Marco Inghilleri

(lezione tenuta il 07/02/2016 presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Interattivo-Cognitiva di Padova)

 

 

Introduzione

 

Il presente lavoro intende condurre una riflessione storica e antropologica che compari le nostre modernissime e scientifiche psicoterapie con i “sistemi psicoterapeutici” sorti in seno ad altre culture e in altre epoche storiche. In verità, forme di “psicoterapia” ci sono sempre state, ma non venivano chiamate in tal modo. L’utilizzazione del trattamento psicologico per curare i “problemi” umani è antico quanto la storia dell’umanità e ogni sistema culturale ne ha sviluppato uno proprio e specifico.

 

La funzione “psicoterapeutica” ha avuto origine nei contesti prescritti e normativi propri dell’ambiente in cui tale funzione veniva esercitata e richiesta. Lo sciamanesimo con il guaritore, la religione con il sacerdote e la filosofia con l’uomo saggio e sapiente, hanno fornito le cornici interpretative della possibile therapeìa, cura, della psykè, cioè anima. E tuttavia, oltre a definire una teoria della cura, esse hanno anche definito ciò di cui la prassi terapeutica doveva occuparsi. All'interno di ogni sistema culturale, infatti, si sviluppa una gnoseologia e un'epistemologia, che agiscono per vie che sono valide solo all'interno di questo sistema, e che riconoscono su un piano ontologico determinati elementi che sono ignorati al di fuori della cultura e della società a cui appartengono.

 

Perché può essere utile una riflessione storica e antropologica?

 

Alla maggior parte dei terapeuti un approccio “filologico” alla nostra disciplina può sembrare inconsueto. Non siamo abituati a pensare alla nostra professione in termini storici e sociali. Il metodo più comunemente usato dagli storici della psicoterapia per celebrare la loro materia, invece di interpretarla criticamente, è quello di decontestualizzarla. Non collocando le varie teorie e le pratiche della psicoterapia entro una cornice storica e culturale più ampia, alcuni storici trattano la psicoterapia come fosse una disciplina che trascende la storia e che tratta di disagi psicologici universali. Questi storici, lasciano intendere che, dal momento che la psicoterapia è una scienza, le sue scoperte sono dati di fatto e che, trattandosi di una “tecnologia” che si situa oltre la storia, le sue pratiche sono apolitiche.

 

Detto in breve la cultura ( o meglio lo Zeitgeist cioè lo "spirito del tempo“ che indica la tendenza culturale predominante in una determinata epoca.) contribuisce a conferire una specifica espressione a ciò che essa stessa considera essere una “malattia” o una “disfunzione”, definendo simultaneamente i “ruoli” e i “copioni” connessi ai “rituali” di guarigione. Ogni epoca, ogni società, ogni cultura ha infatti prodotto sia i propri “pazienti” che i propri “psicoterapeuti”, prescrivendo a questi ultimi anche quale tipo di formazione dovessero seguire, sia attraverso pratiche iniziatiche rivolte all’interiorità, cioè con procedure di carattere esoterico, sia attraverso procedure formativo-dottrinali pubbliche o essoteriche (cioè riguardanti le tecniche operative terapeutiche).

 

Un’analisi delle epoche premoderne della società occidentale, ad esempio, mette in evidenza le matrici generative da cui si sono originate le attuali psicoterapie, attraverso i percorsi tracciati da antichi saperi iniziatici ed esoterici (religiosi,   magici e filosofici), prescritti per accompagnare la persona verso la trascendenza e verso la divinità. Il ricongiungimento dell’anima alla divinità o il disvelamento delle “verità ultime” richiedeva un lavoro su se stessi che oggi chiameremmo "psicoterapia", essendo i diversi passaggi totalmente sovrapponibili:

 

- conoscere se stessi

 

- l'essere se stessi

 

- provando se stessi

 

Nel processo di secolarizzazione che ha reso "laica" e "scientifica" una simile pratica abbiamo deformato ciò che era espresso in forma di metafora e di simbolo, quindi allegorico, allusivo e sempre dipendente dalla propria gnoseologia (oggi diremmo epistemologia), in enti ontologici. Abbiamo reificato degli espedienti retorici che "indicavano la luna senza nominarla", trasformandoli in cose e talvolta persino deificandoli. L'anima è un simbolo, una metafora e sul discorso sull'anima ci abbiamo edificato una scienza e l'abbiamo chiamata psicologia.

 

Semplificando:

 

  • L'interiorià umana era precedentemente abitata dall'Anima, considerata immortale e tesa a riunirsi al Trascendente ("Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas").
  • Con Freud e Jung l'interiorità diventa abitata da pulsioni e istinti, l'anima ancora c'è ma è mortale (il caos diventa cosomos attraverso il logos: "dove c'è l'es ci deve essere l'io").
  • Poi l'anima, l'interiorità, viene portata fuori, nella relazione e nell'interazione (Bateson: ci vogliono due cervelli in interazione per avere una mente).
  • Infine, con il costruttivismo, l'anima diventa l'insieme dei significati che attribuiamo al mondo, una metodologia, la nostra, per conoscere, un processo di discriminazione della realtà, e ritorna ad abitare l' interiorità (Kelly: I processi di una persona sono psicologicamente canalizzati in funzione dei modi attraverso i quali essa anticipa gli eventi).

 

Si sedes non is: le “psicoterapie” prescientifiche occidentali

 

Sebbene la storia della psicoterapia affondi le proprie radici in epoche non a noi prossime, usualmente si certifica la nascita e l’origine della moderna psicoterapia nell’ultima parte del XIX secolo. Ma ciò non è propriamente esatto … Solitamente si identifica in S. Freud il creatore della psicoterapia moderna. A dire il vero, S. Freud fu solo il creatore della psicoterapia vittoriana europea. Cioè impostò l’indagine e la terapia della psykè di una particolare classe sociale, di una particolare cultura, in una particolare epoca storica, secondo criteri prescritti dai modelli culturali dominanti: la scienza di quell’epoca. Senza andare troppo indietro nel tempo, già Pinel con due celeberrime teorie elaborate nel Trattato del 1800, sosteneva, contrapponendosi a una tradizione millenaria, che con poche e specifiche eccezioni, le malattie mentali erano determinate da una causa “morale” (oggi diremmo psicologica) che interessa la sfera emotiva: le passioni. E se la causa del disagio psichico è di ordine “morale”, anche la terapia dovrà essere del medesimo ordine. Pinel costituì così i principi di quel trattamento morale, il quale costituisce una forma di terapia psicologica o psicoterapia, teorizzata e applicata molto prima del Freudismo, di eguale scientificità, tra le altre cose, per i criteri normativi della scientificità a cui Pinel si richiamava.

 

Le radici antiche della psicoterapia contemporanea

 

Idealmente di possono identificare le radici della psicoterapia contemporanea nelle seguenti Tradizioni:

 

  • Lo Sciamanismo indoeuropeo
  • Il Mito: il tema della Catabasi
  • La filosofia greca
  • Il pensiero ebraico
  • Il Cristianesimo gnostico
  • La Demonologia cattolica
  • L’Alchimia

 

Tutte queste tradizioni, presuppongono un iter specifico per arrivare al sovrannaturale attraverso la ricerca della virtù e della purificazione dell’interiorità, o della propria anima, per mezzo di specifiche metodologie di “formazione” spirituale che dovrebbero consentire all’adepto di raggiungere una specifica conoscenza ed evoluzione interiore, da mettere poi a disposizione della propria comunità.

 

Lo sciamanismo Indoeuropeo

 

Quando si parla di sciamanismo non si può non partire dal testo di Mircea Eliade “Le sciamanisme”, che a tutt’oggi resta una sorta di Bibbia sull’argomento. Lo sciamano non è uno stregone, un sacerdote, un “medicineman” o un “curandero”: lo sciamano è anche questo, tuttavia, non è solo questo. Egli è essenzialmente una persona (uomo o donna) che padroneggia la tecnica dell’estasi. Lo sciamano è l’unico in .grado di recarsi nell’aldilà, cioè nel mondo degli spiriti, per combatterli e ottenere dei benefici per i singoli o per la comunità. Le tecniche per far questo sono essenzialmente il sonno estatico e la trasformazione in animale del proprio spirito. Lo sciamano è un predestinato per nascita o per scelta di altri sciamani, ma non è mai un posseduto. Ciò che lo distingue è il rapporto che si instaura con gli spiriti: mentre i posseduti vengono impadroniti da esseri magico-demoniaci, lo sciamano “… domina i suoi spiriti” nel senso che lui, essere umano, riesce a comunicare con i morti, con i demoni, con gli spiriti della natura, senza per questo trasformarsi in un loro strumento.” Questa introduzione forzatamente superficiale allo sciamanismo tratteggia alcuni aspetti importanti relativi al nostro campo di indagine.

