Le parafilie

Il termine parafilia è stato introdotto dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ed è stato coniato e adottato da psichiatri, psicologi e sessuologi, in sostituzione della vecchia dicitura di perversione sessuale.

La nozione di perversione si costituisce da sempre come tra le più complesse, confuse e dibattute questioni dell’intera psicopatologia, soprattutto in quanto risulta assai problematico svincolarsi completamente dall’assunzione di una presunta norma sessuale, culturalmente e socialmente condizionata e rapidamente variabile. Ad esempio, è sufficiente ricordare tutte le vicissitudini attraversate dall’omosessualità come categoria nosografica, sia descrittiva che eziologica, considerata da sempre come manifestazione di un comportamento sessuale deviante, e riabilitata dai manuali diagnostici come espressione di una sessualità normale solo in tempi estremamente recenti (Del Corno-Lang, 1998; Borghi, 2010).

Il termine di perversione si colloca in una continua e costante enigmaticità tra deviazione e sovversione della norma, tra incapacità di conformarsi e intenzionalità di volerne spostare i limiti consensualmente ammessi, tra malattia e fenomeno sociale e di costume innovatore, e per finire tra condotte disgiunte o contigue alla normalità affettiva ed erotica (Chasseguet-Smirgel, 1983).

La psicoanalisi ha prodotto la maggior parte delle riflessioni che riguardano la discussione scientifica sui comportamenti sessuali perversi, trasformandone lo statuto da vizio, devianza, indice di degenerazione o di costituzione morbosa, in una visione che valorizza in ogni comportamento perverso la componente fantasmatica e il significato di difesa, modificando così i propri assunti da una rappresentazione delle manovre perverse come difese dai derivati istintuali ad una che le riferisce al rapporto con l’oggetto del desiderio (Hurni-Stoll, 1998).

Nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) le perversioni vengono viste da Freud come attività sessuali che vanno oltre le zone del corpo deputate all’unione sessuale, oppure che si limitano alle sole attività preliminari, forme di gratificazione che dovrebbero, al contrario, essere secondarie in un comportamento sessuale normale. Nevrosi e perversione hanno per Freud a che fare con il complesso edipico e stanno in relazione di reciprocità: la nevrosi è una formazione sintomatica di compromesso tesa ad inibire un impulso, la perversione invece è una fuga dalla nevrosi, una fuga dal complesso edipico e dall’angoscia di una punizione ad esso connessa, ed è tesa invece a consentire all’impulso il suo soddisfacimento.

L’evoluzione della definizione di attività sessuale perversa mostra quanto la nosologia psichiatrica rifletta la società che la esprime. Nel contesto di una cultura sessuofobica, quale era l’età vittoriana, che considerava la normalità sessuale in termini piuttosto ristretti, Freud (1905) definì l’attività sessuale come perversa secondo diversi criteri: 1) essa è focalizzata su regioni del corpo non genitali; 2) anziché coesistere con l’abituale pratica di rapporti genitali con un partner dell’altro sesso, soppianta e sostituisce tale pratica; 3) tende ad essere la pratica sessuale esclusiva dell’individuo.

Dal primo scritto di Freud, gli atteggiamenti culturali relativi alla sessualità sono radicalmente cambiati. Dalla ricerca scientifica è emerso che le coppie solitamente hanno una varietà di comportamenti sessuali. I rapporti oro-genitali, ad esempio, sono ampiamente accettati, così come la penetrazione anale e l’omosessualità sono state rimosse definitivamente dalla lista delle attività perverse (Gabbard, 1994).

Gli autori psicoanalisti hanno ripetutamente confermato l’osservazione di Freud, secondo cui in ciascuno di noi vi è un latente nucleo perverso (Chasseguet-Smirgel, 1983; McDougall, 1980, 1986; Stoller, 1975, 1985).

