L’aborto volontario è un tema poco trattato dalla cultura medica, psicologica e sociale, soprattutto se consideriamo l’impatto emotivo ed affettivo che questo evento ha sulla donna. L’aborto è un evento che segna il vissuto di moltissime donne e può condizionare la loro successiva genitorialità con i bambini che vengono dopo; l’aborto rappresenta un conflitto tra due scelte, accompagnato dalla perdita, dal lutto. L’interruzione di gravidanza condiziona il benessere sia fisico che psichico della donna, sia a breve che a lungo termine (molte donne conservano la ferita aperta dell’aborto per molti anni e soffrono intensamente anche dopo decenni) e come tutti i lutti richiede una notevole capacità di adattamento a di adeguamento alla nuova realtà; le conseguenze dell’aborto sul piano psicologico e sulla successiva qualità della vita non sono mai trascurabili. Il dilemma intrinseco all’aborto, scegliere tra la vita o la morte, lo rende un evento luttuoso particolarmente grave sia da condividere che da gestire ed elaborare; nelle donne e nelle coppie che compiono questa scelta resta spesso un doppio lutto, di perdita e di scelta di perdita, intimamente vissuto e solo raramente condiviso e condivisibile. Si tende a pensare che chi sceglie di abortire abbia una consapevolezza tale da non provare sentimenti luttuosi e si fatica a comprendere che questa scelta, pur essendo “razionalmente” volontaria, è comunque emotivamente sofferta e può essere vissuta come scelta “indesiderabile”.
Le donne sperimentano per molto tempo un intenso vissuto di colpa, che le accompagna per anni; dopo l’aborto la psiche femminile è maggiormente vulnerabile allo stress psicofisico ed è stata descritta una vera e propria sintomatologia da lutto complicato. I sintomi più frequenti di questa sindrome sono aspetti depressivi, sintomi tipici del panico, disturbi del comportamento alimentare o disturbi da uso di sostanze.

Venerdì, 20 Dicembre 2013 12:32

Perché studiare antropologia?

etno psicologia

 

Oltre all’antropologia, molte altre discipline si interessano allo studio degli esseri umani. La nostra natura animale è oggetto di approfondite ricerche da parte di biologi, genetisti e fisiologi. Nel solo campo medico, centinaia di altri specialisti studiano il corpo umano; psichiatri e psicologi, in ranghi compatti, esplorano la genesi dei processi mentali e dell’interiorità umana. Molte altre discipline studiano il comportamento culturale, intellettuale ed estetico. Esse comprendono: sociologia, geografia umana, psicologia sociale, storia, scienze politiche, economia, linguistica, teologia, filosofia, arte, letteratura ed architettura. Ci sono anche molti specialisti settoriali che studiano le lingue e i costumi di determinati popoli, nazioni e regioni. E, dunque, in cosa si distingue l’antropologia?

Il lavoro e la conoscenza dell’antropologia si differenzia grazie all’ottica globale e al punto di vista comparativo. Le altre discipline, focalizzate sullo studio dei popoli, tendono ad analizzare solo un particolare settore dell’esperienza umana, oppure una particolare epoca o fase del nostro sviluppo biologico o culturale, mentre le deduzioni antropologiche non sono mai fondate sullo studio di un solo popolo, di un’unica etnia, classe, nazione, epoca o zona. Prima di tutto, l’antropologia sostiene che conclusioni basate sull’analisi di un solo gruppo umano o di una determinata civiltà possono contrastare con testimonianze riscontrate presso altri gruppi o civiltà. Di conseguenza, le deduzioni e le riflessioni antropologiche vanno al di là della peculiarità di ogni specifica etnia, società, civiltà, nazione o cultura.

Nell’ottica antropologica, ogni popolo e ogni cultura sono ugualmente degni di attenzione. Quindi, l’antropologia è in contrasto con il punto di vista di coloro che vorrebbero considerare se stessi, e nessun altro, i rappresentanti dell’umanità, ritti sulla vetta del progresso, o gli eletti di Dio o dalla storia per modellare il mondo a loro immagine.

Adottando questo ampio punto di vista rispetto alla globalità delle esperienze umane, noi uomini possiamo, forse, sbarazzarci del paraocchi che i nostri stessi stili di vita ci hanno imposto e vederci come siamo in realtà.

Grazie alla sua ottica biologica, storica, linguistica, culturale comparativa e globale, l’antropologia fornisce la chiave a molte domande fondamentali. Gli antropologi hanno dato importanti contributi al significato dell’eredità animale del genere umano e, partendo da questa base, alla definizione di cosa sia specificatamente umano nella natura dell’uomo.

