"Ciò di cui abbiamo bisogno è vedere con chiarezza che insistiamo a pattinare sul ghiaccio sottile, che utilizziamo identità, strategie e immagini mentali per mantenerci in moto. Abbiamo bisogno di vedere la nostra energica determinazione a far funzionare le strategie. Allora quando nella vita si presenteranno situazioni che non ci soddisfano, che mettono in discussione la nostra identità e il nostro senso del benessere, potremo aprirci alla possibilità di imparare queste due lezioni fondamentali.
In primo luogo potremo imparare a riconoscere che la difficoltà è il sentiero, invece di cercare di sfuggirle. È un cambiamento di prospettiva radicale, ma necessario. Quando capita qualcosa di sgradevole, vogliamo raramente averci a che fare. Forse reagiamo con la convinzione «non dovrebbe andare così», o «la vita non dovrebbe essere così ingarbugliata». Chi l'ha detto? Chi ha mai detto che la vita non debba essere un caos? Di solito, quando la vita non corrisponde alle nostre aspettative, cerchiamo di cambiarla in modo che vi si adatti. L'essenza della pratica tuttavia non consiste nel cercare di cambiare la vita, quanto il nostro rapporto con le aspettative: imparare a considerare qualsiasi cosa accada come il nostro sentiero.
Le difficoltà non sono ostacoli sul sentiero, sono il sentiero stesso. Sono occasioni di risveglio. Siamo capaci di imparare cosa significa accogliere una situazione indesiderata, col senso di fragilità che trasmette, come un invito al risveglio? Siamo capaci di considerarla il segnale di una lezione da imparare? Siamo in grado di lasciarla entrare nel cuore? Imparando ad agire così, compiamo il primo passo che ci porta a imparare cosa significa aprirsi alla vita così com'è. Impariamo che cosa significa essere disposti ad accogliere qualsiasi cosa la vita offra. Anche quando una situazione non ci piace, capiamo che la difficoltà presente è la nostra pratica, il nostro sentiero, la nostra vita.
In secondo luogo, quando siamo colpiti dalla durezza della vita, possiamo imparare a non puntare il dito accusatore (contro qualcun altro, contro noi stessi, contro un'istituzione o addirittura contro la vita stessa) e a volgere invece l'attenzione all'interno. Spesso, quando siamo afflitti, è una delle cose più difficili da fare, perché proviamo un desiderio intenso di difenderci. Vogliamo con tutte le forza aver ragione. Ma è molto più utile capire con cosa abbiamo contribuito alla situazione: convinzioni, aspettative, esigenze e smanie. Allora potremo a poco a poco arrivare a comprendere che ogni reazione emotiva è il segnale della presenza di un sistema di convinzioni che non abbiamo ancora esaminato accuratamente. Con la pratica, tale comprensione diventa gradualmente il nostro orientamento di base. [...]
Quello che ci serve è un cambiamento [...] che comporti la disponibilità a vedere, a imparare, a essere semplicemente con tutto ciò che incontriamo. [...] Coltivando la disponibilità a essere semplicemente scopriremo di poter lavorare con qualsiasi cosa. Fintanto che non arriveremo a comprenderlo, ci escluderemo dall'apertura, dal senso di connessione e riconoscenza, che sono doti naturali dell'essere umano"  (Ezra Bayda)

Mercoledì, 08 Maggio 2013 11:17

L'uomo razionale

In Occidente l'uomo "razionale" prevalente è quello che "calcola" (imprenditore, commerciante, libero professionista...), è l'opportunista che sa fare i propri interessi, è il sofista con lo spirito di contraddizione (vedi ad es. certi politici, avvocati, giornalisti, insegnanti...), è il programmatore che usa una terminologia per iniziati, è il ricercatore tecnico-scientifico chiuso nel suo laboratorio... Perché non consideriamo razionale anche l'uomo che prova sentimenti profondi, radicati nella sua coscienza, l'uomo che sa essere istintivo senza essere bestiale o stupido? Per quale ragione nell'Occidente razionale l'istintività diventa subito banalità, trivialità, bassezza d'animo o addirittura sado-masochismo? La risposta è già stata detta: da noi l'esperienza coincide soprattutto col saper fare ragionamenti astratti, logico-formali (senza un vero riscontro con la realtà), cioè essa non riguarda - se non in maniera limitata, privata, ufficiosa - il rapporto umano sentito, concreto, profondamente vissuto.