 

Il Mito

 

La parola Catabasi, che deriva dal greco κατάβασις (katavasis) “discesa”, indica un viaggio oltre i confini della vita, tema narrativo che affonda le sue radici in antichissimi miti di morte-resurrezione e di continuità dei cicli vitali. La più antica narrazione epica di un viaggio oltremondano è contenuta ne “ l'Epopea di Gilgamesh “, in cui l' eroe mesopotamico attraversa l'Oceano della morte alla ricerca del segreto dell'immortalità. Il periodo in cui questo motivo topico della letteratura ha avuto il suo massimo splendore è senza dubbio quello greco- romano.

 

La filosofia greca

 

Con l'ateniese Socrate (469-399 a.C.) la filosofia greca compì un enorme salto di qualità divenendo ricerca incentrata decisamente sull'uomo e sull'esigenza di una verità universale. La ricerca di Socrate, che per certi versi si ricollega alla Sofistica, si muove tuttavia nella direzione di collegare il desiderio di conoscenza con il problema dell'etica, nell'ottica di una fondazione di una morale oggettiva e universale. In polemica con i sofisti, Socrate respingeva il loro relativismo (Protagora) e nichilismo (Gorgia), sia in ambito morale che gnoseologico; il vero saggio è piuttosto colui che, partendo dalla necessaria ammissione della propria ignoranza, fa di se stesso l'oggetto del proprio problema, aprendosi al dialogo e al confronto. Saggio è colui che cerca, che sa porsi delle domande e suscitarle negli altri. Il dubbio socratico non induceva, perciò, allo scetticismo, ma mirava alla verità in modo assolutamente disinteressato:[Socrate la cercava non al di fuori di sé, ma nell'interiorità del proprio essere, che egli chiamava δαίμων, dàimon (cioè "demone", ma significa anche temperamento, indole). La filosofia era dunque per lui essenzialmente opera di maieutica, ovvero l'arte, propria dell'ostetrica, di mettere gli uomini in condizione di partorire da se stessi, naturalmente, la verità dell'anima. In termini più generali, il pensiero greco arrivò ad affermare la supremazia dell’ordine (kosmos) sulla dissoluzione insensata (chaos) attraverso il processo organizzatore della ragione (logos), la cui violazione veniva rappresentata in forma simbolica dalla Hybris. Hybris (ˈhyːbris, in greco antico ὕβϱις, traslitterato in Ýbris) è un topos (tema ricorrente) della tragedia greca e della letteratura greca, presente anche nella Poetica di Aristotele. Significa letteralmente "tracotanza", "eccesso", "superbia", “orgoglio” o "prevaricazione". Nella trama della tragedia, la hýbris è un evento accaduto nel passato che influenza in modo negativo gli eventi del presente. È una "colpa" dovuta a un'azione che vìola leggi divine immutabili, ed è la causa per cui, anche a distanza di molti anni, i personaggi o la loro discendenza sono portati a commettere crimini o subire azioni malvagie. Al termine hýbris viene spesso associato, come diretta conseguenza, quello di "némesis", in greco νέμεσις, che significa "vendetta degli dei", "ira", "sdegno" e che quindi si riferisce alla punizione giustamente inflitta dagli dei a chi si macchia di tracotanza.

 

La cabala ebraica

 

«Le forme particolari di pensiero simbolico in cui l'assetto fondamentale della Cabala ha trovato la propria espressione, possono rappresentare poco o nulla per noi (sebbene ancor oggi non riusciamo a sfuggire, a volte, alla loro potente attrazione). Ma il tentativo di scoprire la vita che si cela sotto le forme esteriori della realtà e di render visibile quell'abisso in cui la natura simbolica di tutto ciò che esiste si rivela: tale tentativo è importante per noi oggi quanto lo era per gli antichi mistici. Fintanto che la natura e l'essere umano sono concepiti quali Sue creazioni – e tale è la condizione indispensabile di una vita religiosa altamente sviluppata – la ricerca della vita nascosta dell'elemento trascendente in questa creazione formerà sempre una delle preoccupazioni più importanti della mente umana. » (Gershom Scholem, Major Trends, p.38.

 

La cabala, cabbala, qabbaláh o kabbalah (in ebraico: קַבָּלָה‎) è l'insieme degli insegnamenti esoterici e mistici propri dell'ebraismo rabbinico, già diffusi a partire dal XII-XIII secolo. In ebraico Qabbaláh significa «ricevere», ma anche «tradizione». La Cabala è un insieme di insegnamenti esoterici intesi a spiegare il rapporto tra un immutabile, eterno e misterioso Ein Sof ("senza fine") e l'universo mortale e finito (creazione di Dio). Sebbene sia molto utilizzata da alcune correnti ebraiche, non è una confessione religiosa in sé e di per sé. Essa costituisce le fondamenta dell'interpretazione religiosa mistica. La Cabala mira a definire la natura dell'universo e dell'essere umano, la natura e lo scopo dell'esistenza e varie altre questioni ontologiche. Presenta inoltre i metodi per aiutare la comprensione di questi concetti e raggiungere quindi la realizzazione spirituale.

 

"Se un chirurgo riuscisse, nel cuore della notte, ad aprire gli occhi di un cieco nato, come potrebbe fargli comprendere prima del mattino l'esistenza e la natura del sole?"

 

Il Cristianesimo gnostico

 

Tale forma di pensiero filosofico-religioso si formò ad Alessandria d'Egitto, città cosmopolita dell'Impero romano, dove esistevano scuole teologiche pagane (neoplatonismo), cristiane ed ebraiche. Dall'assorbimento dello gnosticismo all'interno della teologica cristiana nacque la nuova dottrina. Infatti, secondo la «gnosi cristiana», la salvezza dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi), frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. In generale, gli gnostici tendevano ad identificare il Dio dell'Antico Testamento con la potenza inferiore del malvagio Demiurgo (Satana), creatore di tutto il mondo materiale, mentre il Dio neotestamentario con l'Eone perfetto ed eterno, il generatore degli eoni Cristo e Sophia (lo Spirito Santo), incarnati sulla Terra rispettivamente come Gesù e Maria Maddalena. Dalla concezione docetica insita in gran parte delle religioni gnostiche, deriverebbe poi il rifiuto della resurrezione del corpo di Gesù, poiché dopo la sua morte, egli sarebbe tornato sulla Terra solo nella sua forma divina, liberato dal corpo materiale.

 

Lo gnosticismo, a prima vista, può apparire un mero sincretismo di tutti i sistemi religiosi dell'antichità (religioni misteriche, astrologia magica persiana, zoroastrismo, ermetismo, Kabbalah, filosofie ellenistiche, giudaismo alessandrino, Cristianesimo dei primi secoli), ma, in realtà, ha una radice profonda, che ha assimilato in ogni substrato culturale ciò di cui aveva bisogno per la sua vita e per la sua crescita: il motivo portante di questa corrente di pensiero è il pessimismo filosofico e religioso. Gli gnostici, ad onor del vero, presero in prestito quasi completamente la loro terminologia dalle religioni esistenti, ma la usarono solamente per illustrare la loro grande idea del male insito nell'esistenza ed il dovere di fuggirlo con l'aiuto di incantesimi e di un Salvatore sovrumano. Qualunque cosa abbiano preso in prestito dalle altre religioni, sicuramente non fu il pessimismo. Benché la rilevanza del pensiero gnostico cominci a declinare a partire dal IV secolo, esistono tuttavia tracce della persistenza di tali concezioni nella storia del pensiero religioso e filosofico occidentale fino ai giorni nostri.