L’antropologia è strategicamente attrezzata per valutare l’importanza di ogni gruppo etnico nell’evoluzione delle culture e nel modo di vivere dell’esistenza contemporanea. Essa fornisce anche la chiave di comprensione delle origini della diseguaglianza sociale sotto forma di razzismo, sessismo, sfruttamento, povertà e sottosviluppo internazionale.

Pubblicato in Psicologia clinica

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Generalmente le persone hanno della psicoterapia un’immagine incerta e sfuocata, così tanto che spesso, per le persone, è assai difficile riuscire ad identificare il percorso psicoterapeutico come una possibile soluzione a certi problemi della loro vita.

Le ragioni per le quali la rappresentazione sociale della psicoterapia risulta essere contraddittoria e confusa, possono essere convenzionalmente ricondotte a due grandi categorie. La prima si riferisce ad aspetti specifici, interni alle discipline psicologiche e alle prassi di intervento clinico da esse derivate. La seconda, invece, mette in gioco i processi di costruzione sociale e le pratiche discorsive attraverso cui la psicoterapia viene socializzata a livello di senso comune e a livello del linguaggio ordinario.

Una caratteristica della psicologia, rispetto alle altre discipline scientifiche, è la mancanza di un nucleo fondamentale di principi universalmente condivisi dagli addetti ai lavori e di conseguenza un diverso modo di definire il suo oggetto di studio, i processi fondamentali del funzionamento psichico e i criteri metodologici utilizzabili nella ricerca e nelle sue applicazioni. Fin dalle sue origini, si sono sviluppate diverse tradizioni di ricerca che hanno generato suddivisioni e contrapposizioni tra gli psicologi che si riconoscevano in differenti teorie psicologiche.

Se dalla psicologia si passa a considerare la psicoterapia – cioè quella particolare interazione simbolica tra due o più persone, in grado di modificare l’insieme dei significati che un individuo utilizza per costruire e attribuire senso ai propri eventi di vita, attraverso l’utilizzazione di un insieme di strategie e tecniche psicologiche – questo fenomeno si presenta in misura forse ancora più accentuata.

Gli psicoterapeuti infatti si sono divisi in scuole, “parrocchie”, gruppi e sottogruppi e ogni indirizzo psicoterapeutico differisce sensibilmente dagli altri per:

  • gli assunti teorici adottati, cioè a quale gruppo di teorie psicologiche fa riferimento;
  • il modello di essere umano e il funzionamento psichico che propone;
  • il modo di impostare il contratto terapeutico e il setting, cioè come vengono organizzati il luogo e le regole in cui si svolge la psicoterapia (frequenza degli incontri, come si svolge il lavoro terapeutico, lo spazio e il tempo degli incontri ecc..
  • lo stile con cui viene impostata la relazione terapeutica;
  • le modalità tecniche e procedurali di svolgere il trattamento;
  • la concettualizzazione di quella che viene definita “teoria della cura”, ovvero in cosa consiste il cambiamento e cosa, all’interno del processo terapeutico, dovrebbe indurlo;
  • la durata del trattamento: alcune psicoterapie possono prolungarsi per un massimo di sei/dodici mesi (psicoterapie brevi), altre durano normalmente diversi anni;
  • il numero di persone coinvolte: da due (terapeuta e persona in terapia) nelle terapie individuali, a tre nella terapia di coppia, a un numero variabile in quelle familiari, a otto-dieci fino ad un massimo di quindici nelle terapie di gruppo;
  • la modalità di utilizzazione della terapia e dei suoi scopi: la psicoterapia può rappresentare un intervento per affrontare e risolvere una situazione acuta di crisi in un momento di emergenza psicologica; può essere una fonte di sostegno e aiuto nell’affrontare le difficoltà in situazioni in cui la persona si sente temporaneamente incapace di cavarsela da sola; può essere un modo per alleviare alcune condizioni di disagio o sofferenza; può, per finire, rappresentare un veicolo di promozione della crescita individuale.