L'ipertrofia razionalistica sembra essere una stretta conseguenza dell'accentuato individualismo che ci caratterizza. (Da notare che in Occidente le rivoluzioni socialiste sono fallite proprio per questo motivo: sotto il dominio dell'individualismo i rivoluzionari di professione si affidavano alla spontaneità delle masse; essi cioè pensavano che le masse sarebbero insorte da sole, semplicemente dopo aver "letto" i loro manifesti rivoluzionari!).

Nella nostra civiltà i sentimenti fanno parte della sfera privata, del non-detto e non-dicibile, del non-rappresentabile... A meno che il sistema non ne abbia bisogno per vendere certi prodotti commerciali o per controllare e condizionare la psicologia delle masse, ma in questo caso si tratta sempre di sentimenti stereotipati, facilmente prevedibili (vedi ad es. la pubblicità o i films drammatici o le interviste fatte dai giornalisti nei casi più tragici, come i terremoti, gli attentati, gli omicidi, i sequestri, le disgrazie con morti e feriti). I sentimenti si sono per così dire atrofizzati: chi li manifesta appare immediatamente come un individuo ingenuo, superficiale, inaffidabile, insomma un "perdente". Quasi si preferisce tollerare lo sviluppo degli istinti più bassi, come la gelosia, la vendetta, l'inimicizia, la sessualità malsana della pornografia, della pedofilia, della prostituzione.

Forse un giorno gli uomini capiranno che il rapporto umano non può essere sostituito da alcunché: non dal sesso, né dai soldi, né dal potere e neppure dalle parole. Chi pretende di farlo si dà, inevitabilmente, dei surrogati o delle perniciose sublimazioni. Sesso, soldi e potere (politico e/o intellettuale) non sono che stupefacenti -se vissuti per legittimare l'alienazione-, al pari della religione nel Medioevo o di qualunque altra ideologia in cui si crede fanaticamente. Forse un giorno gli uomini smetteranno di lamentarsi di questa loro miseria interiore e cercheranno di vivere intensamente ogni giorno, ogni ora, ogni minuto della loro vita, pensando che tutto quanto non riguarda direttamente il rapporto umano è cosa inutile o falsa, cioè tempo sprecato.

Mercoledì, 08 Maggio 2013 11:12

L'autenticità del nostro essere

"Mostrami il volto che avevi prima di nascere".
- Koan Zen -

 

 

Mercoledì, 08 Maggio 2013 10:51

La psicologia postmoderna

1.
Il postmodernismo psicologico si presenta come un campo plurale. Esso esprime tuttavia una propria cifra distintiva: la critica alla nozione di individuo come unità di analisi, in favore di una visione contestuale della mente e più in generale del soggetto.
Dobbiamo questa visione al sociocostruttivismo, al suo sviluppo come critica del modello cognitivista dominante, della sua epistemologia al contempo individualista e computazionista.
Come il suo stesso nome segnala, l’approccio sociocostruttivista si sostanzia della coniugazione dei due fondamentali punti di vista elaborati dal pensiero psicologico contemporaneo: costruttivismo e interazionismo (Ugazio, 1988). Una sintesi che ha portato a concepire la mente (dunque il soggetto) come un sistema al contempo capace di costruire (piuttosto che solamente elaborare) significati e di costruirsi entro e per mezzo del rapporto sociale. Del costruttivismo la psicologia postmoderna riprende il postulato antiempirista della centralità delle categorie, mediatori costitutivi dell’esperienza; l’idea dunque di un ruolo attivo e strutturante della mente, capace di costruire – appunto - il significato dell’esperienza. Sulla scorta dell’interazionismo, d’altro canto, si radicalizza e porta a compimento l’operazione di contestualizzazione e socializzazione del costruttivismo già iniziata dalla social cognition e dalla teoria delle rappresentazioni sociali (Farr, Moscovici, 1984; Jodelet 1989; Polmonari, 1989; Doise et al, 1995).
Sulla scorta del sociocostruttivismo, l’organizzazione mentale viene ad essere riconosciuta nella sua intrinseca valenza di processo sociale. E ciò da almeno due complementari punti di vista.
In primo luogo, la mente è costitutivamente sociale in quanto, se si può sottolineare che i concetti sono teorie (Neisser, 1987), è altrettanto possibile evidenziare che tali teorie sono elaborate collettivamente. Diversamente da quanto vorrebbe quell’ampio e variegato ventaglio di posizioni che va dallo strutturalismo piagetiano al neocartesianesimo di Fodor, passando per le diverse declinazioni in chiave sintattica o semantico-ecologica del cognitivismo (Reed, 1986; Sanford, 1987; Pessa, Penna, 2000), il sociocostruttivismo sottolinea come i modelli mentali (Johnson-
Laird, 1983) che sostanziano l’organizzazione del pensiero siano repertori di significati negoziati, scambiati e recuperabili nell’interazione sociale, entro e per il tramite di specifici sistemi culturali (Bruner, 1986; 1996). Merito di questa posizione il recupero della visione vygotskiana della mente come interiorizzazione dei dispositivi simbolici posti a mediazione del rapporto tra società e ambiente (Vygotskij, 1934; Cole, 1996).
In secondo luogo, la mente è intrinsecamente sociale in quanto il pensare è un atto sociale, finalizzato, strumentale e subordinato alle esigenze di regolazione della relazione sociale. Le opinioni, i giudizi, i significati che le persone producono nella quotidianità non sono, dunque, proiezioni epifenomeniche di un funzionamento cognitivo, basato su procedure incapsulate, rispondente a regole date. Al contrario, il pensiero è intrinsecamente argomentativo e retorico (Harrè, Gilet, 1994; Pontecorvo, 1997; Billig, 1999), orientato dall’esigenza degli attori di sollecitare l’adesione alle visioni del mondo proposte. Ritorna qui la lezione del secondo wittgenstein (Wittgenstein, 1953; Bonaiuto, Sterponi 1997), dei giochi linguistici come strumento
ed espressione delle “forme di vita”, dei modi con cui gli attori costruiscono gli spazi della loro storia e della loro reciprocità.