 

Una definizione piuttosto parziale del movimento, basata sull'etimologia della parola, può essere: "dottrina della salvezza tramite la conoscenza". Mentre il cristianesimo tradizionale (così come definito dai concili ecumenici) sostiene che l'anima raggiunge la salvezza dalla dannazione eterna per grazia di Dio principalmente mediante la fede, per lo gnosticismo invece la salvezza dell'anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi) dell'uomo, del mondo e dell'universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. Gli gnostici dunque erano "persone che sapevano", e la loro conoscenza li costituiva in una classe di esseri superiori, il cui status presente e futuro era sostanzialmente diverso da quello di coloro che, per qualsiasi ragione, non sapevano. Per quanto insoddisfacente possa sembrare questa definizione, l'oscurità e la molteplicità dei sistemi gnostici permettono difficilmente di formularne un'altra. Lo gnosticismo descrive un insieme di antiche religioni il cui principio base era l'insegnamento attraverso il quale si può fuggire dal mondo materiale, creato dal Demiurgo, per abbracciare il mondo spirituale. Gli ideali gnostici furono influenzati da molte delle antiche religioni che predicavano tale gnosi (variamente interpretata come conoscenza, illuminazione, salvezza, emancipazione o unicità con Dio), che, a seconda del culto in questione, poteva essere raggiunta praticando una diligente ricerca della saggezza aiutando gli altri. Nello gnosticismo il mondo del Demiurgo è rappresentato dal mondo inferiore, che è associato con la materia più particolarmente con un mondo imperfetto, effimero. Il mondo di Dio è rappresentato dal mondo superiore ed è associato all'anima e alla perfezione. Per arrivare a Dio, lo gnostico deve raggiungere la conoscenza, che mescola filosofia, metafisica, curiosità, cultura, saperi e i segreti della storia e dell'universo

 

La demonologia: la possessione diabolica

 

Una definizione minima di possessione è quella che la descrive come un fenomeno in cui una entità culturale (Dio, angelo, diavolo, demone, spirito, ecc..) si impadronisce dell’interiorità e del corpo di un soggetto sostituendosi a lui, in modo che egli muta radicalmente la sua personalità . Accade molto spesso che nel linguaggio della gente coinvolta a vario titolo nei fatti di possessione l’entità “cavalca” il soggetto che possiede: il verbo, oltre a conservare la pregnanza dei significati metaforici, ha sovente anche un riscontro concreto nel fatto che il posseduto, nel momento in cui è preso dall’entità “sovrannaturale”, si agita ed ha convulsioni che ricordano proprio lo scalpitare di un cavallo. Una definizione minima di possessione è quella che la descrive come un fenomeno in cui una entità culturale (Dio, angelo, diavolo, demone, spirito, ecc..) si impadronisce dell’interiorità e del corpo di un soggetto sostituendosi a lui, in modo che egli muta radicalmente la sua personalità . Accade molto spesso che nel linguaggio della gente coinvolta a vario titolo nei fatti di possessione l’entità “cavalca” il soggetto che possiede: il verbo, oltre a conservare la pregnanza dei significati metaforici, ha sovente anche un riscontro concreto nel fatto che il posseduto, nel momento in cui è preso dall’entità “sovrannaturale”, si agita ed ha convulsioni che ricordano proprio lo scalpitare di un cavallo.

 

Nel caso della cultura occidentale, le classificazioni ecclesiastiche, sul fondamento di un’esperienza plurisecolare, distinguono la possessione in senso stretto, coincidente con i momenti della sostituzione pressoché totale della personalità dell’invasore a quella dell’invasato, dalle altre forme di alterazione dello stato di coscienza che la preparano e/o l’accompagnano: nella pre-possessione o ossessione il diavolo è un agente esterno, che, spesso mostrandosi visivamente, tormenta, percuote, sconvolge la mente e il corpo della persona, spingendola a volte al suicidio. Nella possessione invece lo spirito maligno opera dall’interno, disponendo sia del corpo che della mente della persona. Nel linguaggio demonologico la vessazione si ha quando lo spirito maligno danneggia l’uomo nei suoi beni, nei suoi familiari o nella salute. L’infestazione infine si ha quando i luoghi, la casa, il letto, la campagna, le botteghe, ecc.., portano i segni della presenza dello spirito o del demon.

 

L’origine della possessione è spiegata dalle persone all’interno di un quadro in cui la malattia è causata da un intervento esterno, sovrannaturale. Questo intervento, che nel caso specifico della possessione si traduce nell’occupazione del corpo e della mente del soggetto, lascia possibili soltanto due scelte: o si accetta la possessione, trasformando in senso positivo, con strumenti culturali, il rapporto con lo spirito invasore (adorcismo), oppure la si rifiuta e in questo caso la possessione prende una forma isterica o delirante, da cui si cercherà di liberarsi mediante l’esorcismo. Nel primo caso abbiamo una possessione benigna e lo spirito invasore è creduto un Dio, una divinità, un angelo, un’anima buona; nel secondo caso si ha, invece, una possessione maligna, che si ritiene opera di un demone o di uno spirito malvagio. La scelta è sempre condizionata dai quadri mitologici e dalle credenze culturali, sociali e storiche.

 

I fenomeni di possessione non accettata sono diffusi in tutto il mondo, in tutte le culture e in tutte le epoche storiche. Li troviamo pertanto presso le popolazioni primitive, nell’antichità pre-greca e greco-romana, nelle civiltà d’Oriente e nella società medioevale e in epoca moderna e contemporanea. Il Mediterraneo antico ha conosciuto importanti forme di possessione benigna, che per gli antropologi rimangono oscuramente legate a forme residuali di un probabile sciamanesimo mediterraneo, ravvisabile nella storia di Orfeo, Pitagora, Empedocle. Veri e propri culti di possessione, che il cristianesimo successivamente identificò come forme di possessione diabolica sono i Misteri dionisiaci, i Misteri di Sabazio, il culto delle Sibille.

 

La possessione, specificamente diabolica, è riscontrabile nel mondo ebraico e presenta caratteristiche non molto diverse da quelle delle altre culture. Nel mondo cristiano, soprattutto quello cattolico, essa è ancora esclusivamente diabolica e colpisce soprattutto le donne, per via delle accentuazioni diaboliche che la figura femminile subisce nella sensibilità degli uomini di Chiesa e nella teologia cattolica

 

Eziologia mitica della possessione: una male che viene da fuori

 

Il modello culturale e il sistema delle credenze e delle pratiche pre-stabilisce l’eziologia, il percorso, la terapia della possessione: nella misura in cui la cultura popolare rende ragione della malattia e istituisce connessioni e rapporti di causa ed effetto, al tempo stesso contribuisce a pre-determinare la sua origine, il suo decorso e il suo esito. Notoriamente nelle società tradizionali ci si ammala, soprattutto perché si è senza colpa, magicamente aggrediti dall’esterno da forze superiori; oppure perché si è colpevoli, in quanto è stato infranto un tabù, è stata violata una norma comunitaria, e in questo caso la malattia si configura come punizione ed espiazione; infine, ci si può ammalare per espiare le colpe dei familiari morti. Occasione e veicolo della possessione è sempre lo spavento, che indebolisce l’organismo e apre un varco all’invasione animica o diabolica. Anche nella dottrina cristiana la possessione si radica in una definizione generale della malattia, che da un lato ripete la concezione dell’origine esogena, dall’altro associa alla trasgressione individuale e collettiva e al peccato e conseguentemente alla guarigione e alla grazia.

 

L’Alchimia

 

L’alchimia non è una protochimica, vale a dire una congerie di sciocche superstizioni prive del ben che minimo rapporto con la cultura. L'alchimia è un antico sistema filosofico esoterico che si espresse attraverso il linguaggio di svariate discipline. Le fasi dell’Opus alchemico costituiscono un’iniziazione e cioè una serie particolare di esperienze aventi come fine la trasformazione radicale della condizione umana. L’iniziato che ha conseguito la propria realizzazione non può esprimere adeguatamente il suo nuovo modo di essere in una lingua “profana” e si vede costretto a impiegare un linguaggio segreto perché simbolico: Habentibus symbolum facilis est transitus. L’acronimo V.I.T.R.I.O.L. sta per: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem (Veram Medicinam), che vuol dire “Visita l’interno della terra, e rettificando (con successive purificazioni, ndr) troverai la pietra nascosta (che è la vera medicina)”.

 

Rosarium philosophorum

 

"La verità non è venuta nuda in questo mondo, ma in simboli“ (Vangelo di Giovanni).