La McDougall (1986) ha messo in evidenza che le fantasie perverse si riscontrano regolarmente in tutto il comportamento sessuale adulto, ma tendono a generare pochi problemi in quanto non vengono vissute come compulsive. L’ Autrice ha proposto di utilizzare il termine di neosessualità, per riflettere la natura innovativa della pratica e l’intenso investimento e coinvolgimento dell’individuo nel suo conseguimento. Stoller (1975, 1985) ha fatto appello a una definizione ristretta di attività sessuale. Riferendosi alla perversione come a una “forma erotica dell’odio”. Egli ha affermato che la crudeltà e il desiderio di umiliare e di degradare il partner sessuale, e anche se stessi, è la determinante cruciale per classificare un comportamento come perverso. Da questo punto di vista l’intenzione della persona è una variabile importante per definire la perversione. Successivamente, riconoscendo come nel normale eccitamento sessuale vi sia una nota di ostilità e di desiderio di umiliare l’Altro, ha sostenuto che l’intimità sia l’autentico fattore critico di differenziazione. Ne risulta così che un individuo è perverso solo quando l’atto erotico viene utilizzato per evitare una relazione a lungo termine, emotivamente intima, con un’altra persona. Il comportamento sessuale, invece, non è perverso, quando è a servizio della costituzione di una relazione intima e stabile (Gabbard, 1994).

Nel DSM IV (American Psychiatric Association, 1994) le parafilie sono ben definite come “fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che in generale riguardano: 1) oggetti inanimati; 2) la sofferenza o l’umiliazione di se stessi o del partner, o 3) bambini o altre persone non consenzienti.

Il comportamento, impulso o fantasia sessuale causa un disagio clinicamente significativo nell’area sociale, professionale o in altre importanti aree di funzionamento del soggetto” (Coleman, 2000). Il termine di  perversione nel principale manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, nel tentativo di non essere giudicante, viene sostituito con quello di parafilie e suggerisce una definizione attuando la restrizione del termine alle situazioni sopracitate. Per considerare un continuum tra fantasia e azione, il DSM IV ha elaborato uno spettro di gravità. Nelle forme tenui, la persona è turbata dalle proprie spinte sessuali non ordinarie, ma non le mette in atto. Nelle condizioni  di gravità più moderata, la persona traduce la spinta in azione, ma solo occasionalmente. Nelle situazioni più gravi, la persona mette ripetutamente in atto la propria spinta parafiliaca. Il nuovo termine mette l’accento sul fatto che la deviazione (para) dipende dall’oggetto fonte di attrazione (filia). Chi la manifesta non è sostenuto da un desiderio sufficiente e non ha la capacità di investire in una direzione oggettuale definita. Per questo cerca di far fronte ai sentimenti di vuoto da cui è oppresso con manifestazioni sessuali bizzarre e anomale (Manara, 2000). Di avviso radicalmente contrario è Stoller (1985) che ha sostenuto che la modificazione del termine ufficiale da perversioni a parafilie è un tentativo fuorviante per “sanare” le perversioni. Il termine più appropriato sarebbe appunto quello di perversione, in quanto più utile perché possiede una connotazione cattiva e peccaminosa, prerequisito indispensabile per creare eccitamento sessuale a seguito di una condotta trasgressiva e deviante (Gabbard,1994).

Rispetto all’eziologia, le parafilie restano tutt’oggi intrise di mistero. Nonostante certe ricerche abbiano messo in evidenza come i fattori biologici possano contribuire alla patogenesi delle parafilie, i dati sono assai discutibili e controversi (Berlin-Meinecke, 1981). Pertanto, viene attribuita un’importanza primaria alle ragioni psicologiche che giocano un ruolo cruciale nel definire la scelta della perversione e il significato sottostante agli atti sessuali. La visione classica delle perversioni attinge profondamente nella teoria pulsionale freudiana. Freud (1905) riteneva che questi disturbi illustrassero come l’istinto e l’oggetto, l’atto e la meta, siano separati l’uno dall’altro. In più, egli definì la perversione contrapponendola alla nevrosi. I sintomi nevrotici, infatti, secondo Freud rappresentano una trasformazione di fantasie perverse rimosse. Nelle perversioni tali fantasie diventano coscienti e vengono espresse direttamente come piacevoli attività egosintoniche. Pertanto, Freud descrisse le nevrosi come la negativa delle perversioni e i sintomi nevrotici li ricondusse a fantasie perverse desessualizzate dalle difese psichiche e fuori escluse dal campo della coscienza.