L’enorme varietà delle proposte psicoterapeutiche, tra loro spesso in contraddizione, inevitabilmente comunica un senso di disorientamento in chi è alla ricerca di certezze ai propri dilemmi esistenziali, di sollievo alla propria sofferenza, di equilibrio ai propri stati emotivi, affettivi o relazionali, di sicurezza alla propria incertezza, di risposte alle proprie domande, di punti fermi da cui avviare il proprio processo di cambiamento. L’utilizzo di un linguaggio peculiare e spesso non traducibile in quello degli altri modelli psicoterapeutici – dove in alcuni casi concetti analoghi vengono espressi in modi differenti ed in altri gli stessi termini vengono utilizzati per riferirsi a concetti diversi – o ancora peggio estremamente distante dalla psicologia di senso comune, genera una sensazione di sfiducia nelle persone, in quanto viene disattesa una delle principali aspettative che le persone nutrono nei confronti di ogni discorso scientifico: la riduzione della complessità.

In tal modo viene promosso un processo di attribuzione sociale che conferisce alla psicoterapia, ma in generale a tutte le discipline psicologiche, un senso di inutilità nel risolvere quegli aspetti problematici e disfunzionali del vivere quotidiano che ciascuno di noi incontra senza necessariamente essere affetto da chissà quale psicopatologia.

Oltre alla babele dei linguaggi che le discipline psicologiche e psicoterapeutiche parlano con i loro interlocutori sociali, cioè con le persone a cui si rivolgono come professione d’aiuto, occorre sottolineare il fatto che le psicoterapie spesso si trovano ad aver assimilato al proprio interno un quadro di riferimento derivato interamente dalla pratica medica, non tenendo in adeguata considerazione il fatto che modificare uno stato mentale come il tono dell’umore, una sensazione propriocettiva come un malessere ipocondriaco, o una credenza come un’idea persecutoria, non può essere assimilato ad un atto medico di tipo convenzionale. I criteri e i formulari anamnestici, nosografici e prognostici, il loro modo di configurare il paziente, le procedure, i ruoli reciproci e le regole del trattamento, l’uso di teorie e di tecniche ad hoc, risentono di analoghi schemi e procedimenti usati in medicina, il cui modello medico è assimilato su piani diversi come riferimento implicito od esplicito. Questo modello psichiatrico trasportato entro la psicoterapia, riduce il malessere provato dalle persone a quadri diagnostici, etichette stigmatizzati in cui difficilmente la gente si riconosce e identifica il proprio disagio, restando così fuori dallo studio dello psicoterapeuta per continuare a sentirsi sana, normale e non malata.

Altro aspetto che rende inaccessibile lo studio dello psicoterapeuta alle persone, è dato dal fatto che ogni essere umano è uno psicologo e uno psicoterapeuta naif. Ognuno di noi abitualmente utilizza processi e strategie psicologiche nella vita di tutti i giorni, sia per rappresentarsi socialmente, sia per conoscere gli altri, sia per indurre delle modificazioni negli stati mentali delle persone incontrate nella vita quotidiana. Questa psicologia di senso comune, di cui è pure imbevuta troppa psicologia scientifica, non è percepita come inferiore alla psicologia insegnata nelle nostre Università e nelle Scuole di specializzazione post-lauream. Anzi! La psicologia del buon senso è spesso preferita a quella professionale, tanto che sono in molti ad avere la sensazione che la differenza che passa tra un buon amico e uno psicoterapeuta è che quest’ultimo si fa pagare.

Infine, le discipline psicologiche e le psicoterapie sono difficilmente rappresentabili attraverso un’immagine simbolica. Tutti i simboli che possiamo utilizzare per riassumere il lavoro psicologico che avviene tra terapeuta e persona in psicoterapia, non rendono l’idea di ciò che succede nello studio di uno psicoterapeuta. L’unica immagine che a livello collettivo raffigura simbolicamente in modo inequivocabile la psicoterapia è il lettino freudiano, che tuttavia è rappresentativo solo di uno dei tanti modelli psicoterapeutici: la psicoanalisi. Se, ad esempio, vedo una croce rossa, una siringa, uno stetoscopio, immediatamente vengo rimandato ad un copione di azioni che è quello che mi attende nel gabinetto di un medico, permettendomi di anticipare quanto avverrà durante la visita. Ma per rappresentare lo psicoterapeuta e cosa succederà nel suo studio, come faccio? Ascolterà? Parlerà? O cosa farà con me lo psicoterapeuta? L’ascolto e la parola appartengono ai repertori di molte figure professionali: l’avvocato, il counselor, la maga, l’astrologa e così via. Ma lo psicologo-psicoterapeuta cosa fa? Tutto resta avvolto nel mistero e non avendo simboli che mi raccontino del lavoro che lo psicoterapeuta svolge, non posso nemmeno identificarlo come professionista capace e in grado di risolvere le questioni della mia esistenza.