 

Il Rosarium philosophorum, (detto anche "Rosario dei filosofi"), è un testo alchemico del XIII secolo, attribuito ad Arnaldo da Villanova (1235-1315), famoso medico e alchimista dei suoi tempi. L'opera contiene 20 illustrazioni che rappresentano i momenti fondamentali dell'opus, il procedimento alchemico che porta alla creazione della Pietra Filosofale. La complessità simbolica e metaforica che lo caratterizzano rendono il Rosarium, oggi, oscuro e di difficile comprensione, essendosi perduti nel tempo la maggior parte dei codici linguistici che vi si utilizzano. E tuttavia, alla fine di un secolo (il XIX) che, senza altri ausili tecnici che non fossero l'intelligenza e la memoria, aveva espresso un formidabile pensiero filologico, sulla base del quale aveva riletto i testi medioevali e interpretato le culture che ad essi erano sottese, ecco riemergere il Rosarium all'inizio del XX secolo, nell'ambito della ricerca sul pensiero simbolico e mistico aperta dallo studioso viennese Herbert Silberer, dove per la prima volta (siamo nel 1914) si ipotizzavano legami tra l'alchimia e la psicologia dell'inconscio. È per queste vie che esso arriva a Jung, che era fra l'altro dotato di una profondissima erudizione, e attentissimo a fondare le proprie ipotesi psicologiche su tracce linguistiche, storiche e, appunto, filologiche. Sulla base delle quali egli si convince che l'alchimia è stata (oltre che una sistematizzazione delle conoscenze chimiche dell'epoca) anche la rappresentazione simbolica e la proiezione, attraverso le manipolazioni e le trasformazioni di elementi materiali, di processi psichici inconsci, e dello sforzo di raggiungere, con quei procedimenti faticosi, rischiosi e profondamente trasformativi, il superamento delle (e la liberazione dalle) opposizioni psichiche interiori.

 

Il percorso terapeutico

 

L'individuazione è sinonimo di quel processo psichico unico e irripetibile di ogni individuo che consiste nell'avvicinamento dell'Io con il Sé, da compiere attraverso una crescente integrazione degli istinti e dei sentimenti psichici femminili (la Regina/Anima) e degli istinti e dei sentimenti razionali maschili (Il Re/Animus). L'avvicinamento avviene tramite l'attribuzione di significato ai simboli e la loro interpretazione che l'individuo incontra durante la sua vita, per cui si configura come una operazione artistica che si dispiega lungo il "filo rosso" della percezione, dell'immaginazione e dell'intuizione. Il simbolo lo si può trovare nel mondo interno e nel mondo esterno, nei sogni come nelle vicende quotidiane in cui si sperimenta la sincronicità degli eventi e la serendipità dei fenomeni. Questo percorso designa quindi una sorta di "viaggio spirituale" verso una maggiore consapevolezza di sé (funzione Anima) e consapevolezza di relazione (funzione Animus). Queste due funzioni, accoppiate insieme formano la "coppia divina", la sigizia, o sizigia, da cui ha origine, per gli artisti alchemici, la coscienza dell'ermafrodito, dell'androgino, del rebis ermafrodito e del rebis (cosa doppia) androgino, ovvero stadi progressivi di riconoscimento del tipo di incoscietà presente in qualunque costellazione data, riconoscimento del suo lato archetipico, la cui dinamica trova nei miti la sua descrizione più adeguata.

 

La prima tappa è caratterizzata dall'archetipo dell'Ombra, ossia tutti quegli aspetti che l'individuo non conosce di se stesso. L'Ombra rappresenta tutto ciò che è stato rimosso per l'educazione e le influenze dell'ambiente sottoposte all'individuo. Questi elementi sono rappresentati nei sogni e nei simboli generalmente con figure demoniache, discariche, viaggi nell'oscurità, mostri e inseguimenti.

 

La seconda tappa è caratterizzata dall'incontro con l'archetipo dell'Anima per il maschio e l'Animus per la donna. L'Anima rappresenta tutti quegli aspetti prettamente psichici e mentali, ossia il primo contatto iniziatico dell'individuo con la propria psicologia. Viene rappresentata come una donna, una figura femminile. Questo archetipo è quello più comunicativo di tutti gli altri perché sommerge l'individuo di immagini provenienti dall'inconscio, crea illusioni e complicazioni, nonché anche crisi. L'Animus rappresenta tutti quegli aspetti prettamente maschili, pratici e concreti, razionali, e reali, ossia il contatto con la sfera del diretto e del tangibile, il "ora e qui". Questo archetipo è il più battagliero e pragmatico ed è pericoloso per le sue capacità strumentali e armamentarie di sommergere l'individuo. Viene rappresentato nei sogni con la guerra, il fabbro e simboli simili. La non comprensione di tale archetipi può costare un blocco, una stasi, una nevrosi. Entrambi hanno potenzialità di creatività e distruzione.

 

La terza tappa è caratterizzata dall'incontro con il Vecchio Saggio. Tale archetipo è da intendere come il corrispondente speculare della figura maschile, ossia paterna, della Grande Madre. È quell'archetipo in cui sono rinchiuse tutte le potenzialità dell'individuo, ossia la sua previsione, la sua capacità di ragionamento e la sua esperienza. La Grande Madre rappresenta la meta finale della psicologia femminile. Il Vecchio Saggio rappresenta tutto ciò che l'individuo sta per diventare dopo aver attraversato le fasi precedenti, un uomo, un saggio che sa, che ha conosciuto il passato, il presente e il futuro. Il Vecchio Saggio è capace di districarsi dalla tela appiccicosa dell'Anima e dalle battaglie furenti dell'Animus e come tale viene rappresentato come un consigliere, un filosofo, un esperto in materia. La sua non comprensione può tenere saldo l'individuo nella sua situazione bloccandone l'evoluzione che rappresenta.

 

La quarta tappa è caratterizzata dall'incontro con l'archetipo del Sé. Tale archetipo è la summa del percorso di individuazione, il fine dell'individuo che si dispiega avanti a lui, come un fiore che sboccia. Viene rappresentato come luce, come mandala, come quaterna, come centro e come Dio. Tale archetipo rappresenta l'individuo stesso, tutto ciò che durante la strada ha visto e ha accumulato. Se l'individuo ha incontrato il Sé significa che l'Io è allineato con esso. Non andarci incontro significa semplicemente che il percorso non è ancora terminato.

 

Anima, Psiche, Mente, Empty Self Il processo di secolarizzazione dell’interiorità occidentale

 

La secolarizzazione (il cui significato si riconduce al termine latino saeculum, con il significato di mondo) è un termine entrato nel linguaggio giuridico durante le trattative per la pace di Vestfalia (1648) allo scopo di indicare il passaggio di beni e territori dalla Chiesa a possessori civili, e adottato in seguito dal diritto canonico per indicare il ritorno alla vita laica da parte di membri del clero. Nel XIX secolo è passato a indicare il processo di progressiva autonomia delle istituzioni politico-sociali e della vita culturale dal controllo e/o dall'influenza della religione e della Chiesa. In questa accezione, che fa della secolarizzazione uno dei tratti salienti della modernità, il termine ha perso la sua originaria neutralità e si è caricato di connotazioni di valori di segno opposto, designando per alcuni un positivo processo di emancipazione, per altri un processo degenerativo di desacralizzazione che apre la strada al nichilismo.

 