2.
I punti di vista ora richiamati operano come altrettanti fattori di pluralizzazione del campo sociocostruttivista. Se tutti gli approcci che ad esso fanno più o meno direttamente riferimento riconoscono come costitutiva la connessione soggetto-contesto, differenti sono i modi con cui tale connessione viene concettualizzata. Un possibile criterio per organizzare tali differenze può essere rappresentato dallo statuto che le singole teorie attribuiscono all’organizzazione cognitiva intraindividuale. Da questo punto di vista, possiamo definire un continuum organizzato da due polarità. Su una polarità si collocano quelle teorie che nell’assumere e declinare il presupposto sociocostruttivista, al contempo attribuiscono una qualche forma di autonomia all’organizzazione mentale individuale. Si pensi alla teoria postpiagetiana del conflitto cognitivo, che considera
l’ambiente di scambio sociale come fonte esterna di perturbazione, favorente l’accomodamento dell’organizzazione cognitiva del soggetto individuale. Allontanandoci da questo primo polo, incontriamo la teoria delle rappresentazioni sociali, con la sua idea di una corrispondenza tra forme della comunicazione/scambio sociale e modelli cognitivi (Moscovici 1961; Farr, Moscovici, 1984; Moscovici 1988). In questo teoria l’organizzazione cognitiva mantiene ancora una sua autonomia (che alcuni autori che si inscrivono a questa corrente di pensiero accentuano ulteriormente; cfr. ad es. Abric, 1989): il suo funzionamento viene considerato isomorfico alle forme della regolazione e delle comunicazione sociale. La teoria vygotskiana trova posto sull’altro versante del nostro ideale continuum. Le ipotesi proposte dallo psicologo russo circa la genesi sociale della mente e sulla
funzione di mediazione simbolica degli artefatti culturali, disegnano il quadro di una organizzazione cognitiva immersa nel contesto storico-sociale, regolata, anzi: conformata dai dispositivi propri di tale contesto. La psicologia culturale bruneriana si avvicina ulteriormente al secondo estremo del nostro continuum. Essa, infatti, offre un ulteriore contribuito all’abbattimento della netta separazione tra mentale e sociale, nel momento in cui evidenzia come i dispositivi simboli che organizzano il funzionamento mentale oltre che artefatti sociali che i soggetti acquisiscono nel corso della loro inculturazione, sono anche significati che le persone costruiscono nei loro scambi quotidiani. All’estremo del continuum, infine, troviamo l’approccio costruzionista (Gergen, 1991) e la psicologia del discorso (Billig, 1997), che declinano in termini radicali il postulato contestuale della mente, “dissolvendo” l’individuo e la sua organizzazione mentale nelle pratiche discorsive, per recuperarlo come precipitato dell’interiorizzazione dei dispositivi retorici del linguaggio mobilitato nei contesti conversazionali.

InterattivaMente: Centro di Psicologia Giuridica – Sessuologia Clinica – Psicoterapia di Padova

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