Pubblicato in Psicoterapia

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di Massimo Giliberto

(direttore dell' Institute of Constructivist Psychology - Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Costruttivista - Padova)

 

 

C’è un momento della giornata che per me è particolarmente piacevole: è quando arrivo in Istituto e trovo un certo numero di allievi ed ex-allievi che studiano e chiacchierano in biblioteca. Quanto dirò è in qualche modo riassunto in questa situazione, in quel momento.

Questo intervento, e la proposta qualitativa che esso contiene, si fonda su tre assunzioni che non hanno la pretesa né di essere vere né di dover essere necessariamente condivise:

  1. Noi apprendiamo ovunque, non solo a scuola.
  2. Imparare a essere psicoterapeuti è un processo lungo che travalica i quattro anni di un corso.
  3. Il futuro lavorativo di tutti noi, e in particolare dei nostri allievi, è legato a mutamenti sociali continui e veloci.

Un’assunzione ulteriore, superordinata e implicita è che una scuola di psicoterapia, di qualsiasi orientamento, dovrebbe interessarsi a queste tre assunzioni non solo in termini accademici, ossia di studio e ricerca, ma anche in termini concreti. Cioè, in qualche modo, dovrebbe farsene carico.

Non solo scuola

Vi è un’idea della scuola in genere che appartiene, io credo, al tessuto della nostra cultura. L’idea è che la scuola sia il luogo dove si apprende che cosa è il mondo nelle sue varie parti. L’ho sperimentato sulla mia pelle e, oggi, lo vedo con le mie figlie. Le parti sono le varie discipline, le varie materie che gli insegnati porgono agli allievi, i quali le devono acquisire e su cui verranno valutati. E in questo non c’è, in linea di principio, nulla di sbagliato.

Ispirato dal pensiero di Bateson, tuttavia, io penso che il problema sia credere che queste parti esistano veramente come “cose” separate le une dalle altre. Una delle prime separazioni reificanti la scuola la pone fra sé e l’esperienza nel mondo: la scuola è l’unico luogo in cui si apprende. Ciò fa della scuola e degli insegnanti, rispettivamente, il tempio della conoscenza e i suoi sacerdoti. Dal mio punto di vista, perciò, andare a scuola è potenzialmente pericoloso: rischi di perdere qualcosa. E questo vale anche per la materia “psicoterapia”.

Io penso che una scuola, di qualsiasi tipo essa sia, non è l’unico luogo deputato all’apprendimento. Noi continuiamo ad apprendere ovunque, con chiunque e in ogni momento. È vero, tuttavia, che la scuola dovrebbe essere un luogo in cui l’apprendere è il focus d’ogni esperienza, d’ogni azione, d’ogni processo. Sicché, una scuola dovrebbe essere nel suo complesso, e in ogni dettaglio, un contesto che facilita, incoraggia, accelera in tutti i modi possibili l’apprendimento. Un apprendimento che ha senso come interconnessione di saperi e di linguaggi (anche personali), in un continuum fra la nostra vita in mezzo agli altri, le nostre esperienze nel mondo e quel laboratorio potente che una scuola può essere.

Ora, io penso che se ciò può valere per qualunque ente formativo, questo sia un presupposto ancor più valido per la formazione alla psicoterapia. Quantomeno se la formazione ha al centro del proprio interesse la “persona terapeuta” piuttosto che la tecnica, senza nulla togliere a quest’ultima.

Se, allora, prendiamo per buona questa premessa che oppone – tanto per essere sintetici ed estremi - una “scuola riproduttrice di sapere” a una “scuola-laboratorio”, dobbiamo considerarne alcune implicazioni concrete. Cos’è, infatti, una scuola-laboratorio? Che caratteristiche concrete avrà?

Torno all’immagine iniziale, all’origine di questa mia proposta di lettura: la biblioteca frequentata da allievi, ex-allievi e docenti. E’ un’immagine che può articolarsi in molti modi concreti, realizzandosi entro limiti (ciò che non può essere, ciò che non può fare) e possibilità.

Una tale scuola non farà coincidere il momento formativo esclusivamente con la lezione, finita la quale gli allievi dovranno sciamare via. La scuola nel suo complesso e nel suo articolarsi organizzativo, dovrà essere considerata essa stessa “evento formativo”. Per muoversi in questa direzione, ad esempio, una scuola non potrà configurarsi come un insieme di aule affittate al solo scopo di svolgervi delle lezioni, ma dovrebbe essere quotidianamente aperta agli specializzandi e ai docenti, perché liberamente s’incontrino, studino e possano discutere fra loro. Fuori da logiche di esclusivo profitto.