Il fiorire dell’individualismo, iniziato nel Rinascimento, fu sia un’espressione che una causa delle mutazioni delle strutture socioeconomiche. L’inizio dell’individualismo moderno, infatti, minò le fondamenta del sistema feudale e portò alla crescita e al cambiamento del mercato finanziario grazie al contributo del capitalismo mercantile. L’industrializzazione, l’urbanizzazione e la secolarizzazione portarono ad un rinnovato interesse per il mondo fisico, per gli studi umanistici, la scienza, il commercio e la razionalità: il Sé in trasformazione, sempre più individualizzato, presenta nuovi problemi per l’emergente stato moderno. Foucault ci ha mostrato come lo Stato abbia risolto questi aspetti. Delineando i cambiamenti avvenuti nei metodi di punizione dei criminali nell’Ancien Règime fino all’illuminismo, egli mise in evidenza il cambiamento nella configurazione del Sé: da un Sé sotto il totale controllo della monarchia e di un ordine strutturante che discendeva dal trascendente, si passò a un Sé individuale, meno comunitario. Un microcosmo confuso nella propria unicità, un Sé che non poteva più basarsi sulla certezza della tradizione dei libri sacri. Per Foucault, in questa nuova realtà lo stato fu costretto a mettere a punto nuovi sistemi di controllo adatti ad un individuo isolato ad un umano raffigurato come microcosmo e più indipendente dall’autorità divina. All’inizio si avvalse di un nuovo tipo di esperto: il filosofo moderno, divenuto poi lo scienziato sociale, che cominciò a sviluppare tecniche per osservare, quantificare e predire e controllare il comportamento dei nuovi individui. Una caratteristica fondamentale di questo nuovo Sé è il suo senso di autocoscienza: il pensiero intellettuale da Montaigne, Descartes a Locke, contribuì a costruire un Sé che si auto-osserva continuamente, tanto da porre domande sulla sua stessa natura, meditando sulla propria essenza e sulla propria identità. Questo tipo di pensiero delineava un mondo in cui il soggetto era scisso dall’oggetto, l’anima dal corpo e la ragione dal sentimento. Il concetto del privato, del soggettivo, in quanto sede del pensiero indipendente e della resistenza all’autorità, aveva contribuito al capovolgimento del sistema feudale. Ma poi lo stato moderno si era trovato di fronte al dilemma di trovare un modo per controllare il nuovo popolo. La sfera del privato era potenzialmente troppo sovversiva perché, per definizione, non era disponibile al controllo pubblico o alla manipolazione. La nuova filosofia e le scienze sociali stavano cercando la giustificazione e i mezzi per penetrare all’interno del Sé e, contemporaneamente, stavano gettando le basi per la nascita di un Sé che non solo si attendesse di essere penetrato ma che addirittura, nell’epoca post-moderna, lo desiderasse con forza. Nel corso del tempo il Sé venne modellato perché accettasse, come un dato di fatto, che la sua sfera privata fosse penetrata, osservata e tenuta sotto controllo. L’idea non è che pochi individui potenti cospirassero per manipolare il popolo, si badi bene! Al contrario, quello che qui si sostiene, è che la cultura e le pratiche della vita quotidiana, dell’arte, del pensiero intellettuale si influenzino reciprocamente in modo complesso. Le epoche non sono state manipolate! Esse sono state semplicemente descritte. E descrivendole sono state interpretate dai diversi sistemi di pensiero e interpretando, i diversi sistemi di pensiero, le hanno anche riprodotte e influenzate: questo, naturalmente vale per qualsiasi prodotto sociale!

 

Il Sè vittoriano

 

Sotto una certa prospettiva, il periodo vittoriano ha rappresentato l’apice dell’ideale moderno. Il Sé borghese era un Sé secolare, razionale, soggettivo, diviso, sessualmente in conflitto, lineare, che considerava il mondo come oggettivabile e quantificabile. Il potere della religione divenne sempre più limitato e il duro lavoro assunse un ruolo quasi trascendente. La mutazione del luogo di lavoro, dalla fattoria rurale o dalla corporazione medievale alla fabbrica urbanizzata e industrializzata e all’ufficio, produsse sia nei lavoratori che nei dirigenti un senso di crescente alienazione. In particolar modo nelle classi medie, questo ebbe delle ripercussioni sulla vita familiare. Le donne furono sempre più costrette, desessualizzate ed escluse dai ruoli di potere, così l’abisso tra i due sessi si approfondì ulteriormente. Prima del diciannovesimo secolo, il mondo esterno rappresentava l’elemento “sconosciuto”. Con l’aumento della fede nella razionalità, nella scienza e nella possibilità di previsione, l’ignoto fu eliminato dal mondo fisico esterno e collocato altrove. Freud lo “scoprì” celato all’interno del Sé, in un luogo segreto: l’inconscio.

 

Le quattro malattie psicologiche predominanti del Sé vittoriano erano l’isteria, la nevrastenia, la perversione sessuale e il comportamento criminale violento. I medici svilupparono teorie contrastanti sull’eziologia e sul trattamento di queste malattie. Freud, comunque, ebbe la meglio. La causa delle malattie vittoriane veniva individuata nell’emergere di impulsi primitivi, intrapsichici sessuali ed aggressivi, denominati pulsioni, che l’individuo non riusciva a tenere efficacemente sotto controllo. Ciò era particolarmente vero per l’isteria. Basandosi sulla fisica del Diciannovesimo secolo, Freud concepiva la mente come una specie i sistema idraulico, una macchina alimentata da un’energia (libido) che doveva essere liberata in un modo o nell’altro. Se veniva repressa, l’energia assumeva altre forme. Poteva essere proiettata, rimossa o sublimata, ma prima o poi doveva essere espressa. Poiché molti di questi impulsi aggressivi o sessuali erano potenzialmente pericolosi per gli altri e per l’ordine sociale, lo scopo era quello di controllare efficacemente la macchina in modo che la libido trovasse sfogo in un’attività socialmente appropriata e produttiva. C’erano due principali istituzioni responsabili della cura delle malattie vittoriane: la medicina e lo stato.

 

Inizio e sviluppo della psicoterapia nella forma attuale

 

Le principali caratteristiche del panorama culturale vittoriano erano il vuoto spirituale, la confusione morale e un forte bisogno di religiosità e di intense esperienze. Sotto varie denominazioni come mesmerismo, filosofia della cura della mente, pensiero positivo, emerse una psicologia popolare, religiosa, ma posta al di fuori della chiesa ufficiale che si diffuse in maniera particolare nella seconda metà del XIX secolo. Queste ideologie potrebbero essere interpretate, in parte, come risposta all’esigenza della classe media di rompere le strutture rigide del mondo borghese, del secolarismo, della quantificazione e del pensiero lineare. Il mesmerismo, e in special modo i suoi eredi, furono i precursori di molte forme di psicoterapia del XX secolo, nonché di certi gruppi contemporanei ristretti, come le sette religiose, le maratone psicologiche di massa e i programmi esperienziali della New Age. Esso fu solo il primo di una lunga serie di tentativi di curare contemporaneamente i problemi psicologici, la sete spirituale e il disorientamento dell’Occidente.

 

Gli storici hanno individuato nel mesmerismo e nei suoi sviluppi molte premesse alla psicoterapia attuale: alcuni concetti promossi da questo movimento sono diventati parte integrante delle teorie psicologiche del XX secolo. Ad esempio esso ha favorito l’interiorità apolitica. Questa dottrina affermava che gli individui soffrivano di malattie interiori, spirituali o emotive, causate da inadeguatezze personali e da deprivazioni spirituali, non dalle condizioni politiche in cui vivevano. Si basava su un cognitivismo ante litteram: si riteneva che il disagio psicologico fosse scatenato da pensieri inadeguati e che la salute dipendeva direttamente dalla capacità di pensare i pensieri giusti. Le tecniche di guarigione ponevano l’accento sulla trasformazione “mistica” dell’identità: da un Sé quotidiano “falso”, a un Sé più autentico o riconfigurato attraverso una nuova narrazione personale. Si riteneva che l’identità fosse una funzione psicologica piuttosto che un fattore condizionato dalle norme comuni e dai ruoli. Si sosteneva che ci fosse una relazione diretta tra la cura psicologica e l’acquisizione del benessere economico: la ricchezza personale dipendeva solamente dallo sviluppo psicologico dell’individuo, non dalla sua condizione socio-economica o dalla diversa suddivisione del potere nelle classi sociali. L’enfasi posta dalla cultura Occidentale sulla produttività economica è presente anche nell’approccio medico alla psicoterapia e il lavoro assunse un ruolo sempre più importante per la… redenzione dell’individuo. La malattia peggiore era la mancanza di produttività, che veniva trattata dalla psichiatria col fine di far tornare la casalinga ad occuparsi della sua casa borghese e che l’uomo borghese si volgesse di nuovo con entusiasmo al mondo del commercio e del lavoro intellettuale. Tenendo presente tutto questo, vediamo così due configurazioni del Sé compresenti in epoca vittoriana. Una configurazione vede il Sé come serbatoio di istinti umani pericolosi, universali e combacia con il tentativo dello stato di giustificare il suo ruolo di supervisore ufficiale dei Sé individuali. Per contro, abbiamo una seconda configurazione di un Sé energico, ambizioso, alla ricerca di un miglioramento spirituale e pratico, che si adatta bene con la visione dello stato come garante di Sé individuali indipendenti ed economicamente produttivi.