Nella visione tradizionale, le perversioni possono essere fissazioni o regressioni a forme di sessualità infantile che persistono nella vita adulta (Fenichel, 1945; Sachs, 1986), e un atto perverso diviene una procedura fissa e ritualizzata, sola strada per il raggiungimento dell’orgasmo genitale. In questa concezione teorica del funzionamento psichico, il fattore decisivo che impedisce il raggiungimento dell’orgasmo attraverso il rapporto genitale convenzionale, è l’angoscia di castrazione legata alla conflittualità edipica. Le perversioni assolvono la funzione di negare la castrazione vissuta come punizione per il desiderio edipico, dando ragione del motivo per il quale la maggior parte dei “pazienti” affetti da parafilie sono maschi.

Nel suo lavoro clinico Freud notò la complessità delle perversioni e osservò come qualunque perversione “attiva” fosse sempre accompagnata da una controparte “passiva”. Secondo questa formulazione, il sadico avrebbe un nucleo masochista, mentre il voyeur soffrirebbe di inconsci desideri esibizionistici.

Molti ricercatori psicoanalisti in tempi più recenti hanno concluso che la sola teoria pulsionale è insufficiente a spiegare molte delle fantasie e dei comportamenti perversi e che per una lettura comprensiva gli aspetti relazionali siano fondamentali (Hurni-Stoll, 1998).

Secondo Stoller (1975; 1985), l’essenza della perversione è la conversione di un trauma infantile in un trionfo adulto. La persona è spinta dalla propria fantasia di vendicare umilianti traumi infantili causati dai propri genitori. Il metodo di vendetta di questi “pazienti” è quello di disumanizzare e umiliare il loro partner durante la fantasia o l’atto perverso. L’attività sessuale perversa può anche essere una fuga dalla relazione e dall’intimità. In questo caso, molte persone che esprimono una qualche parafilie si sentono separate e individuate in mondo incompleto dalle loro rappresentazioni intrapsichiche della madre. La conseguenza è che avvertono che la loro identità come persone autonome e separate, viene continuamente minacciata da una fusione o da un inglobamento con l’Altro sia interno che esterno. L’espressione sessuale può, dunque, diventare l’unica area nella quale riescono ad affermare la loro indipendenza (Mitchell, 1988; Gabbard, 1994). La perversione quindi può essere vista sia come espressione del desiderio di umiliare (Stoller, 1975, 1985) che come una sfida alla prepotente influenza della figura materna interna.

Secondo Kohut (1971, 1977), l’attività perversa comprende un tentativo disperato di ristabilire l’integrità e la coesione della propria identità in assenza di risposte empatiche da parte degli altri. L’attività o la fantasia sessuale può aiutare, secondo questo Autore, a sentirsi vivi e integri quando si è minacciati dall’abbandono o dalla separazione. Anche la McDougall (1986), sebbene faccia riferimento ad un approccio psicoanalitico differente rispetto a quello di Kohut, ha notato come il nucleo centrale di molte attività perverse sia la paura di perdita dell’identità o del senso di Sé, suggerendo inoltre che il comportamento sessuale evolve da una complicata matrice di identificazioni e controidentificazioni con i genitori. Ciascun bambino è coinvolto in un teatro psicologico inconscio che sorge dai desideri e dai conflitti erotici inconsci dei genitori. Pertanto, la natura obbligatoria di qualsiasi neosessualità è programmata dai copioni genitoriali interiorizzati dal bambino.