La biblioteca può essere pensata come il simbolo di quest’apertura, ma non solo. Le scuole spesso possiedono, quantomeno, una collezione di libri. Il semplice fatto che una biblioteca esista, tuttavia, in quest’ottica, non dovrebbe essere considerato di per sé fra i parametri di qualità di una scuola. In questi termini, una biblioteca chiusa o poco accessibile agli studenti non è una biblioteca. Ciò che conta, ciò che la rende davvero esistente, infatti, non è la sua presenza fisica ma è la relazione fra essa e chi ne fa uso, la sua accessibilità come spazio di studio e consultazione.

Non è forse questa la circostanza in cui elencare tutte le forme organizzative, tutte le iniziative che una “scuola-laboratorio” potrebbe (e forse dovrebbe) assumere per favorire le esperienze di apprendimento attraverso la partecipazione, l’autonomia e la responsabilità degli allievi. Tuttavia, brevemente, fra queste potrei citare il dotarsi di un Centro Ricerche e di un Centro Clinico che permettano agli specializzandi sia di sviluppare attivamente i filoni d’indagine che li appassionano, sia di esercitare la professione sotto la diretta supervisione dei loro didatti.

Uno dei nostri allievi un giorno mi ha detto: “La scuola per me è come un esperimento… La scuola ti dà gli strumenti, ma è l’allievo che decide che esperimenti fare”. Ovviamente, aggiungo io, tutto ciò entro i confini del mandato di questo genere di scuola, cioè l’imparare a stare di fronte a una persona che soffre psicologicamente, essendogli d’aiuto.

Il terapeuta fatto e finito

Quanto è lungo il percorso per diventare psicoterapeuti? Questa è una domanda che mi sento frequentemente rivolgere sia da aspiranti allievi sia dagli allievi stessi. Il fatto che questa domanda sia posta sottende a un implicito di cui, forse, sono più consapevoli loro di noi didatti: l’implicito è che quattro anni chiudono un ciclo di apprendimento e portano a un diploma, ma non esauriscono l’impresa. D’altro canto, e altrettanto frequentemente, incontro chi ha una terribile fretta di sentirsi capace e di potersi attribuire non solo il titolo, ma di sentirsi “terapeuta fatto e finito”. I due atteggiamenti, evidentemente, cozzano tra di loro e, a volte, con il modo in cui le nostre scuole sono organizzate.

Fra i due approcci, l’esperienza mi consiglia di scegliere il primo come il più plausibile. E per molte ragioni. Io stesso non sono un “terapeuta fatto e finito”. Se penso a com’ero quando ho terminato il mio corso in psicoterapia e a come sono adesso, penso a me come a un terapeuta molto diverso. Ma non è finita. Sono diverso da com’ero solo poco tempo fa, perché le mie esperienze nella vita e nella professione mi hanno permesso – e a volte imposto – di cambiare. Tanto che se dovessi trovare qualcosa che stabilmente caratterizza il mio percorso personale e professionale, questo “qualcosa” potrebbe proprio essere “l’essere in cambiamento”.

C’è un motivo per cui questa professione non si può fare efficacemente, secondo me, né se si è troppo giovani né se si è invecchiati dentro. Nel primo caso, non abbiamo ancora la sufficiente esperienza che ci permette di capire pienamente cosa l’altro ci narra di sé e delle sue esperienze del mondo. Nel secondo, abbiamo forse la pretesa di avere troppa esperienza, troppo ‘materiale’ perché ci si senta disposti a rischiarlo nella sfida del cambiamento; cosicché la nostra visione delle cose diviene tanto rigida da essere indiscutibile, e la storia dell’altro può solo adattarvisi. Ovviamente, auguro a didatti e psicoterapeuti di invecchiare diversamente.

Nel nostro mestiere, dunque, l’esperienza di vita conta. E conta anche il modo in cui facciamo questa esperienza. Per entrambi questi motivi, quattro anni di scuola e l’acquisizione di un titolo non concluderanno la nostra formazione. Continueremo, se non invecchiamo male e precocemente, a imparare. Per questo mi sento di invitare chi intraprende questo percorso a darsi tempo: la psicoterapia non è una “cosa” separata dalla vita, un frammento distinto e indipendente della conoscenza. Né è un sapere meramente tecnico. Anzi. È un sapere innanzitutto relazionale, che la nostra esistenza continuamente ci offre l’occasione di arricchire.