 

In brevissimo tempo la psicoanalisi eclissò tutte le altre forme di psicoterapia. La psichiatria occidentale nella prima decade del XX secolo era fondata sul modello fisiologico della malattia e della cura, mentre la psicoanalisi presentava un approccio contemporaneamente psicologico e scientifico. La psicoanalisi sembrava più adeguata e sofisticata della cura della mente, più scientifica del pensiero positivo: essa appariva psicologica e altresì medica. Ma, cosa più importante, in un epoca ancora profondamente coloniale, la psicoanalisi fornì un nuovo territorio vergine: una frontiera interiore. Il concetto di inconscio aprì indirettamente nuove possibilità economiche e produttive e fornì anche le basi per l’indagine psicologica, assegnando per definizione il controllo del nuovo territorio a psicologi e a psicoanalisti professionisti, ampliando anche il significato e la portata del concetto di psicoterapia.

 

Le trasformazioni che la vita moderna esigeva dai cittadini (come il continuo sviluppo della propria personalità, i successi economici, la mobilità geografica, l’uso creativo del tempo libero, l’indipendenza dagli altri e l’adattabilità a nuovi ambienti e a nuovi ruoli), assunsero con la scoperta dell’inconscio un forma più medicalizzata e affascinante. Il cambiamento terapeutico apparve contemporaneamente più comprensibile e divenne il campo d’azione di un gruppo di esperti che usavano una tecnologia nuova, complessa e forse anche scientifica.

 

Un’altra importante tendenza nell’ambito delle teorie psicologiche, che fece la sua comparsa negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, fu il tentativo riuscito da parte degli psicologi sperimentali di definire la psicologia “una branca sperimentale puramente oggettiva della scienza naturale. Il suo scopo teoretico è la predizione e il controllo del comportamento”. Con questo approccio, la psicologia venne definitivamente utilizzata dal mondo degli affari per assicurarsi che il consumo andasse di pari passo con la produzione e la psicologia divenne il consigliere scientifico di due forme di “terapia” caratteristiche della classe media del XX secolo: la pubblicità e l’organizzazione del personale. Moderando le teorie più radicali, il comportamentismo riuscì a mettere a punto delle applicazioni più utili per la vita di ogni giorno, in ufficio e in fabbrica. La linea di teorizzazione comportamentista contribuì allo sviluppo della psicologia cognitiva, una forza crescente nella pratica della psicoterapia. E’ importante sottolineare, come perfino la meno “interiore” fra tutte le psicoterapie, il comportamentismo, abbia dovuto in qualche modo soccombere alla tendenza culturale di situare i principali eventi psicologici all’interno dell’individuo.

 

Tirando un poco le somme, quindi, potremmo dire che agli inizi del XX secolo il Sé era considerato un contenitore di vari ingredienti della personalità che potevano essere esibiti socialmente, per permettere all’individuo di ottenere notorietà, popolarità e successo nel mondo emergente del consumismo e dei mass- media. Nel contenitore c’era anche un inconscio nascosto, concettualizzato come qualcosa di sporco, che necessitava di una periodica pulizia. Gli psicoterapeuti, gli psicologi industriali e i pubblicitari erano, all’epoca, i ministri dell’insegnamento e della trasformazione terapeutica. Questi guaritori adottavano varie tecniche: i pubblicitari usavano tecniche che mettevano in relazione i prodotti con modi di essere immaginari. Molte teorie della psicoterapia assunsero come imperativo la “salute psicologica”. Per permettere agli individui di essere psicologicamente sani, la psicoterapia doveva aver accesso alla sfera interiore e privata della persona. Così, il Sé del XX secolo fu costruito in modo che desiderasse essere psicologicamente penetrato. La perdita del senso della comunità e della tradizione erano i fattori fondamentali per la costruzione di un Sé disponibile e perfino desideroso di una purificazione interiore e di una guida.

 

Il Sé del dopoguerra

 

Il Sé del dopoguerra non possiede un’interiorità colma di spinte, desideri, sentimenti, conflitti, istinti, impulsi, fantasie, carattere, morale, valori e opinioni. Nella nostra società molti elementi confermano che la nostra configurazione del Sé, nella classe media, è quella di un Sé vuoto. Innanzitutto, questa è la principale lamentela delle persone che ci consultano: il vuoto. Parecchi importanti “sintomi”, oggi, delineano un Sé vuoto che desidera ardentemente di essere riempito: l’eccesso di alimentazione, le varie forme di dipendenza, la solitudine interpersonale, l’acquisto sfrenato e compulsivo, il carrierismo e il lavoro divinizzati ad uniche dimensione dell’esistenza. La pubblicità vende beni di consumo principalmente lasciando ad intendere che, grazie all’acquisto e al consumo del prodotto, l’identità del consumatore si trasformerà magicamente, facendo proprio lo stile di vita del modello o del personaggio famoso utilizzato nella pubblicità. I beni di consumo, quindi, sono divenuti l’oggetto trasformazionale del nostro tempo e il consumo il fondamentale processo trasformativi.

 

Le nuove psicoterapie: la risposta al Sé vuoto

 

Negli ultimi anni del XX secolo tre scuole di psicoterapia hanno cercato di rispondere ai bisogni del Sé vuoto: la psicologia umanistica, la psicologia cognitiva e la terapia familiare. Tutte e tre hanno sviluppato delle teorie che ampliano il campo della psicologia, dando vita a pratiche terapeutiche alternative. Tuttavia, non collocando storicamente il Sé, la maggior parte di queste scuole non è riuscita a offrire una cura che non produca anche la malattia. La psicologia umanistica iniziò come una ribellione contro quella che veniva considerata l’istituzione psicoanalitica elitaria, gerarchica, formalizzata, impersonale, meccanicistica e contro un comportamentismo eccessivamente scientifico, freddo e lontano. Affondando le sue radici nell’esistenzialismo, nell’umanesimo e nei movimenti di liberazione degli anni ’60, la psicologia umanistica sviluppò un programma filosofico basato su quattro punti: centrava l’attenzione sulla persona e sulla sua esperienza, enfatizzava la scelta, la valutazione, l’autorealizzazione e lo sviluppo del potenziale dell’individuo e della sua unicità. Al tempo stesso, tuttavia, non fu in grado di cogliere i problemi inerenti a categorie così poco definite come “l’esperienza” e fu priva di una prospettiva storica sull’etnocentrismo e il classismo, fattori impliciti di un individualismo ipertrofizzato. Abbracciò, senza discussione, la configurazione del Sé del dopoguerra: completamente soggettivo, isolato e antitradizionale.

 

Poiché la psicologia cognitiva si è sviluppata in parte dal comportamentismo, a prima vista sembra offrire un tipo di psicoterapia che non si preoccupa della costruzione del Sé interiore. Ma, a ben guardare, si nota che i modelli di elaborazione dell’informazione della psicologia cognitiva, si basano anche sull’interiorizzazione. La psicologia cognitiva, deriva dalla tradizione più normativa di Hull e Tolman, i quali furono i primi a situare i meccanismi mediatori all’interno dell’individuo, ponendoli al centro della classica diade stimolo-risposta. Il cognitivismo si è presentato come il massimo della precisione, alimentando la speranza di una pura psicologia scientifica. Purtroppo, l’aspirazione del cognitivismo di essere una scienza scevra di valori è fallita: gli sono stati imputati gli stessi limiti individualistici e soggettivi in cui sono cadute le altre scuole di psicoterapia. Il comportamento, nella psicologia cognitiva, è una funzione del mondo soggettivo trasformato e rappresentato internamente. Il meccanismo di mediazione della psicologia, la rappresentazione simbolica, viene collocato entro l’individuo. Riproduce così, un’ennesima volta, un Sé interiore, animato non da oggetti parziali, come nella teoria delle relazioni oggettuali, ma da rappresentazioni simboliche di eventi esterni.

 

Nella terapia, gli individui vengono stimolati a cambiare la loro esperienza soggettiva della realtà, piuttosto che a lavorare per mutare la loro realtà oggettiva. Le strategie della terapia cognitiva privilegiano l’esperienza interna, soggettiva del cliente e attribuiscono la responsabilità del comportamento alla visione del mondo del cliente. L’effetto generale è che l’attuale concetto del Sé e le disposizioni politiche del potere e del privilegio vengono accettati come dati di fatto e non vengono messi in discussione dalle terapie cognitive. La terapia familiare affonda le sue radici nella sociologia, nella teoria interpersonale e nel movimento per la terapia infantile e rappresenta il tentativo di ampliare il concetto di processo interattivo. Il salto, che viene messo in atto in alcune forme di terapia familiare, è dal Sé individuale, profondo, isolato, a un più ampio Sé di gruppo. Tuttavia alcune terapie familiari, come la terapia dei sistemi, trattano i gruppi, come la famiglia o le imprese, come se fossero avulsi dal più ampio contesto sociale. In tempi molto recenti, alla terapia familiare è stata applicata una prospettiva costruttivista. Di solito l’enfasi viene posta principalmente sulla costruzione dialogica del significato che avviene all’interno del setting terapeutico, ponendo scarsa attenzione ai fattori storici. Sebbene questi terapeuti si pongano in una relazione non gerarchica, assumendo il ruolo di co-autori, non prendono pienamente in considerazione l’impatto sulla famiglia delle più ampie forze storiche e sociali, né le funzioni politiche della psicoterapia all’interno della società.

