversi, volti a esplorare, all'interno di un progetto coerente, aspetti, parti della molteplicità di componenti, processi, configurazioni che caratterizzano le situazioni relazionali.
Cercando di evitare di confinare la clinica e la psicoterapia nell'ambito dell' "artisticità" deprofessionalizzata e in quello dell'improvvisazione manipolativa, e volendo confrontarsi con la grande questione del metodo, con i dati empirici e con il problema della comunicabilità scientifica, molti autori, nella ricerca di metodi di valutazione adeguati alla specificità della clinica e al suo carattere di immersione nella soggettività emotivo-affettiva, simbolica, hanno individuato, come metodo, quello tipico, delle scienze umane, del cosiddetto circolo ermeneutico(24).
La proposta del circolo ermeneutico è nata in riferimento alla prassi ermeneutica, intesa come lavoro di interpretazione, che, prendendo le mosse da un testo, riattraversa il senso in esso depositato e lo riporta nella circolazione viva ed attuale delle idee e dei progetti.
A partire dalla consapevolezza ermeneutica riguardo al rapporto interprete-testo, alla presenza del senso differente di cui ambedue sono portatori e riguardo alla presenza, nell'interprete, di un 'progetto', in base al quale interrogare il testo, il concetto di circolo ermeneutico, come possibilità di confronto, nel quale una proposta può crescere in rapporto alla risposta fornita dagli altri, è stato un primo modo con il quale ci si è posti il problema di sostenere una confrontabilità rispettosa della soggettività emotivo-affettiva, simbolica, insita nelle relazioni interumane. In quest'ottica i dati delle scienze dell'uomo sono atti o eventi non separabili dai significati, cui si accede non solo con l'osservazione, ma soprattutto con la compresione dei rapporti di senso.
I fatti umani non si presentano all'osservatore dotati di oggettività naturale ed univoca, ma sono letti attraverso la 'punteggiatura' precostituita dalle categorie concettuali utilizzate.
Lo studioso della realtà umana secondo questa impostazione dovrebbe utilizzare una logica che tenga conto del fatto che egli ha a che fare con un universo già costituito all'interno dei quadri di significato da parte degli stessi agenti sociali, e l'operazione di interpretazione di tali quadri dentro gli schemi teorici rappresentano il fulcro del metodo ermeneutico.
Il termine ermeneutica è stato così esteso per includere non solo la scienza dell'interpretazione originariamente finalizzata all'interpretazione dei testi, ma di ogni sequenza di attività umane alle quali si possa assegnare un significato. Perciò alcuni propongono, talvolta in modo incondizionato, che il compito dello psicologo clinico e dello psicoterapeuta non sia quello di formulare leggi del comportamento umano, bensì quello di spiegare il 'significato' di sequenze del medesimo. Il significato delle azioni non è semplicemente 'dipendente' da colui che agisce o da coloro che assistono, ma è condizionato dalla reciproca comprensione e dall'accordo di tutte le parti in causa.
Viene così adottato il termine di 'circolo ermeneutico' per indicare l'intero complesso dei sistemi concettuali in riferimento al quale deve essere spiegato il significato delle azioni. L'ermeneuta deve porsi all'interno del 'circolo ermeneutico', dal momento che il significato delle azioni può essere compreso solo entro il sistema proprio di chi agisce. Questa è una differenza fondamentale rispetto al compito esplicativo del naturalismo razionalistico, secondo cui lo studioso resta distaccato dal proprio oggetto di studio ed è libero di scegliere il sistema concettuale cui fare rifermento(25).
Con ciò, non si intende ignorare che l'essere umano sia un organismo biologico. Semplicemente si vuole sostenere che l'uomo come persona non può essere compreso in ambito naturalistico e che i caratteri che costituiscono l'essere umano come persona non possono essere analizzati in modo soddisfacente se non si considera la natura umana in una prospettiva più ampia.
La verità 'oggettiva' deve essere cercata con i metodi della scienza naturale, mentre la ricerca della verità 'soggetiva' richiede l'uso del metodo ermeneutico, vale a dire l'interpretazione e la riflessione.
Le scienze naturali presuppongono la riflessione ermeneutica, l'umano infatti è più di un organismo biologico che risponde più o meno passivamente agli stimoli esterni. Egli è, in quanto essere umano, continuamente impegnato nella comprensione e nell'interpretazione del significato simbolico del mondo che gli sta di fronte.


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Note:

1 Cfr. Filippeschi M., Celano G., Scuole di psicoterapia in Italia, Centro Diffusione Psicologia, Genova, 1988, pp. 7-16.
2 Cfr. Cionini L., Psicoterapie. Modelli a confronto, Carocci, Roma, 1998, pp. 19-37.
3 Cfr. Lombardo G.P., "Epistemologia e storia in psicoterapia. Un contributo metodologico", in Epistemologia e psicoterapia. Complessità e frontiere contemporanee, eds, Ceruti M., e, Lo Verso G., Raffaello Cortina, Milano, 1998, pp. 51-69.
4 Cfr. ibid., pp. 58-68.
5 Giusti E, Montanari C., Montanarella G., Manuale di psicoterapia integrata. Verso un eclettismo clinico metodologico, FrancoAngeli, Milano, 1995.
6 Cfr. Giusti E., Psicoterapie: denominatori comuni. Epistemologia della clinica qualitativa, FrancoAngeli, Milano, 1997.
7 Cfr. ibid., pp 35-40.
8 Cfr. ibid., pp. 40-57.
9 Cfr. Fiora E., Pedrabissi I, Salvini A., Pluralismo teorico e pragmatismo conoscitivo in psicologia della personalità, Giuffrè, Milano, 1988, pp.34-40.
10 Cfr. Di Maria F., Giannone F., "Epistemologia e scientificità del qualitativo", in Epistemologia e psicoterapia. Complessità e frontiere contemporanee, eds, Ceruti M., e, Lo Verso G., Raffaello Cortina, Milano, 1998, pp. 31-47.
11 Cfr. ibid., pp.31-32.
12 Cfr. ibid, pp. 36-38.
13 Cfr. Ceruti M., Il vincolo e la possibilità, Feltrinelli, Milano, 1986.
14 Cfr. Maturana H., Varela F., Autopoiesi e cognizione, trad. it., Marsilio, Padova, 1985.
15 Cfr Morin E., Scienza con coscienza, trad. it., FrancoAngeli, Milano, 1984.
16 Cfr. Foerster H von, "Cibernetica ed epistemologia", in La sfida della complessità, eds, Bocchi G., Ceruti M., Feltrinelli, Milano, 1985.
17 Cfr. Varela F., Scienza e tecnologia della cognizione, trad. it., Hopeful Monster, Firenze, 1987.
18 Che possa essere così sembra plausibile quando consideriamo che si deve tener conto anche della struttura della comunità sociale della scienza stessa. Si devono considerare innanzitutto i processi per mezzo dei quali vengono formati gli scienziati: processi che costituiscono di per sè un procedimento molto selettivo, tale che a certe idee vengono riconosciuti uno status speciale e una speciale approvazione, mentre altre sono ignorate o trattate con disprezzo.
Gli scienziati imparano gradualmente come comportarsi all'interno della comunità scientifica. Essi apprendono quali tipi di pratiche siano accettabili e quali no. Imparano come eseguire con successo ricerche sperimentali o teoriche. Vengono a conoscere quali tipi di problemi siano potenzialmente risolvibili e degni di esame. Infine (vorrebbe indurci a credere Polanyi) imparano ad avere una sorta di sesto senso circa quali ricerche siano sane e attendibili e quali non valga invece la pena di compiere.
In tutto questo non va dimenticato il sistema di controllo sociale che opera all'interno della comunità scientifica, principalmente attraverso il sistema della valutazione per opera dei propri colleghi.
Tutte le ricerche vengono esaminate da "lettori" specialisti prima della pubblicazione in periodici scientifici, e il processo di valutazione continua anche dopo la pubblicazione, attraverso recensioni, relazioni annuali ecc... Attraverso questo processo lungo e complesso di setacciamento viene gradualmente stabilita la "conoscenza certificata" su cui la comunità scientifica sente infine di poter fare affidamento.
19 Cfr. Bloor D., La dimensione sociale della conoscenza, tad. it., RaffaelloCortina, Milano, 1991.
20 Cfr. Latour B., Woolgar S., Laboratory Life. The Social Construction of Scientific Facts, Sage, Beverly Hills, 1979.
21 Cfr. Oldroyd D, The Arch of Knowledge. An Introductory Study of the Hystory of the Philosophy and Methodology of Science, Methuen, New York, 1986, pp. 447-475.
22 Cfr. Di Maria F., Giannone F., "Epistemologia e scientificità del qualitativo", op. cit., pp. 38-42.
23 Con il termine di costruttivismo si fa riferimento alla posizione filosofica secondo cui la realtà non è pre-data alla conoscenza, non si trova 'là fuori' a disposizione della nostra comprensione, ma è costruita dal soggetto. Ciò significa che nessuna osservazione può considerarsi obiettiva, nel senso di indipendente dal soggetto che conosce. Al contrario, ogni descrizione è autoreferenziale, ossia riflette sempre l'ordinamento imposto alla realtà dal sistema conoscitivo che la esprime. Il costruzionismo o costruzionismo sociale sostiene, invece, l'idea che il soggetto costruisca la realtà assieme agli altri individui e sposta così l'attenzione dalle rappresentazioni mentali al linguaggio, ai processi conversazionali attraverso i quali gli individui costruiscono i propri mondi, intesi come mondi condivisi. La differenza tra le due prospettive riguarda inoltre la posizione dell'osservatore. Nel caso del costruttivismo, l'osservatore si colloca all'interno dei processi elaborativi individuali, e quindi proprio per questo è nella condizione migliore per cogliere gli aspetti di chiusura dei sistemi individuali di cui si occupa. Il costruzionismo, poiché definisce come oggetto privilegiato di studio il pattern che connette gli individui, colloca l'osservatore all'esterno rispetto ai processi di elaborazione individuali, e quindi è in una condizione privilegiata per individuare gli elementi di apertura di tali processi.
24 Cfr. Di Maria F., Giannone F., "Epistemologia e scientificità del qualitativo", op. cit., pp. 43-46.
25 Cfr. Fiora E., Pedrabissi I, Salvini A., Pluralismo teorico e pragmatismo conoscitivo in psicologia della personalità, op. cit., pp. 57-61.

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