Alla luce di queste considerazioni, ha probabilmente senso che una scuola s’interessi ai suoi ex-allievi oltre gli anni del corso, non considerando finito il suo mandato formativo. Non mi sto riferendo qui alla riapertura di eventi formativi ulteriori – assolutamente legittimi peraltro – che si rivolgano agli ex-allievi semplicemente come nuovo segmento commerciale. Le scuole, peraltro, sono anche, e a buon diritto, attività economiche. Qui mi sto riferendo, piuttosto, all’assumere fino in fondo la responsabilità di un mandato formativo non concluso, guardando ai terapeuti, ormai ex-allievi, come ancora parte della scuola, persone che si stanno ancora formando o, se preferite, auto-formando.

Non si tratta di prolungare in alcun modo una dipendenza, ma di riconoscere loro il diritto di non venire espulsi e dimenticati perché hanno finito di pagare una retta, di continuare a frequentare gli spazi della scuola e utilizzarli ancora come un laboratorio per incontrarsi, confrontarsi e crescere professionalmente.

Anche qui, le forme che può prendere quest’apertura sono molteplici e non posso dilungarmi. Ciò nondimeno, credo che un termine fondamentale per orientarsi in questa direzione sia “network”. Un networking fra ex-allievi di cui la scuola può farsi promotrice sia che si tratti – a puro titolo di esempio – di gruppi di supervisione fra pari, di gruppi di discussione e approfondimento auto-organizzati, sia che si tratti di una o più forme associative; e fra queste, magari, un’associazione alumni.

Occuparsi del futuro lavorativo degli allievi

Networking, o fare rete, creare connessioni, è la nozione chiave, a mio avviso, anche dell’interesse che una scuola intesa come laboratorio e contesto continuo di apprendimento può avere nei confronti del futuro lavorativo di coloro che hanno terminato i corsi.

Ma perché una scuola di qualsiasi fatta dovrebbe occuparsi anche di questo? E perché di questo sì e, magari, delle vicissitudini sentimentali degli ex-allievi no?

Una prima risposta è apparentemente banale e del tutto conseguenziale al tema della formazione continua: perché il futuro lavorativo dei nostri ex-allievi è anche quella bottega dove essi continueranno a sperimentare ciò che hanno elaborato a scuola, evolvendo come professionisti. Se non li abbiamo espulsi alla fine dei corsi, se continuiamo ad attribuire loro una voce in capitolo nella vita della scuola, se consideriamo, in altre parole, non concluso il nostro mandato, va da sé che i loro esiti professionali ci riguardano; non solo come supervisori o osservatori, sia pure sinceramente interessati, ma come attivi co-protagonisti.

Una seconda risposta va cercata nella disponibilità della scuola stessa ad apprendere e, quindi, a trasformarsi, a cambiare. Gli esiti professionali dei nostri allievi, difatti, non solo sanciscono – sia pure indirettamente – il successo formativo della scuola stessa, ma sono anche lo spazio in cui si manifesta la relazione fra quanto la scuola è in grado di insegnare e quanto il contesto sociale chiede. E’ in questo spazio che si palesa la trasformazione della psicoterapia come professione e del terapeuta in quanto tale. Una scuola che di questo si disinteressi, che non vi si sporchi le mani, è una scuola che rischia, a sua volta, di non apprendere. E una scuola che non impara è una scuola che insegnerà un mestiere obsoleto.

Torniamo, allora, alla parola networking. Fare network e insegnare a fare network è l’estensione partecipativa del contesto scuola al mondo della professione, là fuori. E’ il modo in cui i neo-professionisti condividono le loro competenze e le loro risorse, usando la scuola come propulsore, ganglio, punto di riferimento e, a sua volta, risorsa fattiva: network che genera altri network.

Assumere questa prospettiva, sia pure nei limiti, nella difficoltà e nella fatica del tempo presente, vuol dire occuparsi attivamente dell’avvio professionale dei propri ex-allievi, offrire loro il supporto e gli strumenti per incontrarsi, confrontarsi e aiutarsi. Significa anche sentirsi parte in causa di un’esperienza di apprendimento che, oltrepassando i quattro anni di un corso, si estende e si radica nel mondo del lavoro. Infine, implica che la scuola stessa educando impari, trasformando si trasformi, e che, partendo dall’esperienza degli allievi inevitabilmente vi torni.

Insomma, la scuola come la mia biblioteca ideale: punto di incontro, studio, elaborazione di idee, progetti e partecipazione.

 

 

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