 

Conclusioni

 

Ci sono tre aspetti della storia della psicoterapia che emergono immediatamente. Innanzitutto, gli effetti politici e sociali delle due guerre mondiali e la forma particolare del capitalismo sono stati uno stimolo fortissimo per la crescita della psicoterapia e la sua accettazione da parte della gente. Poi, il programma modernista per la costruzione e la cura dell’interiorità personale di ciascun individuo è stato abbracciato dalla psicoterapia come compito primario ed è, perciò, la sua ragione d’essere. Gli psicoterapeuti sono divenuti essenzialmente i dottori dell’interiorità psicologica. Infine, la giustificazione per accedere all’interiorità profonda e modernista e i mezzi tecnologici per riuscirci, sono stati sviluppati in gran parte dalla teoria e dalla pratica della psicoterapia. Il compito di gestire la popolazione nei tempi di crisi della società o per ristrutturare l’economia è spesso toccato alle scienze sociali. Il tentativo dello Stato di controllare una popolazione di individui autonomi, ha dato alla psicologia una ragione fondamentale per esistere come disciplina indipendente: l’interiorità personale ha bisogno di essere protetta, compresa, sostenuta, curata e fatta prosperare. A sua volta il pensiero psicoterapeutico ha fornito una descrizione e una spiegazione sempre più articolata dell’interiorità e una gamma sempre più ampia di pratiche in grado di accedervi, per poter svolgere una cosiddetta azione terapeutica e, incidentalmente, per influenzare. Sotto questa prospettiva, la psicoterapia può essere interpretata come un’insieme di pratiche che hanno indirettamente creato, adattato e modificato le teorie psicologiche del Sé, per costruire e rifinire il concetto di interiore e sviluppare i mezzi per potervi accedere. E’ un compito enorme e indispensabile per il capitalismo contemporaneo e per l’era post-moderna. Infatti, il Sé vuoto che di è delineato a partire dal secondo dopoguerra, è solo l’ultimo esempio di una lunga fila di interpretazioni che delineano il moderno progetto di un Sé potente e circoscritto dotato di una realtà interiore complessa e sfruttabile dal punto i vista finanziario. In quanto dottori della sfera interiore, agli psicoterapeuti è stato assegnato il compito di prendersi cura e, inevitabilmente, di rigenerare costantemente l’attuale configurazione del Sé. Se potessimo capovolgere la tendenza degli ultimi 150 anni, se potessimo cioè collocare storicamente la psicoterapia e smettere di costruire e proteggere l’interiorità personale, potremmo forse contribuire alla creazione di una critica culturale più completa e produttiva. In tal modo, potremmo riuscire a colludere di meno con il capitalismo contemporaneo e a trovare strade realmente efficaci per trattare le origini principali del disagio psicologico: le strutture politiche ed economiche della nostra realtà sociale. Alla lunga, questo, potrebbe apportare un maggior tasso di guarigioni.

 

 

Pubblicato in Psicoterapia

L’aborto volontario è un tema poco trattato dalla cultura medica, psicologica e sociale, soprattutto se consideriamo l’impatto emotivo ed affettivo che questo evento ha sulla donna. L’aborto è un evento che segna il vissuto di moltissime donne e può condizionare la loro successiva genitorialità con i bambini che vengono dopo; l’aborto rappresenta un conflitto tra due scelte, accompagnato dalla perdita, dal lutto. L’interruzione di gravidanza condiziona il benessere sia fisico che psichico della donna, sia a breve che a lungo termine (molte donne conservano la ferita aperta dell’aborto per molti anni e soffrono intensamente anche dopo decenni) e come tutti i lutti richiede una notevole capacità di adattamento a di adeguamento alla nuova realtà; le conseguenze dell’aborto sul piano psicologico e sulla successiva qualità della vita non sono mai trascurabili. Il dilemma intrinseco all’aborto, scegliere tra la vita o la morte, lo rende un evento luttuoso particolarmente grave sia da condividere che da gestire ed elaborare; nelle donne e nelle coppie che compiono questa scelta resta spesso un doppio lutto, di perdita e di scelta di perdita, intimamente vissuto e solo raramente condiviso e condivisibile. Si tende a pensare che chi sceglie di abortire abbia una consapevolezza tale da non provare sentimenti luttuosi e si fatica a comprendere che questa scelta, pur essendo “razionalmente” volontaria, è comunque emotivamente sofferta e può essere vissuta come scelta “indesiderabile”.
Le donne sperimentano per molto tempo un intenso vissuto di colpa, che le accompagna per anni; dopo l’aborto la psiche femminile è maggiormente vulnerabile allo stress psicofisico ed è stata descritta una vera e propria sintomatologia da lutto complicato. I sintomi più frequenti di questa sindrome sono aspetti depressivi, sintomi tipici del panico, disturbi del comportamento alimentare o disturbi da uso di sostanze.

Venerdì, 20 Dicembre 2013 12:32

Perché studiare antropologia?

etno psicologia

 

Oltre all’antropologia, molte altre discipline si interessano allo studio degli esseri umani. La nostra natura animale è oggetto di approfondite ricerche da parte di biologi, genetisti e fisiologi. Nel solo campo medico, centinaia di altri specialisti studiano il corpo umano; psichiatri e psicologi, in ranghi compatti, esplorano la genesi dei processi mentali e dell’interiorità umana. Molte altre discipline studiano il comportamento culturale, intellettuale ed estetico. Esse comprendono: sociologia, geografia umana, psicologia sociale, storia, scienze politiche, economia, linguistica, teologia, filosofia, arte, letteratura ed architettura. Ci sono anche molti specialisti settoriali che studiano le lingue e i costumi di determinati popoli, nazioni e regioni. E, dunque, in cosa si distingue l’antropologia?

Il lavoro e la conoscenza dell’antropologia si differenzia grazie all’ottica globale e al punto di vista comparativo. Le altre discipline, focalizzate sullo studio dei popoli, tendono ad analizzare solo un particolare settore dell’esperienza umana, oppure una particolare epoca o fase del nostro sviluppo biologico o culturale, mentre le deduzioni antropologiche non sono mai fondate sullo studio di un solo popolo, di un’unica etnia, classe, nazione, epoca o zona. Prima di tutto, l’antropologia sostiene che conclusioni basate sull’analisi di un solo gruppo umano o di una determinata civiltà possono contrastare con testimonianze riscontrate presso altri gruppi o civiltà. Di conseguenza, le deduzioni e le riflessioni antropologiche vanno al di là della peculiarità di ogni specifica etnia, società, civiltà, nazione o cultura.

Nell’ottica antropologica, ogni popolo e ogni cultura sono ugualmente degni di attenzione. Quindi, l’antropologia è in contrasto con il punto di vista di coloro che vorrebbero considerare se stessi, e nessun altro, i rappresentanti dell’umanità, ritti sulla vetta del progresso, o gli eletti di Dio o dalla storia per modellare il mondo a loro immagine.

Adottando questo ampio punto di vista rispetto alla globalità delle esperienze umane, noi uomini possiamo, forse, sbarazzarci del paraocchi che i nostri stessi stili di vita ci hanno imposto e vederci come siamo in realtà.

Grazie alla sua ottica biologica, storica, linguistica, culturale comparativa e globale, l’antropologia fornisce la chiave a molte domande fondamentali. Gli antropologi hanno dato importanti contributi al significato dell’eredità animale del genere umano e, partendo da questa base, alla definizione di cosa sia specificatamente umano nella natura dell’uomo.

L’antropologia è strategicamente attrezzata per valutare l’importanza di ogni gruppo etnico nell’evoluzione delle culture e nel modo di vivere dell’esistenza contemporanea. Essa fornisce anche la chiave di comprensione delle origini della diseguaglianza sociale sotto forma di razzismo, sessismo, sfruttamento, povertà e sottosviluppo internazionale.