Il giudizio clinico tradizionale ha sostenuto che le perversioni sono rare nelle donne. Questo punto di vista è mutato negli ultimi anni, come risultato della ricerca e dell’osservazione clinica che hanno messo in evidenza come le fantasie perverse siano di fatto comuni nelle donne (Gabbard, 1994). Kaplan (1991) ha rilevato come i clinici non siano stati in grado di identificare le perversioni nelle donne poiché implicano delle dinamiche più sottili e complesse rispetto alla sessualità più prevedibile della controparte maschile. Delle attività sessuali che derivano dalle parafilie femminili fanno parte le tematiche della separazione, dell’abbandono e della perdita. Ad esempio, alcune donne che hanno subito da bambine delle violenze sessuali, adottano un modello di sessualità femminile esasperato nel tentativo di vendicarsi sugli uomini e di rassicurarsi sulla propria femminilità.

La clinica tradizionale ha messo ben in risalto come diverse parafilie spesso possano coesistere in uno stesso individuo, senza tuttavia dare ragione della preferenza individuale di una fantasia o di un atto perverso piuttosto che altri. Infine, la clinica tradizionale ha notato spesso come un ampio spettro di diagnosi psichiatriche e livelli di organizzazione di personalità possa essere presente in chi manifesti una sessualità non ordinaria. Perversioni sono state osservate, ad esempio, in pazienti psicotici, in quelli con disturbi di personalità così come in pazienti relativamente sani o nevrotici. La comprensione psicodinamica di un paziente coinvolto in un’attività perversa implica sempre una comprensione esauriente del modo in cui la perversione interagisce con la sottostante struttura caratteriale della persona. Pazienti nevrotici, ad esempio, possono utilizzare un’attività parafiliaca per facilitare la potenza genitale, mentre pazienti vicini al versante psicotico possono usare la medesima attività per difendersi da un senso di dissoluzione identitario (Gabbard,1994).

In questi anni si è sempre più affermata nelle discipline psicologiche una riflessione critica che ha fortemente messo in discussione e in crisi i modelli antropologici e i paradigmi scientifici su cui è stata fondata la clinica tradizionale. I protagonisti di questa “rivoluzione” delle scienze della mente si riconoscono in un’epistemologia e in una concezione del mondo antitetica a quelle del naturalismo, da cui aveva preso le mosse la psicologia alla fine dell’Ottocento, da cui derivano i metodi clinici tradizionali. Il paradigma naturalistico, coerentemente alla sua visione della realtà come datità esterna, adopera metodologie misurazionistiche, che costringono i fenomeni psicologici a diventare “cose” osservabili e le persone “organismi” assoggettati a leggi di funzionamento. L’ordine dei significati, in questo paradigma, è preventivamente stabilito dalle teorie e il traguardo dell’oggettività costringe a rifiutare come inquinante qualunque visione soggettiva. Le psicologie costruttivistiche (Costruttivismo, Narrativismo, Costruzionismo sociale e Interazionismo simbolico) si pongono in una prospettiva radicalmente diversa. La realtà perde la sua compattezza e diventa il risultato dei processi di significazione operati dalle persone nell’incontro intersoggettivo. L’obiettivo della ricerca psicologica diventa così non più la registrazione fedele e spassionata dei fenomeni, ma l’interpretazione dei significati personali e sociali: la ricerca si sposta così dal "laboratorio" alla "vita quotidiana" (Armezzani, 2002). Tutto questo ha comportato non solo un riconfigurazione della propria metodologia di ricerca, ma anche una ridefinizione dell’oggetto stesso su cui è fondato il discorso delle scienze psicologiche. Senza nulla togliere al prezioso contributo e all’importanza culturale delle psicoanalisi, le psicologie costruttivistiche hanno disvelato l’intrinseca ambiguità della clinica tradizionale che in un modo tanto provocatoriamente esplicito quanto inintenzionale, ha miscelato categorie positiviste e categorie morali, dando luogo a un intreccio di analitico e di ermeneutica, di un “discorso” misto che si pone, cioè, contemporaneamente sul piano dei fatti di natura e sul piano delle articolazioni di senso, dal cui sviluppo ancora non riusciamo a venir fuori. Le psicologie costruttivistiche pertanto non propongono , in sostanza, di vedere le cose in modo diverso, bensì, piuttosto, di vedere qualcosa che non abbiamo mai visto.

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