Pubblicato in Psicologia clinica

torre babele 3

Generalmente le persone hanno della psicoterapia un’immagine incerta e sfuocata, così tanto che spesso, per le persone, è assai difficile riuscire ad identificare il percorso psicoterapeutico come una possibile soluzione a certi problemi della loro vita.

Le ragioni per le quali la rappresentazione sociale della psicoterapia risulta essere contraddittoria e confusa, possono essere convenzionalmente ricondotte a due grandi categorie. La prima si riferisce ad aspetti specifici, interni alle discipline psicologiche e alle prassi di intervento clinico da esse derivate. La seconda, invece, mette in gioco i processi di costruzione sociale e le pratiche discorsive attraverso cui la psicoterapia viene socializzata a livello di senso comune e a livello del linguaggio ordinario.

Una caratteristica della psicologia, rispetto alle altre discipline scientifiche, è la mancanza di un nucleo fondamentale di principi universalmente condivisi dagli addetti ai lavori e di conseguenza un diverso modo di definire il suo oggetto di studio, i processi fondamentali del funzionamento psichico e i criteri metodologici utilizzabili nella ricerca e nelle sue applicazioni. Fin dalle sue origini, si sono sviluppate diverse tradizioni di ricerca che hanno generato suddivisioni e contrapposizioni tra gli psicologi che si riconoscevano in differenti teorie psicologiche.

Se dalla psicologia si passa a considerare la psicoterapia – cioè quella particolare interazione simbolica tra due o più persone, in grado di modificare l’insieme dei significati che un individuo utilizza per costruire e attribuire senso ai propri eventi di vita, attraverso l’utilizzazione di un insieme di strategie e tecniche psicologiche – questo fenomeno si presenta in misura forse ancora più accentuata.

Gli psicoterapeuti infatti si sono divisi in scuole, “parrocchie”, gruppi e sottogruppi e ogni indirizzo psicoterapeutico differisce sensibilmente dagli altri per:

  • gli assunti teorici adottati, cioè a quale gruppo di teorie psicologiche fa riferimento;
  • il modello di essere umano e il funzionamento psichico che propone;
  • il modo di impostare il contratto terapeutico e il setting, cioè come vengono organizzati il luogo e le regole in cui si svolge la psicoterapia (frequenza degli incontri, come si svolge il lavoro terapeutico, lo spazio e il tempo degli incontri ecc..
  • lo stile con cui viene impostata la relazione terapeutica;
  • le modalità tecniche e procedurali di svolgere il trattamento;
  • la concettualizzazione di quella che viene definita “teoria della cura”, ovvero in cosa consiste il cambiamento e cosa, all’interno del processo terapeutico, dovrebbe indurlo;
  • la durata del trattamento: alcune psicoterapie possono prolungarsi per un massimo di sei/dodici mesi (psicoterapie brevi), altre durano normalmente diversi anni;
  • il numero di persone coinvolte: da due (terapeuta e persona in terapia) nelle terapie individuali, a tre nella terapia di coppia, a un numero variabile in quelle familiari, a otto-dieci fino ad un massimo di quindici nelle terapie di gruppo;
  • la modalità di utilizzazione della terapia e dei suoi scopi: la psicoterapia può rappresentare un intervento per affrontare e risolvere una situazione acuta di crisi in un momento di emergenza psicologica; può essere una fonte di sostegno e aiuto nell’affrontare le difficoltà in situazioni in cui la persona si sente temporaneamente incapace di cavarsela da sola; può essere un modo per alleviare alcune condizioni di disagio o sofferenza; può, per finire, rappresentare un veicolo di promozione della crescita individuale.

L’enorme varietà delle proposte psicoterapeutiche, tra loro spesso in contraddizione, inevitabilmente comunica un senso di disorientamento in chi è alla ricerca di certezze ai propri dilemmi esistenziali, di sollievo alla propria sofferenza, di equilibrio ai propri stati emotivi, affettivi o relazionali, di sicurezza alla propria incertezza, di risposte alle proprie domande, di punti fermi da cui avviare il proprio processo di cambiamento. L’utilizzo di un linguaggio peculiare e spesso non traducibile in quello degli altri modelli psicoterapeutici – dove in alcuni casi concetti analoghi vengono espressi in modi differenti ed in altri gli stessi termini vengono utilizzati per riferirsi a concetti diversi – o ancora peggio estremamente distante dalla psicologia di senso comune, genera una sensazione di sfiducia nelle persone, in quanto viene disattesa una delle principali aspettative che le persone nutrono nei confronti di ogni discorso scientifico: la riduzione della complessità.

In tal modo viene promosso un processo di attribuzione sociale che conferisce alla psicoterapia, ma in generale a tutte le discipline psicologiche, un senso di inutilità nel risolvere quegli aspetti problematici e disfunzionali del vivere quotidiano che ciascuno di noi incontra senza necessariamente essere affetto da chissà quale psicopatologia.

Oltre alla babele dei linguaggi che le discipline psicologiche e psicoterapeutiche parlano con i loro interlocutori sociali, cioè con le persone a cui si rivolgono come professione d’aiuto, occorre sottolineare il fatto che le psicoterapie spesso si trovano ad aver assimilato al proprio interno un quadro di riferimento derivato interamente dalla pratica medica, non tenendo in adeguata considerazione il fatto che modificare uno stato mentale come il tono dell’umore, una sensazione propriocettiva come un malessere ipocondriaco, o una credenza come un’idea persecutoria, non può essere assimilato ad un atto medico di tipo convenzionale. I criteri e i formulari anamnestici, nosografici e prognostici, il loro modo di configurare il paziente, le procedure, i ruoli reciproci e le regole del trattamento, l’uso di teorie e di tecniche ad hoc, risentono di analoghi schemi e procedimenti usati in medicina, il cui modello medico è assimilato su piani diversi come riferimento implicito od esplicito. Questo modello psichiatrico trasportato entro la psicoterapia, riduce il malessere provato dalle persone a quadri diagnostici, etichette stigmatizzati in cui difficilmente la gente si riconosce e identifica il proprio disagio, restando così fuori dallo studio dello psicoterapeuta per continuare a sentirsi sana, normale e non malata.

Altro aspetto che rende inaccessibile lo studio dello psicoterapeuta alle persone, è dato dal fatto che ogni essere umano è uno psicologo e uno psicoterapeuta naif. Ognuno di noi abitualmente utilizza processi e strategie psicologiche nella vita di tutti i giorni, sia per rappresentarsi socialmente, sia per conoscere gli altri, sia per indurre delle modificazioni negli stati mentali delle persone incontrate nella vita quotidiana. Questa psicologia di senso comune, di cui è pure imbevuta troppa psicologia scientifica, non è percepita come inferiore alla psicologia insegnata nelle nostre Università e nelle Scuole di specializzazione post-lauream. Anzi! La psicologia del buon senso è spesso preferita a quella professionale, tanto che sono in molti ad avere la sensazione che la differenza che passa tra un buon amico e uno psicoterapeuta è che quest’ultimo si fa pagare.

Infine, le discipline psicologiche e le psicoterapie sono difficilmente rappresentabili attraverso un’immagine simbolica. Tutti i simboli che possiamo utilizzare per riassumere il lavoro psicologico che avviene tra terapeuta e persona in psicoterapia, non rendono l’idea di ciò che succede nello studio di uno psicoterapeuta. L’unica immagine che a livello collettivo raffigura simbolicamente in modo inequivocabile la psicoterapia è il lettino freudiano, che tuttavia è rappresentativo solo di uno dei tanti modelli psicoterapeutici: la psicoanalisi. Se, ad esempio, vedo una croce rossa, una siringa, uno stetoscopio, immediatamente vengo rimandato ad un copione di azioni che è quello che mi attende nel gabinetto di un medico, permettendomi di anticipare quanto avverrà durante la visita. Ma per rappresentare lo psicoterapeuta e cosa succederà nel suo studio, come faccio? Ascolterà? Parlerà? O cosa farà con me lo psicoterapeuta? L’ascolto e la parola appartengono ai repertori di molte figure professionali: l’avvocato, il counselor, la maga, l’astrologa e così via. Ma lo psicologo-psicoterapeuta cosa fa? Tutto resta avvolto nel mistero e non avendo simboli che mi raccontino del lavoro che lo psicoterapeuta svolge, non posso nemmeno identificarlo come professionista capace e in grado di risolvere le questioni della mia esistenza.

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